martedì 20 agosto 2019

SNASA: il lato bresciano della luna



È giunto il momento di svelare una sconvolgente verità: i primi uomini ad andare sulla Luna furono tre bresciani. Non è una bufala: è quanto raccontano i Cinelli’s, cantautori parodistici.
Scherzi a parte, quest’anno cade il cinquantesimo anniversario del viaggio di Neil Armstrong sul nostro beneamato satellite. Contemporaneamente, compie vent’anni il primo CD inciso dai Cinelli’s: La Luna sui cachi. Per festeggiare la doppia ricorrenza, hanno partorito SNASA: un album che racconta, in dodici brani, l’impresa lunare in chiave bresciana. I favolosi astronauti sono: Giancarlo “Charlie” Cinelli (voce e chitarra); suo fratello Piergiorgio “Cinellino”Cinelli (voce e basso); Roberto “Gianpieroberto” Giribardi (batteria). 
cinelli's snasa

            La storia comincia con I m’ha molàt sàbot: dopo molte e approfondite visite mediche, finalmente i nostri eroi sono stati dichiarati idonei ad andare sulla Luna. Peccato che debbano partire proprio il giorno in cui avrebbero dovuto assistere alla partita del Brescia… Per di più, uno dei tre, la sera prima della partenza, torna A casa ciòk (santo cielo!).
A ogni modo, i tre si accomodano sul razzo in tempo. E, a bordo, gli orari sono accuratamente scanditi, come recita Sèt e quaranta. Non è certo una crociera qualsiasi…
Comunque, c’è una preoccupazione non da poco, per un gruppo di bresciani ruspanti: Sö la Lüna mé ‘l só, il cibo non è certo nostrano. Meglio provvedere prima, portandosi appresso salumi, costine di maiale e altro bendidio…
In compenso, dal razzo si gode un panorama notevole: Vède zó Temù e tanti altri paesi sul lago di Garda.
Una volta arrivati a destinazione, è importante calzare i Munbut, quella sorta di “doposci” inclusa nella tuta da astronauta. La superficie del satellite, infatti, è coperta di pietre: non certo gradevole, per chi ha un’unghia del piede incarnita.
Se, vent’anni fa, i Cinelli’s vedevano la Luna sui cachi, ora vedono I cachi söla Lüna: o, meglio, si aspettavano di trovarveli. Invece, non ce n’è nemmeno uno… chissà come mai!
La preoccupazione principale rimane, però, riuscire a seguire le partite di calcio. La televisione di bordo non riceve bene il segnale, l’antenna è troppo corta… A uno dei tre tocca dunque avventurarsi fuori dal razzo, con il compito di risolvere l’inconveniente tecnico (Slónghela).
Altra scomodità: lassù, Gh’è mia la dòcia. D’altronde, in assenza di gravità, l’acqua sarebbe andata dappertutto. Per non parlare di quando bisogna indossare il pigiama, o andare al bagno…
In più, si è esaurita La bombola dell’ossigeno e non se ne trovano di riserva. Vien proprio voglia di dire Che so gnit a fa’… Si stava così bene sulla Terra, con tutte quelle care e piccole abitudini che ora mancano. Magari, anche quella di guardare la Luna… a debita distanza, però!
Lo sconforto, tuttavia, dura solo finché i Cinelli’s non scoprono il famoso Dark Side of the Moon: sulla parte del satellite mai visibile dal nostro pianeta, sembra esserci un vero e proprio Paese di Cuccagna.
L’album si conclude in modo circolare, con Snàza: alla fine dell’impresa, bisogna tornare dalla dolce metà e scusarsi d’averla trascurata. Tra il viaggio spaziale e le conseguenti interviste in televisione, non c’è stato tempo per l’amore. Ma non ci si è dimenticati di portare una boccetta di profumo della Luna, che parrebbe paradisiaco.
Insomma: l’impresa dei Cinelli’s è meramente un frutto di scanzonata fantasia. Ma (ancor più di quella di Armstrong) è riuscita a farci sentire la Luna vicinissima alla nostra Terra.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 145 (agosto 2019), p. 6.


