domenica 30 dicembre 2018

I Misteri Gaudiosi del Rosario… nel presepe

terzo mistero gaudioso natività presepe
Terzo Mistero Gaudioso: la Natività
La sfida natalizia di Angelo Bertelli, presidente del circolo ACLI di Manerbio, è trovare un tema inedito per il suo annuale presepe artistico. Per l’edizione dicembre 2018/gennaio 2019, ha così optato per un’idea insolita: i Misteri Gaudiosi del Rosario. La Natività di Cristo è il terzo dei cinque. Ad aggiungere maggiore originalità, contribuisce la scelta di un paesaggio totalmente di fantasia. Stavolta, infatti, Bertelli ha rinunciato anche al beneamato modello dei paeselli appenninici. 
            La creazione è stata esposta nella sede delle ACLI, in via San Martino (“Scià Bas”). Come sempre, lascia senza fiato la cura dei dettagli. I coppi dei tetti sono stati realizzati uno per uno, con una mistura di stucco e DAS. Le finestre sono chiuse da impannate traslucide. Giochi di luce accendono falò e fanno vivere le case. Per creare la vegetazione, sono stati impiegati rametti di agrifoglio, ortensie essiccate e semi di ailanto (o “albero del paradiso”).
            Dato l’argomento del presepe, esso è strutturato come un percorso avente inizio con l’Annunciazione. La Vergine è china su un inginocchiatoio, nella cornice illuminata di un arco a sesto acuto. Per rappresentare S. Elisabetta nella Visitazione, Bertelli ha impiegato una statuina di donna incinta proveniente da Napoli: giusto per ricordare che questa città vede, per tradizione, presepi colorati, ricchi e imprevedibili.
           
secondo mistero gaudioso visitazione presepe
Secondo Mistero Gaudioso: la Visitazione
Il terzo Mistero, la Natività, è naturalmente al centro, con la classica capanna illuminata. Per il quarto e il quinto, la Presentazione al Tempio e il Ritrovamento di Cristo fra i dottori, è stato possibile un certo sfoggio di monumentalità. Nella fantasia di Bertelli, il Tempio di Gerusalemme ha assunto fattezze neoclassiche, con tanto di colonnati e frontoni e una rosa dei venti quale decorazione pavimentale. Massiccia, con forme squadrate e finestre bifore, è anche la fortezza da cui si affacciano i soldati romani, mentre i Magi partono alla sua ombra. Parte del paesaggio è desertico, con tende e cammelli. Per il resto, l’immaginario è quello bucolico dei consueti presepi. Bianche pecorelle costellano prati di muschio. Una rustica locanda si annuncia con un’insegna di legno. Su un ponticello, passa un carro trainato da un bue. Nei vani delle finestre, sui balconi, nei cortili, nei portichetti, l’occhio può frugare per scoprire personaggi inaspettati: una minuscola Esmeralda del disneyano “Gobbo di Notre-Dame”, una contadina e un contadinello che sgranocchiano mais, una locandiera con un’oca in braccio…
quinto mistero gaudioso ritrovamento fra i dottori del tempio
Presentazione e Ritrovamento nel Tempio
Bertelli e il circolo ACLI non trattengono mai per sé le creazioni natalizie. Ogni anno, vengono donate a un beneficiario diverso. Per il 2019, sarà don Tino Clementi, ex-parroco appena congedato dai manerbiesi. Il presepe dei Misteri Gaudiosi sarà trasferito all’Eremo dei SS. Pietro e Paolo a Bienno, di cui don Tino è ora direttore. 
Oltre alla meditazione (già che parliamo di Rosario), ciò che può offrire un presepe artistico è proprio questo: un piccolo mondo giocondo e perfetto, nel quale ogni sentiero è una sorpresa gioiosa. Dove tutto, per una notte, è magico e idilliaco - anzi, gaudioso. Dove ogni aspirazione umana è stata compiuta.

sabato 29 dicembre 2018

Piccole donne: la magia della bambola

bambole furga manerbio
Bambole Furga, fra cui (in secondo piano, a destra)
il bebè Tonino.
Il fascino della bambola sembra valicare tempi e culture. Ha anche un valore terapeutico: la cosiddetta “Doll Therapy” interviene nella cura dell’Alzheimer, catalizzando l’attenzione e i sentimenti dei pazienti su queste piccole donne da accudire. 
            Il “potere della bambola” ha spinto Irene Iampieri a collezionare bambole d’epoca, realizzate da fabbriche italiane non più esistenti. Le reperisce ovunque (nei mercatini, su Internet…). Le trova spesso in condizioni pietose e le sottopone a restauro. La sua collezione di emozioni e storie è stata offerta alla cittadinanza di Manerbio, dal 9 dicembre al 6 gennaio 2019. La collocazione è il salone di rappresentanza del Municipio.
bambola panno lenci
Bambola in panno Lenci
           
