giovedì 17 marzo 2016

Dante, il tempo e l'eternità

John William Waterhouse, "Dante and Matilda" (1914-17 ca.)

Finisce l’inverno, è alle porte la primavera. E la Libera Università di Manerbio ha pensato bene di segnalarlo con una conferenza a tema: “Dante, il tempo, le stagioni della vita e… l’eternità” (Teatro Civico “Memo Bortolozzi”, 25 febbraio 2016).
            Il relatore  era il dott. Fabrizio Bonera, che non è un dantista, ma - nello zaino da alpinista - non dimentica mai una copia della “Divina Commedia”. È il suo personale omaggio al “più grande scalatore di tutti i tempi”: colui che è (idealmente) partito dall’abisso, per scalare la montagna del Purgatorio e ascendere al Paradiso. Il “virus” di Dante - come a molti altri - gli è stato trasmesso dalla scuola. La difficoltà di lettura è data dall’immensa cultura del poeta, che rende la “Commedia” densa di richiami non sempre immediati. Il tempo, in particolare, è scandito dall’astrologia medievale. Il tentativo del poema di comprendere tutta la tradizione letteraria e tutta la cultura nota all’autore ne fa, però, un’opera universale. Nell’Epistola a Cangrande della Scala, Dante stesso consigliava una lettura a più livelli: quello letterale (una bella storia), quello allegorico (ogni personaggio/episodio rimanda coscientemente ad altro), quello anagogico (un poema con un forte contenuto spirituale e teologico). Bonera, in merito, ha citato Paolo VI, che definì la “Commedia” “un’opera trasformante”. Le stagioni compaiono per connotare le situazioni e per scandire la vita umana: cosa che Dante aveva fatto anche nel “Convivio” e nella “Vita nova”, che è - appunto - la stagione in cui egli ha raggiunto un’esperienza d’amore che sembrava umanamente impossibile - “nova”, ultima ed estrema.
            Per spiegare cosa siano le stagioni e l’eternità nella “Commedia”, Bonera ha scelto un passo del Purgatorio in cui Dante si trova nel Paradiso Terrestre: Purg. XXVIII, vv. 22 ss. Quel luogo è il più deserto di tutto il poema. Vi s’incontra solo una figura, che peraltro non è storica: Matelda. Il poeta la descrive come una fanciulla che canta, raccoglie fiori e si scalda “a’ raggi d’amore” (v. 43). Alla domanda di spiegazioni circa tale atteggiamento, Matelda risponde di rivolgersi al salmo “Delectasti”: “…mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie,/esulto per l’opera delle tue mani” (Sal 91, 5). Anche Dante è esaltato dall’amore, alla vista di quella splendida creatura. Sembrerebbe strano - ha commentato Bonera - che si lasci prendere da una passione, dopo essersi purificato dai peccati. Ma - ha aggiunto - quel trasporto non ha niente di peccaminoso. Dante sta ripetendo l’esperienza biblica di Adamo ed Eva, che vivevano secondo la loro natura, per cui “non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18). L’esaltazione di Dante e Matelda viene dunque dal vedere la natura con occhio illuminato, alla luce originaria della creazione.
            L’innocenza e la bellezza del Paradiso Terrestre sono descritti da Matelda come una perenne primavera (v. 143), paragonata all’ “età dell’oro” sognata dai poeti antichi. La terminologia legata alle stagioni è dunque usata anche per rendere l’idea dell’eternità: non un “per sempre”, un perdurare nel tempo, ma un’assenza di tempo. Così è descritta da Severino Boezio nel “De consolatione philosophiae” e da Francesco Petrarca nel “Triumphus Eternitatis”. L’eternità è un punto (senza estensione spazio-temporale), in cui l’uomo raggiunge una perfetta felicità che è insita nella sua natura. È il “Carpe diem” di Orazio e l’ “istante” dei mistici.

Paese Mio Manerbio, N. 106,, marzo 2016, p. 4.

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