sabato 29 aprile 2017

Un viaggio fra dune e rocce

Palmira
La Libera Università di Manerbio, il 30 marzo 2017, ha chiuso il mese con “Un viaggio fra dune e rocce”. Al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, Claudio Baroni ha proiettato le fotografie dei propri viaggi. Grande spazio è stato dato alla geografia biblica. Baroni ha ricordato un passo evangelico (Lc 10, 30): “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…” La strada in questione è un sentiero fra rocce, in fondo al quale verdeggia la valle di Gerico. Il deserto di Giuda è caratterizzato da rocce bianche e porose impiegate nell’edilizia, in quanto materiali isolanti dal calore. Nei pressi del Mar Morto, si trova la fortezza di Masada. Nel 70 d.C., vi trovarono rifugio gli ultimi ribelli ai Romani, dopo la caduta di Gerusalemme. Nel 73 o 74 d.C., in seguito a un assedio, quasi tutti gli arroccati si suicidarono, per non cadere in mano ai vincitori. Qumran e le sue grotte, invece, sono famose per altre ragioni: già dimore degli Esseni, corrente particolarmente osservante dell’Ebraismo, sono legate al ritrovamento di rotoli contenenti testi biblici. Sul Monte Nebo (Giordania), padre Michele Piccirillo (Casanova di Carinola, 1944 – Livorno, 2008), archeologo e biblista, scoprì preziosi mosaici risalenti al VI sec. (1976). 
            Nel deserto del Negev, sorge Sde Boker, il kibbutz noto per essere stata la dimora di David Ben Gurion, primo capo del governo di Israele (Płońsk, 1886 – Sde Boker, 1973). Per il Negev, passava la Via dell’Incenso, che univa gli attuali Oman e Yemen al Mediterraneo. Lungo l’antico percorso, si trovano resti di città nabatee. Nel Negev, vi sono anche sorgive, fra cui la fonte di En Avdat. Nel Cratere di Ramon (il più grande al mondo), l’umidità della notte fa crescere la vegetazione. Le dune presentano una gran varietà di colori. A Timna, la tinta prevalente è il rosso, per la ricchezza di rame nel suolo. Il deserto di Paran, altra area del Negev, è impiegato dall’aviazione israeliana per le esercitazioni. 
Petra
            Sullo Har Karkom (“Monte di Zafferano”: per il colore delle rocce?), sono state rinvenute pietre incise con figure simili ai graffiti della Valcamonica. L’archeologo Emmanuel Anati ha identificato questa altura col biblico Monte Sinai. Per quanto l’identificazione sia dubbia, lo Har Karkom non è lontano dalla penisola del Sinai, luogo di silenzio mistico ove si trova il Monastero di Santa Caterina. È attualmente sconsigliato avventurarsi nella zona, in quanto percorsa da bande armate di fondamentalisti.
            Lo Wadi Rum, valle fluviale dal fondo rosso in Giordania meridionale, è famoso per un episodio storico: qui, T.E. Lawrence, detto “Lawrence d’Arabia” (Tremadog, 1888 – Wareham, 1935), pose la base operativa in occasione della Rivolta Araba del 1917-18 contro l’Impero ottomano, da lui attivamente promossa. In Giordania, si trova anche Petra, cimitero monumentale scavato nella roccia dai Nabatei e abbandonato dall’VIII sec. Il deserto della Siria, anello di congiunzione fra i due rami della “Mezzaluna fertile”, ospita invece l’oasi di Palmira: altro sito monumentale, famoso per la regina Zenobia (III sec. d.C.).
           
Non poteva mancare il Sahara, più vasto del Mediterraneo. Una popolazione che l’ha reso famoso sono i Tuareg, popolo senza Stato che riconosce solo le leggi tribali. I rapporti familiari sono di carattere matrilineare (ovvero, è la madre a gestire il piccolo patrimonio familiare). Del Sahara, era innamorato Charles de Foucauld (Strasburgo 1858 - Tamanrasset, Algeria, 1916): esploratore e religioso, considerava il deserto il luogo ideale per mettersi alla prova e per sperimentare una dimensione superiore alle forze umane.


Nowhere: la musica è in nessun luogo


I Nowhere sono una band bresciana nata nel febbraio 2015. I suoi membri provengono da esperienze musicali precedenti; il genere che coltiva può essere definito “alternative metal”. Il loro repertorio è prevalentemente composto da cover. Nel luglio 2016, hanno inciso il loro primo EP di inediti, “Where We Belong”, registrato negli studi di Indiebox Music Hall a Brescia da Giovanni Bottoglia.
            Il loro repertorio, che alterna toni aggressivi a momenti distesi, è fortemente intriso di atmosfere tenebrose, romantiche e tragiche; gli argomenti delle canzoni riguardano l’amore, la perdita e il sogno. Proprio “Dreams” (= “Sogni”) s’intitola il loro cavallo di battaglia, nonché il loro primo video. Il nome della band significa “nessun luogo”, ma può essere letto anche come “now here”, “ora qui”: un’ambivalenza voluta, che rimanda alla dimensione onirica senza tempo e spazio. Come logo, hanno scelto un albero, simbolo della foresta (luogo dello smarrimento e dell’immensità).
            I Nowhere sono cinque: Francesco Conzadori (basso), Diego Molinari (chitarra ritmica), Andrea Pecoraro (chitarra solista), Alessandro Massa (batteria e cori), Danilo Niola (voce). I loro concerti di maggiore richiamo sono stati tenuti a “El Forajido” di Bagnolo Mella, al “Rock Out” di Cazzago San Martino e al “Gasoline Road Bar” di Castegnato.
            Per la fortuna dei manerbiesi, i Nowhere si sono esibiti anche al Bridge Pub & Restaurant, il 25 marzo 2017. Hanno eseguito quasi una ventina di canzoni, fra cui spiccavano “It’s Been a While” degli Staind (2001) e una versione di “Enjoy the Silence”, brano reso famosissimo dai Depeche Mode (1990), ma riarrangiato anche da band come i Lacuna Coil (2006). Altri pezzi ben riconoscibili erano: “The Kids Aren’t Alright” (registrato da The Offspring nel 1998, ma riproposto - fra gli altri - dagli Evergreen Terrace nel 2004); “The Chain” dei Fleetwood Mac (1977), di cui esiste anche una versione a opera dei Taking Dawn (2010); l’ascoltatissimo “In the Shadows” dei Rasmus (2003); “Cochise” degli Audioslave (2002); “Hysteria” dei Muse (2003); “Radioactive” degli Imagine Dragons (2012). 
Verso la metà del concerto, il cantante Danilo Niola si è esibito da solo, accompagnandosi con la chitarra acustica.
 La conclusione in bellezza, naturalmente, è spettata a “Dreams”. Di sogno, per ora, i Nowhere coltivano quello di registrare un album. Buona fortuna… e sogni d’oro.


