mercoledì 26 settembre 2018

Esce "Streghette mie": dieci storie per ridere magicamente

Non ero particolarmente attratta dalle figure di strega, da bambina. Il mio personaggio preferito era la Sirenetta: prima, perché viveva sott'acqua e poteva godersi le meraviglie dei fondali senza annegare o implodere; poi, perché mi identificavo col suo cuore spezzato. Inutile dire che, ora che ho superato i quattordici anni, sono molto più cattiva e ironica sull'amore. 
erica gazzoldi streghette mie copertina
Erica Gazzoldi, Streghette mie
(Amazon, 2018)

All'università, mi sono innamorata della figura di Medea, dedicandole persino un paper. Ma è soprattutto all'influsso di Mariangela Galatea Vaglio, la famosa autrice di Didone, per esempio (2014, Ultra), che si deve la nascita di questo libriccino: Streghette mie (2018, Amazon Kindle Direct Publishing Project). Il titolo è invece un omaggio a Bianca Pitzorno, un'autrice che ha animato la mia infanzia e che è nota sia per l'attenzione ai personaggi femminili, sia per il suo spirito garbatamente dissacrante. L'ironia è una puntura contagiosa, soprattutto se stuzzica ciò che amiamo di più. Ecco che, dalle opere letterarie che avevo assaporato e digerito, sono risaltate fuori loro: figure di maghe e di streghe rimaste precedentemente in secondo piano, ai miei occhi, e che ora sembravano guardarmi... con l'aria confidenziale di chi ha qualcosa da dire.
Queste dieci storie sono dieci monologhi, volutamente leggeri. Prendeteli per quello che sono: spero che vi divertano. Anche perché, a furia di divertirsi, ci si può imbattere in qualcosa di molto serio.

Le abbiamo odiate, amate, denigrate, studiate. Sono le maghe e le streghe delle fiabe e della letteratura. Brutte e cattive (o belle e cattive), perché così hanno voluto coloro che ci hanno parlato di loro: per dogma religioso o pregiudizio socio-culturale. Ma, comunque siano, sono sempre… incantevoli. Irresistibili. Perché ci parlano da un luogo profondo, per il quale non possiamo evitar di passare. Ci parlano dallo specchio.

Disponibile in formato Kindle e in paperback.


