lunedì 30 dicembre 2019

Vincenzo Calò intervista Rosi Brescia



 Rosi Brescia nasce il 21 Novembre del 1962 a Oliena (Nu).
Figlia primogenita di un milite dell’Arma, trascorre la sua bella infanzia in Umbria e poi in Lucania.
A quattordici anni l’accoglie la Puglia, precisamente Monopoli, dov’è radicata la famiglia Brescia.
Sono tutti questi luoghi, i colori, i suoni, idiomi, le persone incontrate, conosciute, le mille storie ascoltate a portarla fin da piccola a esprimere la sua inventiva sul foglio di carta… una novelletta per Giocagiò, programma televisivo di fine anni Sessanta, è il suo primo tentativo di narrazione.
Da ventisei anni è moglie di Ciro, suo coetaneo, e madre di Liliana, figlia desiderata da sempre, che la incoraggia in questa passione. 
rosi brescia



Benvenuta Rosi. Ti è mai capitato di gridare “Mai più!!!”?

Interiormente senz’altro… in cinquantasette anni di vita di cose ne capitano. Per mia fortuna non è mai stato necessario un grido esteriore vieppiù liberatorio ma disperato.

L’indipendenza ha un suo perché dovendo riflettere spesso e volentieri su se stessi?

L’indipendenza e la libertà personale vengono di conseguenza alla consapevolezza di sé, alla conoscenza del nostro Io più profondo… quindi sì.

Quale segno particolare ti affascina maggiormente di una persona timida? E di una che timida non lo è assolutamente?

Di una persona timida mi incuriosisce ciò che non dice a parole, e allora è necessario guardare i segnali che manda il corpo, la postura etc. Personalmente tendo a lasciare lo spazio necessario affinché la persona timida possa, se vuole, aver fiducia e aprirsi. Della persona “non timida” ho un certo timore poiché le esperienze della vita mi hanno insegnato che un certo tipo di sfacciataggine nasconde tantissime cose… spesso molto più difficili da interpretare.

In amore tutto è possibile, anche virtualizzarsi?

L’amore tutto muove, essendo sempre sconosciuto. Trattasi del sentimento più cantato e poetato. Credo profondamente nella sua assoluta potenza. Virtualizzare l’amore è possibile e spesso necessario quando si trasforma in amore spirituale per concezione universale… solo in questo caso ne ammetto l’importanza, cioè di amare tutti pur non conoscendo tutti.

Come si salva il valore della Famiglia?

Perpetuando il quotidiano, ovvero facendo in modo che la famiglia e il suo concetto tradizionale abbia spazio nel quotidiano. Dobbiamo trovarlo.

Un’emozione senza punto esclamativo diventa illeggibile? La parola, non è che si sta rischiando di usarla violentemente per farla tornare importante?

Credo nell’empatia della parola, quando uno scritto mi prende (che sia mio o non) e leggo e rileggo (l’importanza della rilettura) ci entro dentro e la sento mia… alla fine non trovare un punto esclamativo potrebbe non importarmi. Usare violentemente la parola per far sensazione non mi interessa e non di rado mi rifiuto di leggere ( o di continuare nella lettura) testi che mi danno un senso di malessere interiore profondo.

Lavori molto per creare un’opera letteraria? E se sì, come reagisci alle critiche quando sono negative?

Per scrivere i miei due romanzi finora editi ci ho messo più o meno un anno ciascuno. Non so se sia poco o molto, non me ne preoccupo, è talmente un piacere scrivere! Le critiche negative? Se sono corrette, ovvero se chi le ha scritte mi dimostra di aver assorbito i miei testi, le accetto e ringrazio. Se sono, se sento che sono superficiali, tanto per scrivere e screditare, beh, non mi fanno piacere, ma non mi sono mai opposta.

Mi descrivi la libreria dei tuoi sogni? Ti relazioni meglio con gli scrittori o coi lettori?

La libreria dei miei sogni è una vecchia libreria. Mi spiego: una dove il sentore di carta stampata la fa da padrone, con piccoli libri sconosciuti, tutti da scoprire, da amare, da leggere. Il mio rapporto con i lettori è molto forte, bello e intenso, mi piace ascoltarli, capire cosa li ha colpiti… ed è capitato che mi aspettino sotto casa per dirmi grazie, è fantastico! Gli scrittori che conosco, non tantissimi in verità, mi hanno sempre fatto sentire accolta, ben accolta, quindi il rapporto è positivo senza dubbio!

