lunedì 26 novembre 2018

Anime tenebrose: dai Carpazi al Danubio, passando per Praga


La dott.ssa Jennifer Radulović e il suo Circolo del Gotico non abbandonano il pubblico bresciano. Stavolta, l’argomento è stato fornito dall’innocente battuta di un’amica: venendo a sapere che Jennifer era autrice de Le novelle dei morti (2017, ABEditore), ha affermato che era naturalissimo vederla scrivere racconti gotici… dal momento che si chiamava “Radulović”.
             È effettivamente radicato nell’immaginario comune il binomio “Europa centro-orientale = brivido”. I motivi di ciò sono stati ripercorsi a Brescia, nel Teatro San Giovanni Evangelista, in una conferenza dal titolo: Anime tenebrose. Misteri, storie e leggende dai Carpazi al Danubio, passando per Praga. 
anime tenebrose circolo del gotico jennifer radulovic

            L’evento si è tenuto il 24 novembre 2018. La dott.ssa Radulović ha cominciato illustrando il complesso e sfumato quadro etnico-territoriale in cui il suo discorso avrebbe spaziato. In particolare, ha sottolineato come (nel XIV sec.) l’Ungheria fosse il regno più esteso del continente europeo. Un vero e proprio mosaico di lingue e culture, senza i rigidi confini nazionali e statali di oggi. Di esso, faceva parte la famosa Transilvania.
            Il primo personaggio presentato durante la serata, però, era russo: la Baba Yaga, la strega dalla gamba d’osso, sempre accompagnata da pestello, mortaio e scopa, nonché residente in un’isba poggiante su zampe di gallina. Brutta come l’inverno, è circondata da un recinto d’ossa e teschi: i resti di coloro a cui ha portato la morte naturale. Ma può apparire anche come una bellissima filatrice, o una protettrice di eroi. Come la terra, che è (di volta in volta) sterile e ghiacciata, ma anche splendida e generosa. È il personaggio principale di una fiaba contenuta anche nel celebre Donne che corrono coi lupi: quella di Vassilissa la saggia.
            Più difficile stabilire l’aspetto del Vij: re degli gnomi, dalle palpebre cadenti fino a terra? O drago a capo delle milizie infere? Fatto sta che esso è noto soprattutto nella versione “germanizzata” che ne ha creato Nikolaj Gogol’ nel 1835. Altri russi che hanno regalato perle al genere gotico sono: Aleksandr Puškin (La donna di picche, 1834); Ivan Turgenev (Una strana storia, 1870); Aleksej K. Tolstoj (Il vampiro, 1841; La famiglia del Vurdalak, 1839; Appuntamento tra trecento anni, 1839).
            Carla Corradi Musi, filologa ugro-finnica, si è occupata anche di tradizioni popolari riguardanti vampirismo, licantropia e sciamanesimo: in particolare, dei garabonciás, sciamani che vivevano nei boschi ed erano assai vicini agli animali.
            E Praga? È la città in cui Rodolfo II d’Asburgo (1552 –1612) scelse di vivere e morire. Educato in Spagna al rigore religioso, si appassionò poi di esoterismo e alchimia. L’attuale capitale ceca lo attrasse per la presenza di correnti gnostiche cristiane e della Qabbalah ebraica. Alla città, è legato anche Gustav Meyrink, autore de Il Golem (1913-14): romanzo ispirato proprio alla Qabbalah e a una leggenda praghese del ’500. Grazie al potere dei “nomi di Dio”, sarebbe possibile dare vita a un servo d’argilla senza volontà propria: il Golem, appunto. Il rabbino praghese Jehuda Löw, nel XVI sec., avrebbe però perso il controllo della creatura, ritrovandosi a doverla estinguere e nascondere… nella soffitta della Sinagoga Vecchia-Nuova, dove si troverebbe ancor oggi.
            Dalle leggende a luoghi macabri reali: il vecchio cimitero ebraico di Praga; l’ossario di Sedlec, in Repubblica Ceca, famoso (fra l’altro) per il suo raffinato lampadario… in ossa umane. E altre tappe sorprendenti, che vi lasceremo il piacere di scoprire nelle future edizioni di Anime tenebrose.
            La Radulović si è occupata anche della storia dietro i miti di Vlad l’Impalatore (1431-1476/7), modello del letterario Dracula, e della contessa Erzsébet Báthory (1560-1614). Due figure nelle quali la fantasia prende spesso il sopravvento sulla cronaca… Senza nulla togliere al valore dell’immaginazione per lo storico, che deve calarsi in dimensioni così lontane dal suo “qui ed ora”.

