giovedì 30 luglio 2015

La vergine di ferro I,7

Parte I: Labirinti

7.



La facciata d’arenaria di S. Michele Maggiore – un vanto della Pavia romanica – si levava di fronte al suo omonimo, Michele Ario. Entrò e la penombra lo avvolse, compiacente.
            I due uomini seduti al tavolino di fianco all’ingresso lo salutarono rispettosamente. «Salve, dottore!»
«Buongiorno» ricambiò lui. «Vi spiacerebbe aprirmi il cancelletto che chiude il Labirinto?»
«Nessun problema».
Uno dei due si alzò e guidò Ario lungo la navata. Superarono il punto che – come voleva un’iscrizione – era un tempo adibito alle incoronazioni degli aspiranti re d’Italia con la Corona Ferrea e salirono le scale del presbiterio. La guida trasse un paio di chiavi dalla tasca e aprì un basso cancelletto.
            Ai piedi di Ario, si stendeva il vasto frammento di mosaico conosciuto come “il Labirinto”. Esso era sormontato da una fascia, in cui l’Anno – in panni regali – sedeva sul trono, fra le personificazioni dei Mesi. Il Labirinto vero e proprio era circolare e sezionato in diversi meandri – malauguratamente spezzati dalla pavimentazione di epoca posteriore.
            «Il medaglione centrale rappresentava la lotta fra Teseo e il Minotauro» spiegò l’accompagnatore. «Un verso latino recitava: Teseus intravit monstrum(que) biforme necavit, cioè “Teseo entrò e uccise il mostro biforme”».
«Grazie, lo so» nicchiò Ario. Continuò a contemplare ciò che restava dei meandri, come a cercare un invisibile filo d’Arianna – quello che avrebbe segnalato l’unico percorso possibile.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 146 (30 luglio 2015), pag. 25.

Manifesto antirazionalista, ovvero Per la ragione illuminata

Diffida di chi non prova gusto per alberi e fiori, per chi non rabbrividisce davanti alle chiare, fresche et dolci acque. Diffida di chi non ha mai pregato in un momento d’angoscia od ebbrezza.
            Diffida di chi storce la bocca davanti alle vetrine piene di libri o alle pinacoteche affollate. Diffida di chi ti parla di saper stare al mondo, come se ne conoscesse tutti i segreti. Perché chi sa svendere le più umane emozioni saprà svendere anche te, cedere il tuo cuore a un macellaio per un tanto al grammo. 

            Son state dette grandi cose delle possibilità della ragione umana. Ma la ragione, senza un sentimento d’humanitas che la guidi, non è che un meccanismo dentato e divorante. La ragione efficientista ha masticato i lavoratori in fabbriche, cantieri, campi, uffici. Ha ridotto popolazioni native all’emarginazione, per far posto all’Uomo Superiore in Tecnologia.
            Direte che la ragione ha portato l’uomo a migliorare le condizioni di vita per molti, a debellare malattie, a diffondere i beni culturali, a combattere sfruttamento e superstizioni. Ma ciò è avvenuto solo quando la ragione si è sposata a un moto del cuore, divenendo così ragione illuminata.
            Oggigiorno, non avrebbe senso una crociata per la supremazia di una religione sulle altre. Servirebbe, piuttosto, una sintonia fra tutti coloro che sono capaci di spiritualità, di vivere secondo i moti del subconscio. Perché da lì nasce la scintilla che illumina la ragione e la rende humana in senso terenziano. La crociata d’oggi è quella dei vivi contro i morti, coloro che vogliono ridurre i rapporti umani a un mero meccanismo di do ut des. Per questo, chi è capace di spiritualità dovrebbe saper accettare e valorizzare anche coloro che, fino a oggi, sono stati ostracizzati da quasi ogni tradizione religiosa, per ragioni indipendenti dalla loro volontà. In loro, si troverebbero alleati insperati e preziosi.
            Non bisogna aver paura di parlare di eterno, con la consapevolezza che esso coincide con quello che C.G. Jung chiama archetipo.
            Non aver paura di chiamare “pazzo” chi si fa guidare dalla testa. Perché – come insegnano Omero e i maestri orientali – il vero timone del comportamento è il diaframma.

            Se qualcuno ti definisce “romantico” con tono di disprezzo, rispondigli che il romantico non è altri che colui che vede l’universo con l’Occhio onnicomprensivo dell’intuito. Sii colui che ha “mente fredda e cuore caldo”, come lo Zarathustra di F. Nietzsche. Come un novello Platone, ricaccia la tecnica al suo posto di ancella. Allora – e solo allora – si potrà parlare di progresso dell’umanità. Fino a quel momento, il “progresso” sarà solo il gioco degli interessi di pochi sulla pelle dei molti.

Pubblicato su Uqbar Love, N. 147 (28 agosto 2015), pp. 19-20.

martedì 28 luglio 2015

A prova di sangue

L’infermiera prepara l’ago per il prelievo. 
«Preferisce sedersi o sdraiarsi?»
La ragazza – quasi ventisei anni – sceglie lo sgabello.
Una settimana prima, si è presentata nella sede AVIS di quella piccola città e ha fatto domanda d’iscrizione. Perciò, ecco che si sottopone a tutti gli esami di rito, per verificare la bontà di quel sangue che tutte le zanzare locali hanno già degustato e apprezzato.
            «Data di nascita… ecco…»
Lei conferma, mentre l’infermiera rilegge le carte. «Hai più o meno l’età dei miei figli» constata quest’ultima, compiaciuta. «Hai fatto il liceo qui, vero? Magari, li conosci pure…»
Li nomina e l’aspirante donatrice li riconosce entrambi. Del resto, è difficile non riconoscersi fra coetanei, là dove lei vive.
            Finito il prelievo, è pronta l’impegnativa per l’elettrocardiogramma e la radiografia. L’infermiera dà le istruzioni per ritrovare i reparti. La ragazza, però, esita ad alzarsi dallo sgabello.
«Scusi…» esordisce poi. «A proposito di rapporti sessuali a rischio… Le risulta che quelli fra donne lo siano?»
L’infermiera fa un cenno di nonchalance: «Assolutamente no».
«Sa, perché…» si spiega la giovane «…sull’opuscolo dell’AVIS, è precisato che sono considerati “a rischio” i rapporti bisessuali».
«Quelli anali, più che altro» precisa l’altra, con la stessa disinvoltura professionale. «E quelli occasionali, soprattutto… anche quelli etero» sottolinea. La benedetta questione del “conoscere lo stato di salute del partner”, come sempre.
            La ragazza sospira di sollievo, dentro di sé. Era l’unico “rospo da sputare”, durante quella visita.
«Gliel’ho chiesto perché, una volta, ho letto un articolo su una signora a cui era stato impedito di donare sangue… perché conviveva con una donna» spiega all’infermiera. «Sarà stata visitata da un incompetente… o la notizia sarà stata una bufala…»