Hai sempre avuto a che fare con editori seri?

Argomento spinoso, gli editori…! Col primo sono caduta malissimo, l’ho capito dopo un po’ di tempo. Tante chiacchere e basta. Naturalmente a pagamento, in contanti, tantissime promesse tutte inattese! Poi, grazie a un amico, ho conosciuto il self-publishing su Amazon e mi sono sentita libera. Però… un editore è fondamentale, poiché Amazon non è una persona fisica, non dà consigli, stampa e basta. Meno di un anno fa mi sono affidata alla Pedrazzi Editore che ha provveduto, gratuitamente, a rieditare il mio primo romanzo, facendo un accurato editing, grafica nuova e così via. Ora mi sento apposto: buone iniziative, consigli avveduti e rapporto amicale!


Rosi Brescia All'amore non si sfugge
Leggendo “All’amore non si sfugge”… 

Si comincia col soddisfacimento degli appetiti a fine giornata, in famiglia, per cui v’è il maschio di casa agognato dalla consorte a suo tempo, e che accettò di recitare questa parte, dal bell’aspetto giacché ligio al dovere di ricorrere alle armi per amor della patria… un uomo da sogno Antonio, facente palpitare i cuori delle comari della sua metà, alquanto rosicanti per l’appunto.
Carolina non poteva sopperire a qualsiasi delusione per dimostrare di fare parte di un nucleo familiare compatto in nome del buon Dio, come se ragionando al femminile fosse più che normale ristabilire un legame con l’incapacità di attribuirsi dello sdegno aumentandolo così, dovendo fare i conti con qualsiasi gravame in isolamento; con un trasporto emotivo sempre inconciliabile.
In fondo la donna era consapevole di un marasma sentimentale dovuto da troppe questioni in sospeso da caricarsi sulle spalle, ma a quanto pare la sorte l’aggrazia permettendole di riflettersi in buona parte di codeste almeno; disquisendo per la prima volta con una mamma come a voler concedere poi a una figlia di ripulirsi dentro, stimolate soprattutto dall’incontenibile gioia che il piccolo Matteo esprime, preso dall’atmosfera natalizia.
L’umano agire si manifesta nell’ordinarietà delle cose, potendo preservare la bontà d’animo; e trattasi di una dichiarazione densa d’ansie evitabilissime in presenza dei minori, nient’altro che innocenti, essendo quest’ultimi in grado di risollevarsi, come nel caso di Matteo, non tradendo la loro autenticità, spiazzando gli adulti con una e più osservazioni che brillano in un paio d’occhi da spalancare assolutamente.
Adriano irrompe innanzitutto con il compito di sedare gli animi, dacché solito a girare intorno alla psiche di soggetti conficcati in pesanti tenute mimetiche; ma con particolare riguardo verso Antonio, a tal punto da diventare amici e favorirlo volutamente e necessariamente, chiedendosi come mai un uomo inflessibile e possente possa rimanere assillato da dubbi che non si precostituiscono.
Nel corso del romanzo il tentativo di stirare le pieghe causate presumibilmente dalla malafede non appena evidenziato riporta i protagonisti sul punto d’isolarsi e sprofondare nell’eternità di un gesto, costretti quasi a essere consci della realtà non per intero… la curiosità infiamma animi propensi ad accettare una sorta d’ingenuità che definire lapidaria significherebbe non rivoluzionare un immaginario totalizzante.
Una soluzione di continuità che Carolina, distante km e km dal capitano Adriano Monte, provava a ristabilire, con la fede che le permetteva eccome di avvicinarsi a suo papà Giacomo, per chiedergli di darle una mano; quando si percepisce la solitudine penosamente, di uno e più respiri visibili con la pelle resasi trasparente e la passione circolante nelle vene ma vana se l’essere vivente si lascia travolgere da una confessione che non si concretizza se inascoltata.
Carol era fondamentalmente, interiormente conscia dell’esistenza di un elemento straordinario, che facesse scoccare la scintilla in amore, tenendo conto del desiderio di venire tutelata al fine di esprimersi con passione, e senza preoccuparsi più di quelle fitte dorsali, che la sfibravano, e cioè del ricordo lasciatole dall’ex… sempre a pelle, nonostante la modernità alludesse alla comunicazione virtuale per principio, che sarebbe tornata utile per riavvicinarsi ad Adriano piuttosto.
Sensibili tessere di mosaico combaciano alla fine con il virtuosismo degli affetti nuovi, che provenendo dall’esterno schiariscono quegli che non si potevano non ritenere intramontabili… ne consegue l’immensità di dichiarazioni nient’affatto ambigue, più forti del destino… un dono nuovamente natalizio, la cui importanza forma nell’intimo persone costrette a radicarsi nelle scelte di vita, piacevoli se compiute cautamente.
Tecnicamente, per il lettore v’è un pensiero dominante su cui ci s’indora o ci si appassiona, con quel particolare interesse per il conformismo.
Intervengono figure e atmosfere d’attendibilità sociologica, e comunque vengono tracciati dei profili con familiarità e imprendibilità per momenti essenziali e scorrevoli.
Quando il dialogo tra i personaggi incalza, ecco che l’intensità del romanzo si rende visionaria e realista.
Umori velati riconducono a un’amarezza intimistica, grazie a una scrittura semplice, che va dritta al punto.
Una specie di geografia degl’interni assume compattezza d’unicità, Rosi Brescia riesce a romanzarla in una forma leggibile e piacevole.
La discesa negli abissi mentali verte su di un’apologia morale, meccanica… certe domande si possono moltiplicare cercando dentro le risposte con garbo e malinconia.
La riflessione diventa toccante dato il mood di esperienze aventi confini da esplorare.
Tra disillusioni, cadute, speranze e ammiccamenti i moti dell’anima, alquanto sommessi, comportano l’attraversamento esistenziale, respirando un’atmosfera col piacere della lettura d’agevolare e arricchire.
Nel fluire di ciò che accade paiono galleggiare occasioni da far scattare, e quindi storie e destini che chiedono d’essere ascoltati.
Testo dalla costruzione accurata, d’impianto oserei dire televisivo… grazie allo sviluppo coerente della trama cose stabili e forti si prendono solamente il potere delle emozioni.
Le figure non stonano, specialmente quando il clima rimanda a sospetti e conflitti.
Appurata l’incisività degli sfondi con l’occhio per la bella immagine, vivibilità e coloratezza permangono coi trucchi retorici.
La struttura della narrazione è a tutto tondo, il linguaggio si adatta alla storia che si racconta.

