giovedì 19 aprile 2018

S. Faustino in Breda e la sua storia


Dei santi Faustino e Giovita si sa davvero poco – quasi neppure se siano storicamente esistiti. La loro leggenda vuole che fossero bresciani d’alti natali e che si dedicassero all’evangelizzazione tra I e II secolo. Sarebbero stati martirizzati sulla via tra Brescia e Cremona intorno al 122 d.C., sotto l’imperatore Adriano. Sono patroni di Brescia e venerati dalla tradizione religiosa nei territori limitrofi. Non stupisce, pertanto, trovare a Manerbio una diaconia e una chiesa intitolate alla loro memoria. L’epoca di costruzione della chiesa di S. Faustino in Breda è incerta. Secondo l’opuscolo approntato dall’Assessorato alla Cultura nel 1985, viene suggerita una datazione fra X e XI secolo. L’intitolazione fa infatti pensare a un collegamento con il monastero benedettino di S. Faustino Maggiore a Brescia, fondato nell’841 dal vescovo Ramperto. Non risulterebbero però documenti dell’esistenza di proprietà fondiarie dei benedettini di S. Faustino a Manerbio. Probabilmente, la chiesa manerbiese sorse accanto a un ospizio e a una fattoria che offrivano un tetto ai coloni vescovili e ai viandanti che transitavano lungo la via Porzano-Manerbio. A causa dell’incuria e del cattivo uso del denaro destinato alla manutenzione, la struttura di S. Faustino in Breda soffrì d’un pesante decadimento. S. Carlo Borromeo, quando la visitò nel 1580, ritrovò l’edificio scoperto e squallido. Ad avere a cuore le sorti della chiesa erano, invece, gli abitanti del quartiere Breda. 
san faustino in breda manerbio
La facciata di San Faustino in Breda,
a Manerbio.
            Nei primi anni del ‘600, nacque intorno a S. Faustino una Disciplina: 13-18 uomini della Breda, vestiti di sacco e tenuti a recitare ogni domenica l’ufficio della Vergine. Questo sodalizio si contrapponeva (con un campanilismo che oggi può far sorridere) a quelli di altre chiese manerbiesi: S. Rocco, la Disciplina, il SS. Nome di Gesù.
            Una ristrutturazione in grande stile toccò a S. Faustino quando fu ricostruita la chiesa parrocchiale. I lavori si svolsero fra il 1715 e il 1720 e furono diretti probabilmente da Giovan Antonio Biasio, il primo architetto della pieve manerbiese. Il coro fu arretrato, per rispondere alle esigenze dei Disciplini, che abbisognavano d’un luogo di riunione separato dalla navata. A Biasio è attribuito anche il disegno della facciata, nonché il paliotto dell’altar maggiore. La pala del presbiterio è una Madonna col Bambino e i SS. Faustino e Giovita, di Giuseppe Tortelli (Chiari 1662 – Brescia post 1738). In sacrestia, si conserva un Crocifisso ligneo della prima metà del ‘500.
            Un periodo di abbandono si riebbe nel 1943, quando fu asportata la campana, in occasione della guerra. Nel 1960, crollò il tetto della chiesa. Nel 1962, iniziarono i restauri voluti dal parroco mons. Casnici e da don Reali. Nel 1984, fu ricostruito il tetto.
            Attualmente, S. Faustino in Breda è il cuore di una nota fiera manerbiese (15 febbraio), in cui rivive il divertimento contadino dell’albero della cuccagna.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 131 (aprile 2018), p. 16.

mercoledì 18 aprile 2018

Un diario d'antiquariato: Nicola Cé e lo "Jus Sancte Catharine"