L’infermiera concorda, facendo spallucce: «Una bufala».

lunedì 27 luglio 2015

Strani costumi

"Guilbert ebbe uno strano sorriso:
- Il mio amico mugnaio, come spesso i mugnai, è un personaggio un poco strano. Ha due mogli, una più bella dell'altra. Quindi, secondo l'umore della sera, dorme ora con l'una ora con l'altra. Per questo le due stanze servono a lui entrambe.
- Ma non può essere! Una delle due sarà la moglie e l'altra una concubina, - esclamò Hadlaub pieno di stupore.
- Ma... Io non m'intendo di queste sottigliezze. Sarà come dite voi che avete studiato. So che le tratta tutte e due con molto rispetto, come si deve trattare una moglie, e le ama moltissimo, ne sono certo. D'altra parte, vedrete voi stesso con i vostri occhi, quando saremo arrivati. A proposito, è ora di ripartire, il sole sta calando e tra non molto sarà buio.
Rimontarono a cavallo e si avviarono. Cavalcando, Hadlaub ripensava alle parole di Guilbert sul mugnaio. Com'era possibile che un uomo avesse due mogli? La legge non lo consentiva, ma nemmeno il buon vivere civile."

LAURA MANCINELLI

"Biglietto d'amore", in: Il Codice d'Amore, ("ET Scrittori"), Torino 2008, Einaudi, p. 25. 

Il castello e il bue



Da una parte, la Castiglia del XVI secolo; dall’altra, un’eco del mondo rurale indiano e cinese. Diverse tradizioni spirituali – non esclusa quella sufi – hanno sentito il bisogno di rappresentare l’evoluzione dell’esperienza mistica sotto forma d’un percorso. A essere diverse sono le metafore scelte per farlo, tratte dai vari contesti quotidiani e concreti. Mi è perciò venuta la curiosità di accostare il Castello interiore di S. Teresa d’Avila (1515-1582) ai Dieci Quadri sulla Cattura del Bue (XII sec. d.C.).
            Il primo è lo scritto più sistematico lasciato dalla mistica spagnola e descrive il cammino verso Dio (nascosto nel centro dell’anima) come l’attraversamento di sette dimore di un castello (l’anima umana, appunto). La seconda è una serie di dipinti che ha conosciuto diverse versioni, con aggiunte successive; essa rappresenta la ricerca di un bue da parte del contadino che l’ha smarrito. I Dieci Quadri rientrano nella tradizione spirituale zen. Il Bue rappresenta la Mente del Buddha e il contadino è il praticante della via spirituale. La scelta di un bovino ammicca alla culla del Buddhismo, l’India, ove le vacche sono sacre; ma è anche – come abbiamo accennato – un dettaglio realistico dell’economia agricola cinese nel XII sec. Per l’appunto, lo Zen nacque dall’incontro fra questi due mondi, prima di trapiantarsi e affermarsi in Giappone. La metafora del bue apparve in seno al Buddhismo Ch’an (termine cinese per “Zen”) già nell’VIII sec., sotto forma di un sibillino scambio di battute:

Monaco Tai-an: «Vorrei essere istruito nel buddhismo, che cosa è?»
Maestro Pai-chang (720-814): «È come se cercassi un bue mentre lo stai cavalcando».

Fin da questo momento, possiamo vedere come S. Teresa d’Avila non possa fare a meno delle nozioni di “Dio” e di “anima”, mutuate dalla teologia in cui era stata formata, mentre esse sono completamente assenti nei Quadri. Azzardando un parallelismo – non facilissimo da istituire – i due percorsi possono essere rappresentati così:

Il Castello Interiore
La Cattura del Bue
I Dimora: Lontananza da Dio (centro dell’anima); molti animali velenosi che disturbano il cammino.
I Quadro: Ricerca del Bue. L’uomo volta la schiena al Bue e si trova davanti a un groviglio di strade.
II Dimora: Libri, sermoni e insegnamenti fanno nascere il desiderio d’intraprendere il cammino spirituale. Baraonda dei demoni e aiuto del Signore.
III Dimora: Regolarità nelle pratiche di pietà. Consiglio: aumentare lo zelo ed esercitare l’obbedienza. Badare ai propri difetti e lasciar stare quelli altrui.
II Quadro: Scoperta delle tracce. Grazie ai sutra (= raccolte di scritti buddhisti) e agli insegnamenti, si scoprono le “tracce del Bue”, ovvero il modo per ricercare l’illuminazione.
IV Dimora: Dilatazione del cuore che porta al pianto. S. Teresa distingue il pensiero concettuale dall’intelletto. Paragone idraulico: confronto fra un complesso acquedotto (= metodi di meditazione che portano alla gioia) e una fonte naturale (= diletti che nascono dal profondo dell’orante). Descrizione dell’ “orazione di raccoglimento”, in cui l’anima rientra in se stessa/sale sopra se stessa. Problema: cercare di “non discorrere con l’intelletto”; “trattenere il pensiero”. Evitare ogni sforzo, anche quello di arrestare il pensiero concettuale. Lasciar perdere l’intelletto e “abbandonarsi fra le braccia dell’amore”. Pericoli degli eccessi nell’orazione o nelle penitenze: istupidimenti, fantasticherie.
III Quadro: Prima apparizione del Bue. Vedere dentro di sé la fonte di tutte le percezioni, ovvero i sensi.
IV Quadro: Cattura del Bue. L’uomo raggiunge il Bue (ovvero, la mente) e cerca di domarlo (= tenta di non indugiare in pensieri concettuali).
V Dimora: Essere morti al mondo per vivere in Dio. L’intelletto tace. Inganni del demonio (false virtù che ci si attribuisce), da cui la necessità di mortificare l’ego e l’amor proprio. Metafora per questa fase: farfalla appena uscita dal bozzolo.
V Quadro: Addomesticamento del Bue. Comprendere che anche il pensiero concettuale viene dalla Vera Natura dell’uomo.
VI Quadro: Il ritorno a casa sul Bue. Equanimità, imperturbabilità, serenità.
VI Dimora: Ricerca della solitudine. Unico desiderio: unione con Dio. Pericolo: maldicenza altrui; ma sopravviene la liberazione dalla paura di questa maldicenza e dall’attaccamento alla reputazione. Angoscia per non saper comunicare col confessore; da cui, l’attesa della misericordia divina e una liberazione inaspettata da detta angoscia. L’anima, però, conosce la propria nullità e i propri peccati: non ha perciò consolazione. Percezione del “richiamo dello Sposo” (= Dio), ma senza poterlo raggiungere. La priora e il confessore devono intervenire, se l’orante sente “parole”. Oppure: parole/opere di origine divina, che creano la quiete nell’anima. “Visione intellettuale”. Rapimento/estasi/trasporto d’amore. Volo dello spirito. Scoppi di pianto (reazione fisiologica che provoca debolezza). Nessuna preoccupazione per castighi o premi ultraterreni. S. Teresa raccomanda di continuare a pensare all’umanità di Cristo, nonché a quella di Maria e dei santi. Raccomandazioni: non rifuggire dalle cose corporee; rivolgersi a un confessore dotto.
“Visione immaginaria”. Desiderio angoscioso di vedere Dio, da cui un’improvvisa trafittura, simile a una saetta, che mette in pericolo di morte. Senso di solitudine e sete. Maggiore distacco dal mondo, ovvero dalle brame.
VII Quadro: Il Bue è dimenticato, resta solo il Sé. Cade la dualità fra l’uomo e la propria mente.
VIII Quadro: Oblio del Bue e del Sé. Svaniscono le sensazioni illusorie e le idee di perfezione spirituale. Purificazione dall’orgoglio.
VII Dimora: Matrimonio mistico, nel centro dell’anima. “Andare in pace”: svuotarsi di ogni cosa del mondo (brame e convinzioni), per essere riempiti di Dio. Incrollabile calma. Oblio di sé. Desiderio di servire Dio e compassione verso i nemici. Scompare il desiderio di morire, per poter vivere amando Dio e il prossimo. Accettazione della vita, ma (allo stesso tempo) nessuna paura della morte. L’intelletto riposa. Perfetta serenità.
IX Quadro: Ritorno alla Fonte. Stare dentro se stessi; incrollabile calma.
X Quadro: L’entrata nella piazza del mercato con spirito compassionevole. Mischiarsi agli altri uomini, nella vita di tutti i giorni, per essere d’aiuto a loro, senza alcun pregiudizio.

Come è visibilissimo nella tabella di cui sopra, è impossibile sovrapporre perfettamente i due percorsi. Innanzitutto, quello di S. Teresa fa riferimento alla società del monastero (la priora, il confessore, le maldicenze delle consorelle), mentre i Dieci Quadri fanno riferimento a un contesto laico. La carmelitana scalza non ha una “piazza del mercato” a cui mescolarsi, se non quella molto ristretta del convento. Anche il linguaggio e il modo di porsi di fronte al cammino spirituale sono condizionati dal contesto e dalla formazione ricevuta. Come accennavamo in precedenza, S. Teresa non può fare a meno di incontrare entità personificate come esteriori e distinte (Dio e i demoni), persino in un percorso che porta l’uomo dentro se stesso. Così pure non può eliminare la nozione di peccato, anche nella fase in cui svaniscono tanto l’amor proprio quanto le proprie idee di perfezione. Il culmine del suo percorso è un “matrimonio mistico”: il raggiungimento di un’unità, ma che implica comunque la presenza di due elementi distinti (gli sposi, cioè l’anima e Dio). Si può dire che una vera “eliminazione della dualità” fra l’uomo e l’oggetto della ricerca spirituale non si verifichi, nel percorso carmelitano, né la si voglia raggiungere. Dio è Dio e l’uomo è l’uomo, a rigore d’ortodossia. Analizzato, quasi dissezionato anatomicamente, è poi il tormento di chi si addentra sempre più nel Castello interiore. Esso è meno evidente nei Dieci Quadri, ma ciò non significa che sia assente. Il rapporto col Bue è una lotta. Fuori di metafora, chi avanza nella pratica della meditazione zen sperimenta la difficoltà della concentrazione, lo scardinamento psicologico e persino il dolore fisico, come è chiaro nelle pubblicazioni di Philip Kapleau già recensite su questo settimanale. Esse testimoniano anche di allucinazioni (S. Teresa, probabilmente, le avrebbe chiamate “disturbi dei demoni”) e di scoppi di pianto durante la meditazione (come avverrebbe nella VI Dimora). 