La Commedia dei quattro elementi

Il 23 marzo 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, la Libera Università di Manerbio ha visto il gradito ritorno del dott. Fabrizio Bonera, amante e commentatore della “Commedia” dantesca. Il titolo della conferenza era, appunto: “L’aria, l’acqua, la terra e il fuoco nella Divina Commedia”.
In Inf. XII, vv. 1 ss, è ravvisabile l’allusione a un paesaggio reale: gli Slavini di Marco, a sud di Rovereto. Il dott. Bonera li ha descritti come fondo di un mare preistorico, ma anche come l’inferno personale di suo nonno, durante la Prima Guerra Mondiale. Qui passavano, infatti, le linee del fronte. Dante - secondo Bonera - avrebbe dunque in mente non solo l’Inferno teologico, ma gli inferni delle infelicità personali. Quelle infelicità la cui rimozione è scopo della vita umana, secondo la famosa epistola a Cangrande della Scala. 
            I quattro elementi naturali, nella Commedia, sono disposti secondo la concezione aristotelica dell’universo, in versione cristianizzata. La caduta di Lucifero avrebbe fatto sì che le terre emerse si ritraessero nell’emisfero boreale, per l’orrore, e che le acque formassero un velo, nell’emisfero australe. Nell’emisfero boreale, si trova Gerusalemme, sotto cui si apre la voragine dell’Inferno. Nell’emisfero australe, s’innalza la montagna del Purgatorio.
            Per quanto riguarda la struttura dell’oltretomba, Dante è in debito con Virgilio, che lo descrive nel libro VI dell’Eneide. Virgiliana è pure l’idea dei fiumi dell’oltretomba. Nell’Inferno dantesco, essi sono uno solo che prende nomi diversi: Acheronte, Stige, Flegetonte, Cocito. Secondo Inf. XIV, vv. 94 ss., la loro sorgente si trova a Creta: luogo di culto di Zeus come “il Grande Giovane”, simbolo della giustizia umana imperitura. Per questo, l’isola era sinonimo di quella felicità dovuta a razionalità e corretto comportamento. Il v. 103 converte “il Grande Giovane” in un “gran veglio”, un vecchio malfermo e piangente: dalla superbia di poter essere felici grazie alle sole norme morali, nascono le acque dell’Inferno. 


            L’Acheronte rappresenta la separazione dal mondo: la dannazione è la disgiunzione atavica fra l’uomo e il senso dell’universo. Ripiegarsi sulla propria verità particolare (ha spiegato Bonera) porta a una forma di follia che fa amare il proprio errore. La giustizia divina che anima i dannati diviene così uno sprone a gettarsi nell’orrore. Lo Stige è una palude: è l’ebbrezza di sopraffare (ira), o il macerarsi nel malanimo (accidia). Il Flegetonte (fatto di sangue bollente) è il fiume della violenza cieca, proveniente dalle parti più ancestrali della psiche (i Centauri). Il Cocito è l’acqua infernale congelatasi nell’odio e nella frode. Si trova al fondo dell’Inferno, ove la ragione si perverte a fini malvagi. In tale ghiaccio, è conficcato Lucifero. Ma proprio dal suo corpo provengono le lacrime e la bava che sciolgono Cocito. Il pianto è compassione e riconoscimento dei propri limiti: per esso passa la via che fa uscire dall’orrore. Nel Purgatorio, il dolore non è più ricerca dell’orribile, ma sprone verso una vita migliore. I suoi fiumi sono il Lete (di provenienza virgiliana) e l’Eunoè (invenzione dantesca): le loro acque cancellano il ricordo del male e ravvivano quello del bene. Gli “atti perfetti” di cui l’Eunoè ravviva la memoria (ha spiegato Bonera) sono quelli compiuti in conformità col principio che regola l’universo. È lo stesso tipo di memoria che genera l’arte: la permanenza della condizione che precede le nostre esperienze negative (Paradiso terrestre). Il Paradiso è invece lo stato in cui non esiste più separazione fra l’uomo e l’ordine universale, come spiega Piccarda Donati (Par. III, vv.85-87): “…’n la sua [di Dio] volontade è nostra pace:/ell’è quel mare al qual tutto si move/ciò ch’ella cria e che natura face.”

Il mondo sommerso

Non solo finalità commerciali o belliche, ma la stessa natura curiosa dell’uomo lo spinge al limite. Così il dott. Andrea Soffiantini, istruttore di sub e apnea, ha spiegato il desiderio di esplorare gli abissi. L’ha dichiarato davanti alla Libera Università di Manerbio, il 16 marzo 2017, alla fine della conferenza tenuta al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: “Acqua - Il mondo sommerso”. 