Pedrazzi Editore, 2019; Pagg. 170; Prezzo: 14,56euro.


Vincenzo Calò

domenica 29 dicembre 2019

Leggendo “Gli occhi di Asha”, di Alessandra Iannotta



La Iannotta travolge il lettore con la parola che comunque non esaspera proseguendo regolarmente per le vie di un romanzo incrollabile; con la protagonista, che in fondo sempre è Asha, in grado di pazientare per apprendere al meglio certe nozioni e bearsi di una luce nuova, sotto l’effetto di melodie necessarie per intensificarsi e sprigionare qualcosa d’incredibile, ch’equivale a un segreto dimenticato, che solo se preteso a pelle comporta la sconfitta di mali annebbianti la Coscienza, il raggiungimento in definitiva dell’animo umano. 
alessandra iannotta gli occhi di asha


L’entusiasmo nel fermare il tempo delle trasformazioni come a volerlo vivere, e ancor più alla vigilia di una  trasferta da compiere come ben poche, che richiede quindi una premurosità di gesti non indifferente, ebbene, il lettore può individuarlo… Maria sembrava di avere le idee ben chiare, non vedeva l’ora, istruitasi e acculturatasi con impegno e dedizione, di riprendere contatto con la sua autenticità terrena, fatta di frutti densi e di fiori profumati, come a riflettersi nel Sole, all’infinito… se non fosse stato che dall’esterno le destò interesse un ragazzo, con le sembianze della novità che va scrutata, manco si trattasse di un caleidoscopio emotivo incagliatosi tra i nervi dell’essere umano, suggestionato tanto da dover perseguire un obiettivo ora come ora lungi dall’avere la meglio materialisticamente, pur pensando che si era partiti lungi dal far innamorare Maria, così energica e rivoluzionaria al momento di sorridergli.

