lunedì 11 giugno 2018

La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica


Ciò che amo, nella critica letteraria di Mario Praz (Roma, 1896 – 1982), è il fatto che sia coinvolgente come un romanzo. Quando si focalizza su letteratura gotica, Romanticismo e Decadentismo, poi, m’invita a nozze. 
Gustave Moreau, Salomé che porta la testa
di San Giovanni Battista su un
piatto
(1876)
            Mi riferisco a La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (prima edizione Sansoni 1930; quinta edizione BUR Saggi aprile 2015). Una rispettabile orgia.
            Entra subito in argomento con la “bellezza medusea”: quella che Shelley trovava nella Medusa esposta nel Corridoio del Cinquecento degli Uffizi e attribuita prima a Leonardo da Vinci, poi a un anonimo fiammingo. ‘Tis the tempestuous loveliness of terror, che anche il Faust goethiano gustava nella Notte di Valpurga, contemplando il fantasma della decapitata Gretchen. Un animo propriamente romantico non concepisce bellezza e piacere, se non legati alla sofferenza, alla melancolia, finanche al macabro. Romantico è l’estremo d’ogni sensazione e gli estremi coincidono.
            Dalla creatura infera degli antichi al demonio cristiano: ecco le “metamorfosi di Satana”, che Praz ripercorre da Tasso e Marino fino all’epoca che gli interessa. Da mostro grottesco ad angelo caduto con gli occhi pieni di tristezza: è il Satana di Milton, pieno d’innegabile fascino. Ad esso, secondo Praz, s’ispira il tipo del “bandito generoso”, nei romanzi di fine Settecento. È il caso del Karl Moor schilleriano, protagonista del dramma I masnadieri (1781): un animo altero e nobile, il cui crimine è il rifiuto di umiliarsi. Seguono i malvagi di Ann Radcliffe, signora del romanzo nero inglese. Il suo Schedoni, l’Italiano (ovvero Il confessionale dei penitenti neri,1797) è un monaco: un tipo di “cattivo” particolarmente caro agli anglicani dell’epoca, che vedevano nella cattolica Italia la sentina di tutti i mali. Non è improbabile, come rileva Praz, che la sua figura sia ispirata all’Ambrosio di Matthew Gregory Lewis, autore del delirante Il monaco (1795). Anzi: Lewis stesso affermò d’aver ricevuto lo spunto per un romanzo gotico proprio leggendo I misteri di Udolfo della Radcliffe. Un circolo vizioso, o virtuoso, se volete.
Le metamorfosi di Satana ripercorse dall’autore culminano nell’eroe byronico, grande nelle tenebrose passioni e nel fascino fatale che sa ispirare. Il suo amore distrugge - e questo porta alla prossima tappa, “All’insegna del Divin Marchese”. Si, è lui: De Sade. Alla sua celebre filosofia del godimento tratto dalla sofferenza altrui e dalla sopraffazione si ispirò una sfilza di romanzi d’appendice con giovinette perseguitate da tiranni sanguinari. Famosa è la Clarissa (1748) di Samuel Richardson:

“È stato notato a più riprese come l’unzione pietistica dei romanzi del Richardson riesca a coprire solo in apparenza il fondo sensuale e torbido.” (M. Praz, La carne…, 2015, BUR, p. 87).

Né lui, né De Sade, né gli altri che svilupparono simili trame diedero mai segno di sentirsi in colpa. È la Natura, bellezza: potrebbe essere il loro motto. Se il piacere, in ogni sua forma, viene da un potere più grande di quello dell’uomo, perché ribellarsi a esso? Non ne verrebbero che disgrazie, come dimostrano le sventure della “virtù” incarnate da Clarissa, dalla sadiana Justine e dalle loro emule. Il sadismo, così com’è rilevato da Praz negli autori settecenteschi, è una sorta di vendetta degli istinti naturali repressi. Ma ben più in là andranno gli animi ottocenteschi, già imbevuti di scene strazianti e raccapriccianti fini a se stesse:

“… la teoria romantica affermando che il miglior mezzo per esprimere le passioni fosse di cominciarle a sentire, invece di tradurre nell’arte i dati spontanei della vita si cercò di esperimentare nella vita i suggerimenti mostruosi della fantasia nutrita d’orrori libreschi. Si ebbero così le passioni alla Byron, i suicidi alla Chatterton, e così via.” (Op. cit., p. 116)