Quello che accomuna due percorsi spirituali tanto diversi per vari aspetti è il legame con l’esperienza diretta, nonché il coinvolgimento psicofisico totale. A prescindere dalla cultura, dal contesto storico e dalla società in cui si ritrova, il mistico è colui che sa andare oltre i meri concetti e le idee ricevute, per trovare il modo di toccare – dentro di sé – quell’Assoluto che è assenza di definizioni, dialettica, confini – in altre parole, Vuoto. L’impossibilità di suddividere questo Vuoto in parti, di sezionarlo con l’intelletto, fa sì che esso non lasci spazio a cose diverse da sé – e questa è la “pienezza” da raggiungere.

Testi di riferimento:

·         Autore, Migi, Le dieci icone del bue, Genova 1991, Erga Edizioni (disponibile on line sul sito di Gianfranco Bertagni:  http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/zen/migi.pdf );
·         Kapleau, Philip, I tre pilastri dello Zen, Roma 1981, Ubaldini Editore (traduzione di Nazareno Ilari), soprattutto pp. 306 ss.;

·         Teresa d’Avila, Il castello interiore, (“Letture cristiane del secondo millennio”), Milano 2005, Edizioni Paoline, quarta edizione (traduzione di Letizia Falzone).  

Pubblicato su Uqbar Love, N. 145 (23 luglio 2015), pp. 35-38.







La vergine di ferro - I,6


Parte I: Labirinti



6.

Secondo Flashback
Dapprima, fu la palpebra a muoversi, come per una volontà a lei intrinseca. Poi, le ciglia si sollevarono, svelando le pupille al buio della notte. Un peso plumbeo gravava ancora sull’encefalo di lei. Ma, ora, poteva sentirlo.
Piano piano, gli impulsi scorsero per il collo, la schiena, gli arti. L’indice della mano destra vibrò. Una nausea terribile stordiva Nilde. Quando cominciarono a risvegliarsi i piedi, l’alluce toccò qualcosa di freddo, morbido e liscio. La stessa superficie fu avvertita dai gomiti e dal colmo del cranio. 

Sentì che i suoi capelli erano tirati e appuntati con forcine. Queste iniziarono a darle fastidio. Mosse istintivamente la mano sinistra ed essa urtò un oggetto duro e cilindrico. Il manico di una katana.
            Per le sue membra, scorse un impulso improvviso e violento.
Si rese conto, tutto ad un tratto, che il suo corpo era disteso in una cassa foderata di satin e che lei fissava un soffitto nelle tenebre. Ansimò. Sopra di lei, c’era aria. A tentoni, la sua mano destra risalì la sponda della cassa e ne trovò il bordo. Era aperta. Lasciò penzolare le dita fuori da essa. Intuì che doveva trovarsi sollevata da terra.
Oh, mio Dio.
Attorno alle sue gambe, avvertì la carezza di una gonna lunga e leggera. Cercò di scalciare. Poi, cominciò a chiamare a sé l’alluce. Una per una, tutte le dita, finché non le avessero obbedito alla perfezione. Un’agonia alla rovescia.

[Continua]

Pubblicato su Uqbar Love, N. 145 (23 luglio 2015), pag. 24.

venerdì 24 luglio 2015

Restiamo umani

Qualcuno dice che, dopo gli anni Settanta, il privato è divenuto politico. Un mio amico ha persino asserito che la privacy sia una vergognosa invenzione borghese.
           
Ora, dico la mia. E pazienza se la risposta non sarà colta come ci si aspetterebbe da una laureata in Lettere. M’ispirerò comunque a un grande come Ugo Fantozzi:
Tutto questo è una c****a pazzesca.
O meglio: posso comprendere le ragioni di chi ha militato in quella precisa situazione, in cui tutti i costumi considerati “intoccabili” andavano ridisegnandosi turbinosamente, a partire dalla sessualità e dalla famiglia. Io non mi trovo “in quella precisa situazione”. Semmai, ne sono figlia. Vivo in una società talmente elastica – quanto a “libertà di comportamento” – da lasciar persino spazio a vecchi bigottismi – forse, per nostalgia. Poi, ci sono i nuovi bigottismi, anche questi per nostalgia. Nostalgia di un momento storico in cui si era davvero convinti di poter cambiare il mondo, in cui ci si poteva infiammare di passioni politiche senza passare per pagliacci o per illusi. Sono state pure create pagine Facebook che inneggiano agli “anni di piombo”. Evidentemente, le risposte che essi avrebbero saputo dare al vuoto esistenziale tipico dell’italiano odierno sarebbero state tanto potenti da lasciar passare qualche attacco terroristico qui e là.
            Io, personalmente, vado superando il desiderio di avvolgermi in una bandiera e infuriarmi sotto un’egida. Non per indifferenza verso le scelte etiche, ma perché il menu ideologico che mi viene servito è abbastanza scarso, per non dire inconsistente, e andrebbe rifatto da capo – piuttosto che infervorarsi per una pietanza o per l’altra. Se io avessi preso la strada della storia contemporanea anziché della filologia antica, all’università, forse mi sentirei meno smarrita. Ma anche i miei amici dottoroni in storia politica non se la passano benissimo, quanto a rapporto con l’epoca presente. Probabilmente, soffrono pure più della sottoscritta, perché vedono la situazione meglio di me.
            Già tutto questo dovrebbe far comprendere la vanità dell’ideologizzazione della vita privata, almeno ai livelli in cui è stato fatto nel passato recente.
Ma la questione è: perché, dopo la fatica incompiuta di sbarazzarsi di vecchi bigottismi, bisogna crearsene di nuovi?
Tempo fa, ho reperito un post di una “femminista di piazza” che stigmatizzava il “femminismo da salotto” perché pretendeva di far lezioni su come una donna avrebbe dovuto gestire il proprio corpo per “non perdere la dignità”. Ieri, una conversazione fra amici ha ricordato la proposta di obbligare gli uomini a orinare seduti (con beneficio sociale che mi sfugge, se non quello di evitare l’ “effetto idrante”). Per non parlare dei fatti miei personali… ovvero, di persone che militano con me “contro oscurantismo e moralismo”, per poi volermi venire a insegnare come debbo comportarmi coi miei familiari, chi non sia il partner giusto per me e come io debba condurre i risvolti della mia vita intima. Siete per la libertà di costumi? Allora, fatevi gli affari vostri.
            Sorvolo, poi, su chi mi ha trattato quasi da assassina – l’anno scorso – perché avevo allacciato un rapporto sentimentale con uno di quelli che son detti “rossobruni” (coloro che, a vario titolo, contestano il liberalismo predominante nei Paesi dell’Unione Europea). “Io non ammetto che tu parli con uno del genere, se non per insultarlo!” mi fu detto testualmente. Ora, è vero che il mio drudo, con la persona in questione, se l’era andata a cercare, con la sua proverbiale testa dura e toccando argomenti delicatissimi del vissuto dell’interlocutore. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Contesto, invece, il principio del ragionamento: ovvero, quello per cui un sentimento sincero deve essere soppresso in base alla convenienza politica. Perché di mera convenienza si sarebbe trattato,  nel mio caso: la comodità di non dover dare spiegazioni a nessuno. (Inutile dire che non mi prendo mai la responsabilità delle azioni del mio partner, il quale, in quanto adulto, deve saperne rispondere da se stesso).
            Peggio ancora la convinzione che chi ha una relazione con una persona “sicuramente, la pensa come lei”. Questo non è essere partner: è essere fotocopie. Non sarebbe certamente la mia idea di relazione sana. Tanto per parafrasare il sempiterno Gibran, ripeto: in amore, bisogna riempirsi la coppa l’un l’altro, ma non bere dalla stessa. 