lunedì 24 settembre 2018

Storie matte e folletti nel museo

tiziano manzini pandemonium teatro manerbio
Tiziano Manzini,
Pandemonium Teatro

La Stagione delle Fiabe 2018, a Manerbio, ha avuto inizio il 17 luglio, con “Cacciatori di maghi e alchimisti”: un incontro col dott. Ennio Ferraglio, direttore della Biblioteca Queriniana. Più leggeri e giocosi sono stati gli incontri successivi. Come il primo, sono stati organizzati nel giardino della Biblioteca Civica, grazie alla collaborazione fra il Comune e diverse associazioni locali.
            Il 24 luglio, è stata tenuta una lettura teatrale con Tiziano Manzini, della compagnia “Pandemonium Teatro”. Il titolo era: “Che storie matte che hai!” Essa introduceva il tema della Notte delle Fiabe programmata per settembre: Cappuccetto Rosso. Alla fiaba, alludevano anche i travestimenti del pianista Fabio Berteni, che ha eseguito i sottofondi delle serate. Dopo essere stato nei panni del lupo, ha indossato quelli della nonna e quelli del cacciatore. Andrea Manera accoglieva i convenuti, in costume da mago.
            Le letture di Manzini giocavano con lo schema di “Cappuccetto Rosso”, per proporne varianti… di tutti i colori.
            “Cappuccetto Bianco” era corredato da magnifiche illustrazioni… bianche. Già, perché la neve copriva ogni cosa. “Cappuccetto Rosa” faceva calare sulla storia una sdolcinata nuvola… rosa, appunto.
Dai colori agli aggettivi: cosa succederebbe, se Cappuccetto Rosso divenisse Cappuccetto… Razzo? O Rozzo? O Tonto? O Lento? O Buffo? O…? La rivisitazione in versi di Roald Dahl vede invece la bambina sparare al lupo e farsene una pelliccia. 
cristiana negroni bibliotecaria legge fiabe
Dott.ssa Cristiana Negroni,
bibliotecaria
            Il 7 agosto, a leggere storie è stata invece la dott.ssa Cristiana Negroni, bibliotecaria. Il tema era: “I folletti del Museo”. Già, perché ci sarebbero segni della presenza di folletti nel Museo Civico di Manerbio, ha detto Cristiana… Ma come riconoscerli? Occorre qualche esempio fiabesco. La lettrice ha cominciato con il famoso “Pollicino”: non viene mai chiamato folletto, ma è comunque minuscolo e astutissimo. Poi, è stata la volta de “I folletti e il calzolaio”, di cui esistono note versioni a cura dei fratelli Grimm e di H.C. Andersen. Qui, essi aiutano un bravo, ma povero calzolaio a trovare ricchi clienti, confezionando nottetempo scarpe straordinarie. Cristiana ha ricordato, però, anche i folletti come il shakespeariano Puck, di “Sogno di una notte di mezza estate” (1595 ca.): fautori di atroci dispetti, che rovesciano i boccali, fanno fallire la preparazione del burro casalingo, mescolano i sentimenti e i destini degli umani… Oppure, gli “Sgraffignoli” di “Sotto il pavimento”: un romanzo di Mary Norton (1952), da cui è stato tratto il film d’animazione giapponese “Arrietty” (2010). La loro presenza spiegherebbe la continua scomparsa di aghi, elastici, fazzoletti, uncinetti… Anche i rumori notturni, magari, come nella poesia “Chi bussa?”. Insomma: i folletti sono la personificazione dei piccoli fenomeni di “perdita di controllo” sulla realtà domestica: dalle pietanze che bruciano sui fornelli, agli oggetti che spariscono, agli improvvisi lampi di genio nel lavoro artigianale. Secondo il vocabolario Treccani on line, “folletto” è il diminutivo di “folle”: sono piccole pazzie, dimenticanze, vuoti nell’attenzione e nella conoscenza di ciò che crediamo familiare. Sono anche quotidiane paure e meraviglie di chi vive senza le sicurezze del denaro e delle tecnologie sofisticate. 
Fabio Berteni e Giambattista Marchioni biblioteca manerbio stagione delle fiabe 2018
Fabio Berteni e Giambattista Marchioni
E il Museo Civico? Cristiana ha letto, grazie a una lente, una lettera minuscola ritrovata nella Biblioteca Civica: “Volevamo informarvi che, qui, non abita nessuno. Soprattutto, non ci abitano folletti. Noi siamo folletti e ce ne intendiamo. Se sentite rumori nel museo o sparisce qualcosa, saranno topi, formiche superintelligenti o alieni, ma non folletti…” Ovviamente, dopo aver stimolato così la curiosità dei piccoli, è stata organizzata una visita guidata al museo. Al lume delle torce elettriche, sono stati scoperti angoli arredati con mobili minuscoli: un salottino, una cucina, camerette… Vietato toccare e disturbare. Ma non immaginare.

Paese Mio Manerbio, N. 136 (settembre 2018), p. 10

Conosci te stesso. Ma non ti piacerai

l'uomo lupo 1941 lon chaney jr.
Lon Chaney jr. in L'uomo lupo (1941)