Il romanzo gravita nella consapevolezza d’avere di che espandersi nell’etereo, ossia minuscole verità da ricongiungere riflettendo sulla maturità che serbiamo, da far uscire fuori a sorpresa… vedi Emma, il suo cancro che custodiva in una fisicità protesa all’altrove in contesti determinati personalmente, alla ricerca di un pianto liberatorio, per riempire una forma di comunicazione assoluta, che animasse quella ragione in più per suscitare spontaneità, estroversa all’origine del  bene comune, come a dover tornare bambina, e con la gioia seppur dura da ribadire colorando la sempiterna età dello sviluppo, di lì a poco.

Tra le linee della vita qui romanzate il Pensiero si scioglie per un abbaglio di luce che invita a riemergere da debolezze che sigillano i personaggi in mere ambiguità, a stare all’aria aperta per generare mai come prima purezza, aldilà di come si appare, e cioè immobili a scanso di un immaginario, di un’assicurazione sulla verità, potendo agire stravolgendo il male di esistere che incarniamo stressando gli altri per giunta, quando piuttosto la solidarietà va rimessa in ballo, includendo per intero diversi timori e confinamenti, rischiando guarda caso la vita, al pensiero che trattasi di questioni che prima o poi ci riguardano, che nutrono la fede nel Prossimo…!

L’autrice vuol farci capire che chiunque resterà soddisfatto compiendo precisamente ciò che desta animazione per sé, che chiunque si sentirà d’aver raggiunto il successo se inviterà gli altri ad amare, a cambiare per respirare di nuovo, il meglio da iniettare a un senso di trasporto purché questi lo si goda per davvero; consapevoli che senza prenderci troppo sul serio sarà possibile elevarci spiritualmente, nonostante la difficoltà di distinguere in un flash il vero dal falso, l’ansia dovuta dall’avere a che fare con l’immagine eterna di ciò che siamo.

Sfogliando le pagine, si può cogliere quella purezza d’animo dalla contemplazione del più classico dei fenomeni invernali, si stabilisce un contatto umano, terreno, per riscoprire fantasticamente una complessità di sensi che splende a patto che si demonizzi l’indifferenza; essendo solidali, difettando giustamente, per confrontarsi e apprendere nel profondo che la sfortuna non ci riguarda, che le idee non cambiano subito, appena iniziamo a svolgere una qualsiasi attività,  come a inficiare l’amore totalizzante, sul nascere.

L’autorevolezza si registra concretizzando desideri, al contempo si scrivono storie per appurare dei flop nella vita di ciascun individuo avente un percorso da fare singolarmente, sì, però potendo ritenersi migliori (nessuno escluso, ribadisco), e splendere di luce nuova… l’importante è rigonfiare la coscienza con la forza della volontà, alla scoperta di qualcosa da mantenere per sempre dentro di noi, probabilmente agendo da disperati, al fine di distinguersi dal futile, a portata di mano come la felicità ricavabile da gesti esemplari seppur innocui, oltre le apparenze.

L’autrice scatena scrivendo la sensazione d’incanto dipesa dall’altrove in un isolamento innato, per donne che seducono con grazia, mai alludendo a dei piaceri da consumare, percependo piuttosto il mutamento esistenziale nei loro corpi, coi giorni che passano lungi dalla svolta radicale, di una mestizia che però induce a impegnarsi per apprendere come scorgere il lato positivo dell’apatia, per non farsi travolgere da tormenti propri, tanto da essere costretti a seguire caotici estraniamenti… guarda caso Delia sapeva mantenere la bontà d’animo conseguendo stretti rapporti d’amicizia tutt’a un tratto, dimodoché la quotidianità le scandiva varie esperienze da fare, in mezzo al genere umano, pulsante, che deve brillare aldilà delle conquiste e dei fallimenti che giocoforza registriamo.