venerdì 16 agosto 2019

Leggendo “Grigliata per un cadavere” di Daniele Ossola (BookSprint Edizioni)


grigliata per un cadavere daniele ossola thrillerAll’investigatore Dario Losa piaceva filosofeggiare, preso pure da fresche attitudini moderne, tipo il combattimento distinto dalla massa, quello di matrice orientale, in cui mente e fisico si coniugano… un principio indimenticabile vista una figura paterna profondamente seguace del Duce, da cui ereditò comunque un’assistente fedele, tale Gianna Frigerio, grande lavoratrice null’affatto evasiva, originaria della Brianza, sgarbata negli atteggiamenti seppur elegante nelle pose.
Un giorno però si presentò Marta Riondino, una donna in ansia per le sorti della sua ultimogenita, proveniente da Genova stando al parlato e che si comportava in una maniera tale da poterla inquadrare nel ceto mediamente borghese, avente poco o niente di che spartire con la Frigerio stranamente; forse essendo così bella tanto da reputarsi come la migliore ammaliatrice tra coloro che davano lavoro all’investigatore, convinto del resto che qualsiasi godimento volgesse all’immensità. 
Una mano sulla coscienza pareva d’obbligo giacché Dario si sentisse invitato al recupero di un affetto incalcolabile, a costo cioè d’inguaiarsi seriamente… ma la cospicua entrata economica preventivata lo induceva a proseguire, tra i sospetti sulla Riondino che non voleva assolutamente coinvolgere polizia e carabinieri, abile guarda caso a premunirsi in possesso di armamenti, e… con un precedente penale derivante dal favoreggiamento alla prostituzione di cui si seppe dopo!
Ossola è capacissimo a riprodurre scrivendo una e più sequenze cinematografiche, raccogliendo e avvolgendo nelle tenebre delle isolate sorti, dalla faticosissima attribuzione per il protagonista, Dario Losa, dovendo egli avere a che fare con rivelazioni scottanti a getto continuo (e per giunta sotto la lente d’ingrandimento impugnata dalle forze dell’ordine, chissà perché), lungi da come si presentò quella donna; roba insomma da risolvere una vicenda diversa, mettendo in ballo attitudini sia fisiche che interiori non conciliabili sia nell’uno che nell’altro caso.
Della Vedova, il compagno della figlia della Riondino, si trovava ad attendere per le lunghe Losa cercando malamente di mantenere un tono di sfida prima di portarlo alla corte del suo impaziente padrone… questi si chiamava Marcantonio Bellagamba, e andava scrutato per delineare una situazione rinsaldando conoscenze di già sul medesimo, noto e rispettato a Milano per i profitti che traeva non proprio in linea di legalità, ma con un’autorevolezza evidente e senza destare arroganza, saggio nel gustare le sue prede dando adito falsamente al buonsenso… e del resto vatti a fidare dei biglietti di presentazione!
L’investigatore intanto decise di non battere più la testa contro quel muro che di solito le donne erigono mentalmente, mentre una tantum il giostratore della carne in casa Riondino badava con estrema scaltrezza affinché non gli sfuggissero dei pezzi variegati e succulenti dalla griglia, e non era altri che il marito (anzi, l’ex!), dall’aria un po’ desolata, pur attentissimo a ciò che faceva, come ad accantonare per sfoderare di botto il potere di una rivendicazione, senza preoccuparsi del luogo, né del motivo e tantomeno della persona alla quale indirizzarla.
La spregevolezza prevale sul pericolo nei toni e nei modi di fare, tanto d’avere l’impressione di non uscire da uno stato di passività, che al Losa gli si ripercuote nuovamente, seppur il primo passo inteso per reagire si coniuga alla sottigliezza di un tempo qual è quello della prevenzione, senza quindi volgere allo sfacelo; consapevole di stare seriamente in fallo, ch’era necessario riprendere solo ed esclusivamente il bandolo della matassa per non sprofondare nell’abisso dei sensi.
L’investigatore seguendo l’istinto avrebbe potuto uccidere chi gli metteva il bastone tra i piedi, se non fosse che riflettendo come un essere umano che si rispetti aveva deciso di distaccarcisi, armato giusto per salvarsi (abile comunque a sferrare colpi come una bestia indifferente e  indefessa), rimanendo diffidente nei confronti del guardiano di casa Riondino, che voleva vederci chiaro come lui, che pareva innocente anche se sarebbe stata poi un’impresa titanica testimoniare favorendolo, alla faccia di coloro che giocando d’astuzia gli avevano scaricato tutte le colpe del caso.
A Corelli, al guardiano, Losa gli aveva fatto oramai la cornice, indagando sui suoi precedenti fino a constatare un fisico scolpito all’inverosimile e una dedizione nel salvaguardare chi gli dava lavoro a dir poco lineare… erano gli altri a rimuginare sull’intraprendenza del protagonista in positivo di questo thriller, senza immaginare la purezza dovuta dall’ingenuità, ch’è tipica di tutti quelli che provano a risolvere qualcosa tra la vita e la morte.
L’autore incuriosisce con svariate figure a prova d’umanità che si scambiano il posto, che implicano altrettante storie che s’intersecano, adoperando una verve confidenziale nella scrittura, uno slang fedele alle radici semiborghesi d’individui inventati, che alla fine del secondo conflitto mondiale colsero certe occasioni di rilancio che si sono rivelate poi discutibili; roba d’essere riusciti a primeggiare, specie economicamente, in una Milano da rimediare sempre, ma chissà se civilmente.