giovedì 22 novembre 2018

L’ANC di Manerbio così ricorda Nassiriya


L’anno scorso, l’ANC (Associazione Nazionale Carabinieri) di Manerbio festeggiò il 70°compleanno. Per l’occasione, fu  mostrato il risultato  della ristrutturazione del monumento al Carabiniere, in piazza Falcone. Una targa apposta alla sua base ricorda anche i membri dell’Arma caduti a Nassiriya
carabinieri manerbio nassiriya barbariga

            Il 30 settembre 2018, a Barbariga, l’ANC manerbiese ha voluto dare più spazio a quest’ultima commemorazione, dedicandole un vero e proprio cippo: il quinto, dopo quelli che ha collocato a San Gervasio, Bassano Bresciano, Pavone del Mella e Offlaga. La festa era concomitante con la Fiera del Casoncello. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza: del comandante provinciale dei Carabinieri, il colonnello Luciano Magrini; del comandante della compagnia, il capitano Tedros Comitti Berè; del comandante della stazione di Dello; del capitano del 10° Reggimento Genio Guastatori (di stanza a Cremona); di una rappresentanza della guardia di finanza di Manerbio; del sindaco di Barbariga Giacomo Uccelli e dei sindaci dei  Comuni limitrofi; del vicepresidente della provincia di Brescia Andrea Ratti; del consigliere regionale Gian Antonio Girelli; del senatore Gianpietro Maffoni.
            Ha partecipato anche il figlio del brigadiere Giovanni Lai, che ha dato il nome alla sezione manerbiese dell’ANC. Egli è noto per la “bomba di Piazzale Arnaldo”: a Brescia, nel 1976, cercò di rimuovere una borsa contenente un ordigno e rimase gravemente ferito nell’esplosione. Ciò gli valse la medaglia d’oro al valor civile.
            Le celebrazioni hanno compreso un corteo, durante il quale sono comparse alcune divise storiche tratte dalla collezione del maresciallo Daniele Trevisani, comandante dei Carabinieri della stazione di Manerbio.
            Non poteva mancare il famoso “suono del silenzio”, insieme alla lettura dei nomi dei diciannove carabinieri caduti a Nassiriya. Il colonnello Magrini e il sindaco di Barbariga hanno espresso gratitudine per il fatto che la partecipazione sia stata così grande, in un paese non certo esteso. Anche il presidente dell’ANC manerbiese, Antonio Anni, e il consiglio direttivo si considerano soddisfatti per l’esito della festa e della cerimonia.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p. 4.

lunedì 19 novembre 2018

Caro teatro dialettale, facci ridere ancora

filodrammatica la campini bagnolo mella
Filodrammatica "La Campini" di Bagnolo Mella
in Dè rinf o dè ranf 