«Una delle fortune che la vita mi ha regalato risiede nel fatto d’aver respirato […] gli echi delle stimolanti conversazioni che mio padre, restauratore sopraffino, ospitava in casa sua…» racconta Gian Mario Andrico. Questa fortuna divenne anche dei manerbiesi, il giorno in cui don Gianbattista Reali aggiunse alla collezione d’antiquariato un diario in 118 fogli, steso dal curato Nicola Cé fra il 1739 e il 1780. Esso, sul proprio frontespizio, è contrassegnato come Jus Sancte Catharine Cum multis aliis Notitijs. 
nicola cé manerbio jus sancte catharine
Una pagina dal diario di Nicola Cé
            Nicola Cé (Verolavecchia, 1704 – Manerbio, 25 novembre 1789) arrivò a Manerbio nel 1735, come curato e rettore dell’altare di S. Caterina d’Alessandria. Questa cappellania (o “curazia”) era abbinata a quella di S. Vincenzo Ferrer. Per l’appunto, oggigiorno, rimane nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo l’altare dedicato a entrambi i santi. Essi compaiono ai piedi della Madonna in gloria col Bambino dipinta da Camillo Rama (1576 – 1630 circa).
            Il memoriale è stato pubblicato a cura di Gian Mario Andrico, Floriana Maffeis e Rosa Roselli, col titolo: Il Diario del Prete Nicola. 1739-1780 (2004, La Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, Roccafranca – Brescia). Detta pubblicazione rientrava nel progetto culturale “Quaderni Manerbiesi”, promosso dall’amministrazione comunale negli anni 1995-2004. L’opera è introdotta da G. M. Andrico, quale donatore del diario alla comunità manerbiese. F. Maffeis ha dotato l’edizione di una meticolosa prefazione storica. Il volume comprende la riproduzione fotografica dei fogli, affiancata dalla trascrizione a stampa curata da R. Roselli.
            Nicola Cé vergò le pagine in modo assai informale, ma in bella grafia a pennino. Il frontespizio reca macchie e operazioni matematiche scarabocchiate in colonna, come s’addice a una carta “vissuta”. I suoi appunti riguardano, perlopiù, l’amministrazione del beneficio ecclesiastico che gli era stato assegnato. Il latino si alterna disinvoltamente al volgare. Le pagine su cui F. Maffeis ferma più volentieri l’attenzione sono però quelle che registrano i dettagli vivi della vita manerbiese nel XVIII secolo. Esse riportano alla luce le Messe celebrate all’alba “per commodo della povera gente, che va alla Campagna” (foglio 57); resuscitano i fazzoletti e le candele lasciati in elemosina in occasione di battesimi o sposalizi (“…si benedice la Sposa, se è Putta, non già quando fuosse Vedova…”), foglio 64. Nicola Cé fu anche testimone di un episodio relativamente importante, per la storia manerbiese: l’inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale nel 1741, sorta su quella precedente (foglio 86). Il foglio 91 riporta anche due episodi che la pietà popolare ascrisse come miracoli alla Madonna della Neve, immagine tuttora custodita in una delle cappelle laterali della pieve: la guarigione dell’occhio di una certa “Lucia moglie di Gioseppe Turinelli” e la sopravvivenza della Madonna dipinta a un incidente edilizio.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 131 (aprile 2018), p. 12.

mercoledì 4 aprile 2018

"Se è amore, lo sarà per sempre" di Mauro Cesaretti

"Tante novità vibrano, sollecitandoci ad andare avanti e raggiungerle così per fare chiarezza ed esprimerci con leggerezza, pur essendo sempre più intrattenibili, pur dovendo scorrere per rinfrescare la natura degli eventi. 
se è amore lo sarà per sempre mauro cesaretti
Secondo il poeta, il battito cardiaco è influenzato da una lotta interiore, la più deplorevole, cosicché aleggiano amorevoli frammenti, da mirare con uno spirito infrangibile, piacevolmente passivi a tutta questa sublimazione.

“Mai riceviamo quel che vorremmo

perché s’ignora il desiderio altrui


e l’insoddisfazione c’assale adagio”
In questa raccolta di versi, il lettore può notare che per amare non bisogna essere portatori di tradimento, cercando piuttosto d’appurare una perdita dall’intensità di un saluto che pecca di reciprocità; tra voli diseguali, fragili, che una corrente fredda li può legare in maniera del tutto discutibile.
Attanagliati dai nervi, si attende che ogni cosa smetta d’esistere, volendo cambiare aria in definitiva, in mancanza del coraggio d’ammettere che siamo in balia della scelleratezza, per respirare un domani serenamente.
Nella vista inerme, nella gabbia dell’amore, si sta insieme senza saperne il motivo, si scompare per quell’oscura, prematura intenzione di approfondire tutto ciò che si è amando.
Tra le poesie si constata che l’esistenza di una coppia d’amanti si ripara al fresco di una passione, rincorre un gesto d’affetto nell’amarezza dei sensi.
“Se io potessi amare ogni respiro e il suo dolore

ogni fiacchezza dell’amore

ti scriverei parole che non so”
mauro cesaretti
Mauro Cesaretti
Un cielo variabile riveste percorsi dolorosi, correnti d’aria che un miscuglio di persone fatica a sentire, come a scorgere l’aprirsi del fiore più classico da porgere.
Il desiderio di snervare degli affetti c’intensifica, e scambiamo il bene per il male e viceversa in un contatto che così si evolve in passione, determinando tutto tranne che l’atto finale di una storia tra due persone.
Traspaiono delle identità amando, allorché una fisicità include della desolazione con delicatezza, fino a stancarsi meravigliosamente.
Capita di rientrare in un cenno d’intesa per sconvolgersi reciprocamente, e irrigidirsi individualmente, nello spirito, perché uno scambio di vite può risultare drammatico, specie per il genere femminile.
Chi ama finisce imprigionato all’istante, ad angosciarsi noiosamente, a patto che un’apertura dei sensi la si divori in un tu per tu.
I nervi d’incanto scompigliano della quiete che chissà se la meritiamo, come se ci dovessimo sfidare a duello fino a non intendere un valido motivo, coi demoni che ci tentano scherzando col fuoco che facciamo.
“Carezza che mi aiuti  a sognare l’amor vero