L’uomo lupo (The Wolf Man, 1941; regia di George Waggner) è uno dei film prodotti dalla Universal Pictures che hanno segnato l’immaginario horror internazionale. Al contrario di pellicole come Dracula o La Mummia, non si basa su opere letterarie o figure già popolari in precedenza. Lo sceneggiatore Curt Siodmak si poté muovere così su un “terreno vergine” (o quasi). Ma ebbe l’accortezza di costruire il suo Uomo Lupo servendosi di materiali che avevano già un’alta carica simbolica. Ci sono gli zingari, emblemi della “diversità” e della “magia”. C’è l’argento, metallo impiegato per fabbricare crocifissi e altri oggetti benedetti. C’è la luna piena, ipnotica di per sé, nonché uno dei più antichi mezzi per misurare il tempo della natura. C’è l’aconito: in inglese wolfsbane, “veleno di lupo”. (Compariva anche nel Dracula del 1931, sempre prodotto dalla Universal, come arma contro i vampiri). C’è il pentagramma… e, sulla fortuna  di questo simbolo, si potrebbero scrivere pagine intere. Raffigurato sul pentacolo fin dal Medioevo, era impiegato come simbolo di protezione nei riti magici. Ricorda un uomo vitruviano stilizzato, emblema della corrispondenza fra la struttura umana e quella del macrocosmo naturale.  Alain Daniélou, nel suo saggio su Śiva e Dioniso (Roma 1980, Astrolabio-Ubaldini Editore), riconduce il numero 5 proprio alla struttura dell’essere umano (cinque sensi, cinque dita…) e del mondo sensibile: sacro, pertanto, nello Śivaismo, fondato sulla conoscenza di essa. Siodmak rende il pentagramma il simbolo dell’Uomo Lupo: contrassegno delle sue vittime, ma anche amuleto contro di lui. Insomma, questo mostro nasce dalla natura profonda dell’Homo sapiens sapiens: quello che può trasformarsi in belva “quando fiorisce l’aconito/e la luna piena risplende la sera” e la cui unica salvezza è essere consapevole della propria identità.
            Proprio il rifiuto di tale consapevolezza conduce lentamente alla rovina Lawrence “Larry” Talbot (Lon Chaney jr.), giovane gentiluomo appena rientrato in famiglia dopo la morte del fratello. Siamo in Galles, in una ricca e avita magione. Tutto ha perciò l’aspetto di un ritorno alle radici, effettuato da un figlio tutt’altro che pacificato con il padre (Claude Rains). I due non si vedono e non si parlano da anni; non c’è indizio che abbiano realmente affrontato le ragioni del conflitto. Ma devono andare d’accordo, ora. Gli interessi della famiglia e la trasmissione ereditaria vengono prima di tutto.
            Sir Talbot padre è un appassionato di astronomia: ovvero, studia con rigore scientifico le leggi del macrocosmo, senza sapere che esse coinvolgono anche la sua “piccola” vita - senza sapere che una luna piena in cielo equivarrà a una terribile trasformazione nella sua casa. Più “terreno”, fin da subito, è lo sguardo di Larry: il telescopio, nelle sue mani, punta verso il villaggio nel quale deve imparare a vivere. La lente inquadra la finestra della bella Gwen Conliffe (Evelyn Ankers), colta in un momento di riservatezza nella propria camera. Non viene mostrato alcunché di sconveniente: lei si sta solo togliendo gli orecchini (proprio a forma di lune, toh…). Eppure, la situazione è palesemente voyeuristica. Se è stato il “caso” a puntare il telescopio da quella parte, ciò non vale per gli occhi di Larry, che indugiano su di lei. Lo strumento è tanto potente da far credere di poter toccare le stelle… e fa lo stesso con le persone, come si premurerà di sottolineare l’ “astronomo” galante. Prevedibilmente, non appena ne ha l’occasione, l’uomo va a conoscere la ragazza, che lavora nel negozio d’antiquariato di famiglia. Ancora uno scavo nel passato, dunque, che porta il protagonista a scoprire “casualmente” un oggetto-chiave del suo destino: un bastone dal pomo d’argento, foggiato a testa di lupo con un pentagramma. Il caso (sembrerebbe dirci Siodmak) è una delle forme che prende il nostro inconscio per parlarci.
            I personaggi del film sembrerebbero avidi di leggere quello che l’inconscio/desiderio/destino ha in serbo per loro, tramite gli eventi apparentemente fortuiti. Tant’è che si recano a farsi leggere la mano dallo zingaro Bela (Bela Lugosi… sì, lui). L’arte del gitano nasce da una cultura per cui “come la pioggia affonda nella terra e i fiumi sfociano nel mare, così le nostre lacrime scorrono per una fine predestinata.” Una cultura, insomma, alla quale è ben presente quella corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo di cui parlavamo, adombrata nelle cinque punte del pentagramma. Larry, fra l’altro, si era presentato a Gwen come sensitivo: uno scherzo per spiegarle come avesse conosciuto i dettagli dei suoi orecchini. Ciò introduce un’ambiguità fra la scienza dell’astronomo e l’arte dell’indovino, che legge la mano (ancora una cinquina!). Queste due culture, apparentemente lontanissime, debbono incontrarsi, nel comune desiderio di conoscenza: conoscenza del cielo e conoscenza delle piccole cose umane, sempre più incamminate verso una confluenza.
Del resto, Bela deve conoscere per forza tale confluenza: è lui il primo uomo-lupo che incontriamo nella storia. Il ciclo della luna e la fioritura dell’aconito si esprimono anche in lui. La sua vittima designata (guarda caso) è una bella ragazza impaziente di sposarsi: Jenny (Fay Helm), l’amica che Gwen ha condotto con sé. Viste le palesi intenzioni di Larry, costei dovrebbe essere la reggimoccolo, guardiana dell’amica già fidanzata. Eppure, Gwen la lascia da sola con Bela, per allontanarsi nei boschi con il corteggiatore. Ancora una volta un’ambiguità, la cifra del licantropo mutaforma. Nessuna delle due fanciulle fa alcunché di male, in superficie. Eppure, Gwen si lascia condurre in un luogo isolato da un giovane che la desidera, senza opporgli nemmeno un’obiezione; Jenny, sola con un uomo, gli palesa la propria voglia di marito. In un certo senso, anche le due donne debbono fare i conti con la “bestia” bramosa che vive dietro il loro aspetto virtuoso. Ecco, dunque, che l’elemento bestiale coglie l’opportunità per esplodere. Bela, trasformato, uccide Jenny. Larry cerca di salvarla e uccide a propria volta l’aggressore, col pomo d’argento del bastone. Ma rimane morsicato: l’incontro con la nostra parte violenta non lascia mai indenni. È lui il nuovo Uomo Lupo, ora.
            La sua (come informa Sir Talbot padre) potrebbe essere anche considerata una forma di schizofrenia: la licantropia, appunto. (Vedasi anche qui.) Senza saperlo e senza volerlo, Larry è condannato a divenire un mostro, ogni volta che le condizioni naturali lo determinano. Una tragedia del fato? 
l'uomo lupo 1941 maleva Maria Ouspenskaya
La vecchia zingara Maleva
(Maria Ouspenskaya in L'uomo lupo, 1941)
            Non interamente. Entrare nel bosco per farsi predire la fortuna da uno zingaro era stata una scelta cosciente dei protagonisti. Così pure l’Uomo Lupo potrebbe scegliere di farsi curare, secondo le due vie che gli sono offerte: quella del folklore,  propostagli dalla madre del defunto Bela (Maria Ouspenskaya), e quella della psichiatria, apertagli dal Dr. Lloyd (Warren William). Ma Larry, uomo pragmatico e moderno, disprezza i rimedi della zingara; quelli del dottore gli sono invece preclusi dal padre, che non vuol far allontanare e internare l’unico erede rimastogli. La testardaggine umana è più forte di qualunque destino. Cambiando un poco la formula dell’anziana zingara, potremmo dire: le nostre lacrime scorrono verso il fine che le nostre scelte hanno predestinato.