Antonella Settura, insegnante di danza e artista poliedrica,  ha dato vita alla rassegna di concorsi “Tutti in teatro”. Il primo è stato “Facci ridere”, tenutosi al Teatro Pio XI  di Bagnolo Mella il 28 settembre 2018. Cinque compagnie si sono sfidate nella rappresentazione di una breve pièce comica dialettale. La giuria era composta dalla coreografa Cinzia Bricchi, dal giornalista Costanzo Gatta, dallo scrittore Delfino Tinelli e dall’autrice dialettale Velise Bonfante. 
 La serata è stata presentata dal manerbiese Andrea Manera. In apertura, è stato affiancato dal giovanissimo Lorenzo Ferrari in un battibecco tra “padre” e “figlio”: il tema era l’importanza del dialetto oggigiorno. Lingua “vecchia” e “di nicchia”, è però efficacissima nel rendere i moti viscerali dell’animo o nel descrivere “piccoli mondi” che arricchiscono il Mondo.
La prima a entrare in scena è stata la compagnia “Il Gabbiano” di Borgo Trento - Brescia, diretta da Matilde Pagani. Nata negli anni ’40 nella parrocchia di Cristo Re, è stata battezzata come l’omonima commedia di A. Čechov. Ha proposto Le betòneghe dè Piàsa Roèta, ambientata nella Brescia del secondo ‘700. Il ricco mercante Biagio Sìgola ha promesso in sposa la figlia Giselda a un aristocratico. Ma la cugina di Biagio, disprezzata dalle dame che il mercante invita ai ricevimenti, si vendica lasciandosi sfuggire un segreto…
È seguita la Filodrammatica “La Campini” di Bagnolo Mella, fondata nel 1947 e attualmente diretta da Vincenzo Ongarini. Prese nome da un partigiano bagnolese, cultore del teatro popolare. Per stemperare la drammaticità dei testi rappresentati all’epoca, si usava salutare il pubblico con brani spiritosi. Dè rinf o dè ranf è uno di questi. A Calvisano, il sindaco vorrebbe costruire una sala polifunzionale e un bottegaio ampliare il proprio negozio. Peccato che abbiano bisogno di riutilizzare un convento abitato da ben due frati, per nulla intenzionati a sloggiare…
daniela capra le muse dell'onirico manerbio
Daniela Capra
 (Le Muse dell'Onirico, Manerbio)
in Acqua e saù.
“Le Muse dell’Onirico”, nata a Manerbio nel 2016, ha giocato la carta dello humour nero. La direttrice Daniela Capra ha tradotto in dialetto il monologo Acqua e sapone di Aldo Nicolaj e l’ha interpretato personalmente. L’argomento era tratto dalla biografia di Leonarda Cianciulli, “la saponificatrice di Correggio” (Montella di Avellino, 1893 - Pozzuoli, 1970). Per follia superstiziosa, sacrificò tre donne, ricavando sapone dal loro grasso. Nicolaj muta il movente in un’ossessione per la pulizia. Le risate, naturalmente, non scaturivano dalla trama in sé, bensì dall’efficacissima interpretazione di un personaggio grottesco, unita al contrasto fra la soddisfatta naturalezza con cui la saponificatrice parlava delle proprie scelte e l’atrocità delle medesime.
“Gli Azzanesi”, diretta da Barbara Casanova, si è formata nel 2010 ad Azzano Mella. Hanno presentato una scena de La prova, di Maria Mangano. Un attore deve provare un importante monologo; ma deve condividere lo spazio del teatro con elettricisti e donne delle pulizie, fra reciproche incomprensioni.
La serata è stata conclusa da “Cafè di Piöcc”: “caffè dei poveri”, riferito alla fontana dove i meno abbienti di Montichiari si radunavano per parlare di fatti di vita - non potendo frequentare il costoso Caffè Gallina. Con questo nome, la compagnia esiste dal 1970. Peppino Mura ne è il presidente onorario, mentre la direttrice è Manuela Danieli. Ha partecipato con Òja come la sàpe stàda. Prenotare un volo low cost può non essere una buona idea. Soprattutto se la compagnia aerea si chiama “Avia Crucis”, la hostess è sempre ubriaca, il tecnico non ha mai riparato un motore in vita propria… E che altro, ancora?
 “La Campini” si è aggiudicata il premio per la migliore compagnia e “Le Muse dell’Onirico” quello per il miglior testo (nonché per la miglior interpretazione, ha precisato Tinelli).