A fornire una versione femminile dell’eroe byronico, arriverà il tipo de “La Belle Dame Sans Merci”. Il titolo è quello d’una poesia di John Keats, datata al 1819: una ballata medievaleggiante a tema fantastico. Un cavaliere, stregato da una bellissima dama di probabile stirpe elfica, ne diviene per sempre prigioniero, come molti altri. Insomma: lei è il prototipo della donna fatale. Ne era già stata un esempio la Matilda del Monaco di Lewis: seduttrice e praticante di magia nera. Caratteri esotici sono assunti dalla femme fatale in Théophile Gautier: si pensi alla sua Una notte di Cleopatra (1838). Nella novella, la celebre regina concede una notte di follie a un giovane cacciatore innamorato di lei. Ma quel piacere non potrà che terminare con la morte: la conoscenza di quel corpo inattingibile è un fine ultimo. Una volta raggiunto quello, l’esistenza non ha altri obiettivi. Sarebbe difficile trovare una spiegazione migliore del fascino della belle dame sans merci.
            In tutto questo, c’entra anche il celebre sorriso della Gioconda: espressione d’impenetrabilità, di fascino sinistro, di riassunto d’ogni esperienza del mondo. Una donna fatale senza saperlo.
            Parlando di esotismo, eccessi, eclettismo “decadenza”, non si può che approdare a “Bisanzio”: titolo simbolico del capitolo che di tutto questo tratta. Compare qui Gustave Moreau (Parigi, 1826 –1898), autore di ritratti di Salomé (la figlia di Erodiade che, col fascino della sua danza, ottenne la decapitazione del Battista) e dell’Elena omerica. Entrambe statuarie, gelide e sfolgoranti di gemme. Entrambe che assistono al sacrificio umano tributato alla loro bellezza. Il fatto che Salomé sia un personaggio biblico è poi indicativo di un clima che si respira anche nella letteratura coeva.

“Huysmans, Verlaine, Barrès, Léon Bloy, e più recentemente Henry de Montherlant sono altri ben noti esempi di torbido cristianesimo. Un caso analogo offre Dostoevskij. Data la base estremamente compromessa su cui s’imposta la religione di simili scrittori, è legittimo il sospetto che, presso di loro, anche nelle manifestazioni in apparenza più innocenti quella religione non sia che una larvata forma di soddisfazione morbosa: la contrizione può esser soltanto una maschera dell’algolagnia.” (Op. cit., pp. 266-267)

L’ora è tarda e i miei occhi si riempiono di sabbia. Debbo chiudere su questi magnifici mostri, dei quali non riesco a scrivere senza un’elettrica agitazione. Nemmeno se sono filtrati da tutta l’erudizione di Praz.

domenica 10 giugno 2018

Ma quanto è bello l'amore romantico...


Ma quant’è bello l’amore romantico, in cui “io sono tua, tu sei mio” (c’è pure una carta del notaio che lo dice) e - se guarderai altri un po’ troppo a lungo - ti leverò la pelle a schiaffi. 
amore romantico per sempre lucchetto

            Che bello essere una diade - anzi, una monade - assoluta, rinforzata con ogni chiavistello possibile contro il mondo esterno. In cui dovremo restare rinserrati ogni giorno della vita, anche quando non avrà più senso. Anche quando saremo cresciuti come persone, i motivi che ci avevano unito non esisteranno più - e guardarsi negli occhi avrà un solo significato: “Ti ammazzo!”
            Non vedo l’ora di non poter più respirare senza metterne al corrente la Dolce Metà - perché “io e te siamo una cosa sola e, se osi fare una mossa in autonomia, mi ferisci… perché metti in discussione tutto quello con cui cerco di riempire le mie fragilità!” Ignorando il fatto che le fragilità si possono rinsaldare solo lavorando su se stessi, o in nessun altro modo.
            Che bello dover essere, tutto in una volta, perfetti amanti, amici, intellettuali, protettori, coccolini, amministratori domestici… un mucchio di cose di cui sarebbe già tanta grazia perfezionarne una. Dato che l’amore romantico non ammette intrusioni di terzi, la stessa persona deve eccellere invece in tutte queste specialità. Ec-cel-le-re, sottolineo. Perché l’amore romantico deve essere un Empireo di soddisfazione e felicità intatta. Al proprio interno, s’intende. All’esterno, bisogna andarsi a cercare tutti i grovigli possibili, sfasciare famiglia, lavoro, amicizie, salute, cervello stesso. Perché non è vero amore, se non è tormentato e assoluto.
            Che bello sentirsi morire e accarezzare il suicidio, quando la storia finisce. Perché è naturale che finisca: i rapporti sono organismi viventi e mutevoli come le persone; possono trovare un nuovo equilibrio o morire. In ogni caso, non sono sfere eterne e cristalline. Ma l’amore romantico è un Dio geloso come quello biblico: non ammette l’ “infedeltà”, figuriamoci la fine. Gli hai dato tutto; a te non è rimasto alcunché.
            Meglio ancora dover fingere di aver subito una gran perdita, quando invece non t’importa più una pagliuzza del tuo ex-grande-amore-della-vita. Che diamine! Almeno una lacrima, per mostrar contrizione verso il Supremo Dio dell’Amore! La “serietà” nei sentimenti non ammette buonsenso. Ma la vostra coppia era una scatola vuota da tempo - lo sapevi, lo sapevate. E, no, non è vero che, se nessuno dei due soffre, vuol dire che la storia non è mai iniziata. Può voler dire anche che siete cambiati insieme e che siete pronti per congedarvi serenamente. Può voler dire che, dopo una lunga e tranquilla crociera, avete voglia di corseggiare, girare isole tropicali dove troverete tesori nascosti da rimettere subito in gioco, su navi veloci adatte all’arrembaggio. Che avete voglia di conoscere la vita così com’è. Varia, meravigliosamente imperfetta - e assai poco romantica.