            La prima parte ha elencato i piani in cui l’uomo ha suddiviso questo mondo sommerso, a seconda del grado in cui la luce solare li raggiunge. Si distinguono: il piano sopralitorale (al di sopra della superficie marina), mesolitorale (fino a 20 m. di profondità), infralitorale (20-100 m), circalitorale (100-200 m), batiale (200-600 m), abissale (2000-6000 m). A questi piani, corrispondono le zone: epipelagica (piano infralitorale), mesopelagica (circalitorale), infrapelagica (batiale), batipelagica (fra piano batiale e piano abissale), abissopelagica (piano abissale), adopelagica e bentonica (oltre il piano abissale). (Per rielaborare gli appunti della lezione riguardo a tale terminologia, è stato ampiamente impiegato il testo: E. Nicoletti, P. Peretti, G. Somaschi, “Ambiente”, Padova 2000, CEDAM). Ai piani mesolitorale, infralitorale e circalitorale, la luce del sole giunge e rende possibile la fotosintesi - quindi, la vita vegetale. Nella zona epipelagica, possono vivere pesci in grandi banchi, o di grandi dimensioni (come i tonni). Nella zona batipelagica, esistono creature che hanno sviluppato organi fotofori, in grado di produrre luce di per sé. Questa capacità è impiegata al massimo dagli abitanti delle zone batipelagica e abissopelagica. Più si scende in profondità, più s’incontrano organismi primitivi, dall’aspetto “mostruoso”. Vi sono i calamari giganti. Di essi, si nutrono i capodogli. Le fauci smisurate sono una caratteristica degli esseri abissali (rana pescatrice abissale, anguilla-pellicano): disponendo di scarse prede, i loro rari pasti debbono essere abbondanti. La grande varietà di vita riguarda anche il piano adale (oltre i 6000 m), dove creature come i crostacei si nutrono direttamente delle sostanze eruttate dai camini vulcanici.

            Il desiderio di esplorare il mondo sommerso è antico. Rilievi assiri del IX sec. a.C. mostrano l’uso di otri per permettere ai soldati di passare sott’acqua inosservati. Un sistema altamente inefficiente, che fu migliorato dalla campana-sommergibile di Leonardo da Vinci. Del 1797 è la prima muta da palombaro; nel 1829, fu ideato un casco in grado di prelevare aria dalla superficie. Del 1865 è l’aeroforo, citato anche da “Ventimila leghe sotto i mari” di J. Verne. Per i minatori, venne inventato il “rebreather”, un “riciclatore” dell’aria respirata (1876). 
Rimaneva però la “malattia da aria compressa”, poi “da decompressione”. Minatori e palombari che riemergevano accusavano infatti malori più o meno gravi. Ciò era dovuto ai gas che passavano nel sangue e nei tessuti, a causa dell’alta pressione. Al ritorno in superficie, le bolle gassose si liberavano. Il segreto per evitarlo consiste nel riemergere lentamente, come scoprirono gli studi di J.S. Haldane (1860-1936). Del 1933 è invece l’invenzione delle pinne di Corlieu, per eliminare parte dell’attrito nel nuoto subacqueo. Nel 1943, il primo batiscafo permise immersioni a grande profondità, adatte a scopi scientifici. Storico è il Batiscafo Trieste (1960). Del 2012 è l’impresa solitaria di James Cameron: il regista di  “Titanic” e “Avatar” si è infatti immerso nella fossa delle Marianne a bordo del “Deepsea Challenger”.

Pierino Porcospino e la morale della storia

Si è conclusa la stagione per bambini al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio. L’ultimo spettacolo del 2017 si è tenuto il 12 marzo. La compagnia “IL NODO Teatro” era diretta, stavolta, da Fabio Tosato. Recitavano Evian Cigala, Danilo Furnari e Giorgio Mosca. Il testo era un rifacimento di “Pierino Porcospino”: una raccolta di filastrocche moraleggianti a firma del medico psichiatra Heinrich Hoffmann (1845). L’opera è popolare soprattutto in Europa settentrionale. In Italia, uscì nel 1882 per i tipi di Hoepli, tradotto da Gaetano Negri. Il contenuto delle filastrocche è piuttosto paternalistico e autoritario: il monello di turno finirà immancabilmente per scontare le proprie marachelle, anche in modi cruenti. Le preoccupazioni di Hoffmann riguardano soprattutto la salute e l’incolumità (mangiare sempre ciò che c’è nel piatto, non giocare coi fiammiferi…). “Pierino Porcospino” è solo uno di questi personaggi. Deve il soprannome ai capelli irti e intricati, come gli aculei dell’animale. La versione de “IL NODO Teatro” mette decisamente in discussione la pedagogia di Hoffmann. 
            Pierino è un bambino vivace e dalla spiccata personalità, che non sopporta la sua scuola e la sua famiglia. Entrambe lo vorrebbero perfetto: ben vestito, ben pettinato, studioso… Insegnanti e genitori si preoccupano più di poter mostrare i fanciulli con orgoglio, che di vederli felici. La tortura peggiore per Pierino è il concorso per eleggere l’ “Alunno dell’Anno”: sorta di sfilata in cui i piccoli gareggiano in ipocrisia e conformismo. Per evitarla, ricorre alla propria arma naturale: i ricci ribelli, da aizzare col phon. Spera così di non doversi presentare a scuola. La madre, però, sceglie le maniere forti e lo rincorre con un paio di enormi forbici. Pierino fugge per le strade. Qui, incontra un altro “disertore”: Giannino Mangiacalzino, così soprannominato per aver mangiato i calzini del bucato (dando vita alla leggenda della loro scomparsa in lavatrice). Insieme, decidono di vendicarsi degli adulti autoritari. Rubano le brioches destinate alla commissione del concorso, sostituendole con sassi. Riempiono di formiche la professoressa di biologia. Burlano la vigilessa, contestandole irregolarità nella divisa. Non possono però evitare che la madre del Porcospino li raggiunga, forbici alla mano. Proprio quando il povero Pierino si rassegna a farsi rapare come un soldato, però, la donna gli annuncia d’aver cambiato idea: il corpo docente, tanto colpito dall’originale look del ragazzino, l’ha finalmente eletto Alunno dell’Anno. 