Il colmo è stato raggiunto, quando qualcuno ha accusato una ragazza di “farsi sfruttare” perché accettava una relazione poliamorosa con il fidanzato ufficiale e con la prima ex di lui (sì, anche le due signorine se la intendevano fra loro. Problemi?). Già: perché le donne sono sempre le vittime e gli uomini sono sempre sfruttatori. Anche se, a spillare (con sotterfugi) soldi e favori in natura non era il maschione. Certi “maestri di progresso” che vogliono “aprire gli occhi agli altri” sanno ben chiuderli, quando si tratta del proprio turno.
            Per favore, paladini dei deboli e degli indifesi: cercate di rivedere le vostre categorie di “sfruttato” e “sfruttatore”. Specialmente laddove c’entra il pelo pubico, che annebbia l’intelletto vostro non meno di quello altrui.
Vien voglia di dire: “Ridateci il prete!” Almeno, quello, pur parlando tanto di Inferno, in confessione rimandava con quattro avemarie e il perdono assicurato. Per chi ragiona “in stile anni Settanta”, invece, il perdono non esiste: linciamo l’amante del diavolo, la strega che è stata col “fascista”…

            Quanto a me, io voglio la privacy, voglio la distinzione fra pubblico e privato, voglio restare umana. Voglio poter scoreggiare in santa pace, senza che i vari aromi delle mie flatulenze siano dissezionati per poter giudicare se ciò che ho mangiato era politicamente corretto. Voglio innamorarmi e avere una relazione senza dovermi fare mille seghe mentali sulla convenienza di tutto ciò (ma non era questo la liberazione sessuale, una volta?). Voglio che il mio indirizzo di casa e i nomi dei miei cari restino riservati, senza lo spauracchio del “loro sanno dove trovarmi, se sgarro”. Soprattutto,  voglio conservare i miei affetti senza essere considerata un’assassina per una cosa tanto naturale. I miei cari hanno difetti, sì… e allora? Non toglie il fatto che le nostre affezioni siano sincere e che, come tutti gli esseri umani, ne abbiamo bisogno. In particolare, perché il bello dei sentimenti è che sono gratuiti e sanno superare le barriere, con la loro meravigliosa ineluttabilità di matrice inconscia. Soprattutto, quando dico che “voglio” tutto questo… intendo dire che lo voglio per tutti. Perché dover regolare le simpatie umane, le passioni, le parentele e finanche i pruriti fisiologici sull’orologio del Politicamente Corretto sarebbe un incubo peggiore di quelli immaginati da G. Orwell.

giovedì 23 luglio 2015

Suolo e nuvole

"Milano, 1 marzo 1932

Antonello,
le tue parole mi hanno fatto male, tanto, tanto; ma sono molto calma e vedo senza turbamento quanto di vero mi hai detto e voglio tentare di spiegarti, se ancora mi vuoi ascoltare e la mia voce non ti è ormai fastidiosa, quanto di non vero tu pensi dell'anima mia. [...]
Io oggi non so più se tu allora raccogliesti le mie parole; ma allora mi sembrò che veramente qualche cosa di duro si sciogliesse tra noi e te lo dissi - ti rammenti? - e piangevo di dolcezza e tu non mi dicesti, come ora, che il piangere mi fa brutta, ma così mi dicesti: 'Stellina, sei più bella quando pensi delle cose come queste' e mi baciasti la fronte... Ed ora mi accusi di insincerità.
Che cosa hai ora da rimproverarmi che allora non esisteva?... [...]
Tu non ammetti che oggi si senta e si creda vera una cosa e che domani la si riconosca falsa? Oppure pensi che, pur riconoscendo sbagliato uno dei nostri atti passati, questo atto ci obblighi a credere anche oggi a ciò che ieri ce lo aveva ispirato? Ma come, ma come, ma come hai potuto pensare che in quel momento io non fossi sincera, che in quel momento non credessi a quel che scrivevo? Mi accusi di verbosità. Ma dunque pensi che chi è verboso non creda alle proprie parole?
Pensi che verbosità sia come dire: qui ci sta bene un 'giuro', qui ci sta bene un 'supplico', qui ci sta bene 'Dio'?
Ma come, come, come puoi pensare che io giuochi con le mie parole così?
Accusami d'impulsività: in questo sì, hai ragione, hai ragione.
Il mio torto massimo è proprio questo: di prendere per duraturo quello che è mutevole, e di fermarlo in iscritto e di gettarmi in esso con passione e dopo poco riconoscerlo per quello che è e rimediarlo, vedere il suolo fermo là dove non sono che nuvole.
E tu questo lo chiami insincerità, Antonello? Ma chi è impulsivo non può essere insincero! Chi è impulsivo è anzi troppo sincero, perché non lascia nell'ombra il minimo dei suoi moti d'animo, ma tutti li esterna con lo stesso accento di verità."