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N.138 (novembre 2018), p. 18.

venerdì 16 novembre 2018

Bruno Mohorovich e la sua "Storia d'amore" in tre atti

Intervista con Vincenzo Calò


Bentornato Bruno! Ma il tuo cuore somiglia a un…? 
bruno mohorovich intervista
Bruno Mohorovich
... Vulcano... sì, forse a un vulcano in eruzione. E' un ammasso di emozioni, di sentimenti pronti a esplodere. C'è anche una fase di "addormentamento", ma quando si sveglia...!
In amore bisogna prendere l’iniziativa, ed è come nella vita di tutti i giorni?
La reazione di fronte all'innamoramento ritengo sia soggettiva. C'è chi prende l'iniziativa e chi... si lascia "catturare". In amore comunque si corrono dei rischi che necessariamente bisogna correre. Come scrive lo scrittore Daisaku Ikeda "Per fare esperienza di questa energia vitale è importante prendere l'iniziativa. Dovremmo stabilire degli scopi personali e lottare per realizzarli. Quando ci si sforza al massimo per uno scopo e lo si raggiunge si vive una grande gioia".
La banalità come va debellata nel dichiararsi, nell’aprirsi amorevolmente?
L'amore è fatto di cose semplici; da che mondo è mondo l'incontro fra due persone è fatto di gioco di sguardi, di ammiccamenti; un giocare a nascondersi e rivelarsi. Poi ognuno è artefice del proprio modo di dichiararsi: oggi si cerca a tutti i costi l'originalità perché si è vittime della condivisione dei propri sentimenti; la dichiarazione deve essere sensazionalistica, quando invece penso che sia un fatto privato, intimo. Un misto di imbarazzo e pudore, paura e vergogna. La banalità penso che sia inevitabile; se per banalità intendiamo il dono di un fiore, di un cioccolatino, di un bigliettino fatto scivolare furtivamente fra le mani dell'innamorata. La dichiarazione d'amore è una..."sciocchezza" che si ritualizza, sempre, uguale a se stessa.
È elettrizzante sentirsi amanti sia in privato che in pubblico?
Se l’amore è proibito, ed è allora certamente elettrizzante, reca un misto di fascino e paura; una sfida. Se, al contrario, "amante" lo si coglie nel suo significato, cioè participio presente in quanto "colui che ama"... cosa c'è di più bello che rivelare agli altri il proprio amore...? Anche questo può essere un modo per sollecitare l'invidia o l'ammirazione. 
bruno mohorovich storia d'amore una fantasia

Quando ci si arriva a dire “ti voglio bene” è un brutto segno?
Detto in principio è il primo passo verso il fatidico "ti amo", a volte lo usiamo per nascondere il nostro vero sentimento e usiamo l'espressione fino a quando sboccia l'amore, fino a quando non si possono trattenere le famose due paroline. Se pronunciato quando il sentimento sta scemando o, ancor peggio, quando l'amore non lo si prova, allora è decisamente un brutto segno.
Ma dell’amore si butta via niente, è come con il maiale in pratica?
Non ci ho mai pensato; quando si ama, se si ama, si ama totalmente; tutto è bello, vissuto intensamente.
Perché l’amore oggettivamente non vince? Il distacco generazionale per esempio, depotenzia l’idea di amare?
Mi viene in mente una frase a me molto cara, di Dostojevski: "L'uomo è cattivo perché non sa di essere buono". Ecco, amplificando il significato della parola Amore, direi che purtroppo nelle vicende della vita il male ha spesso la meglio sul bene; il bene è insulso: quanti problemi potrebbero venire risolti se l'uomo pensasse veramente col cuore? So di essere banale con questa risposta, eppure sono convinto, quasi donchisciottescamente, che l'amore può e deve vincere. Sempre. In una relazione di coppia si vince e si perde insieme, non c'è un vincitore e non c'è un vinto. In amore si vince solo se si lotta, se si crede che valga la pena di stare insieme. Il distacco generazionale è certamente un problema. Il divario di idee, di opportunità, di occasioni di confronto, nelle generazioni attuali - sempre senza generalizzare - c'è, è palpabile. Non è un segreto per nessuno che da sempre ci sono state le differenze generazionali; oggi sono maggiormente accentuate a seguito dell'imperversante tecnologia, dell’incapacità di costruire un dialogo in seno alla famiglia che tende a delegare. Tutto questo, e forse non solo questo, contribuisce a depotenziare l'idea di amore e la capacità di amare. In una società consumistica, dove tutto è usa & getta anche l'amore probabilmente paga il suo scotto. Pensiamo alle relazioni e a come finiscono: non c'è oggi la capacità di sopportare un rifiuto, ci si lascia con un messaggio. La sfera del sentimento s'impoverisce, si svuota della sua essenza. Sento tanto parlare di "educazione al sentimento"; se non facesse piangere ci sarebbe da ridere, eppure oggi sembrerebbe una necessità.
Bisogna essere intelligenti per far sì che…?
... si continui ad amare? Ci vuole soprattutto rispetto; ... se l'amore finisce? Sì ci vuole buon senso perché si sa che le storie d'amore finiscono, ma la vita continua. Si sta male, senza dubbio, ma poi c'è un'altra occasione. Come ho scritto io nel prologo del mio libro, "gli amori hanno un finale ma mai veramente una fine". Continueremo ad amare con nostalgia chi ci ha amato, e amiamo chi ci sta vicino perché un amore, lo si veda da qualsiasi prospettiva, è sempre... per sempre. 
bruno mohorovich storia d'amore una fantasia stefano chiacchella