sabato 22 settembre 2018

La memoria passa anche per Manerbio


staffetta della memoria manerbio 2018All’inizio di agosto, torna il ricordo della strage di Bologna (2 agosto 1980): alle ore 10:25, un ordigno esplose alla stazione della suddetta città, uccidendo ottantacinque persone e ferendone oltre duecento. Altri episodi simili sono quelli di Piazza della Loggia, a Brescia (28 maggio 1974) e di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969). 
L’attentato di Bologna si collocava nel quadro di quello che il settimanale inglese The Observer, nel dicembre 1969, chiamò “strategia della tensione”: un insieme di atti terroristici volto a creare il terrore nella popolazione e a prepararla ad accettare svolte politiche di tipo autoritario. Così le forze reazionarie (gruppi neofascisti, settori degli apparati di sicurezza statali) risposero alle lotte sociali iniziate nel ’68 – ’69 e all’avanzata elettorale del Partito comunista italiano. La strage di Brescia avvenne proprio durante una manifestazione contro il terrorismo neofascista. Quella di Milano colpì la Banca Nazionale dell’Agricoltura; insieme ad altri quattro attentati progettati per lo stesso giorno, segnò l’inizio della suddetta “strategia della tensione”. Le esplosioni di Milano furono attribuite, in un primo momento, agli anarchici; più tardi, le indagini si concentrarono su Ordine Nuovo (organizzazione di estrema destra) e su esponenti dei servizi segreti.
            Per ricordare questi tre tragici episodi, ogni anno, l’AGAP (Associazione Gruppi Amatoriali Podistici) di Milano e il Coordinamento Staffette Podistiche di Bologna organizzano la staffetta “Per non dimenticare”. In questo modo, si concretizza l’idea della memoria in movimento, che torna sui luoghi dei misfatti per ammonire la generazione presente. Essa è partita dal capoluogo lombardo il 30 luglio 2018, è passata per Brescia il giorno seguente ed è giunta a Bologna il 2 agosto. In questo percorso, com’è abituale, era compresa Manerbio. 