Verso la fine, leggendo di Delia, colpisce come colui che piuttosto era propenso a investire su di lei in quanto scrittrice, ossia Carlo, si sentiva soprattutto fortunato di averla come amica, di affiancarla cogliendo quindi doni incredibili che parevano cadere dal cielo, tipo un legame inesauribile se l’uno rispetta l’altro, e dunque piacevole, desiderabile se si è in grado di ricreare qualcosa che diverta, che la memoria tralascia quando ci si concentra ad amare o a voler bene, in maniera distinta… ed ecco perché spesso affinché venga appurato un affetto bisogna intuirne l’assenza!



La sincerità viene posta in essere con la sapienza, sapendo talvolta accontentarci di quel che abbiamo, e dunque risiedendo preferibilmente in un luogo dai vari, molteplici stili di comunicazione, perenne giacché attivo, che rigeneri corpi sensibili all’amore, verso creature capaci di focalizzarci appieno nonostante non sia arrivato ancora il tempo di prendere il nostro posto, anzi, scegliendo di non scendere sulla Terra, di celarsi nel cielo variabile, per ritemprare delle mamme assolutamente desiderose di ammettere di stare dalla loro parte… ed effettivamente Delia cura un dono fuori dal comune per colui che riuscì a partorire, un essere umano dalle potenzialità infinite purché confortato tra i respiri da fare amando qualcosa che non abbia prezzo.

Kanaga Edizioni, 2019; Pagg: 146; Prezzo: 14,36euro.

alessandra iannotta·         Alessandra Iannotta è nata a Roma nel 1965.
Dopo gli studi classici si laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma.
Da oltre venticinque anni esercita nella capitale la professione di avvocato civilista.
Pubblica con la casa editrice Dante Alighieri nel 2015 un libro di poesie in prosa, dal titolo “Sangria al Grippiale”, finalista alla prima edizione del Premio Internazionale di poesia “Sulle Orme di Leopold Sedar Senghor”.
Partecipa a vari concorsi nazionali ed internazionali di poesia e di narrativa ricevendo premi, menzioni speciali e riconoscimenti vari.
Con la Federazione Unitaria Italiana Scrittori (Fuis) è stata selezionata come scrittrice emergente al “Salto” e alla seconda edizione del concorso letterario “Va in scena lo scrittore”, sia nella sezione Poesie che in quella Racconti.
Pubblica sulla piattaforma Meetale raccolte di poesie e racconti brevi.

Vincenzo Calò

domenica 8 dicembre 2019

Santa Lucia: un luminoso appuntamento al buio



Santa Lucia… Basta nominarla, per evocare nei bresciani alcuni dei loro migliori ricordi d’infanzia. La fanciulla luminosa e tintinnante, sul carretto tirato dall’asino, che omaggia i bravi piccini e getta la cenere negli occhi dei discoli… Ma com’è nata questa figura? 
santa lucia svezia

