lunedì 22 gennaio 2018

Rispettare gli animali, rispettare l'Animale

Temo che gli animali vedano nell'uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale:
vedano cioè in lui l'animale delirante, l'animale che ride, l'animale che piange, l'animale infelice.
(FRIEDRICH NIETZSCHE)

animale sacro
La dea Afrodite a cavallo di un cigno,
animale sacro a lei e ad Apollo
(dalla tomba F43 Kameiros, Rodi).


Una mia conoscenza di Facebook, in un paio d’occasioni, ha espresso gradimento per il mio “interesse verso le altre forme di esseri viventi, al di là di cani e gatti.” Non ho mai aderito ad associazioni di stampo animalista. Però, mi par che valga la pena di spendere qualche parola in merito. Perché la questione tocca un nodo di fondamentale importanza spirituale: il rapporto fra Uomo e Animale, intesi come due componenti di uno stesso essere.
            Per “Uomo”, s’intende qui qualcosa di assai simile all’Ego freudiano e al λογιστικόν platonico: la capacità di elaborare regole e/o aderire ad esse, in accordo con altri. È usualmente attribuita all’uomo, perché strettamente legata alla facoltà del linguaggio: emissione di suoni articolati secondo schemi morfologici e sintattici.
            Da qui, deriva il cosiddetto specismo: la convinzione della naturale signoria umana sulle altre creature viventi, consegnate al suo arbitrio o alla sua misericordia, in virtù dell' "eccezionale intelligenza" dell'Homo. Una posizione condivisa dalle religioni abramitiche, nelle quali il mezzo della “Rivelazione divina” è la Parola, il λόγος. Ovvero: uno strumento tipico dell’Uomo.
            Lo specismo può poi imboccare due strade. Una è quella dello sfruttamento, giustificato come “legge naturale”: “Tu mi sei inferiore nella capacità di giudizio, perciò sono autorizzato a far di te ciò che voglio.” Posizione assai simile al maschilismo e al razzismo.
            L’altra è quella della protezione e del senso di colpa: “Poiché, per natura, ho raziocinio e autocontrollo superiori, debbo negarmi la soddisfazione delle pulsioni psicofisiche cui non so dare una spiegazione etica. Anzi, mi sento in colpa per il fatto stesso di sentirle.”
            Entrambi gli atteggiamenti, per quanto sembrino diversi, si fondano (a mio avviso) sul medesimo errore: svalutare l’Animale.
Esso è qui inteso come la (vasta) parte della vita psichica che non rientra nell’Uomo: i fenomeni interiori che non possono essere codificati in regole e civiltà, ma che fanno inalienabilmente parte di noi. Se l’Uomo cerca di sottomettere l’Animale, per sfruttamento capitalistico o virtù automortificante, si generano nevrosi nell’individuo e inquinamento, estinzioni, violenze nei rapporti con gli altri.
            Indagandolo e ascoltandolo con la pienezza dell’intelligenza lucida, l’Animale può essere invece maestro e fonte di forza. La sua caratteristica è il dire sì alla vita, per ciò che essa è - e non per come la vorremmo o la crediamo. È la parte di noi che ci dà l’amore per se stessi, senza chiedere approvazione allo specchio o ai codici socioculturali.
            Dall’Animale, impariamo a osservare le esigenze degli altri esseri, senza avvertire disagio per le nostre: quelle di una creatura cui la Natura non ha dato grandi strumenti di sopravvivenza, all’infuori di un elaborato encefalo per progettare e sofisticate mani per plasmare.
L’Uomo non sempre ama l’Animale, ma sempre l’Animale ama l’Uomo - e tutto ciò che è senziente. Non è quell’ “amore” sdolcinato che andrebbe correttamente chiamato “fragilità emotiva”. L’Animale sa anche uccidere. Ma non lo fa mai per noia, nevrosi, incuria, guadagno, piacere o “dimostrazione di superiorità”. Sovente, non è proprio interessato alla violenza - e basta. Quando non sente fame o l’incolumità è salva, perché uccidere? Questo l’Animale cerca di dire all’Uomo - e l’Uomo si attribuisce volentieri questa saggezza.

            Che l’Homo sapiens sapiens si denudi delle false immagini di sé, come chi si siede in meditazione zen. Che veneri nei viventi, d’ogni regno, le espressioni della multiforme bellezza della Vita - che ha desiderio di se stessa, come dice il Profeta di Gibran. Così, si avrà un profondo e totale Animalismo.

lunedì 8 gennaio 2018

Polli d'allevamento

Vivono stipati in alloggi ristretti. Il loro cibo è artificioso e insano. Sono imbottiti di medicinali, per compensare le condizioni di vita non salutari. Mai aria limpida, mai contatto con la terra. La loro luce viene da lampade, non dagli astri. Conducono un’esistenza anaffettiva; si riproducono con ritmi innaturali che, spesso, necessitano di ricorso a biotecnologie. 
polli d'allevamento
Polli d'allevamento
Il ritmo della loro giornata è così frenetico che non hanno nemmeno tempo di farsi domande. Non di rado, sono tanto anestetizzati da qualunque stimolo creativo, intellettivo o sentimentale da non provare nemmeno interesse per le questioni esistenziali. Qualora se ne ponessero, probabilmente, si troverebbero a guardare nella voragine dell’assurdo.
L’unico fine delle loro vite è quello di essere comprati e venduti. Ma non lo sanno. A quasi ogni parte del loro corpo, a ogni loro funzione fisiologica può essere assegnato un prezzo di mercato, volendo.
Bellezza, sentimento, desiderio… Sprechi. Anzi: non sanno nemmeno cosa siano. La vita è una successione di nascere-mangiare-defecare-produrre-morire, in un quadro il più possibile essenziale e asettico. Nessuno si sogna di sprecare soldi per loro. Ci sarebbe pure il rischio che si mettessero in testa idee strane, che cominciassero a pensare a qualcosa di diverso… che l’esistenza potrebbe essere fuori da un capannone, fuori da quei micro-alloggi affollati. Potrebbero guardare in alto, scoprire che vivere è respirare a pieni polmoni, avere dentro di sé la forza di cinque elementi. E, magari, si incavolerebbero di brutto per le condizioni a cui sono stati ridotti.
Ci sono pure quei rompiscatole che scrivono, manifestano e alzano la voce continuamente, per rivendicare i presunti diritti di queste bestie… Ma cosa vogliono? Fanatici, gente con la testa tra le nuvole, sconsiderati che ci porteranno alla rovina. In fondo, non sono migliori degli altri. Non campano forse anche loro del sistema economico che ha bisogno dello sfruttamento di questi docili animali?
Ma no… dopotutto, non c’è rischio che questi disgraziati si sveglino. Il loro cervello è proverbialmente piccolo. È già un miracolo se riescono a guardare oltre l’orlo del cubicolo. Pensare costa fatica. Soffrire gli spasimi della crescita esistenziale costa fatica. Certamente, costa di più che procedere d’inerzia, verso un destino già fissato non si sa bene da chi. Sprecare la propria esistenza non è un tormento. Se anche sapessero che alcuni loro simili vivono o hanno vissuto al calore del sole, col profumo della terra, innamorandosi, godendo e vedendo crescere i propri piccoli… sarebbero inorriditi dal sapere che non hanno/avevano alloggi riscaldati come i loro e giornate minuziosamente programmate. Li chiamerebbero barbari e sarebbero anche fieri di non somigliare a loro. Il punto è che hanno proprio disimparato quella sana "barbarie" che è il destreggiarsi nella vita.

E non è detto che stia parlando dei polli.