           
Dubitiamo fortemente che, nella realtà, gli sarebbe andata tanto bene. La storia, così riletta, offre però qualche spunto. Intanto, Pierino e Giannino si esercitano nel distinguere le regole oppressive da quelle utili: queste ultime sono tutte quelle che riguardano la salute e l’incolumità (lavarsi i denti, guardare prima di attraversare la strada…). Poi, c’è un insegnamento anche per gli adulti: è proprio ciò che una persona ha di peculiare a renderla preziosa per la società, assai più del sapersi ridurre a un manichino servile o arrivista.

venerdì 28 aprile 2017

Nilde Ario - Un gotico in salsa pavese

Per chi ha amato La vergine di ferro e La nipote del diavolo, c'è una bella notizia: le vicende di Nilde Ario sono uscite in un unico volume, su Amazon.
erica gazzoldi nilde ario
La copertina di Nilde Ario: Un gotico odierno
in salsa pavese
.

Questo volume raccoglie due romanzi a puntate già usciti sulla testata on line Uqbar Love e sul blog Il filo di Erica. Essi raccontano la storia di Nilde Ario: ragazza goth scampata alla morte quando era già sul feretro e impegnata in una personale battaglia contro un sostituto paterno dominante. In una cornice odierna e pavese, la storia riprende atmosfere tipiche del romanzo gotico, con qualche cenno di esoterismo. Una vicenda di armi e di amori, insolita nella narrativa attuale, ma nata da un autentico bisogno d'immaginare e raccontare.

Se desiderate la versione per Kindle, cliccate qui.
Se preferite ordinare una copia cartacea (da far stampare su richiesta), cliccate qui.

Buona lettura... o ri-lettura.

P.S. Qualora qualcuno si domandasse da dove venga il bizzarro nome di "Michele Ario", legga qui...

erica gazzoldi la vergine di ferro
Il volantino originale di La vergine di ferro.

erica gazzoldi la nipote del diavolo
Il volantino originale di La nipote del diavolo.

lunedì 24 aprile 2017

Ultimi fiori

Così - come di un povero bambino
che quando è morto bisogna
in mezzo al pianto pensare
a prender le misure della bara -
poi ci si mette d’accordo col fioraio
perché mandi il cuscino e una bella corona -
- Rose bianche, narcisi, serenelle,
che cosa si usa mettere
sul carro di un bambino? -

Così - m’impegno oggi a cercare
come potrei inviarti
questi ultimi fiori dei miei prati […]

Milano, 15 maggio 1933

ANTONIA POZZI



Ho conosciuto Alessandro Rizzo nel 2014, quando sono approdata al Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano, dopo anni di frequentazione di Arcigay Pavia. Era il mio ultimo anno di università; il dopolaurea mi ha riportato in provincia di Brescia. Ma, per quanto lo permettevano le ovvie condizioni logistiche, non ho interrotto i contatti col Milk.
            Così, ho conosciuto anche questo ragazzo riccioluto dal sorriso franco, gentile e affettuoso quasi per necessità fisiologica, per suo irreprimibile modo di essere. Non aveva l’aria di mettersi in mostra, ma c’era sempre  - come le rocce eterne sotto terra. (Scusa, Emily Brontë, se rubo le parole delle tue Cime tempestose).
            A lui sottoponevo i miei articoli di analisi letteraria a tema LGBT, perché decidesse o meno di postarli sul sito dell’associazione. Il suo giudizio era sempre largamente generoso; con premura e correttezza, non mancava mai di informarmi dell’avvenuta pubblicazione. Ma il meglio erano quei “baci” e quell’ “abbraccio” che accompagnavano ogni messaggio. Poco importava che fossero virtuali. Da parte sua, sembravano sempre veri.
            Alessandro ha dimostrato anche un’olimpica pazienza, quando gli domandai di correggere l’articolo su “Bisessualità e pansessualità for dummies”, per tutelare la privacy delle persone citate.
            Di quelle e-mail, mi è rimasta l’ultima, con cui salutava il pezzo sull’autobiografia di Jeanette Winterson: forse la più lunga delle sue risposte, piena dell’atmosfera delle feste invernali 2016. Per nulla seccato d’aver dovuto lavorare tra una fetta di panettone e l’altra, mi ha ringraziato della solerzia. E tanti auguri, naturalmente.
            «Sto pensando a eventi culturali da organizzare insieme» mi aveva prospettato tempo prima.
La settimana scorsa, gli ho proposto un articolo sul De Profundis, la lunghissima lettera che Oscar Wilde scrisse all’amante Alfred “Bosie” Douglas dal carcere, per parlargli del significato del dolore. Di quella sofferenza che è sempre - come dice il poeta - un unico lunghissimo momento. L’argomento era stato scelto su basi puramente casuali.
            La consueta risposta di Alessandro non è arrivata.
Ho pensato di non aver inviato l’e-mail: una volta, infatti, l’avevo (per errore) solo salvata nelle bozze. Nella posta inviata, il messaggio c’era, con allegati e tutto. Stavo per scrivergli e domandargli spiegazioni.
            Ho aperto Facebook, dopo una sera travagliata in cui la compagnia che frequento nell’amena pianura bresciana ha seriamente rischiato di spaccarsi. Ho trovato numerosi messaggi sulla chat collettiva dei collaboratori al periodico Il Simposio. Ho capito subito che si trattava di un lutto. Sono risalita all’inizio della conversazione.
            Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
La fine (?) della storia - o, almeno, di questa parte - sono io, davanti a un computer, intenta a scrivere Inezie, come il titolo della poesia di Antonia Pozzi che apre queste pagine. Che, poi, inezie non sono affatto. Come le fotografie del Milano Pride 2016 che ho fatto stampare e che custodisco gelosamente. Erano preziose in quanto ricordi del mio primo Pride e dei miei amici milanesi (per inciso: quel Pride durante il quale feci al buon Rizzo una battuta mezza scurrile su una bottiglietta vuota che non sapevo dove mettere). Ora, lo sono perché cristallizzano il sorriso e la bella anima di Alessandro.
            Provate un po’ a chiamarle “inezie”.