sabato 9 giugno 2018

Una bambina senza stella: Silvia Vegetti Finzi rincontra Manerbio


Silvia Vegetti Finzi (Brescia, 1938) è psicologa e psicoterapeuta per i problemi dell’infanzia, della famiglia e della scuola. Figlia di padre ebreo e nata nell’anno delle leggi razziali, è nota anche per la situazione di precarietà che l’antisemitismo comportò per la sua vita.
            Ciò che non tutti sanno è che frequentò le scuole elementari a Manerbio. Per questo, le è stato dedicato un incontro in cui ha anche ritrovato le sue compagne di classe. Il 5 maggio 2018, il Teatro Civico “M. Bortolozzi” ha ospitato: “Una bambina senza stella. Manerbio rincontra Silvia Vegetti Finzi”. L’evento era firmato dai loghi del Comune, dell’A.N.P.I., dell’I.S.Lo. (Istituto Studi Locali) di Manerbio, dell’I.I.S. “B. Pascal” e degli Amici della Biblioteca. Nel libro omonimo (Rizzoli, 2015), la storia di una bambina traveste i ricordi dell’autrice. È “senza stella”, perché non le fu mai cucita indosso la famosa stella giudaica. Ma anche perché nacque “senza buona stella”. Eppure, la Vegetti Finzi non racconta una storia lacrimevole. Il sottotitolo è: “Le risorse segrete per l’infanzia per superare le difficoltà della vita”. Risorse di cui ci si dimentica oggigiorno, in modelli educativi spesso eccessivamente protettivi - come ha sottolineato l’autrice a Manerbio: «Il rischio ci aiuta a conoscerci». La risorsa principale di cui parla è il gioco, la capacità di trovare in esso ciò che le circostanze ci negano. Con l’autrice, ha dialogato Francesca Nodari, presidentessa della Fondazione Filosofi lungo l’Oglio
silvia vegetti finzi una bambina senza stella manerbio
Silvia Vegetti Finzi e Francesca Nodari
            Grazie ai ricordi (d’archivio), l’autrice ha ritrovato la figura materna, con la quale ebbe un “non-rapporto”. Per i primi cinque anni di vita, non crebbe con lei, che aveva raggiunto il marito rifugiatosi in Africa. La madre fu anche la sua maestra elementare. La figlia iniziò a vederla «con gli occhi degli altri», quando l’insegnante occupò il suo posto nella scuola e attirò l’attenzione col suo aspetto di “forestiera”.
Manerbio era “divisa in due”: la modernità della città sociale Marzotto e il tempo immobile del centro storico. Nell’asilo delle suore, la piccola era una “presenza assente” - cosa che, nel generale clima di paura, la rassicurava persino. Chi non esiste non può essere colpito. Inutile nascondere le situazioni ai bambini: anche se non le capiscono, “hanno le antenne” per captarle. E non si può imporre loro un’identità fittizia, come cercò di fare la madre per salvare Silvia bambina. Per i piccoli, nome e identità coincidono. Anche l’autoidentificazione con Shirley Temple, per quanto gratificante, fu un allontanamento da sé.
Il gioco delle bambole fu un modo per realizzare quell’amore materno che non trovava altrimenti. «Il paradosso dell’amore è questo: si può dare ciò che non si ha».
E la scuola? Materiale di scarsissima qualità, classi affollatissime, orari a singhiozzo e continue assenze. Eppure, sua madre riuscì ad accompagnare tutte le allieve nel percorso formativo.
Particolarmente gradito è stato il ricordo della festa di Santa Lucia: in un’epoca in cui ci si poteva permettere poco, i semplici regali notturni della santa avevano realmente il valore antropologico d’illuminare l’inverno.
Poi, i ricordi della guerra, dall’ottica ingenua dell’infanzia (“Pippo”, quell’essere antropomorfo che era, in realtà, un aereo da bombardamento) a una visione più matura e ampia. Nel dopoguerra, esplose la sessualità: voglia di vivere dopo la continua minaccia della morte. Anche l’economia conobbe un’impennata e, con essa, alternative di vita possibili. Un sapore che era stato anticipato da quella maestra (non sua madre) che aveva valutato la bambina come “molto più intelligente” di due coetanei maschi. Per una che era vissuta sotto lo stereotipo delle “femminucce ochette”, era stata una sorta di Liberazione anticipata.

