venerdì 3 luglio 2015

Lo Zen e la cultura giapponese

“Si può dire che solo attraverso l’opera di Daisetz T. Suzuki (1870-1966) l’Occidente ha avuto accesso allo Zen.” Così recita il primo risvolto di copertina de Lo Zen e la cultura giapponese, di Daisetz T. Suzuki per l’appunto (Milano 2014, Adelphi, Collezione Il ramo d’oro, traduzione di Gino Scatasta, 396 pp., € 45, 00). Il saggio apparve per la prima volta in Giappone nel 1938. Negli Stati Uniti, fu pubblicato come Zen and Japanese Culture (1959, Bollingen Foundation Inc., New York, N.Y.).
            Il titolo è motivato dalle parole di Suzuki stesso: “Per comprendere quanto il buddhismo sia entrato nella storia e nella vita del popolo giapponese, proviamo a immaginare che tutti i templi del paese, insieme ai tesori in essi racchiusi, vadano completamente distrutti. Il Giappone ci sembrerebbe un luogo desolato, nonostante le sue bellezze naturali e il carattere cordiale del suo popolo. L’intero paese assomiglierebbe a una dimora abbandonata, senza mobilia, quadri, paraventi o sculture, senza drappi e giardini, senza fiori ordinatamente disposti, senza drammi Nō né arte del tè e senza molto altro.” (pp. 183-184).
            Perciò, il saggio è scandito in capitoli che ricollegano la spiritualità zen agli aspetti principali della cultura giapponese: la vita dei samurai e l’arte della spada; la pittura; la poesia; la suddetta arte del tè; l’amore per la natura.
            Il primo capitolo è dedicato allo Zen in quanto tale: una disciplina che mira all’illuminazione, ovvero a liberare l’essere umano da avidità, ignoranza e ira attraverso lo spegnimento di tutte le sofisticazioni intellettuali. Alle domande sul significato della realtà, lo Zen risponde mostrando che “è la realtà così com’è a essere il significato”. (p. 35).
            Lo Zen nacque dall’incontro fra il Buddhismo indiano e la tradizione filosofica cinese, nel I sec. d.C. Ciò significò sposare lo spirito pratico della cultura cinese con la mentalità filosofica indiana. Ne nacque un tipo di monachesimo “democratico”, in cui i più anziani erano sì rispettati, ma tutti erano ugualmente impegnati nei lavori manuali. Soprattutto, non proponendo teorie metafisiche, lo Zen non ebbe problemi ad assorbire quelle taoiste, pur ignorandole nella vita pratica. Esso fece anche da veicolo per lo studio del Confucianesimo in Giappone. Qui, lo Zen divenne la filosofia della nobiltà, dei samurai in particolare. Non li incoraggiò mai a intraprendere il proprio sanguinoso compito, ma diede loro una via per affrontarlo e mantenere una forma d’innocenza. Da cui la decisione di Suzuki di dedicare ben due capitoli all’arte della spada. In questo campo, c’era un forte elemento shintoista, dato che l’arma era posta sotto una divinità tutelare sempre invocata da colui che la forgiava (p. 87). Lo Zen fece della spada un mezzo per eliminare la paura della morte e l’attaccamento a se stessi. Il maestro di spada era colui che riusciva a essere un tutt’uno con la propria arma, lasciando fluire le energie provenienti dall’inconscio. In questo modo, poteva essere un guerriero senza lasciarsi prendere dalla ferocia e dall’arroganza, o senza avere il terrore di morire.
            Nell’arte del tè, invece, è particolarmente evidente cosa s’intenda per sabi e wabi nell’estetica giapponese. Il primo può essere tradotto come “rusticità”, il secondo come “frugalità”. L’arte del tè, pur essendo aristocratica, presenta entrambe queste caratteristiche nelle dimensioni modeste della sala, nella sua voluta povertà d’arredamento, nel modo “egualitario” di riunirsi per consumare la bevanda. In questa privazione d’ogni sofisticheria, l’arte del tè raggiunge una raffinatezza basata sull’armonia. Anche il fatto di impiegare un’attività concreta e quotidiana per affinare la spiritualità è un tratto tipicamente zen.
            Per parlare dell’estetica giapponese, oltre alle due categorie succitate, è indispensabile menzionarne una terza: il ma-xia, la “composizione decentrata”. È una forma di pittura basata sull’uso del minore numero possibile di tratti di pennello e sull’assenza di simmetria. 

            Il saggio plana su quell’amore per la natura che Suzuki ritiene causato dalla presenza del monte Fuji e che ha dato vita alla forma poetica dell’haiku. L’uomo giapponese, nella natura, non cerca né la piacevole tranquillità, né una traccia di “creatore trascendente”, né l’affermazione di se stesso in grandi imprese. Egli è semplicemente parte viva di essa. Non concependo gerarchie fra gli esseri viventi, può essere incantato e provare venerazione per qualunque elemento naturale: un fiore rampicante, il chiaro di luna, il ticchettio della pioggia. Da questo sentimento, nasce spesso lo haiku, un componimento poetico in diciassette sillabe.
            L’interesse dell’Occidente per lo Zen è  così spiegato da Suzuki: “Se i greci ci hanno insegnato a ragionare e i cristiani a credere, lo Zen ci insegna ad andare oltre la logica e a non indugiare neppure quando ci troviamo di fronte a «ciò che non si vede». La prospettiva dello Zen è infatti quella di un punto di vista assoluto, nel quale non c’è spazio per il dualismo, qualunque forma assuma. La logica nasce dalla separazione fra soggetto e oggetto, la fede distingue ciò che viene visto da ciò che non viene visto. […] Nello Zen tutto ciò viene cancellato perché confonde la nostra intuizione della natura, della vita e della realtà.” (p. 290).

Uqbar Love, N. 142 (3 luglio 2015), pp. 27-28.

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