mostra bambole vintage manerbio
Tante damigelle, di cui una (in primo piano)
di colore e un'altra (in secondo piano)
pittrice.
Il 9 dicembre 2019, è stata così inaugurata la mostra “La magia della bambola. Mostra di bambole dagli anni ’30 agli anni ‘80”. Essa è un altro passo sul percorso iniziato con la Mostra del Giocattolo Antico. L’inaugurazione ha compreso una conferenza: “La Furga: storia di una fabbrica italiana di bambole”. Essa si trovava a Canneto sull’Oglio e prendeva il nome da una famiglia nobile d’antiche origini. Gianluca Bottarelli, per conto del Gruppo del Giocattolo Storico (Museo Civico di Canneto sull’Oglio), ne ha illustrato la storia. Alla fine dell’ ‘800, Canneto era un paese all’avanguardia: ferrovie, scuole elementari, produzione di energia elettrica. I Furga poterono beneficiare di tutto questo, nell’iniziare un’attività industriale. Cominciarono con le maschere carnevalesche, non sufficienti però a garantire un rendimento costante. Già nel 1882, dunque, la fabbricazione si estese alle bambole di cera (stearina e gesso). All’inizio del ‘900, il cambio di gusto generale fece optare per il biscuit in luogo della cera: ciò significò importare teste di bambola dalla Germania. Già nel 1922, però, la Furga era in grado di fabbricarle da sé, avvalendosi comunque di uno scultore tedesco: Walter Schrejer. Queste bambole erano di lusso, vestite con abitini a balze, di cotone e organza. Più economiche quelle prodotte negli anni ’30, in cartapesta. Bisognava affrontare la concorrenza della famosa Lenci e delle sue bambole in feltro. La Furga, su licenza di Walt Disney, produsse anche giocattoli ispirati ai celebri film d’animazione. 
            Dopo la Seconda Guerra Mondiale, prevalsero le materie plastiche. I vestiti delle bambole cominciarono a ispirarsi alla moda americana. Tina Colombo fu creatrice di abiti per la Furga, dalla fine degli anni ’50. Tra gli scultori dei volti, bisogna invece ricordare Dina Velluti e Fulgido Arpaia. Particolarmente ardita era l’espressività facciale del bebè Tonino (1955), che “chiedeva la pappa”: al posto degli occhi, aveva solo due fessure incurvate. Negli anni ’50, la Furga esportava in 111 Paesi.
            Naturalmente, essa è ampissimamente rappresentata, nella mostra manerbiese. Ma ci sono anche la Sebino, la Lenci, la Migliorati, la Ratti, la Italocremona, la Mattel e l’Ideal. È esposta anche Lisa, una piccola bellezza in porcellana di Capodimonte. Del primo ‘900, sono presenti due pezzi Armande Marseille (Germania). Fra i molti prodotti firmati Furga, vanno ricordate “Le bambole amiche” modellate da Arpaia nel 1965: Susanna, Simona, Sheila, Sylvia.
           
bambole vintage armande marseille e unis france manerbio
Sul divanetto: bambole tedesche Armande Marseille
e una Unis France.
La collezione di Irene è ampia e varia. Troviamo piccoli nei grembiulini scolastici, bebè, massaie, personaggi delle fiabe e della letteratura per l’infanzia, piccole monelle, bambole meccaniche o che “imparano a parlare”, damigelle dalla pelle scura o piccole sosia di Shirley Temple, sorridenti, capricciose. Una di esse era anche in grado di camminare al ritmo della beatbox di Hiroshi Lazzaroni, esibitosi per all’inaugurazione. Trasformare emozioni e sogni in qualcosa che si può abbracciare: ecco la magia.