Il Simposio - Ciao Alessandro, a cura di Danilo Ruocco, marzo 2017, pp. 61-63.

mercoledì 12 aprile 2017

Via la benda dagli occhi

Alla favola del “Nord senza mafia” non crede (o non dovrebbe credere) più nessuno. Per questo, all’I.I.S. “B. Pascal” di Manerbio, il 28 marzo 2017, si è presentato in Aula Magna Mario Bruno Belsito, membro della Rete Antimafia Provincia di Brescia e dell’associazione “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” a Cinisi (PA). 

            Brescia sarebbe nota agli ambienti investigativi come “la lavatrice d’Italia”: un grande bacino di riciclaggio di denaro sporco. Le attività in cui esso viene reinvestito sono, perlopiù, i “compro oro”, l’edilizia (case costruite, ma non abitate), i supermercati (attivi anche con scarsa clientela), i locali di svago (con tanto di spaccio di stupefacenti). Il sito della Rete Antimafia Provincia di Brescia pubblica l’elenco dei beni confiscati nei nostri dintorni. Essi ricevono destinazioni di pubblica utilità: asili, sedi di associazioni, sale comunali… Il problema sottolineato da Belsito è che tra il sequestro di un immobile sospettato di appartenere a un mafioso e la sua confisca trascorrono lunghi anni, per via dei tempi processuali. Ci vuole anche il coraggio di riutilizzare un bene confiscato, sotto gli occhi dei vicini mafiosi.
            «Mentre, in tutta Italia, le caserme dei Carabinieri chiudono, a Brescia si apre la DIA [Direzione Investigativa Antimafia]» ha sottolineato Belsito. Apparentemente, non ci sono violenze, né “pizzo” da pagare. Ma voto di scambio sì. L’ex-assessore della Regione Lombardia Domenico Zambetti è stato condannato lo scorso febbraio per aver comprato quattromila voti dalla ‘ndrangheta, alle elezioni regionali del 2010.
            Come ha illustrato Belsito, le organizzazioni di stampo mafioso hanno adottato la strategia del silenzio e della collusione, dopo quella del terrore che ha portato alle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un motivo in più - ha ribadito Belsito - per ricordare le vittime della criminalità organizzata: «L’Italia, attualmente, possiede la legislazione antimafia migliore del mondo. Si possono ottenere grandi risultati, quando la società civile è consapevole».
            Durante l’incontro, è stato proiettato il video “Sulle orme dei veri eroi”, che raccontava delle altre attività di Belsito nelle scuole. In esso, comparivano i nomi di Peppino Impastato (Cinisi, 1948-1978) e di Rita Atria (Partanna, 1974 - Roma, 1992). Il primo era un giornalista socialista, costantemente impegnato nella denuncia della mafia, sebbene provenisse da una famiglia mafiosa; morì brutalmente assassinato. La seconda si rivolse a Borsellino per ottenere giustizia contro gli assassini di suo padre e suo fratello. Le rivelazioni sue e della cognata portarono ad arresti e indagini. Rita, però, si suicidò per la morte di Borsellino. Sia la biografia di Impastato che quella della Atria hanno ispirato film: “I cento passi” (2000; regia di Marco Tullio Giordana) e “La siciliana ribelle” (2009; regia di Marco Amenta). Da Belsito, è stata raccontata anche la storia di padre Pino Puglisi (Palermo, 1937-1993): nel quartiere del Brancaccio, accoglieva i ragazzi nel proprio oratorio, sottraendoli al destino della manovalanza mafiosa. Anche lui fu assassinato. Oltre alle “vittime illustri”, Belsito ha voluto ricordare quelle che rimangono anonime, come i membri della scorta di Falcone.
            Che differenza rimane, dunque, tra Brescia e un quartiere come il Brancaccio? Il fatto che «i giovani del Brancaccio sono consapevoli di avere un problema».

Paese Mio Manerbio, N. 119 (aprile 2017), p. 14.


Il paesaggio bresciano fra arte e natura

Arch. Dezio Paoletti
Il 9 marzo 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, l’arch. Dezio Paoletti ha illustrato i “Paesaggi naturali e costruiti in ambito bresciano: complessità, varietà e peculiarità della più ampia provincia lombarda” alla Libera Università di Manerbio. Le prime fotografie proiettate riguardavano Venezia, a ricordare come l’area fosse, un tempo, una ricca parte della Repubblica di San Marco. Lo ricordavano anche i “leoni marciani” sparsi nella Bassa, rimossi in età napoleonica. Rimane il “leone in moleca” (inscritto in un tondo) di Orzinuovi. Rimane anche Palazzo Mocenigo Gambara a Venezia, che porta il nome di due casati bresciani. Come nel caso della Serenissima, del resto, l’architettura bresciana non può prescindere dal rapporto con l’acqua. Prima delle civiltà etrusca e romana, l’area della Bassa (in particolare) era acquitrinosa. Renderla abitabile e fertile comportò non infimi lavori di bonifica. Gli illetterati abitanti della pianura impararono a sfruttare i dislivelli nel letto dei fiumi per deviare l’acqua verso i campi o sviluppare forza motrice. Ne sono esempi i mulini ad acqua e i magli; Paoletti ha citato quello di Pontevico. All’aspetto economico si unisce quello devozionale: presso i fossi, non di rado, ci sono piccoli santuari mariani, a sottolineare la sacra importanza dell’acqua per l’agricoltura. In comune con Venezia, le campagne bresciane hanno i ponticelli arcuati e senza sponde che uniscono talora i campi: struttura tuttora efficace a reggere grandi carichi. 
Museo del Maglio di Pontevico