            S. Lucia di Siracusa (III sec. - 13 dicembre 304) è una giovane martire cristiana. La sua storia viene tratta principalmente da un testo in lingua greca (inizio V sec.) e da uno in latino (fine V sec. - inizio VI sec.). Questi e altri dettagli sono disponibili su www.santiebeati.it . Secondo l’enciclopedia I Santi nella Storia (2006, Edizioni San Paolo, vol. XII),  la martire, figlia di una nobile famiglia siracusana, era già promessa sposa, quando si convertì al Cristianesimo. Optò per la verginità consacrata, cosa che le costò la denuncia come cristiana da parte del fidanzato. Subì diverse torture, prima di essere messa a morte. Divenne così una vittima della persecuzione sotto Diocleziano e Massimiano (303-311). I famosi occhi sul piatto che la contraddistinguono non alluderebbero a un supplizio, come comunemente si crede, ma alla radice del suo nome: la medesima del latino “luce(m)”, “luce”. Il 13 dicembre era anche la data del solstizio d’inverno, sul vecchio calendario giuliano. L’aura di bellezza e giovinezza, il nome “luminoso”, la coincidenza del giorno legarono S. Lucia alle speranze e ai festeggiamenti per l’allungamento del dì. La ricorrenza cade a proposito in Avvento, quasi ad anticipare il Natale.
            Perché è così amata a Brescia e in altre località norditaliche? Innanzitutto, perché le sue reliquie sono attualmente custodite a Venezia, della cui Serenissima Repubblica Brescia fece parte dal XV al XVIII sec.  In più, il 13 dicembre 1438, i bresciani, con l’aiuto dei veneziani, respinsero le truppe milanesi guidate da Niccolò Piccinino. La vittoria fu attribuita all’aiuto dei santi Faustino e Giovita, ma anche a quello di S. Lucia, commemorata quel giorno.
Un breve saggio è stato dedicato all’argomento da Anna Maria Perini, insegnante bresciana e autrice di: La vera storia di Santa Lucia e delle ombre di Natale (Gussago 1991, Editrice Ermione). Come ella spiega, nell’immaginario celtico e in quello romano le notti poste a cerniera fra una stagione e l’altra erano attraversate da fate e larve, o addirittura dalla dea Ecate: figlia della Notte, signora dei passaggi e delle vie. I contadini s’ingraziavano queste forze con offerte votive, perlopiù di cibo e vino. (Chi non ha lasciato acqua e fieno per l’asinello, biscotti e latte per la santa?). Premio per la generosità sarebbero stati fertilità e abbondanza, nella bella stagione; il castigo la morte dei bambini, l’essiccazione del raccolto, l’incenerimento degli alberi da frutto (ecco la cenere e il carbone per i “cattivi”!).
            S. Lucia ha conquistato anche il cuore degli svedesi, abituati a notti invernali ancor più severe. Il folklore di lassù vede processioni di fanciulle abbigliate di bianco, con sette candele sul capo. Il 13 dicembre, in Svezia, è anche la “Lussinatta”, “Notte di Lussi”: quella in cui questa creatura femminile notturna solcava il cielo col suo seguito, nella mitologia precristiana locale. Il timore che suscitava era simile a quello per la “Caccia Selvaggia” guidata da Odino, di cui abbiamo parlato diversi numeri fa. Tra la “Lussinatta” e Yule (l’antico solstizio d’inverno in Germania e Nord Europa), si riteneva che spiriti maligni spadroneggiassero nella notte. In particolare, Lussi era un terrore per i bambini indisciplinati. (Vedasi “Saint Lucy’s Day”, in: Wikipedia, the free encyclopedia). Paura del buio, attesa della luce e dell’abbondanza: è forse possibile separarli?

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 149 (dicembre 2019), p. 8.

sabato 7 dicembre 2019

In arrivo a Manerbio "Coppia aperta, quasi spalancata"



Come annunciato anche dallo scorso numero di “Paese Mio Manerbio”, è in arrivo al Teatro Civico “M. Bortolozzi” la rassegna 2019-2020: “Altro… che Piccolo Teatro!” 
Il titolo è ovviamente un gioco di parole sulla denominazione abituale dell’edificio. Quel palcoscenico dalle dimensioni così contenute ospiterà la grandezza di testi tratti dal meglio della commedia contemporanea. L’organizzazione è stata curata dalla direzione artistica della compagnia manerbiese “Le Muse dell’Onirico”.
Coppia aperta quasi spalancata

    La prima rappresentazione si terrà sabato 14 dicembre 2019, con Coppia aperta, quasi spalancata di Dario Fo e Franca Rame. Sarà inscenata da “I Mattattori”, con la regia di Max Zatta. Luisa Zappa e Luigi Colombo, con la partecipazione di Daniele Civelli, daranno vita a una coppia di coniugi italiani negli anni Settanta. Le conseguenze del Sessantotto e le riforme del decennio ad esso successivo hanno influenzato profondamente anche il loro modo di vivere il matrimonio. O, almeno, così sembrerebbe. La verità è che il marito non ama più la moglie e che lei ne soffre profondamente. L’uomo propone insistentemente di “aprire la coppia”. Il che, nel suo caso, si traduce così: lui ritiene lecito per sé avere tutte le amanti che desidera, mentre la moglie deve semplicemente ingoiare il rospo dei tradimenti. Insomma, una becera situazione maschilista, travestita da belle parole. Perché (come cantava Giorgio Gaber) “un’idea, un concetto, un’idea,/finché resta un’idea,/è soltanto un’astrazione:/se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione.”
Alla povera donna, da mangiare, non resta che il fiele, tanto da rasentare il suicidio. Almeno finché… non vogliamo svelarvelo.
La commedia è un modo sorridente (ma il sorriso è amaro) per parlare di quella “libertà obbligatoria” di cui (ancora una volta) cantava Gaber. Se gli animi non mutano profondamente, le novità legali e culturali diventano solo modi inediti per schiacciare i soliti oppressi. Sempre che l’ “amore libero” sia davvero inedito… I nostri antenati antichi e medievali potrebbero darci parecchi punti in merito (Catullo e Boccaccio insegnano, per dire). La novità, al limite, sarà l’ “illuminazione” della moglie, che si renderà conto di avere ancora tutta la vita davanti a sé… e che essa non deve per forza essere trascorsa nell’adorazione di una persona che non merita né amore, né rispetto.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 149 (dicembre 2019), p. 8.

