venerdì 3 luglio 2015

La vergine di ferro - I,3

Parte I: Labirinti




3.

Il dottor Michele Ario si alzò dalla scrivania ed entrò nella biblioteca. Ricercava quella penombra polverosa, fra gli scaffali di legno scuro e il busto di Minerva, in gesso, che guardava la stanza con occhi androgini e vuoti. 

            Lì, la sua Nilde aveva trascorso parecchie ore della propria adolescenza. Il fratello di Ario era morto, lasciandogliela fra le braccia, quando lei aveva sei anni. Il dottore ricordava quella bambina scarmigliata, con uno sguardo azzurro e testardo, aggrappata a una spada di plastica. Qualcosa, in quella precoce durezza, aveva fatto scattare in lui una forma di compiaciuta e paterna empatia. Aveva stimolato l’intelligenza vorace della piccola con le fiabe, ma anche con le gite in campagna, dove le mostrava una per una le piante, insegnandole a distinguerle. Amava stimolarla a correre, a nuotare, a fare le capriole. Ben presto, Nilde aveva cercato amicizie maschili, con cui giocava a pallone o si azzuffava persino, senza rancore di sorta. Questo, però, non sempre piaceva ai maestri della scuola elementare, che continuavano a richiedere colloqui particolari al dottore. La vivacità di Nilde la rendeva litigiosa e rumorosa, insofferente alle regole. Fu allora che Ario ebbe l’idea di avviarla alle arti marziali. A sette anni, la piccola fu iscritta a un corso di karate, tenuto da una maestra che il dottore conosceva personalmente. Pian piano, la sua scomposta aggressività si era mutata in una serenità adamantina, che sapeva fare a meno della prepotenza senza perder nulla della forza caratteriale. Così era Nilde adolescente, che divorava i volumi dello zio sotto l’immagine di Minerva. Passava dai saggi di storia ai romanzi delle sorelle Brontë, da Goethe a S. Agostino, da Virginia Woolf a Johannes Bureus, da Flaubert a Tolkien. A volte, Ario temeva che lei avrebbe finito per trascurare gli studi regolari, a causa di quelle disordinate passioni intellettuali. Ma Nilde aveva saputo mantenere ottimi voti. Non aveva abbandonato nemmeno i corsi di karate. Era del tutto disinteressata alla moda e ai cosmetici. La Natura sembrava però ripagarla di questo con un volto luminoso di porcellana, grandi occhi limpidi e una chioma di capelli castano-rossicci, splendenti come un pieno autunno.
            Un giorno, si era accorta di una preziosa collezione dello zio. Spade giapponesi, sciabole ungheresi, lame di Toledo. Una luce febbrile si era accesa nelle sue pupille.


[Continua]

Uqbar Love, N. 142 (3 luglio 2015), pag. 24.

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