ANTONIA POZZI

Parola per parola

«Uuh, c’è uno che ti piace, allora? Vuoi che ti diamo il suo numero? Vuoi che gli parliamo? Ma dai… perché non dici niente? Siamo amiche, no? Non fare la stronza…» 

            Ecco uno spaccato della tipica conversazione fra ragazze della stessa compagnia, in età dai 13 anni in su. Nonché il motivo per cui evitavo come la peste, da adolescente, i gruppi totalmente al femminile. C’entrava la mia educazione, improntata a una riservatezza quasi claustrale. Col passare degli anni, ho superato quell’embargo troppo rigoroso e ho fatto emergere maggiormente la mia naturale faccia di bronzo. Ma sempre mantenendo un intimo fastidio per un certo tipo d’atteggiamento: il porre la confidenza assoluta e incondizionata come pegno dell’amicizia.
            «Perché non mi hai detto che sei uscita con quella persona? Come mai non hai invitato anche me? Perché sei passata in quel posto per vedere altra gente e non hai detto niente a me? Perché non eri presente a quel tale evento?»
Contrariamente a quanto può far credere l’incipit del brano, non è un comportamento limitato a un solo sesso o a una sola età.
            Ho sempre considerato la limpidezza come imprescindibile in qualunque rapporto d’amicizia. Ma la mia nozione di “limpidezza” è: non tacere all’altro niente DI CIÒ CHE LO RIGUARDA. Ovvero: non tacergli eventuali dubbi o rancori nei suoi confronti; non tacergli la mia opinione sugli argomenti discussi assieme, nel momento in cui essa si è fatta chiara (ovvero, non necessariamente ilico et immediate).
            La mia vita sessuale, i miei rapporti familiari, il modo in cui organizzo la mia agenda e le confidenze di terzi fatte alla sottoscritta NON rientrano in questa lista. Uomo avvisato…
            Ho visto bensì persone a me molto vicine mancare (con terzi, non con la sottoscritta) alla regola della limpidezza così come l’ho esposta. L’hanno fatto ignorando i miei consigli e ne hanno pagato le conseguenze. Essendo causa del proprio male, piangeranno se stessi.
Quanto alle cose che non rientrano in “quelle da dire assolutamente all’amico”… esse possono essere confidate liberamente, per il puro piacere di farlo. Ciò che non condivido è il sentirsi in diritto di saperle, per il fatto di essere amici. E condizionare il mantenimento dell’amicizia a questa confidenza assoluta e cadaverica.
            A questo, mi sento di rispondere quello che il Profeta di Kahlil Gibran diceva del matrimonio:

Riempitevi la coppa l’un l’altro, ma non bevete da una sola.
Condividete il vostro pane, ma non mangiate dalla stessa pagnotta.
Cantate e ballate insieme e siate in festa, ma lasciate che ciascuno dei due sia solo,
Così come le corde di un liuto sono sole benché vibrino della stessa musica.

O, per i più semplici, ciò che dice Zerocalcare in Dimentica il mio nome:

Un uomo senza un segreto è un uomo senza identità.

Se l’amicizia non rispetta le zone d’ombre dell’altro, finisce per diventare un groviglio in cui almeno uno dei due non disdegna i più bassi sotterfugi, pur di arrivare a carpire la riservatezza dell’altro e dimostrargli che sa tutto della sua vita, a suo marcio dispetto. Chi così fa, peraltro, è stato spesso destinatario di confidenze delicatissime, che hanno ingenerato la sua convinzione ad aver diritto ad altre ancora. Cosicché, ogni forma di silenzio, anche sensata e dovuta al rispetto di sé o degli altri, è un defraudamento, una mancanza di fiducia nei suoi confronti: «Perché non mi dici le cose? Guarda, forse è meglio che non ci parliamo più… Non mi serve a niente parlare con te solo per farmi prendere in giro!» 

A casa mia, ciò si chiama “paranoia”. Non certo “rispetto” o “amicizia”. E lo penso anche nell’ambito dei rapporti di coppia o della famiglia. Non può esser giustificato con la premura, perché (fra persone adulte) ciascuno dei due può e deve saper badare ai propri problemi, secondo la propria sensibilità e capacità di giudizio. Nel momento in cui qualcuno si arroga il ruolo di “paladino e consigliere” dell’altro, l’amicizia finisce e inizia una forma di dorata servitù. Sotto forma di amorevole tutela, ma pur sempre servitù. A chi parla di fiducia, così la definisco: riconoscere all’altro il diritto di organizzarsi la propria vita secondo la propria capacità di giudizio. Non attribuisco agli amici la funzione di saperne più di me su quale sia il giusto rapporto coi miei familiari, o quale sia l’anima gemella più giusta per me, o quale comportamento io debba avere in campo spirituale. Un rapporto è fatto di responsabilità reciproche, ma – fra esse – rientra anche quella di calcolare i giusti spazi. Condivisione non è confusione.

mercoledì 22 luglio 2015

Saggia ignoranza



"Il signor della casa allora alquanto
sorridendo, a Rinaldo levò il viso;
ma chi ben lo notava, più di pianto
parea ch'avesse voglia che di riso.
Disse: - Ora a quel che mi ricordi tanto,
che tempo sia di sodisfar m'è aviso;
mostrarti un paragon ch'esser de' grato
di vedere a ciascun c'ha moglie allato.