evitami di incrociare il suo sguardo omicida

e con quella sua dura e insopportabile morsa”
Un timore può dimorare nel cuore in mancanza di rettilinei, alle dipendenze di vizi nient’altro che sensuali… ma di certo svanisce col riacutizzarsi della memoria, con la pretesa olfattiva.
Prima o poi un battito cardiaco può precipitare nell’anonimato fintantoché i ritmi quotidiani manifestano indifferenza, senza riconoscere un’osservazione passata, sul proprio conto… roba da rimanere travolti, bloccati ancora.
Il domani somiglia a una casa d’abitare, in cui non si entra, preferendo invece attendere, viaggiare mentalmente, arrecando complessità ai giorni che passano, a un regista.
Quindi non è affatto perpetuo il caos insito alle forme liquide, di una preghiera al fine di andare avanti e raccogliere meglio le forze per tenere testa alle debolezze."

lunedì 2 aprile 2018

Arriva a Manerbio “La locandiera” di Carlo Goldoni

Una scena da: "La locandiera" di C. Goldoni.
Fonte: Proximares.it

Dopo il “Tartufo” di Molière, i manerbiesi hanno degustato un altro capolavoro della commedia: “La locandiera” di Carlo Goldoni (1753). Il Politeama l’ha programmata per il 9 marzo 2018. L’ha inscenata la compagnia “Proxima Res”, con la regia di Andrea Chiodi (disegno luci: Marco Grisa; scene e costumi: Margherita Baldoni; musiche: Daniele D’Angelo; con: Caterina Carpio, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Emiliano Masala, Francesca Porrini). La Biblioteca Civica ha ospitato una serata d’introduzione allo spettacolo. Essa era firmata, oltre che dal Comune, dall’Associazione Amici della Biblioteca di Manerbio e dal gruppo di lettura “Libriamoci”. Il 7 marzo 2018, “La locandiera” è stata così presentata dalla lezione della prof.ssa Annamaria Bertoni. L’inizio ha illustrato due particolarità della messa in scena curata da “Proxima Res”: un tavolo, che, con la sua perenne presenza, definirà il “sopra” e il “sotto”, il “detto” e il “non detto”; bambole che richiameranno il gioco preferito di Goldoni, quello che fece probabilmente nascere la sua passione per il teatro. 
            La prof.ssa Bertoni ha contestualizzato “La locandiera” nel suo secolo: quello dell’arte volta all’indagine del “vero”, senza orpelli ed esagerazioni; quello dell’affermazione della borghesia produttiva contro l’aristocrazia parassitaria. Carlo Goldoni (Venezia, 1707 - Parigi, 1793) non fu un rivoluzionario; ma fu uomo del suo tempo, nella critica alla nobiltà, nell’esaltazione della vita laboriosa e onesta, nel realismo artistico.
            Goldoni è ricordato per la sua riforma del teatro. All’epoca, era ancora viva la “Commedia dell’Arte”: la professione attoriale concepita come capacità di improvvisare, basandosi su un canovaccio e su tipi fissi (le famose “maschere regionali”). Goldoni abolì gradualmente le maschere. Richiese agli attori di imparare la parte a memoria. I personaggi acquistarono una fisionomia psicologica complessa.
           
La prof.ssa Annamaria Bertoni presenta "La locandiera"
a Manerbio (BS).
L’occasione di dedicarsi al teatro gli fu offerta nel 1747 da Girolamo Medebach, capocomico della compagnia omonima: propose a Goldoni di divenire suo autore personale per il teatro Sant’Angelo di Venezia. Ciò significava dover sfornare di continuo testi nuovi, che garantissero afflusso di pubblico. Perciò, la prof.ssa Bertoni ha indicato Goldoni come probabile primo scrittore professionista della letteratura italiana.
Nella “Locandiera”, il ruolo della protagonista è ritagliato su misura dell’attrice Maddalena Marliani. Questa era specializzata in ruoli di servetta: pungente e seducente, capace di gabbare i padroni. La locandiera Mirandolina è, appunto, una donna senza blasoni, dal grande senso pratico, in grado di burlarsi dei nobili che aspirano ai suoi favori o che la disprezzano. Non più giovane, laboriosa, indipendente: sembrerebbe un’ideale di borghese e di donna emancipata. Peccato che nasconda un lato oscuro, sottolineato dall’autore nell’introduzione alla commedia: è una seduttrice seriale. Non perché sia attratta dalle sue prede (non ha bisogno di uomini e lo ribadisce più volte), ma per affermare se stessa. Per di più, osa farlo in nome del genere femminile (Atto I, scena IX). Nonostante si decantino la “freschezza” e il “brio” delle opere goldoniane, esse non sono prive d’un fondo feroce: i rapporti fra i generi, così come quelli fra le classi, sono all’insegna della lotta. Una lotta sotterranea, non dichiarata, ma che non manca di far le sue vittime.