            La natura del suolo influisce sui materiali impiegati nella costruzione. L’alta pianura è ricca di ciottoli; vi scarseggiano dunque i grandi porticati ad arco, che richiedono i laterizi (e i proventi di un’agricoltura redditizia). Laterizi e arcate si ritrovano, invece, nell’argillosa Bassa.
            Significativa è la pietra: l’arenaria di Sarnico, bergamasca, ma impiegata anche nelle cascine bresciane; ma, soprattutto, il marmo Botticino, estratto in località come Botticino (appunto) e Rezzato. Le sue tonalità calde lo rendono particolarmente gradevole a livello estetico.
            Marmo e acqua si uniscono in un monumento di Brescia, la Fontana della Pallata (1597). Pier Maria Bagnadore (Orzinuovi, 1550 – Brescia, 1627) citò in essa le figure michelangiolesche delle Tombe Medicee. I due fiumi della Pallata sono il Garza e il Mella. Brescia vi è allegorizzata come una Minerva (saggezza, soprattutto architettonica e pratica) con cornucopia (abbondanza di prodotti agricoli). L’acqua raccolta nel basamento era destinata ai buoi e ai cavalli che trainavano i carri.
            Il particolare microclima del lago di Garda ha reso l’area famosa per le limonaie più settentrionali d’Europa. Ai piedi del Castello di Brescia, invece, si estende il Vigneto Pusterla, il più grande d’Europa all’interno di un centro storico.
La Fontana della Pallata, a Brescia

            Paoletti ha proiettato anche alcuni dei materiali che hanno illustrato il paesaggio agrario bresciano all’Expo Milano 2015. Essi parlavano del “fatulì”, un formaggio caprino di nicchia prodotto col latte della “bionda dell’Adamello”. Poi, erano presenti il formaggio vaccino della Valvestino e la farina di monococco di Cigole. Per gli antichi Romani, San Paolo era il “Pagus Farraticanus”, il “villaggio del farro”. Una fotografia mostrava l’impiego del “bastarèl”, un grande cuscino che permette di trasportare il fieno sulle spalle (e risparmiare sugli animali o le macchine da lavoro). Alfianello è famoso per un’altra ragione, quel “bolide” caduto nel 1883: un pezzo di meteorite i cui frammenti sono stati destinati ai musei di tutto il mondo.
            Fra le architetture che caratterizzano le campagne bresciane, non potevano mancare passeraie e piccionaie, senza le quali non potrebbero esistere i famosi “polènta e osèi”.


Paese Mio Manerbio, N. 119 (aprile 2017), p. 14.

Sul rogo del tempo

“Bruciare la vecchia”: niente a che vedere coi famosi roghi di streghe, ma una tradizione molto più antica. Essa si riallaccia ai “falò d’inizio anno” diffusi nell’Italia nordorientale, alla vigilia dell’Epifania o a metà Quaresima. Già gli antichi Celti accendevano fuochi per propiziarsi le divinità e bruciavano un fantoccio che indicava il passato da lasciarsi alle spalle. Gli antichi Romani portavano in processione il simulacro di Anna Perenna (divinità femminile agricola di dubbia origine) e la gettavano poi nel Tevere. Questo tipo di pratiche sono, al contempo, riti di fertilità (la natura si rinnova, lasciandosi alle spalle l’inverno e l’anno vecchio) e una versione del “capro espiatorio” (liberazione delle colpe della comunità). Durante la Quaresima cristiana, questa sagra serve anche come pausa da fioretti e astinenze. 

            A Manerbio, ogni anno, si “brucia la vecchia” nel giorno del giovedì grasso. Nel 2017, il rito ha avuto luogo il 23 marzo, all’Oratorio “San Filippo Neri”. Come vuole la tradizione, il rogo è stato preceduto da un banchetto: erano disponibili il “piatto della Vecchia” (trippa “agli antichi sapori”, acqua e dolce) e il menu “Il Rogo” (casoncelli al burro versato, cotoletta con patatine o verdura, acqua e dolce), oltre a patatine e all’immancabile “pa e salamìna”.
Nel cortile dell’oratorio, ha poi avuto luogo il processo alla Vecchia. Il giudice Tomtom Battilamazza si è trovato ad ascoltare le argomentazioni dell’accusa (avv. Bianca Lingualunga) e della difesa (avv. Romana Saltimbocca). L’avv. Lingualunga ha chiamato a testimoni nientemeno che Onestina Senzamacchia, la signora Bellagioia e Santino Angioletti: con cotanti nomi, non potevano che essere garanzie di verità. Hanno giurato di aver visto e sentito la Vecchia (figura dai lunghi capelli corvini e dalla dubbia femminilità) rubare i cioccolatini agli anziani, dire parolacce irripetibili e altri consimili crimini. Naturalmente, essendo la Vecchia la sintesi di tutto il male possibile per definizione, la difesa non ha avuto un granché da dire. La serata è pertanto proseguita come voleva il rito: i presenti si sono avviati verso il campo da calcio dell’oratorio, dove era stata allestita la pira. In cima, campeggiava un fantoccio dalla forma vagamente femminile e accompagnato da una scopa di saggina (classico strumento da strega e da Befana). Una serie di bancali sovrapposti costituiva il combustibile. Il fuoco, dapprima timido, ha poi consumato il legno e avvolto il fantoccio, investendo anche i presenti con ondate di calore nella notte fresca. Alcuni bambini urlavano, impazienti (per ragioni che forse nemmeno loro conoscevano) di veder bruciare il pupazzo. Per quanto si avesse a che fare con semplice paglia, l’immagine del falò che consumava la Vecchia aveva davvero qualcosa di liberatorio. Potere dei simboli. 