venerdì 6 dicembre 2019

S. Caterina fra Alessandria e Manerbio



Nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo a Manerbio, uno degli altari laterali ospita una pala raffigurante la Madonna in gloria col Bambino e i santi Caterina d’Alessandria e Vincenzo Ferrer (Camillo Rama, 1576 – 1630). Nella prima metà del XVIII secolo, esso era affidato a due curati, titolari dei rispettivi benefici. Uno di loro, Nicola Cé, ha lasciato un diario (1739 – 1780), conosciuto come Jus Sancte Catharine Cum multis aliis Notitijs. Esso è stato pubblicato nel 2004 per interessamento dell’amministrazione comunale di Manerbio, nel quadro del progetto editoriale “Quaderni Manerbiesi”. 
s. caterina d'alessandria manerbio

            Attualmente, la devozione a S.Caterina d’Alessandria (III – IV sec.) è assai pallida, anche per via dell’incertezza dell’esistenza storica del personaggio. Di lei parlano una Passio greca (VI – VII sec.), il manoscritto Claromontano di Monaco (VIII – IX sec.) e a lei accennano alcuni codici posteriori. Grande è la sua fortuna iconografica, che la vede sempre associata alla ruota, strumento del suo martirio. La ruota dentata, destinata a straziar la santa, sarebbe crollata sui suoi carnefici. Per questo dettaglio leggendario, S. Caterina veniva invocata tanto dalle sartine quanto dai mugnai. Non è dunque strano vederla per secoli venerata nel manerbiese, ove si esercitavano largamente entrambe le professioni. La tela dipinta dal Rama proviene dalla “vecchia pieve”, quella abbattuta nel 1715. L’Alessandrina compare anche nella pala dell’altar maggiore, donata dal Moretto (Brescia, 1495/98 – 1554) alla parrocchia.
            Floriana Maffeis, nella sua prefazione allo Jus Sancte Catharine (2004, Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori), riporta usanze e testimonianze in merito ai festeggiamenti nel giorno di S. Caterina d’Alessandria. In onore della santa, il 25 novembre, era obbligatorio fermare le macine dei mulini e ripulire gli opifici dalla polvere di farina. Le mugnaie offrivano a familiari e amici il brodo di gallina, spesso corretto col vino. Al mattino, si celebrava la “Messa alta”. Il resto della giornata era riservato a banchetti e canti; F. Maffeis ricorda le rinomate doti vocali che i manerbiesi sfoggiavano in questa occasione. La sua prefazione riporta anche i proverbi sul giorno di S. Caterina, legati al ciclo dei lavori agricoli che s’intrecciava con l’anno liturgico:

De santa Caterina a Nedàl, ghè ‘n més angual.
Da santa Caterina a Natale manca esattamente un mese.

Per santa Caterina, ghè ‘n regàl o néf o brina.
Per santa Caterina, arriva in regalo o neve o brina.

Per santa Caterina i óc an salina.
Per santa Caterina oche sotto sale
(ovvero, conservate sotto sale nella dròsa, anfora di terracotta invetriata).

A santa Caterina sa n’stala al bò e la achina.
A santa Caterina si chiudono i buoi e le mucche nella stalla.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 148 (novembre 2019), p. 16.