venerdì 8 giugno 2018

Pizza, pasta e altro: la cucina italiana patrimonio dell’umanità


La Libera Università di Manerbio (LUM) ha dedicato una lezione a: “Pizza, spaghetti, pomodoro, cappuccino e tiramisù: la cucina italiana patrimonio dell’umanità”. Il 3 maggio 2018, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, ne ha parlato Gianfranco Bertoli, giornalista e buongustaio. Pur essendo diffusa a livello mondiale, la cucina italiana continua a parlare italiano. I termini citati nel titolo della conferenza sono infatti intraducibili. Bertoli ha menzionato la presenza di ristoranti italiani stellati in diversi continenti, ma soprattutto del peso economico dell’esportazione di prodotti alimentari per questo Paese. Ciò vale in buona parte per il vino. 
cucina italiana patrimonio dell'umanità

            Tra le cucine che possono dirsi patrimonio dell’umanità, Bertoli ne ha citate quattro. Quella centroamericana, ereditata dai Maya e dagli Aztechi, nacque come esperienza quasi religiosa e donò all’umanità “il cibo degli dei”: il cioccolato. Quella giapponese si basa su una ritualità millenaria: il sushi consumato in Occidente è solo un pallido riflesso di un’arte che richiede ai suoi maestri un decennio d’apprendistato. Sempre giapponese è la scoperta del quinto sapore, dopo il salato, il dolce, l’acido e l’amaro: l’ “umami” (“grasso”), quello del glutammato, riconosciuto da specifici recettori presenti nella lingua.
            La cucina francese (chi non ricorda “Il pranzo di Babette”?) è quella delle regole e della modernità codificata. Nacque dalla sapienza dei cuochi a servizio degli aristocratici, che prestarono i propri servizi ai borghesi dopo la Rivoluzione. Essa comprende anche una minuziosa preparazione della sala, nonché l’organizzazione della cucina (“chef” vuol dire “capo”). Buona parte della sua sapienza consisteva nell’abbinare ai piatti salse che ne nascondessero o migliorassero i sapori poco freschi degli ingredienti. Ma francese fu anche la “nouvelle cuisine”, nata all’inizio degli anni ‘60. La diffusione dei frigoriferi aveva reso superflui i trucchi di cui sopra. Nacque così un’arte che combinava prodotti freschi in piatti singoli (non di portata), considerandone anche la piacevolezza visiva.
            E la cucina italiana? Bertoli l’ha definita come quella del piacere: piacere di mangiare, di stare a tavola in lungo e in compagnia. È anche salubre e digeribile, varia e calibrata. Deve molto, comunque, alla capacità di assimilare altri stili alimentari: la carbonara, per esempio, sarebbe nata verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, utilizzando le uova e il bacon degli occupanti americani. Per non parlare del pomodoro, che (è risaputo) viene sempre dall’America. Paradossalmente, una cucina propriamente italiana non esiste. A essere apprezzate e famose sono diverse cucine regionali, in dialogo fra loro. La dieta mediterranea accomuna poi molti Paesi: tutti quelli bagnati dal mare eponimo. La gastronomia non si fonda sui confini politici, ma sulla natura dei territori e dei climi. 
gianfranco bertoli giornalista buongustaio cucina italiana
Gianfranco Bertoli
            La cucina detta “italiana” cominciò a diffondersi per via delle migrazioni. I suoi primi portatori non erano dunque specialisti, ma lavoratori di fatica che realizzavano ricette casalinghe per le comunità di connazionali. Tra il ’60 e il ’65, ebbe inizio il fenomeno inverso: le emigrazioni di cuochi dall’Italia. Anche i prodotti locali cominciarono a essere esportati. Come in ogni caso di grande successo, si verificano imitazioni. Si pensi al cibo “Italian sounding” (“che suona italiano”), o al Parmesan: finto parmigiano statunitense.
            Secondo Bertoli, il modo per non sottrarre quote di mercato ai prodotti italiani è puntare sulla loro qualità e sulla serietà circa l’effettiva provenienza. Per il resto, il fatto di essere digeribile e di non richiedere tecnologie complicate sono stati da lui indicati come punti di forza della nostra cucina.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 132 (maggio 2018), p. 5.