venerdì 28 dicembre 2018

La Caccia Selvaggia: Odino fra i bresciani


caccia selvaggia odinoAnche se le temperature sembrano prendersi gioco della stagione, le notti saranno più lunghe e buie. Il quadro naturale parla di paura… Ma di cosa avevano paura i bresciani “di una volta”? Uno degli orrori divenuti fiaba popolare è la Caccia Selvaggia. In Madóra che póra! Storie e leggende della Valle Trompia (2015), Giovanni Raza elenca quindici nomi vernacolari di questo mito, diffuso da Scozia e Germania fino a diverse aree del Nord Italia. Con qualche variante, ricorre questo schema: in un’ora tarda e insolita, si odono rumori di caccia in lontananza; un incauto chiede agli ignoti cacciatori di portargli una parte della preda; il giorno dopo, ritrova un arto umano inchiodato alla porta, come dono. 
            Raza ricollega questa “Caccia Selvaggia” a quella condotta dal dio germanico Wotan (forma continentale del nome di Odino). Wotan/Odino è arrivato nei pressi di Brescia plausibilmente per via dei Longobardi: la voce corrispondente su Treccani.it, Dizionario di Storia (2010), li descrive infatti come dediti al culto di questa divinità magico-guerriera. Sul medesimo sito, la voce “Odino” di Bruno Vignola - Enciclopedia Italiana (1935) descrive proprio la “caccia selvaggia” condotta dal dio nelle notti tempestose e formata da schiere di anime defunte.
            La radice del nome risale a un germanico *wodanaz e a una radice *u̯at-, che comprende anche il «furore» in genere (antico alto ted. *wuot, ted. wut): “Wōdan” su Treccani.it. Wotan/Odino, insomma, è l’impeto trascinante, che ispira il combattimento, ma anche la profezia, l’estasi, l’avventura, la poesia. L’Edda Maggiore, raccolta di carmi composti fra IX e XIII sec. in Norvegia, Islanda e Groenlandia, lo menziona più volte. Nel canto detto Völuspá (= “Profezia”), Odino interroga una veggente sul destino degli dei e della terra: quel destino su cui nemmeno lui ha potere e che gli riserva una sorte tragica. Famosissimo, nell’Edda Maggiore, è anche lo Hávamál: un monologo in cui il dio narra la sua acquisizione dell’alfabeto runico, attraverso il sacrificio di rimanere appeso al tronco dell’albero dalle radici sconosciute (il frassino Yggdrasill, strutturato come una mappa del cosmo). Tutto quanto abbiamo scritto circa Odino nell’Edda Maggiore è reperibile in: Jorge Luis Borges - María Esther Vázquez, Letterature germaniche medioevali, Milano 2014, Adelphi. 
dio odino wotanPer via della sua mobilità e della sua intelligenza, Wotan/Odino fu fatto corrispondere dai Romani a Mercurio, sull’esempio di Tacito (cfr. Letterature…, p. 116, e “Odino” su Treccani.it). Perciò, il mercoledì, in inglese, è Wednesday, cioè Woden’s day, giorno di Wotan.
            Figura affascinante, non manca però di suscitare terrori, dato che è pur sempre l’ispiratore della furia selvaggia: quella dei berserkir, guerrieri in preda all’estasi e simili ai lupi mannari. L’aspetto “demoniaco” di Wotan/Odino è accentuato nelle leggende bresciane sulla “Caccia Selvaggia”, che risentono dell’ottica cristiana: un dio diverso da quello biblico e, per giunta, portatore d’invasamento, non poteva che essere assimilabile al diavolo. Ecco perché, per i bresà dè ‘na ólta, non era il caso di fare i baldanzosi, davanti al suo passaggio… E perché chi temeva la Caccia Selvaggia si rivolgeva al prete.
Noi, che non crediamo più negli spettri (vero?), non correremo probabilmente a cercare preghiere e amuleti. Ma rimane un monito, davanti alla bellezza di una passione trascinante: essa porta saggezza e progresso solo se ci si sa inchiodare al solido legno della concretezza e del rispetto per i viventi. Altrimenti, i nostri fantasmi potrebbero portarci nel loro mondo, rivelandoci la nostra parte assassina.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 139 (dicembre 2018), p. 18.

giovedì 27 dicembre 2018

La Grande Guerra nei canti e nei ricordi


A cent’anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, a Manerbio non sono mancate commemorazioni. Esse hanno visto, in particolare, l’impegno del Gruppo Alpini locale. Ciò è logico, dato che questo corpo dell’esercito fu assai coinvolto nel conflitto, sul fronte italo-austriaco, e dovette affrontare condizioni ambientali durissime. L’hanno ben dimostrato le fotografie, le cartoline postali e gli altri pezzi esposti nella mostra di cimeli storici e divise, che il Gruppo Alpini ha allestito nella Sala Mostre del palazzo comunale dal 25 ottobre al 4 novembre 2018. Essa ha riscosso successo, in particolare, presso le scolaresche. Le cartoline postali, scritte a pennino, mostravano (con le incerte ortografia e sintassi di chi non era abituato a scrivere) le speranze e i disagi dei giovani soldati. Un disegno ricordava il prezioso contributo delle infermiere, così come quello delle donne in generale. I ramponi da ghiaccio ricordavano la difficoltà del combattere in alta montagna; le bombe a mano erano invece un modo di nuocere ai soldati nemici, ferendoli gravemente con le schegge. Le foto riportavano la neve, il trasporto a dorso d’asino (ricordato anche da un basto esposto), i morti. I membri del Gruppo Alpini erano disponibili come guide. 
la grande guerra nei canti e nei ricordi manerbio