Paese Mio Manerbio, N. 119 (aprile 2017), p. 8.

martedì 11 aprile 2017

Monologhi della vagina 2.0

Mi ha contattato di recente la filmmaker Maria Cristina Giménez Cavallo. Insieme all’amica Rina Mareggini della Compagnia Teatro Nuovo (Casalgrande, RE), sta organizzando uno spettacolo sui monologhi della vagina. È in cerca di donne disposte a parlare della propria femminilità in un video. Questo non sarà diffuso in Internet, ma solo in piccoli teatri in provincia di Reggio Emilia (quindi, in modo abbastanza confidenziale). 

            Se la tua vagina potesse parlare, cosa direbbe? È mai stata arrabbiata? Come si vestirebbe? Cosa chiederebbe all’estetista? Che viaggio le faresti fare? Quale momento della giornata preferisce? Sta meglio sola o in compagnia? E che consiglio darebbe alle altre vagine?
Queste e altre domande a cui rispondere in un video di 2-5 minuti, da inviare tramite WeTransfer a: mng2113@columbia.edu

Per maggiori informazioni, contattate Maria Cristina.

martedì 4 aprile 2017

Lo Zen e la Bibbia

Il Giappone è un luogo dove l’incontro fra tradizioni spirituali locali e Cristianesimo è stato molto aspro. Ma anche quello dove sono nati risultati originali. L’esperienza di J. Kakichi Kadowaki ne è un esempio. Nato nel 1926, crebbe nell’ambito del Buddhismo Zen. Nel 1950, entrò nella Compagnia di Gesù e fu ordinato sacerdote nel 1960. Il suo maestro zen fu Sogen Omori, presidente della Hanazona University e appartenente alla scuola Rinzai. Fra i suoi libri, ne è particolarmente famoso uno a sfondo autobiografico: Lo Zen e la Bibbia, pubblicato in Italia dalle Edizioni Paoline nel 1985 (trad. di Giuseppe Mariani). L’intento principale del libro è rispondere a una domanda che l’autore si è sentito spesso rivolgere: “Perché un sacerdote cattolico pratica lo Zen?” Domanda tutt’altro che oziosa, in tempi in cui non andava certo di moda il confronto interreligioso. Da seminarista, Kakichi Kadowaki non aveva il permesso di partecipare a un sesshin (= ritiro spirituale zen). Praticava però lo zazen (= meditazione seduta) da solo, durante l’ora di meditazione mattutina. 
            Un’eredità importantissima del Buddhismo giapponese, nella spiritualità dell’autore, è la consapevolezza dell’importanza del corpo. “[Lo Zen] è un metodo che procede «dal corpo alla mente», innanzitutto sedendosi correttamente, regolando la respirazione e poi ordinando la mente. […] Il metodo occidentale consiste nel riflettere prima razionalmente, nell’esprimere un giudizio, nel voler fare qualcosa e alla fine nell’usare il corpo per eseguire l’atto. Questo procedimento si può chiamare «dalla ragione al corpo». Tali caratterizzazioni dello Zen e del cristianesimo occidentale peccano di semplicismo, ma si può dire che sono sostanzialmente vere.» (pp. 26-27). Tale differenza viene dalle radici che lo Zen ha in comune con lo yoga. C’è però anche un’importanza del corpo tipicamente cristiana che Kadowaki coglie in un passo evangelico: “Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te…” (Mt 5, 29). Il versetto consuona con un koan (= storia enigmatica che stimola l’illuminazione): “Gutei alza un dito”. “Quando il maestro Gutei era interrogato [sullo Zen], si limitava ad alzare un dito. Egli aveva un giovane assistente, al quale chiese un visitatore: «Che tipo d’insegnamento dà il tuo maestro?». Il ragazzo sollevò un dito. La cosa fu riferita a Gutei, che tagliò il dito del ragazzo con un coltello. Poiché l’assistente uscì urlando di dolore, Gutei lo chiamò. Quando voltò la testa, Gutei alzò il dito. Il ragazzo fu subito illuminato.” (p. 31). Secondo Kadowaki, la differenza fra il dito del maestro e quello dell’allievo era la seguente: il primo esprimeva l’essenza dello Zen vissuta in prima persona, il secondo era pura imitazione formale. Attraverso lo shock del taglio, il giovane si liberò dall’errore. “Mettendo tutto il suo corpo e la sua anima nel grido, dimenticò se stesso e diventò il dolore stesso. Quando una persona è completamente assorta in qualcosa, si rivela silenziosamente il suo Vero Io…” (p. 32). L’invito a “strapparsi l’occhio” è quello a liberarsi dell’illusione, della pura formalità, e a vivere il risveglio spirituale con tutti se stessi. Cosa che fece Cristo morendo in croce. “Quando superai il koan «Gutei alza un dito», mi sembrò di avere delle orecchie più sensibili per ascoltare il «linguaggio del corpo» di Gesù crocifisso.” (p. 37).
            Kadowaki affronta poi un mutuo pregiudizio fra buddhisti zen e cristiani. “Certi cristiani, sentendo che lo Zen ignora la coscienza del peccato, lo considerano un insegnamento del demonio. Certi seguaci dello Zen pensano invece che i cristiani siano tormentati dal senso del peccato e che il cristianesimo sia una via del male.” (p. 39). L’autore affronta un nodo fondamentale in entrambe le tradizioni spirituali: la fonte del male, ovvero “la passione illusoria (sanscrito, kleśa), cioè quelle funzioni mentali che disturbano mente e cuore, come la cupidigia, l’ira, l’ignoranza, l’arroganza, il dubbio e le false opinioni. Nella terminologia cristiana, vengono chiamati i sette peccati capitali…” (p. 41). Ciò che, nel cristianesimo, è “ribellione a Dio”, nello Zen è “perdita del proprio Volto Originario”, o “natura illuminata”. L’uomo, insomma, perderebbe il contatto con la propria essenza, per l’interferenza di quelle funzioni mentali che dicevamo. In ambedue le religioni, “la conseguenza della caduta consiste in una opposizione tra l’individuo e gli altri, tra l’individuo e l’universo” (p. 42). Per emanciparsi dalle passioni illusorie, al cristiano si richiede la metanoia (p. 43): tradotta come “pentimento” o “conversione”, è più propriamente un cambio radicale di percezione del mondo e di sé. È lo sforzo di tendersi verso la “natura originaria” dell’uomo, che è lo stesso sforzo del praticante zen.
            Tornando alla questione del corpo, non è esso a doversi sottomettere all’anima, come troppo spesso pensano gli occidentali. “Il cristianesimo occidentale vuole vincere le passioni disordinate con la ragione e con la volontà: mediante l’esame di coscienza si individua l’egoismo e l’egocentrismo, poi si cerca di cambiare per mezzo della volontà” (p. 49). Consiglio, però, che può essere seguito solo da chi abbia di per sé una forza morale non comune - e comunque insufficiente: come insegna Freud, la psiche non può essere regolata dalla sola attività conscia. Del resto, “le passioni sono distorsioni, non solo dei desideri fisici e della carne, ma anche della ragione e della volontà. […] Anche le attività della ragione e della volontà sono prese dall’egoismo, così che è difficile rendersene conto, per quanto si rifletta su se stessi. Ecco perché si dice nello Zen: «Non si avverte l’odore della propria orina» (Hekigan-roku, Caso 77). […] è facile fermarsi al livello di pensieri di vanagloria sui risultati conseguiti” (p. 55). Ciò che Kadowaki ha appreso dallo Zen è che occorre lasciare da parte gli affaticamenti mentali (comprese le riflessioni su di sé) e “sedersi semplicemente”, in meditazione. Attraverso successive esperienze di illuminazione così conseguite, ci si libererà gradualmente dalle illusioni. Ciò permetterà anche di colmare il divario fra dottrina e fede, fra insegnamenti semplicemente appresi a mente e l’esperienza religiosa vissuta. 