staffetta della memoria manerbio 2018Il 1 agosto 2018, alle ore 7:10, in Piazza Italia era stato allestito l’usuale comitato di benvenuto per i podisti. Erano presenti rappresentanti dello Spi (Sindacato pensionati italiani) - CGIL, dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e del Comune: il sindaco Samuele Alghisi, l’assessore Fabrizio Bosio, i consiglieri Annamaria Bissolotti e Fabio Berteni. Oltre che dalla CGIL e dall’ANPI, la staffetta “Per non dimenticare” era firmata da CISL e UIL. In piazza, erano presenti i Carabinieri; la Polizia accompagnava i podisti. Questi ultimi erano affiancati anche dai furgoncini forniti dal Comune di Bologna e dalla Cooperativa Sociale Santa Rita - onlus di Milano.
Da Bagnolo Mella, è così giunto, tra gli applausi, il gruppo podistico “Running Prealpino” di Brescia. È stato accolto da un meritato buffet di dolci. Il testimone è passato all’Atletica Rebo Gussago.
Alle autorità locali, sono stati lasciati doni simbolici: un pennuto di pezza, mascotte della staffetta; una targa commemorativa e (soprattutto) una clessidra, per sottolineare che il tempo non deve passare invano, né cancellare la memoria.

Paese Mio Manerbio, N. 136 (settembre 2018), p. 20.

venerdì 21 settembre 2018

La storia d’Italia in una casa e una chitarra

Museo Zenucchini Manerbio camicia rossa garibaldina
Camicia garibaldina
nel Museo Zenucchini di Manerbio
Il 25 luglio 2018, è avvenuto un altro degli incontri culturali denominati “Piano in casa - Musica e parole per ville e giardini”. L’iniziativa era firmata dal Comune di Manerbio, dall’A.N.P.I. locale (sez. G. Bassani) e dal Sistema Bibliotecario della Bassa Bresciana Centrale. Un altro dei loghi in locandina era quello del progetto “Magazzino Merci Manerbio”, volto al recupero dell’omonimo edificio presso la stazione. Il luogo prescelto era il museo privato della famiglia Zenucchini, nell’abitazione adiacente alla Torre Civica. Questa dimora fu anche Casa Municipale e Sede Vicariale della Repubblica di Venezia. 
            Stavolta, in luogo del “piano” enunciato nel titolo, c’era una chitarra: più adatta ad eseguire i brani risorgimentali e le canzoni partigiane proposte durante la serata. I pezzi erano stati scelti per la concordanza col contenuto del museo Zenucchini: cimeli di storia italiana dall’Ottocento alla Seconda Guerra Mondiale. Il breve concerto è stato tenuto all’aperto in via XX Settembre 2B, accanto alla Torre Civica. A suonare e cantare era Isaia Mori. Ha cominciato con la “Rêverie” di Giulio Regondi (Ginevra, 1822 – Londra, 1872)  e con i “Recuerdos de la Alhambra” di Francisco Tárrega (Vila-real, 1852 – Barcellona, 1909). Quest’ultimo è stato eseguito con la tecnica del tremolo, che ottiene effetti sonori simili a quelli del mandolino. In tal modo, è stato reso omaggio alla temperie culturale del secondo Ottocento, nella quale erano compresi i canti successivi.
            Del 1860 era “Camicia rossa”, nota canzone garibaldina. “Fuoco e mitragliatrici” (1915-1916) rimandava invece a un episodio della Grande Guerra: quello della Trincea dei Raggi” (o “dei Razzi”), che i fanti della Brigata Sassari conquistarono con un assalto alla baionetta, alle pendici di Monte San Michele. Contrariamente da quanto ci si potrebbe aspettare da una canzone militare, essa esprimeva più il lutto per la perdita di tanti “fratelli” che non un sentimento combattivo. “Addio padre e madre addio” (1916) proseguiva su questa scia, dando voce al rimpianto di chi doveva partire per la guerra. Ancora più forte, in tal senso, era il contenuto di “Gorizia, tu sei maledetta” (1916 ca.). “Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna)” (1944), un canto creato dalla III Brigata Garibaldi “Liguria”, ha spostato il focus dalla Prima Guerra Mondiale alla Resistenza. “La Badoglieide” (1944) era un brano satirico contro il generale Pietro Badoglio: esso esprimeva le accuse di opportunismo politico che gli venivano rivolte dagli antifascisti non monarchici. Sono seguite le proverbiali “Pietà l’è morta” (1944, di Nuto Revelli) e “Bella ciao”. La conclusione, però, è spettata a “La guerra di Piero” (1964) di Fabrizio De André: non c’entrava alcunché col patrimonio delle canzoni popolari su Risorgimento, guerre mondiali e Resistenza, ma condivideva con esse il clima di condanna del sacrificio umano. 
Isaia Mori Manerbio
Isaia Mori
Durante la serata, ai convenuti è stata offerta l’anguria, spiegata come “cucurbitacea antifascista per eccellenza”: perché la sua dolcezza si trova nel rosso e bisogna sputarne… il nero.
È seguita, naturalmente, la visita al museo di casa Zenucchini, contenente (fra gli altri cimeli): un manichino vestito della camicia garibaldina, cuccette destinate agli internati militari italiani nei lager, acquerelli su cartoline di recupero (con cui i prigionieri ritraevano il paesaggio dei suddetti lager), foto d’epoca. La singolarità del museo era la possibilità (da parte dei padroni di casa) di ricondurre ciascuna parete al ricordo di una persona cara. Non certo una cosa allegra, ma un modo immediato per ricordare che la Storia ci tocca da vicino.