            Sempre a cura di questa associazione era la serata del 31 ottobre 2018, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: “La Grande Guerra nei canti e nei ricordi”. Essa ha visto la partecipazione del coro “Sotto la torre”, del gruppo teatrale “Chèi dè Manèrbe” e del pianista Corrado Zorza. Uno degli Alpini ha guidato il canto introduttivo dell’inno di Mameli. Nel buio, mentre venivano proiettate le immagini dei soldati in trincea, “Chèi dè Manèrbe” leggevano lettere spedite dal fronte alle famiglie dei soldati. La puzza, le provocazioni dei nemici, i pesanti cannoni da spostare, una quasi miracolosa sopportazione occupavano il primo posto. È stato ricordato don Carlo Peroni, curato di Manerbio e destinatario di molte missive: sia per richiedere conforto spirituale, sia per fare da intermediario con familiari analfabeti.
            I brani intonati durante la serata da “Sotto la torre”, naturalmente, erano canti alpini. Tante putèle bèle esprime il dolore di dover lasciare le fidanzate, nella totale incertezza di rivederle. Il testamento del capitano è il rifacimento di una canzone cinquecentesca contenente il lascito spirituale di Michele Antonio, undicesimo marchese di Saluzzo (1495-1528). Stelutis alpinis è un canto friulano: invita l’amata di un soldato morto a raccogliere una stella alpina dalla sua tomba, per ricordo. Tapùm descrive il rumoreggiare delle armi nella battaglia del monte Ortigara (10-25 giugno 1917). Fjol de la guera è una mesta ninnananna per un orfano di guerra. Gorizia, tu sei maledetta fu censurata all’epoca, per la rabbia che esprimeva contro gli alti ufficiali. La leggenda del Piave è un classico; il generale Armando Diaz la considerava “più di un generale”, per la capacità d’incoraggiare i soldati. La canzone del Grappa nacque da una scritta anonima: “Monte Grappa, tu sei la mia patria”. La campana di San Giusto ha un sapore irredentista.
            Non sono mancate letture poetiche: i celebri versi di Giuseppe Ungaretti (1888-1970) e quelli dialettali di Sergio Gianani.
È seguito il lungo elenco dei caduti manerbiesi nella Grande Guerra. La Preghiera dell’Alpino e il canto Signore delle cime hanno concluso la commemorazione. Per non rimandare a casa la cittadinanza nella malinconia, gli Alpini hanno invitato i presenti a un rinfresco: con la consapevolezza del ricordo, prosegue la vita.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p. 15.

mercoledì 26 dicembre 2018

Le Donne Oltre sulla strada per Endor


donne oltre manerbio
Stefania Maratti ed Emma Baiguera
Il 28 ottobre 2018, le “Donne Oltre” di Manerbio hanno invitato la cittadinanza alla consueta festa di tesseramento. Al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, sono state ricordate le abituali attività dell’associazione: trovare un alloggio per le vittime di violenza domestica e i loro figli; fornire loro un’équipe per il sostegno psicologico; organizzare iniziative di sensibilizzazione, anche alle scuole elementari o medie. Per la fine di quest’anno, “Donne Oltre” ha previsto il cineforum In direzione ostinata e contraria: quattro film sul tema della strega, vista come donna “diversa” ed emarginata. Si tratta di un antipasto a un’iniziativa ben più ampia: un intero anno di eventi culturali su questa figura, dal titolo “La strada per Endor” (anche su Facebook).. Esso è stato ideato da “In Circolo”, gruppo di cittadini di Provaglio d’Iseo, che si riunisce per trattare tematiche d’affettività e di genere. Al progetto, aderiscono numerose realtà. Il nome del ciclo di eventi è tratto dall’episodio biblico di 1 Sam 28, 3 ss. Il re Saul, dopo aver bandito negromanti e indovini dal proprio regno, desidera consultarne uno per evocare lo spirito del profeta Samuele. Si reca così a Endor, dove gli è stato riferito che si trova una negromante. Pur riconoscendolo ed essendo terrorizzata da lui, la donna esaudisce la sua richiesta; lo accudisce persino, quando il re vien meno davanti alla tremenda apparizione del defunto profeta. 
Il titolo del ciclo di eventi è sottotitolato dall’acronimo “S.T.R.E.G.A.”: “Sapiente Tutrice Ribelle Erborista Guerriera Ammaliatrice”.
 L’idea de “La strada per Endor” è giunta dal caso della scrittrice Ramona Parenzan: la sua idea di giocare sulla figura della strega in un laboratorio scolastico ha portato a un’interrogazione parlamentare, in cui lei non è stata certamente messa in buona luce. Maghe e fattucchiere, tramandate dalle fiabe, fanno dunque tanta paura anche oggi?
            Nell’attesa di rispondere alla domanda, sul palco del “Bortolozzi” si sono esibite non vecchie streghe, ma ben più avvenenti figure. Hanno cominciato Emma Baiguera (chitarra) e Stefania Maratti (flauto), con pezzi vivaci: la Paçoca di Celso Machado (Ribeirão Preto, 1953); la Suite n° 3 di Roberto Di Marino (Trento, 1956); Mallorca di Isaac Albéniz (Camprodon, 1860 - Cambo-les-Bains, 1909); il Tico Tico di Zequinha de Abreu (Santa Rita do Passa Quatro, 1880 - São Paulo, 1935).
           