giovedì 7 giugno 2018

A Manerbio le missioni segrete del Comandante Alfa


È famoso, ma nessuno conosce il suo volto e il suo nome. Il Comandante Alfa è giunto al suo terzo libro-memoriale, “Missioni segrete” (Longanesi, 2018). Gli altri, com’è noto, sono “Cuore di rondine” (Longanesi, 2015) e “Io vivo nell’ombra” (Longanesi, 2017). L’autore è stato uno dei fondatori del GIS, il Gruppo di Intervento Speciale dei Carabinieri. Esso è stato istituito nel 1978. La sua destinazione sono le operazioni anti-terrorismo e anti-guerriglia. I suoi operatori provengono dal I Reggimento Carabinieri Paracadutisti “Tuscania”
comandante alfa gis manerbio
Il Comandante Alfa del GIS
a Manerbio
            A Manerbio, il Comandante Alfa è stato ospite per la presentazione di “Missioni segrete” al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, il 23 aprile 2018. La locandina della serata era firmata dal Comune di Manerbio, dall’Associazione Nazionale Carabinieri e dalla parrocchia “San Lorenzo Martire”. Con il Comandante Alfa, hanno dialogato il giornalista Diego Trapassi e i fratelli Luca e Cristina Vianelli.
Il Comandante Alfa ha ricordato le proprie origini a Castelvetrano (TP): paese legato al nome di Matteo Messina Denaro e che il carabiniere vuole appunto far conoscere, per rompere il binomio che lo associa esclusivamente alla mafia. È comunque vero che lui stesso, da bambino, doveva mostrarsi “forte”, per competere con gli orgogliosi ragazzini delle famiglie mafiose. Attribuisce all’impulso del proprio nonno il fatto d’aver rivisto la propria mentalità e d’essere entrato nei Carabinieri: «Mi piaceva la loro divisa, ma soprattutto la loro storia».
Per quanto riguarda il GIS, il Comandante Alfa ha sottolineato che esso è stato l’unico reparto speciale scelto dal Tribunale Internazionale dell’Aja, per la cattura dei criminali di guerra.
Le famose “missioni segrete” avvengono perlopiù all’estero. Dato che comportano lunghe assenze da casa, è fondamentale che le famiglie dei membri del GIS condividano consapevolmente la loro scelta di vita.
Il GIS mantiene costante il proprio modo di operare: ciò permette di esercitarsi e intervenire nelle emergenze con un’adeguata preparazione mentale. Perché di natura mentale è la fatica maggiore: quella di dover essere sempre pronti.
L’attuale terrorismo internazionale è stato descritto da Alfa come composto soprattutto da “lupi solitari” radicalizzatisi tramite Internet: un tipo di azione imprevedibile, senza leggi o negoziazioni. Grande importanza è stata attribuita dall’autore alla preparazione della popolazione civile, in caso di attacco a terroristico a un luogo pubblico. Inaspettatamente (ma nemmeno troppo), il militare ha impostato i propri discorsi sul rifiuto del culto della violenza: «Il rispetto non si ottiene con la violenza, ma aiutando chi ne ha bisogno. Al di là dei gradi, ci vuole il rispetto reciproco. Dall’appoggiarsi a vicenda, viene un grande senso di sicurezza.» Altro motto: “Più sudore, meno sangue”. Ovvero: più si è ben addestrati, meno si ha bisogno di spargere sangue.
Nonostante abbia servito lo Stato, il Comandante Alfa non ha risparmiato critiche a un “sistema che ha abbandonato i giovani”: «I politici avrebbero bisogno di imparare a fare squadra, per risolvere i problemi sociali.» Ha auspicato anche un’ “apertura delle caserme”: più donne al loro interno, ma anche maggior dialogo coi giovani.
La serata è approdata al valore di una positiva “testardaggine” nelle proprie scelte esistenziali. «Se si fa qualcosa col cuore, non pesa. Il mio unico rammarico è essermi perso l’infanzia dei miei figli. Ma rifarei la stessa vita che ho fatto».

mercoledì 6 giugno 2018

Comicon: un giullare per raccontare i grandi classici


pier paolo pederzini rimattore frate girovagoÈ probabile che i giullari medievali siano i padri remoti della letteratura in lingua italiana. Questa è la teoria con cui Pier Paolo Pederzini, detto il RimAttore, ha aperto la serata intitolata “Comicon: un giullare racconta i classici”. Essa si è tenuta al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio il 20 aprile 2018. Era inserita nei “7 Giorni di Poesia”, organizzati dalla Biblioteca Civica. La locandina recava i loghi del Comune, dell’Associazione Amici della Biblioteca di Manerbio e dell’I.I.S. “B. Pascal”.
            Il legame fra giullari e letteratura italiana è dato dall’uso del volgare, in luogo del latino. I loro erano spettacoli di piazza, basati quindi sullo stretto contatto col pubblico. “Comicon” sarebbe stata, appunto, l’abbreviazione di “COMicità di CONtatto” - oltre che un’allusione al “Decameron”.
Pederzini è noto ai manerbiesi per via degli ultimi due Carnevali, che ha contribuito non poco ad animare. Il 20 aprile, ha spiegato anche le ragioni del suo abito da frate girovago: la tonaca rappresentava un grande potere e permetteva ai giullari di deridere impunemente i vizi dei potenti.
            Si richiedeva loro anche la capacità di attirare l’attenzione dei passanti, perlopiù con giochi di prestigio e abilità. Quelli di Pederzini hanno mostrato il potere della memoria. È stato in grado di recitare i versi del primo canto dell’”Inferno” dantesco, associati ciascuno a un numero proposto a caso da membri del pubblico. Il segreto delle sue mnemotecniche? Puntare sull’immaginazione e sulle sensazioni. Pederzini ha mostrato come si possa memorizzare una lista della spesa pensando alla consistenza di ogni alimento su parti del proprio corpo; o una lista di parole concettualmente scollegate, trasformandole in immagini concatenate. 
pier paolo pederzini rimattore giullare