            Per non incorrere nelle trappole del linguaggio e dei sofismi, anche Cristo scelse di rispondere col silenzio e l’azione imprevista. Fu così nel caso dell’adultera (Gv 8, 2-11). A scribi e farisei che gli proponevano una contrapposizione logica fra legge di Mosè e legge dell’amore, Cristo reagì collocandosi in una dimensione superiore a quel dualismo. Come Gutei, può esprimere tale “conoscenza trascendente” solo con il linguaggio gestuale (il dito che scrive per terra). “Il silenzio può sembrare senza senso, ma in realtà è pieno di significato. Con questo «significato senza senso» viene messa in dubbio e svuotata di senso la mentalità convenzionale della folla e dei farisei […] Si può dire inoltre che il «corpo» silenzioso di Cristo è anche una spada che dà la vita, perché proclama il suo desiderio profondo di salvare l’umanità…” (p. 80). “Spada che dà la vita” è una tipica espressione giapponese per esprimere lo shock che porta all’illuminazione (sui rapporti fra Zen e arte della spada, vedasi qui).
            Tra l’illuminazione e il superamento dell’egoismo c’è un legame a doppio filo. Come sottolinea Kadowaki, il praticante zen può illuminarsi solo rivivendo l’esperienza dei maestri, codificata nei koan. Per farlo, però, deve mettere da parte il proprio ego e mettersi nei panni dei suddetti maestri - cosa che si richiede anche quando c’è da comprendere la situazione altrui. Da “ricco” (di se stesso) deve farsi “povero”, per “passare nella cruna dell’ago” (l’ “incomprensibilità” dell’altro).
            Dato che l’illuminazione fa crollare la separazione illusoria fra “me” e “il resto del mondo”, si può dire che la nuova vita da essa aperta valga per tutto l’esistente, non solo per il singolo praticante. Arrivare alla propria natura originaria significa arrivare alla natura originaria di ogni cosa. In questo senso, Kadowaki legge anche la concezione cristiana dell’universalità della salvezza. Dato che la “salvezza” coincide col completo abbandono degli attaccamenti egoistici e del nozionismo, si può comprendere anche l’invito di Cristo ad “accogliere il regno di Dio come un bambino” (Mc 10, 13-16). Il bambino è colui che vive con tutto se stesso, che comprende con le viscere, senza sofisticazioni o pregiudizi. Sarebbe capace di comprendere anche che Buddha “è un bastone di sterco secco” (p. 134): perché anche le cose più “basse” e “sporche” vivono di quella vita che l’illuminato sa vedere.

            Attraverso la pratica dello Zen, Kadowaki ha trovato un modo per vivere la vita di Cristo, senza contraddizioni tra il “dire” e il “fare”. “Come un koan Zen, le parole di Gesù ci spingono a una conversione, perché moriamo alla nostra mentalità e vita attuale, per vivere realmente in una condizione di beata povertà. […] Se ascoltassimo le parole di Cristo con l’hara (= viscere), invece che con la testa, e ci lasciassimo investire dalla loro forza intrinseca, ne sarebbe trasformata tutta la nostra mentalità e la nostra vita.” (p. 141).

Scritto per Uqbar Love Quotidiano (5 aprile 2017).