the mussels donne oltre manerbio
The Mussels
La seconda parte ha visto in scena le Mussels: ovvero le “cozze”, nome che a loro si addice solo ironicamente. Il gruppo è composto da Ilaria Tengatini, Nicole Bulgarini, Elena Troiano e Miriam Smussi. Il 28 ottobre, hanno proposto un repertorio sospeso tra forza e malinconia: Man in the Mirror di Michael Jackson; Via con me (It’s Wonderful) di Paolo Conte; Hallelujah di Leonard Cohen; Malo di Bebe; More Than Words degli Extreme; Dangerous Woman di Ariana Grande; Shallow, il brano-simbolo del recentissimo film A Star is Born; Think di Aretha Franklin; Shape of You di Ed Sheeran; Love of My Life e Crazy Little Thing Called Love dei Queen; Fragile di Sting; Blunotte di Carmen Consoli; E non finisce mica il cielo di Mia Martini; Eppure sentire (Un senso di te) di Elisa… e altri, per mostrare le molte sfumature tra amore e lacrime.
La buonanotte ai partecipanti, infine, è stata data dalle “Donne Oltre” con una ricca scelta di tisane. Un anno finito (e ricominciato) in dolcezza.

martedì 25 dicembre 2018

Turandot: uno spettacolo davvero… senza mura


turandot compagnia spettacolosenzamura
Il genere dello spettacolo di piazza non sembra voler morire. Lo sa bene la compagnia teatrale Spettacolosenzamura, che ha già contribuito ad allietare la Notte delle Fiabe a Manerbio. È tornata il 14 ottobre 2018, per la sagra (appunto) della “Seconda di ottobre”, ovvero la festa della Madonna del Rosario. In via XX Settembre, tra la sera e il tardo pomeriggio, la compagnia di acrobati e comici ha intrattenuto grandi e piccini con una versione apposita della storia di Turandot. Narrata dal commediografo Carlo Gozzi (Venezia, 1720-1806) e famosa nella versione operistica musicata da Giacomo Puccini (Lucca, 1858 - Bruxelles, 1924), racconta di una bellissima ed altera principessa cinese: Turandot, appunto. Diffidente verso il genere maschile e desiderosa di conservare la propria libertà, evita il matrimonio con un espediente crudele: i suoi pretendenti dovranno risolvere tre difficilissimi indovinelli; se non ce la faranno, andranno incontro alla decapitazione. A causa di questa regola, sono già stati mandati a morte diversi giovani principi. Finché, un giorno…
turandot compagnia spettacolosenzamura            Nella versione della compagnia Spettacolosenzamura, la vicenda comincia con la sconfitta in guerra del principe Calaf. Il principe di Persia, vincitore, fa di lui uno schiavo. Entrambi ricevono la visita di Adelma, ancella dell’imperatore cinese Altoum e di sua figlia Turandot: mostrando un ritratto della principessa, propone le possibili nozze e la sfida da superare per ottenerle. Entrambi gli uomini, ammaliati dalla bellezza di Turandot, sono divisi fra la passione e il desiderio di… non perdere la testa. Ma il tronfio principe di Persia non crede di poter essere sconfitto in alcunché. Perciò, insieme al novello schiavo, parte per la Cina. Qui, la sua superbia viene immediatamente mortificata dagli enigmi della gelida donna. Calaf approfitta della situazione per volgere la sorte a proprio favore: convince il principe di Persia a restituirgli titolo e corona, in modo da lasciare a lui l’onore (e l’onere) di chiedere la mano di Turandot. Calaf può così risolvere gli impossibili quesiti, grazie alla propria intelligenza. Ma non finisce qui… Perché l’odio misandrico di Turandot, fomentato per anni da Adelma, difficilmente scomparirà da un momento all’altro. In più, l’ancella Adelma non è colei che sembra… E lo scornato principe di Persia si doterà di stratagemmi e travestimenti, per far fallire le nozze tra i protagonisti.
            Lo spettacolo, oltre che da gag, era composto da acrobazie, giochi di fuoco e burattini. L’imperatore cinese Altoum, per misteriosi motivi, parlava in un dialetto lombardo e gli illustri corteggiatori di Turandot provenivano quasi tutti da paesi della nostra regione. Per non parlare del prete chiamato a celebrare le nozze risolutive, scelto sul momento fra gli spettatori. Insomma, un teatro di strada davvero senza mura… “quarta parete” compresa. Il finale? Non lo riveleremo. Ci limitiamo a dire che l’amore sincero può beffare anche il diavolo.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p.16.

lunedì 24 dicembre 2018

Borghi e paesaggi rurali: sguardi aperti su piccoli mondi

Paeselli e villaggi non saranno sempre i luoghi più comodi in cui vivere, ma è risaputo che hanno un fascino pittoresco. Proprio “Borghi e paesaggi rurali” si intitolava la mostra organizzata dal Fotoclub di Manerbio nella Sala Mostre del Palazzo Comunale dal 13 al 15 ottobre 2018. Bice aveva firmato una serie di paesaggi “acquatici” (“Torri del Benaco” (VR), “Borghetto”, “Bagno Vignoni” (SI)), insieme a un’abitazione in legno e pietra nei boschi (“San Donato”). 
borghi e paesaggi rurali fotoclub manerbio