Ciascun marito, a mio giudizio, deve
sempre spiar se la sua donna l'ama;
saper s'onore o biasmo ne riceve,
se per lei bestia, o se pur uom di chiama.
L'incarco de le corna è lo più lieve
ch'al mondo sia, se ben l'uom tanto infama:
lo vede quasi tutta l'altra gente;
e chi l'ha in capo, mai non se lo sente.

[...]

Se vuoi saper se la tua sia pudica
(come io credo che credi, e creder déi;
ch'altrimente far credere è fatica,
se chiaro già per prova non ne sei),
tu per te stesso, senza ch'altri il dica,
te n'avvedrai, s'in questo vaso béi;
che per altra cagion non è qui messo,
che per mostrarti quanto io t'ho promesso.

[...]

Io vi dicea ch'alquanto [Rinaldo] pensar volle,
prima ch'ai labri il vaso s'appressasse.
Pensò, e poi disse: - Ben sarebbe folle
chi quel che non vorria trovar, cercasse.
Mia donna è donna, et ogni donna è molle:
lasciàn star mia credenza come stasse.
Sin qui m'ha il creder mio giovato, e giova:
che poss'io megliorar per farne prova?

Potria poco giovare e nuocer molto;
che 'l tentar qualche volta Idio disdegna.
Non so s'in questo io mi sia saggio o stolto;
ma non vo' più saper, che mi convegna.
Or questo vin dinanzi mi sia tolto:
sete non n'ho, ne vo' che me ne vegna;
che tal certezza ha Dio più proibita,
ch'al primo padre l'arbor de la vita.

Che come Adam, poi che gustò del pomo
che Dio con propria bocca gl'interdisse,
da la letizia al pianto fece un tomo,
onde in miseria poi sempre s'afflisse;
così, se de la moglie sua vuol l'uomo
tutto saper quanto ella fece e disse,
cade de l'allegrezze in pianti e in guai,
onde non può più rilevarsi mai. -

Così dicendo il buon Rinaldo, e intanto
respingendo da sé l'odiato vase,
vide abondare un gran rivo di pianto
dagli occhi del signor di quelle case,
che disse, poi che racchetossi alquanto:
- Sia maledetto chi mi persuase
ch'io facesse la prova, ohimè! di sorte,
che mi levò la dolce mia consorte."

LUDOVICO ARIOSTO

(Orlando Furioso, XLII, 99 - XLIII, 9)


Fortunato l'uom che prende
Ogni cosa pel buon verso,
E tra i casi e le vicende
Da ragion guidar si fa.
Quel che suole altrui far piangere
Fia per lui cagion di riso,
E del mondo in mezzo ai turbini
Bella calma proverà.

lunedì 20 luglio 2015

I Macc dè le Ure, una pioggia di folk

Sabato 13 giugno e domenica 14 giugno 2015 sono stati i giorni della “Fest’ACLI” di zona per il circolo di Manerbio. La seconda serata ha regalato scrosci di pioggia torrenziale alle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani radunate sotto il Palatenda di via Duca d’Aosta; ma il rumore dell’acqua inaspettata è stato soffocato da ben altra musica. Uno spazio era stato infatti riservato a “I Macc dè le Ure”, un gruppo musicale folk che circola per feste ed eventi paesani a ravvivare la memoria delle canzoni popolari bresciane. Nato nel 1994, contava, inizialmente, quattro componenti: Emanuela Biancardi (voce – chitarra); Federica Cressi (voce); Tarcisio Lanfredi (voce – chitarra); Federico Passi (voce – chitarra – flauto). Da circa dieci anni, si sono aggiunti Gianna Rizzo (voce – armonica) e Renato Bertelli (voce – chitarra). Il loro repertorio deve molto alla memoria degli anziani, che hanno consegnato versi di lavoro, amore e osteria. Qualche integrazione dei testi è stata necessaria. Letteralmente predestinate sono state l’amicizia e la collaborazione fra i “Macc dè le Ure” e un altro “matto cantore” innamorato della Bassa Bresciana: il poeta dialettale manerbiese Memo Bortolozzi (1936 – 2010). Per ricordarlo, il gruppo ha eseguito un suo testo musicato da Renato Bertelli: “La càza ‘n montàgna”, alla presenza della sorella Angela Maria Bortolozzi. 

            Gli altri brani parlavano di matrimoni contestati, di lavori faticosi o cantavano goderecce “Litanie del vino”. Non è mancato quello che i “Macc” hanno presentato come il primo canto di protesta femminile nella Bassa: “Gri… papà mio bel papà”. La protagonista è una ragazza bella e giovane, che si ribella al matrimonio impostole dalla famiglia con un vecchio ricco. Un tantino meno idealistica era la canzone che lamentava l’urgenza delle necessità corporee in momenti poco opportuni: “Prima di uscir di casa, domanda al didietro cosa vuol fare…” D’altronde, la canzone popolare è soprattutto schiettezza ed è inutile celare l’importanza che simili impellenze hanno nella vita di ciascuno.
            Immancabile è stata la commemorazione delle serenate che i giovani, un tempo, dedicavano alle beneamate, tra la speranza di riceverne un sorriso e la paura di vedersi recapitare qualche bastonata dai familiari delle ragazze. Ben altra storia, invece, era quella della madre che cercava inutilmente di farsi fare giustizia da un sindaco, contro il giovanotto che aveva sorpreso e baciato sua figlia contro la volontà di quest’ultima. Nell’ottica dei “Macc”, la Bassa Bresciana è fatta di storie e non resta che raccontarle. I loro “sberleffi” sono vecchi sfoghi di contadini, ma anche sberleffi al tempo, che lasciano un dubbio: sarà vero che “certe cose” sono solo “di una volta”?