            Da buon giullare, il RimAttore ha poi satireggiato la vita coniugale dei presenti, raccontata in rime fra parole scelte a caso. Ha improvvisato canzonette su argomenti proposti dal pubblico: il “pop”, l’ “ausiliare”, i “Carabinieri”, il “banale”, il “reggaeton”, la “ciabatta”, il “borsello”…      Legata alla dimensione popolare e musicale è la “chanson de geste”, il genere nato dalla rotta di Roncisvalle: nel 778, la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno fu sterminata, mentre attraversava (appunto) il passo di Roncisvalle sui Pirenei. Ma proprio questo diede inizio alla leggenda dei paladini di Francia, che ispirò anche monumenti letterari come l’ “Orlando Furioso” di L. Ariosto. Nel veicolare questa storia, i cantori di piazza funsero un poco da “giornali”, come facevano di solito, secondo Pederzini. L’amore, l’odio, le guerre fra cristiani e musulmani dovevano sembrare ghiotti a chi cercava emozioni forti. Soprattutto, però, le esibizioni giullaresche giocavano con le allusioni sessuali e il coinvolgimento del pubblico. Il RimAttore ne ha dato dimostrazione pratica, chiamando tre spettatori a impersonare il musulmano Sacripante, il cristiano Rinaldo e la seduttrice Angelica, fra loro contesa. Pederzini li ha introdotti col “flauto a tamburo”: un legno da suonare con una mano sola, lasciando l’altra libera per il tamburello. La disputa si è conclusa con la scelta della donzella, che ha preso per marito Sacripante, ma con una riserva: “Se non mi riesci a soddisfare,/mollo tutto… e scappo col giullare!”
            Non poteva mancare un monumento di letteratura in lingua volgare: la “Divina Commedia” di Dante. Pederzini ha proposto una versione quotidiana dell’Inferno, con mariti golosi, mogli iraconde… e politici lussuriosi, tanto per cambiare. Pare che i giullari siano destinati a non restar mai senza lavoro.



martedì 5 giugno 2018

Coperte d’amore: Nicoletta Manganelli, le sue amiche e il patchwork


nicoletta manganelli patchwork storie di pezze e d'amiciziaIl patchwork (“lavoro a pezze”) è un’antica arte nata per necessità: quella di coprirsi e vestirsi riutilizzando i pochi tessuti a disposizione. Oggi, è una passione, nata dal piacere di giocare con le forme e i colori delle stoffe. È anche un modo per stare insieme. Con questa tecnica, si realizzano spesso trapunte: coperte a tre strati. La “trapuntatura” è, appunto, la cucitura che li unisce.
Dal 21 al 23 aprile 2018, i manerbiesi hanno potuto gustare quest’arte nella Biblioteca Civica, che ha ospitato la mostra: “Storie di pezze e di amicizia”. Essa raccoglieva le realizzazioni di Nicoletta Manganelli, maestra di cucito, e delle sue allieve-amiche. L’idea dell’evento è stata offerta al bibliotecario Giambattista Marchioni da Gabriella, una delle espositrici. Giambattista ha aggiunto l’idea di creare una grande parete composta da pezze di stoffa, offerte dai manerbiesi. In questo modo, il patchwork, oltre che una storia d’amicizia, ha concretizzato una comunità. 