L’approfondimento di un aspetto delicatissimo dell’animo umano, ovvero degli amorosi sensi, viene rappresentato facendo attenzione a qualsiasi comportamento dettato dal cuore, rilevabile donandosi, cioè presi da un vortice generabile rimarcando due elementi propositivi: quello della seduzione, alternabile con l’appuramento in fase contemplativa.
Mohorovich riesce a cogliere tutte le sfaccettature di un dono d’amore non eccedendo e soprattutto non innervosendosi, cioè ben lungi dall’incisività dei legami spezzati; e comunque non occorre scandagliare il vissuto del poeta, e dunque non serve aderire alla realtà per argomentare in questa circostanza, perché, già col fatto di sognare, le volontà che suscitano maggiormente e propriamente intrigo si possono risolvere, decretando passioni in attesa semmai d’essere raccontate, e magari sotto forma di poesia! 
L’idea di amarsi viene distinta in un tris di momenti (egregiamente riprodotta anche con le raffigurazioni di Stefano Chiacchella): quando si comincia, quando ci si unisce e quando tutto sembra cessare… cosicché una relazione tra due persone è in grado di comportare il senso dell’infinito, la lettura del cuore per salvarsi sempre, nonostante certe tensioni possano alterarsi con le immersioni nella ragione.
 All’inizio, tra i versi di tredici poesie, Mohorovich mira a descrivere le emozioni nel tentativo di approcciarsi con una lei che ti fa battere forte il cuore, e il lettore può notare come sia meraviglioso dichiararsi in teoria; la bellezza dell’innamoramento che profuma le cose in libertà, con tenera leggerezza. 
Pagina dopo pagina i versi sembrano somigliare a delle sferzanti sequenze cinematografiche, proprio quelle che hanno graffiato l’immaginario degli appassionati di cotanta arte; se non di coloro che si sono sentiti felici seppur per brevissimo tempo, ben consapevoli che specialmente i saldissimi legami celano cattive sorprese.
“Ci abbandoniamo ai nostri sguardi
cercando una risposta
nel fruscio del vento”.
All’improvviso, ingenuamente, prende forma come minimo quel contatto visivo tra due persone, ed è in particolare la donna a manifestarsi… e cioè due esseri viventi che possono legarsi per sortire l’assoluto, educando artisticamente con un’occhiata, un cenno d’intesa, a forza anche di parlare o di compiere un’azione all’apparenza innocua, insomma… per assicurarci il più bel dubbio, che pulsa nel baciarsi, nel desiderare di centrare l’infinito assonnato magari allo scorgere dell’aria che tira, tra le luci stressate dei veicoli quando a fine giornata si preferisce tacere.
Bruno sollecita l’appetito dei sensi mirando al passato, fertilizza pazientemente speranze dato che viene naturale fantasticare, tutelarsi dall’incipit globalizzante; ritraendo chi ami per mezzo della tua vita, un soggetto lacrimoso e al contempo insabbiante, capace di ledere mentre piove e non v’è riparo oltre all’aria sferzante, che sembra parlarti.
Una relazione sembra non sbloccarsi, schiarendo od oscurando una meta, cosicché tacendo Bruno si distacca per svanire nel turbinio dell’altrove non cercato dalla sua Lei… però alla fine egli ricompare in tutta un’angoscia non sfogata, di stretta appartenenza se si ama, se tenti di comunicare qualcosa di speciale, che non fa altro che barcollare al di fuori della quiete dello sguardo rivolto a nessun altro se non a te!