            Costanzo aveva ritratto una grande stanza affollata di “Attrezzi ‘rurali’” e mura che guardavano placidamente un fossato (“Scandolara”). Emanuele si era soffermato su soggetti più urbani, ma medievo-rinascimentali. Prevalevano Pienza e Siena, ma era rappresentata anche la Rocca Scaligera di Sirmione.
            Emanuela aveva scelto l’Appennino centroitalico: l’Abruzzo, Civita di Bagnoregio (VT) e Castelluccio (PG), per terminare con una vista a “volo d’uccello” di “Tetti”: addossati gli uni agli altri come pecorelle e irti di antenne televisive.
            Castelluccio ricorreva anche in uno scatto di Giacomo, insieme a Pienza e a Bevagna. Silvio si era concentrato su Casale Marittimo, Cascina, Bibbona (LI), Sassetta (LI) e Canale di Tenno (TN): di quest’ultimo, in particolare, era stato colto un vetusto dipinto murale, rappresentante un monaco con cappuccio, libro e bastone. Così sospeso a mezz’aria, oltre la bocca d’un arco sul vicolo, sembrava quasi un’apparizione. Negli scatti di Silvio, comparivano anche un “Campo di grano” e scene di “Pastorizia”: rudi e assolate, senza alcunché di arcadico.
            Vladimiro aveva fotografato la famosa San Gimignano, poi Monteriggioni, Marciana (sull’Isola d’Elba), Vietri (NA) e Rio nell’Elba. La sua “Ercolano” era sottotitolata “Sotto l’antico - Sopra l’attuale”, per evidenziare la presenza dei famosi resti del I sec. d.C., sepolti dall’eruzione del Vesuvio.
            Di Giancarlo erano uno scorcio quasi arabeggiante, intitolato “Puglia”, e due paesaggi intitolati “Crete Senesi”. Rodolfo giocava con le suggestioni luminose in “Prime luci”, per poi passare a “Borghetto (VR) e a “Il castello”. Emilio aveva ritratto Bagolino e Querceto (PI), insieme a un’irriconoscibile Manerbio: quasi trasformata in un borgo di valle montana, per effetto dell’inquadratura scelta. Damiano aveva scelto i soggetti forse più esotici di tutta la mostra, in particolare i borghi sul Nilo e una scena di pastorizia sotto il massiccio dell’Atlante. Graziosi erano i suoi “Ulivi sulle Murge”, anche per effetto del trullo che faceva capolino fra gli alberi. “Aspettando la primavera” abbandonava i paesaggi mediterranei per un villaggio montano affondato nella neve. Di Pietrapertosa (PT) erano valorizzate le scalette in pietra; con “La mietitura”, si tornava alle visioni assolate.
            Infine, Nik ha eseguito scatti di Tortora (CZ), Gubbio (PG), Lagonegro (PT) e Ginosa (TA). Lungo lo Stivale (e un po’ più in là), i fotografi manerbiesi si sono così sbizzarriti a ritrovare le bellezze di piccoli abitati incastonati in paesaggi d’ogni genere. Difficile dire perché si trovino tanto affascinanti quadri in cui non sempre si vorrebbe vivere. Forse, proprio per la loro aura di mondi “perduti” o “irraggiungibili”. Sono spazi in cui l’occhio di un fotografo (o comunque di un artista) può ancora trovare il fiabesco, il senso di un allontanamento dalla realtà.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p. 13.

domenica 23 dicembre 2018

Galli e Romani nel bresciano fra III e I sec. a.C.