domenica 1 aprile 2018

Gli animali di Pinocchio secondo Delfino Tinelli


Delfino Tinelli, insegnante e giornalista manerbiese, ha già scritto più volte in merito all’educazione. L’ha fatto anche in chiave piacevole e fiabesca, con: “Gli animali di Pinocchio e altre figure” (Brescia 2017, Editore Mannarino). 

            La premessa definisce “Le avventure di Pinocchio” come “Odissea dei bambini”. Ne ha parlato l’autore stesso al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, il 16 febbraio 2018. Con lui, c’erano il tenore Nicola Bonini, il pianista Andrea Facchi e l’attrice Carla Provaglio.
La serata ha avuto inizio proprio con la voce di Bonini e la musica di Facchi, che hanno eseguito “Carissimo Pinocchio”, o “Lettera a Pinocchio” (di Mario Panzeri, canzone ufficiale della prima edizione dello Zecchino d’Oro, nel 1959). Oltre a questo brano, sono stati eseguiti quelli di Fiorenzo Carpi, che accompagnarono il famoso sceneggiato televisivo di Luigi Comencini (1972), e la disneyana When You Wish Upon a Star”.
 Carlo Lorenzini (Firenze, 1826 - 1890), detto “Collodi” dal paese natio della madre, ideò Pinocchio per bisogno di denaro. Propose la storia a “Il Giornale per i Bambini”, senza credere egli stesso nella bontà di ciò che aveva scritto. “Le avventure di Pinocchio” uscirono a puntate, tra il 1881 e il 1883. Il resto è storia.
Collodi, da autore per adulti prestato alla letteratura per l’infanzia, inserì nell’opera significati più profondi di quelli apparenti. Abbiamo menzionato la somiglianza con l’Odissea. Tinelli ha parlato di “Pinocchio” come di un percorso di maturazione. Lungo questo cammino, gli animali intervengono come ammonitori, aiutanti o insidie. Quest’ultimo è il caso del Gatto e della Volpe, ovviamente.
            Il primo brano letto dalla Provaglio riguardava i conigli neri che portano la bara per Pinocchio, destinato a morire dopo aver rifiutato di bere un’amara medicina. Secondo Tinelli, i teneri animali servono a presentare la paura della morte in un modo che non sia troppo traumatico per il lettore bambino: un lettore che parteggia per Pinocchio, ma che è anche consapevole dei suoi errori.
            Le faine, invece, arrivano quando Pinocchio, per furto, è stato sottoposto a una singolare punizione: dovrà sostituire il cane da guardia dell’agricoltore. Le ladre promettono al burattino una parte della refurtiva, se permetterà loro di razziare il pollaio. Pinocchio rifiuta la corruzione e vien premiato con la libertà. In questo, Tinelli vede un’anticipazione di attuali pratiche di giustizia riparativa.
La lumaca porta-lume rappresenterebbe invece il soccorso, per il quale bisogna saper aspettare e sperare - se meritato. E che va restituito, nel momento del bisogno altrui.
Il pescecane, più che un animale, è un luogo. È il momento della caduta nell’abisso, che porta però a una rinascita. Non a caso, la prima cosa che Pinocchio vede all’uscita sono le stelle: stessa scena che appare a Dante, alla fine del suo “Inferno”. (E che dire del biblico Giobbe?)
Dalle domande del pubblico, è emerso un altro paragone letterario: quello con le “Metamorfosi”, o “Asino d’oro” di Apuleio (Madaura, 125 - Cartagine, 180). Anche qui, un giovane si ritrova tramutato in asino, a causa della propria sventatezza. Lo aiutano figure femminili sagge e materne, (come lo è la Fata Turchina): una di queste è la dea Iside in persona. Gli “asini”, per Apuleio così come per Collodi, non sono i bisognosi di supporti didattici, bensì coloro che sprecano la propria intelligenza.
Ma entrambi gli autori inviano un messaggio che rende ragione della loro durevolezza: quella stessa intelligenza può far discernere quali sono i veri aiutanti e riscattare dalla caduta.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 130 (marzo 2018), p. 15.