giovedì 20 settembre 2018

Tutti in teatro con Antonella Settura


Antonella Settura è nota a Manerbio come direttrice artistica del Centro Danza. Ma la sua direzione artistica si esercita anche in un’altra iniziativa: la rassegna di concorsi “Tutti in teatro”, ospitata dal teatro “Pio XI” di Bagnolo Mella. 

L’idea è nata dalla poliedrica passione della Settura per le arti: principalmente la danza, come è noto, ma anche la musica, il canto, la scrittura creativa e la recitazione. “Tutti in teatro” è dedicata ai giovani: in particolare, ai talenti che desiderano emergere.
            Per il 28 settembre 2018, è stata programmata una serata intitolata: “Facci ridere”. Quattro giurati decideranno a chi assegnare i due premi in palio. I titoli presentati sono perlopiù dialettali: sia perché il teatro vernacolare ha una vocazione macchiettistico-realistica che ben si presta a suscitare il sorriso, sia perché il genere è sempre apprezzato nella Bassa Bresciana. La pagina Facebook dedicata alla rassegna di concorsi ha già pubblicato l’elenco delle compagnie partecipanti, con il titolo che ciascuna presenterà. A rappresentare Manerbio, ci saranno le Muse dell’Onirico, dirette da Daniela Capra: proporranno un monologo dialettale dal titolo “Acqua e saù”, tratto da “Acqua e sapone” di Aldo Nicolaj. La compagnia “Il Gabbiano” di Brescia si presenterà con testo e direzione artistica di Matilde Pagani: “Le betòneghe dè piàsa Roèta”. La compagnia “Cafè di Piöcc” di Montichiari, diretta da Peppino Mura, inscenerà “Òja come la sàpes stàda”. “Gli Azzanesi”, con la direzione di Barbara Casanova, si esibiranno in “La prova”. La compagnia “G. Campini” (direttore artistico: Vincenzo Ongarini) giocherà in casa, con “Dè rinf o dè ranf”.
Ciascuna di loro, in venti minuti, dovrà rappresentare il rispettivo spettacolo comico, dando fondo a tutto il proprio talento e a tutta la propria preparazione. Far ridere è una cosa seria.

Paese Mio Manerbio, N. 136 (settembre 2018), p. 18.