Il Museo Civico di Manerbio, dal 20 maggio 2018 al 30 maggio 2019, ospiterà la mostra “Galli & Romani: nuove scoperte nel bresciano”. Per far conoscere alla cittadinanza quale tipo di reperti vi siano esposti, sono state organizzate conferenze. La prima è stata: “Galli e Romani nel bresciano fra III e I sec. a.C.” ed è stata tenuta l’11 ottobre 2018 al Teatro Civico “M. Bortolozzi” dalla dott.ssa Serena Solano, in servizio presso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia. 
dott.ssa serena solano
Dott.ssa Serena Solano
Parlare di “Celti”, o “Galli” che dir si voglia, significa trattare di una miriade di popolazioni. Nell’area attualmente bresciana, erano stanziati i Cenomani; il fiume Oglio li divideva dagli Insubri (area Milano-Pavia). I Veneti, che avevano resistito alle invasioni celtiche all’inizio del IV sec. a.C., erano rimasti un gruppo ben distinto sia da quelli alpini che da quelli di pianura.
            Brescia era la capitale cenomane; fu poi progressivamente romanizzata, fino a divenire “Colonia Civica Augusta Brixia” (27-8 a.C.). Il cuore dell’insediamento era il colle Cidneo, attuale sede del Castello. Nei pressi, si trova infatti il Capitolium, ai piedi del quale sono stati ritrovati (tra il 2008 e il 2011) abbondanti reperti ceramici. L’integrità delle ciotole fa pensare che non fossero state trasportate da luoghi lontani. Tali ritrovamenti testimoniano che l’area era frequentata almeno dall’Età del Bronzo.
Davanti al Capitolium, sono stati ritrovati anche i resti di una struttura in blocchi di pietra locale, con un tavolato ligneo. In essa, è presente un pozzo, sul fondo del quale sono state recuperate tracce di legumi, granaglie, animali non macellati, coppe pregiate e integre. Ciò ha fatto pensare al deposito votivo di un sacello. L’ipotesi di un pozzo sacro impiegato in un rito di fondazione sarebbe rafforzata da un “opus quadratum” (= costruzione in blocchi di pietra squadrati”), realizzato ai piedi del Cidneo attorno al II sec. a.C. Per conoscere meglio la situazione dell’epoca, pensiamo al “tesoro di Manerbio” (150-135 a.C.): 4000 dracme padane di Insubri, Libui e Cenomani. Un tesoro comune, dunque, forse custodito in un santuario federale. Che fosse un santuario federale anche quello ai piedi del Cidneo? Al 196 a.C. risale un “foedus” (= patto) fra Romani e Cenomani, che avrebbe potuto essere una buona occasione per costruire una struttura simile.
Nella prima metà del I sec. a.C., l’ “opus quadratum” ai piedi del Cidneo fu sostituito da un santuario tardo-repubblicano su modello italico. Oltre alle tre celle per Giove, Giunone e Minerva, ne comprendeva una quarta, per una divinità indigena. Ristrutturato in età augustea, fu poi rimpiazzato dal Capitolium voluto da Vespasiano. Sul Cidneo, si trovano invece tracce del culto del dio Bergimus.
            Per quanto riguarda la caratterizzazione dei reperti in provincia, Insubri e Cenomani sono distinti perlopiù dai riti funebri: cremazione per i primi, inumazione per i secondi (IV-III sec. a.C.). Anche questi ultimi avrebbero gradualmente adottato l’incinerazione, sull’esempio dei Romani. È particolarmente interessante la Tomba del Guerriero di Flero (2^ metà del III sec. a.C.). Questi fu cremato in un’epoca in cui ciò era inusuale, per i Cenomani; il suo corredo comprende fibule di fabbricazione non locale e una coppa a vernice nera (tipologia etrusca che imitava la ceramica attica).
La seconda guerra punica, durante la quale Annibale condusse gli elefanti attraverso le Alpi, determinò un forte interesse dei Romani per quest’area. Il periodo compreso fra III e I sec. a.C. è dunque contrassegnato dalla volontà romana di controllare il territorio norditalico. È anche il periodo in cui va formandosi la cosiddetta “koinè galloromana”: una commistione di culture testimoniata da manufatti, monetazione e sepolture.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p. 21.

Giocare è una cosa seria: liberare per far crescere


La Mostra del Giocattolo Antico, in corso all’ex-bocciodromo di Manerbio dal 29 settembre al 14 ottobre 2018, ha fornito l’occasione per una conferenza: “La funzione educativa di giochi e giocattoli liberi da stereotipi” (10 ottobre 2018). La relatrice era Laura Mentasti. 
giocattoli da bambina