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N°98, luglio 2015, p. 13.

domenica 19 luglio 2015

Un imprevisto frammento d'arte

A memoria dei manerbiesi, il n° 8 di Piazza Italia è sempre stato una farmacia. La dott.ssa Bresadola (proprietaria del locale) le ha attribuito circa due secoli di età. È appartenuta, per generazioni, ai Bontardelli; è stata “Farmacia Priori”; ora, è “Il piccolo fiore” di Antonella Antonini, negozio di alimenti senza glutine, biologici e dermocosmesi naturale. Quello che colpisce chi entra, però, è il soffitto affrescato. 

            Lo ritrovò proprio il dott. Matteo Priori (ora, esercitante qualche numero civico più in là), nel giugno 2008. Durante i lavori per sistemare l’impianto elettrico, fece capolino la superficie dipinta. Il farmacista informò amici restauratori di Brescia, che provvidero a pulire gli affreschi con un semplice spazzolino da denti e acqua. Ne risultarono finte cornici, finti incassi e girali di foglie tipici del gusto di fine ‘600 per la decorazione di interni. In particolar modo, questo tipo di affreschi (moltiplicanti illusoriamente la profondità di volte e soffitti) abbondano nei palazzi di Brescia. Fra gli altri, si può ricordare Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino I (piazza del Foro 7): la “loggia nuova” del cortile presenta, sulle volte, “decorazioni ad affresco a riquadri e specchiature ottagonali, con grandi girali di foglie, chiaramente della fine del ‘600” (Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, 1974, «Edizioni di Storia Bresciana», vol. V: “Il Seicento”, pag. 26).
           
Vezzo tipicamente nobiliare è quello di esibire lo stemma, dipinto in bella vista. Esso reca un gufo, una borsa con erba e una fascia centrale rappresentante tre globi. Questi ultimi elementi fanno pensare allo stemma dei Colleoni, nell’omonima cappella a lato di Santa Maria Maggiore a Bergamo (1470). “Colleoni” è un cognome nobiliare che si ritrova anche a Brescia, per esempio nel nome di Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza (via Matteotti 8). Lo stemma è sormontato da un elmo pennato, il che rimanda a un retaggio cavalleresco. Questo elemento, per l’appunto, è ricorrente nel blasone di diversi casati. In Valtrompia, se ne fregiarono –fra gli altri– i Ferraglio e i Sabatti.
            Fra i materiali, furono individuati polvere di marmo rosa proveniente da Cremona e lapislazzuli. S’intravedono altri fregi, oltre a quelli riportati alla luce. Negli angoli, le pitture sono ottocentesche e a stampo; le menzionano Angelo e Michelangelo Tiefenthaler (Manerbio. Le strade e le piazze, Verolanuova 2013, Edizioni La Pianura, pag. 137).
            Al di là della piacevolezza, gli affreschi di Piazza Italia 8 sono silenziosi testimoni di come il tempo si stratifichi negli edifici di un paese, svelando storie nello stesso momento in cui suscitano domande.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N°98, luglio 2015, p. 13.

Per chi suonano le campane?

Chi era nei pressi della Torre Civica di Manerbio, il 23 giugno 2015, ha potuto assistere a un curioso spettacolo: le campane venivano estratte dalla propria cella e calate a terra. Si trattava di un evento previsto almeno dal marzo dello stesso anno. Il mensile parrocchiale Il Ponte (Anno LVIII – N.2 – Marzo 2015) aveva annunciato, infatti, che gli isolatori in legno che ammortizzavano le vibrazioni delle campane si erano deteriorati (pag. 48). La supervisione della delicata operazione, naturalmente, è spettata all’arciprete don Tino Clementi; a rappresentare il Comune (proprietario della torre), c’era il giovane assessore alla cultura, Fabrizio Bosio.
            D’altronde, le belle canterine in bronzo, pur non dimostrandola, hanno una certa età. Quelle attuali furono innalzate nel 1947, a sostituire quelle di cui la parrocchia di S. Lorenzo Martire era stata privata durante la Seconda Guerra Mondiale. Infatti, un decreto del 23 aprile 1942 aveva imposto a ciascuna parrocchia la consegna di un quintale di bronzo in base al peso globale calcolato su tutte le campane che possedeva. Cosicché, i manerbiesi furono costretti a cedere al Sottosegretariato di Stato per le fabbricazioni di guerra 4539 kg di bronzo e 33900 kg di ferro. Così viene ricordato nell’opuscolo Per chi suonano le campane?..., firmato dalla locale Azione Cattolica Ragazzi e dotato di una prefazione dell’attuale arciprete. (Esso è disponibile in archivio parrocchiale). Il fascicoletto riporta alcune note storiche redatte da don Battista Reali, il parroco che benedisse la colata metallica da cui nacquero le attuali campane (Per chi…, p. 13). L’opuscolo comprende anche un elenco completo delle suddette, con il loro peso, il nome dei padrini che le donarono alla parrocchia, le dediche ai santi e relativi medaglioni con immagini sacre (p. 14).
            È un concerto completo di otto campane che formano la scala diatonica in “Si naturale grave”. La principale (detta “Campanone”) è dedicata al patrono della parrocchia, S. Lorenzo martire. Essa porta incisa la scritta “Beato Laurentio Levitae Christi Huius Plebis Titulari” (= “Al santo Lorenzo, diacono di Cristo, titolare di questa pieve”). I medaglioni che decorano il “Campanone” ritraggono S. Lorenzo (ovviamente), il Buon Pastore, S. Gaetano e Papa Pio XII. Il suo padrino è Gaetano Marzotto, Conte di Castelvecchio. La campana pesa 24 quintali. 

            Il succitato numero de Il Ponte prevedeva spese ingenti per questa operazione (€ 20/25000, più imposte di legge), in un periodo in cui la parrocchia manerbiese deve già affrontare la prossima demolizione dell’edificio principale dell’oratorio e il restauro dell’organo ottocentesco. Tuttavia, ciò non ha frenato quel pizzico di romanticismo suscitato dal vedere il volto della voce che accompagna giornate, feste e lutti ormai da sessantotto anni.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N° 98, luglio 2015, p. 12.