Mohorovich divincolatosi nella quiete esprimibile dal firmamento raffigura una donna stanca e chissà se integrante pur accontentandosi lui di uno spazio esiguo, senza nemmeno apparire… la rilevanza consiste nel trasparire fisicamente per dichiarare delle volontà poetando e confermare la straordinarietà dell’essere umano, personalmente, pur infastiditi da uno spirito virulento, vagante nella consapevolezza legante sensi d’approfondire.
“ Sei la ricerca delle parole
sei le parole che non trovo
per continuare a dirti: “sei!” ”.
La contemplazione vale la cura per i sogni altrui, necessaria per montare palcoscenici e commuoversi in definitiva, riflettendo sulla considerazione che persiste, per chi si attiva in balia dei sentimenti, ma positivamente; invece di perdersi nella limitazione di un destino, nell’oscuramento di attese illuminanti se s’intende andare oltre, fagocitando l’impossibile.
Il fatto di stare alla larga da un soggetto della natura, sradicato e trascinato dalle correnti d’aria, non avrebbe senso, perciò il poeta baderebbe a conservare nella sua pelle parole di un effetto dovuto solamente dalla sensibilità dell’anonimato; come se consapevoli del percorso da fare, ma anche di perdersi a un certo punto, ossia nodale.
L’importante è sapere che una persona a te cara stia bene, che si emozioni quindi anche e soprattutto leggendo parole da rendere pubbliche senza poi essere censurati, non condizionate dal pensiero che possano tornare al mittente e magari inspiegabilmente… altrimenti per un poeta come Mohorovich il bisogno di libertà varrebbe una prigione, quella più dura.
“Non ti devo più parlare…
Non ti devo più chiamare…
Non è vero.
Non posso smorzare la mia voce
così, come far calare il buio in una stanza
far rinsecchire le radici di una pianta
privare di goccia la pioggia.
Non posso”.
Bruno Mohorovich è nato a Buenos Aires il 3/3/1953, istriano d’origine attualmente vive a Perugia. 
Laureato in Sociologia e Lettere, si è sempre occupato di critica cinematografica e didattica del cinema nella scuola; ha collaborato come critico con settimanali, emittenti radiotelevisive e con giornali web (“pressitalia.net”; “umbriaecultura.it”). 
Cura eventi di scrittura e pittura.
Critico d’arte, organizza collettive di pittura ( “La città tra desiderio e utopia”, 2015 Perugia; “Punti di vista”, 2017 Spello) e fotografia (“Tramonti”, 2018 Passignano sul Trasimeno; “Assolo” 2018 Perugia; “Le Valentine” 2018 Terni).
Nel 2015 ha diretto il corto sul XX Canto dell’Inferno della “Commedia” di Dante, nell’ambito delle celebrazioni per la nascita del sommo poeta, promosso dalla Loescher Editrice e dall’Accademia della Crusca ottenendo il Primo premio exaequo alla Fiera Internazionale del libro di Torino.
Ha curato la pubblicazione “Saulo Scopa – fotografie e cortometraggi 1998 – 2008”, e per le edizioni AIART – Associazione Spettatori “Cinema in… – 3 voll.”.
Ha pubblicato per Era Nuova  “Nuovo Cinema…scuola”, e per i tipi della Bertoni Editore, i libri di poesie “Storia d’amore – una fantasia”, e “Tempo al tempo”.
Le sue ultime pubblicazioni le ha dedicate alla città di Perugia, “La città tra desiderio e utopia”, e a Pesaro con la raccolta di scritti “Atarcont – impressioni pesaresi”.
Ha ottenuto riconoscimenti e menzioni in vari concorsi letterari nazionali e internazionali.
Attualmente sta curando un’antologia di poesie “Marche - omaggio in versi” e una collana di poesie per conto della Bertoni Editore.
Vincenzo Calò
Per un'altra intervista di Vincenzo Calò con Bruno Mohorovich, cliccare qui.