            Ogni “quilt” (trapunta) esposto si componeva di “piastrelle”, a loro volta costituite da “tessere”. Il lavoro poteva essere “all’inglese” (con figure geometriche prima ritagliate su carta e poi cucite a mano), “all’americana” (eseguito a macchina) o un giapponese “atarashii”: un assemblaggio di riquadri già imbottiti. Quest’ultima tecnica crea intarsi di cerchi e quadrati e deriva dall’origami. Nel gioco del patchwork, la scelta dei colori può “rivoluzionare” un disegno.
nicoletta manganelli patchwork amish quilt            Assai presenti nella creazioni era il riferimento agli Amish: membri di una confessione protestante, originari della Svizzera e del Palatinato. Immigrarono in Pennsylvania nel XVIII sec. Secondo le espositrici, i loro patchwork erano molto severi, ma si arricchirono esteticamente grazie al contatto con le donne americane. 
            La maggior parte delle creazioni erano state eseguite da Nicoletta Manganelli. Suo, per esempio, era “Il mio giardino della nonna”: già esposto in diverse città italiane, fra cui Firenze, allo Spedale degli Innocenti. Oppure, per restare in tema: “Dedicato agli Amish”, eseguito all’inglese e già esposto nello stesso luogo di cui sopra, oltre che al Museo della Donna di Ciliverghe. “Voli di fantasia” è comparso alla manifestazione Bergamo Creattiva, oltre che su giornali specializzati. “Omaggio a Victor” alludeva al pittore V. Vasarely (Pécs, 1906 – Parigi, 1997), famoso per motivi geometrici particolarmente consoni al patchwork. “Finestra sul giardino” era un watercolor a macchina, eseguito con la tecnica dell’appliqué reverse a mano: una sovrapposizione di tessuti, in cui studiati ritagli negli strati superiori fanno emergere il colore di quelli sottostanti. Col nome di “mola”, questa tecnica è tipica dei Cuma (o Kuma), nativi delle Isole San Blas, presso l’Istmo di Panama. Assai illusionistico era anche “Cuori o farfalle?”, eseguito a bargello: nome di un ricamo fiorentino, i cui effetti sono stati ripresi dal patchwork.
nicoletta manganelli bargello cuori o farfalle           Della sunnominata Gabriella erano presenti, ad esempio: “Log Cabin” (espressione che indica sia un centro abitato degli USA, sia la “baita”); “Piatto di Dresda e nodo di cravatta”; “Card trick” (“Trucco di carte”).
            Di Monica Girelli era “Summer Green”, un lavoro all’americana, trapuntato a mano. Sempre suoi erano i vitrail “Foglia” e “Anima blu” (comparso al concorso “Il colore che mi rappresenta”, bandito da Quilt Italia), così come il pittorico “Casa Howard”, o il paper piercing “Il centro del mondo… casa” (mostra “Punto dopo punto” di Manerba del Garda).
Questi sono solo alcuni esempi delle creazioni ospitate dalla biblioteca. Col patchwork, le amiche avevano realizzato di tutto: segnalibri, orecchini, borse… Persino quadretti con vedute di Brescia. Il tutto con un sottinteso espresso da una frase: “Chi dorme sotto un quilt, dorme sotto una coperta d’amore.”

lunedì 4 giugno 2018

Tra qualità e allegria: la Festa del Salame


Non è detto che tutti gli stereotipi siano fastidiosi. Alcuni vengono accuratamente coltivati: per esempio, quello che collega i bresciani all’allevamento suino e al tipico salame che ne deriva. Lo sa bene il Bar Borgomella di Manerbio, che è già arrivato alla IX edizione della sua “Festa del Salame”. Essa è arrivata il 14 aprile 2018, in un bel pomeriggio soleggiato. L’evento è stato patrocinato dal Comune, rappresentato dal sindaco Samuele Alghisi. 
festa del salame 2018 bar borgomella manerbio
Festa del Salame 2018,
Bar Borgomella di Manerbio (BS)
            La festa fu ideata nel 2010 da Antonella Gennari e Giovanna Rongoni. Inizialmente limitata ai norcini della zona, fu trasformata in concorso per accrescerne l’interesse. Entrò così in scena l’ONAS, Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Salumi. Di essa, fanno parte sia amanti del buon cibo che titolari di salumifici. Il suo scopo è tutelare e promuovere la qualità dei prodotti locali. Obiettivo che Michele Bertuzzi ha dichiarato raggiunto, nel caso della presente edizione. Con Silene Tomasini, ha rappresentato l’ONAS il 14 aprile. Ha spiegato la procedura di selezione: quattro “panel”, di quattro persone ciascuno, si sono occupati ciascuno di quattordici salami. Ne sono stati scelti dodici, riassaggiati dalla giuria al completo, per scegliere il vincitore. Come accennavamo, Bertuzzi ha elogiato la qualità media dei prodotti in concorso ed ha affermato che essa è cresciuta, nel corso degli anni. È seguito l’elenco dei primi dodici classificati: dodicesimo il sig. Busseni, col salame n°43; undicesimo Luca Donelli, col n°30; decimo l’Agriturismo “Alla Griglia”, col n°14; nono Mauro Barbariga, col n°42; ottavo Giambi Mondolo, col n°4; settimo Mimmo, col n°52; sesto Daniele Filippini, col n°20; quinto Giuseppe Leoncini, col n°36; quarto, nuovamente, l’Agriturismo “Alla Griglia”, col n°15. Essi e gli altri partecipanti sono stati omaggiati con un buon pezzo di formaggio grana - innegabilmente, degno compagno dei salumi nostrani. Più durevoli, però, erano i premi destinati a chi è salito sul podio. Il terzo classificato era Luigi Iavazzo, col salame n°33, che si è aggiudicato uno stereo. Secondo era Silvio Prestini (salame n°29), premiato con un iPad. Il primo è stato però Giammaria Masetti, col salame n°16, gratificato con un televisore. Non di solo salame vive il bresciano, del resto.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 132 (maggio 2018), p. 9.