·         Daniele Ossola ha vissuto per molti anni a Milano, dove ha conseguito la Laurea in Economia e Commercio all’Università Cattolica. 
Daniele Ossola scrittore

Ha ricoperto numerosi ruoli in ambito sociale a Ranco, luogo dove ora vive, tra cui Assessore alla Cultura con la direzione, iscritto all’O.d.G. di Milano, del periodico Il Gabbiano.
La grande passione per il teatro amatoriale lo ha portato a fondare e dirigere alla metà degli anni ’80 “La Cumpagnia del fil da fer”, formata da adolescenti e per la quale ha scritto le sceneggiature e curato la regia.
Ha fatto parte della Compagnia Teatrale Isprese, in qualità di aiuto regista e attore.
Ha coordinato laboratori teatrali di dizione e postura, presso la Scuola Primaria di Ranco, occupandosi delle sceneggiature e della regia.
Ha scritto anche fiabe e racconti, partecipando con successo a numerosi concorsi letterari a livello nazionale, convogliati nella pluripremiata raccolta Storie di tanti, pubblicata dalla BookSprint Edizioni.
Una sua commedia brillante, L’incubo di Capitan Uncino, fa parte della Collana Ars Theatralis de Il Convivio Editore.



sabato 10 agosto 2019

Le Muse dell’Onirico inaugurano un laboratorio teatrale


La compagnia teatrale manerbiese “Le Muse dell’Onirico” è nata proprio grazie a un laboratorio teatrale, finalizzato a preparare la commedia Essere o apparire, questo è il dilemma. Ecco che la medesima compagnia rilancia l’esperienza. Sono già in programma nove serate (ore 20:30 - 23:00): 3 - 4 - 10 - 17 - 24 settembre; 8 - 15 - 22 - 29 ottobre 2019. L’iniziativa s’intitola, letteralmente: “Laboratorio di teatro per adulti dai 20 anni in poi”. 
le muse dell'onirico manerbio ubu re

A condurre il corso, sarà nuovamente il regista e attore Davide Pini Carenzi (Cremona, 1983): colui che ha preparato gli attori e diretto le due commedie già inscenate dalle “Muse”. Il taglio scelto non sarà accademico, né intensivo. La proposta è quella di “giocare al teatro”, rilassando le tensioni, interagendo con gli altri e “facendo scattare la scintilla” dell’arte. 
“…è sufficiente che una persona attraversi uno spazio delimitato e che un’altra stia a guardare, per poter permettere al teatro di accadere” recita la presentazione del laboratorio su Facebook.



Stando a quanto proposto nella precedente edizione del corso, i partecipanti saranno chiamati a improvvisare danze, a gestire la camminata nello spazio delimitato, a relazionarsi coi compagni tramite il contatto visivo o il lancio di una palla, a creare scambi di “botta e risposta”… L’idea non è tanto quella di formare nuovi attori (cosa che richiederebbe un percorso accademico), quanto quella di divertirsi e sperimentare un accostamento concreto all’arte drammatica. Di impegnativo ci sarà sicuramente il lavoro fisico: perché il teatro è soprattutto azione e movimento. Alla fine, chissà… non è improbabile che i partecipanti si ritrovino a preparare una rappresentazione di alto livello su un copione spassoso.
La quota di partecipazione (non rimborsabile) è di 225 €, da suddividere in due tranches, più 15 € di iscrizione. Chi fosse interessato può iscriversi nella Biblioteca Civica ogni giovedì, dal 25 luglio al 29 agosto, dalle ore 20:30 alle 22:00.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 145 (agosto 2019), p. 7.