venerdì 1 giugno 2018

“In nome della madre” con GardArt ed Erri De Luca


“In nome della madre” (Milano 2006, Feltrinelli) è un breve e famoso romanzo di Erri De Luca. Esso racconta l’Annunciazione e la Natività dal punto di vista di Maria (anzi, Miriàm).
            L’associazione culturale GardArt di Desenzano del Garda ne ha tratto uno spettacolo teatrale. Protagonisti: Laura Gambarin, nei panni di Miriàm/Maria e Gianluigi La Torre, in quelli di Iosef/Giuseppe. A Manerbio, il loro spettacolo è arrivato il 13 aprile 2018, per interessamento di Egidio Zoni, con l’importante collaborazione del parroco don Tino Clementi e delle Suore della Beata Vergine Maria. Il “teatro” era la Chiesa della Fraternità Paolo VI: per nulla inadeguata, data la tematica della rappresentazione. La qualità della recitazione è stata ottima. La Torre ha eseguito anche le musiche; degli altri aspetti tecnici, si è occupato Simone Meneghelli. 
in nome della madre erri de luca
Gianluigi La Torre (Iosef) e Laura Gambarin (Miriàm),
GardArt
            Il racconto inizia con la miracolosa gravidanza di Miriàm, per opera del vento e delle parole dell’annuncio. Il prologo tratta l’evento come se fosse assolutamente naturale: fa appello a ciò che avviene ai fiori. E “Fiore è il nome del sesso delle vergini,/chi lo coglie, deflora.” (“In nome della madre”, p. 11). Ma la notizia, nel mondo umano, suona comunque incredibile. Miriàm non riesce a tenerla per sé neppure un minuto: vuol dirla subito a Iosef, descritto come giovane e innamorato. Proprio perché innamorato, le crede immediatamente. Ma come dirlo al resto della comunità? Come spiegarlo alla Legge? Mentre Iosèf cerca espedienti e bugie con cui la fidanzata potrebbe discolparsi, lei pensa solo alla gioia immensa che prova, alla forza e alla libertà che da essa scaturiscono. Comincia così una lotta contro tabù, pregiudizi e normative, che pesa sulle spalle di Iosef non meno che su quelle di Miriàm. Perché, per la “vox populi”, lui “non è un uomo” e lei è “un’adultera”: degni di disprezzo, in quanto “trasgressori” dei propri ruoli. Il loro paesello è Nazaret, come vogliono i Vangeli; ma la descrizione che ne fa De Luca sarebbe calzante per qualunque villaggio bigotto, in ogni tempo e luogo. Gli uomini, nel racconto/spettacolo, sono i detentori della Legge: coloro che studiano la storia e danno importanza alle parole proprio per il loro potere di creare un “filo rosso” tra gli eventi. E le donne? De Luca è impietoso, nel descrivere la tipica “solidarietà femminile”: “«La svergognata gliel’ha data a bere, ma con noi non la spunta.» «Guardate che aria da santarella.» «Voglio proprio vedere a chi somiglia il bastardo che porta nella pancia.» «Che frottola ha detto? Quella del Salvatore, figlio dell’angelo? Sai che risate se nasce femmina.» (Op. cit., p. 29) Dopo Iosef, ad appoggiare Miriàm è solo la madre di quest’ultima. È lei a farle balenare una forma di solidarietà fra donne: “«Miriàm, gli uomini sono buoni a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte. Sono cose che non capiscono. Ci vogliono le donne al momento della schiusa e all’ora di chiusura.»” (Op. cit., p. 42). Ma il fatto stesso che “In nome della madre” sia stato scritto da un uomo rende legittimo dubitare di questa categorica affermazione.
            Il racconto, divenuto spettacolo, mostra la forza delle parole, che “annodano il singolo giorno al tappeto del tempo” (op. cit., p. 50) e possono persino portare nuova vita. Ma celebra anche un potere più grande: quello dell’amore, che fa comprendere le eccezioni alla legge e alla storia. Che può trasformare una coppia qualunque nella “benedetta fra le donne” e nel “più giusto degli uomini in terra”.