La sua esposizione ha preso inizio dalla domanda canonica che si sentono spesso rivolgere coloro che desiderano acquistare un balocco: “Da maschio o da femmina?” Come scegliere, dunque?
            Secondo la pedagogista Maria Montessori (Chiaravalle, 1870 - Noordwijk, 1952), il gioco è il lavoro del bambino: ovvero, la sua occupazione essenziale e irrinunciabile. Lo psicologo Jean Piaget (Neuchâtel, 1896 - Ginevra, 1980) lo considerava una finestra sullo sviluppo e uno strumento per il medesimo: osservare un bambino che gioca permette di capire molto di lui;  tale attività è anche un modo per soddisfare suoi bisogni essenziali.
            Il gioco è fisico, simbolico (“far finta di…”), di imitazione (per sperimentarsi in un ruolo adulto), di gruppo (comprendente interazione e rispetto di regole), costruttivo (costruire oggetti, sviluppando il pensiero consequenziale e abbozzando una conoscenza delle leggi fisiche). In altre parole, richiede l’attivazione di tutte le capacità costitutive di un essere umano.
            La divisione rigida fra giocattoli “da maschio” e “da femmina”, nei grandi negozi, pone una serie di problematiche in questo senso. Tale rigidità mortifica la pulsione alla sperimentazione e all’uso di fantasia: vieta idealmente di variare tipo di giocattolo, di varcare una barriera invisibile fra ciò che è “appropriato” e ciò che non lo è. Si avvale di un’attribuzione di colori per genere (rosa = femminile, azzurro = maschile) che non ha niente a che vedere coi bisogni naturali dei piccoli.
giocattoli da bambinoI balocchi rosa, guarda caso, sono spesso collegati all’accudimento, alla casa e alla bellezza; quelli celesti alle armi, alla competizione, alla forza. La Mentasti ha nominato una famosa casa produttrice che è arrivata a differenziare in base al genere persino le costruzioni. Significativa è la proposta di giocattoli scientifici: un “piccolo chimico” adatto a esperimenti complessi non prevede neppure un tocco di rosa sulla confezione, riservato invece ai set per la produzione di saponi profumati e bombe frizzanti. Mentre vengono osannate Samantha Cristoforetti e altre donne di scienza (ha fatto notare la relatrice), si propongono alle bambine esperimenti che valorizzano più la loro bellezza che la loro intelligenza. Cosa che, fra l’altro, implica una sessualizzazione precoce, una fissazione sull’avvenenza che (in età prepuberale) non ha molto senso.  
Come riconoscere, allora, un buon giocattolo? La Mentasti si è ricollegata a quanto detto in precedenza per sottolineare l’importanza della creatività e della scelta del piccolo. Se deve sviluppare l’autostima e le proprie facoltà fisiche, mentali e sociali, è importante che il balocco permetta di sperimentare ruoli, inventare mondi, usare le mani e che sia condivisibile con gli altri. Ciò implica una rivalutazione dei materiali semplici e di recupero, come quelli mostrati nelle sezioni “povere” della Mostra: avanzi di falegnameria, cucchiai di legno, scatole vuote… Non è raro che i bimbi accantonino giocattoli sofisticati, per il piacere di manipolare curiosi (e innocui) oggetti di casa. È augurabile anche che venga ripresa l’abitudine di giocare (a palla, a “mondo”…) con i coetanei nei parchetti, per stimolare la socializzazione. La serata ha infatti contenuto anche un monito contro l’asocialità, la sedentarietà e lo scarso sviluppo psicomotorio causati da una troppo precoce dipendenza da tablet e altri oggetti elettronici.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N.138 (novembre 2018), p. 20.

domenica 9 dicembre 2018

Quanta storia (e storie) in quei giocattoli…


giocattoli antichi giampaolo tomasini geppetto manerbioLa Mostra del Giocattolo Antico, organizzata nell’ex-bocciodromo di Manerbio dal 29 settembre al 14 ottobre 2018, è stata apprezzata da singoli e da scolaresche. L’iniziativa era firmata dal Comune, dalla Biblioteca Civica e dalla Fondazione Casa di Riposo Manerbio Onlus. Ma è stata possibile solo grazie alla famiglia di Giampaolo Tomasini, ribattezzato “Geppetto” dopo essere stato fotografato con alcuni Pinocchi e altri giocattoli lignei. Di professione rigattiere, amava raccogliere i balocchi rimasti su fienili e solai, a Manerbio e nei dintorni. Ne risultò una collezione che copriva l’arco temporale 1840-1970 e che è stata ulteriormente ampliata durante la mostra, grazie a nuove donazioni. 
            Non mancavano le bambole: dalle piccole bellezze in porcellana alle più povere, in foglie di granoturco. A loro, era dedicata (su un cartellone) la poesia La pöa di Angelo Canossi: una versione dialettale della “morale del giocattolo” di baudelairiana memoria. Il fascino del balocco, che ce lo fa quasi sembrare una persona da amare, è tutto nella sua magica integrità. Non appena smontato, ci appare come una banalità ripugnante. Ma, allora, cosa amiamo, quando amiamo? Dov’è l’ “anima”?
            Sia come sia, i pezzi esposti sembravano cercarne una negli occhi dei visitatori. Oltre alle bambole, i servizietti da tè, i mobiletti in miniatura (resti del lavoro dei falegnami, che progettavano su misura), i giochi da tavolo, i puzzle e i burattini. Anche gli strumenti musicali (perlopiù a fiato, come pifferi, ocarine e fisarmoniche) erano esposti. Poi, armi finte come gli “schioppi” di legno, barchette, biglie colorate o trasparenti, altalene, animaletti, scherzi di Carnevale (soprattutto specchietti per sbirciare sotto le gonne)… Il tutto circondato da cartelloni che riportavano filastrocche dialettali o varianti nel nome di un gioco: l’altaléna era anche la baltéga… e mille altre cose. Così come le cìche o cicòcc, o il gioco della palla…
Una foto ricordava il girotondo, un tempo apprezzato anche dagli adolescenti. Non propriamente giocattoli, ma sempre legati all’infanzia, erano il banco di scuola, la lavagnetta e la pietra di gesso recuperata dal fiume (i pennini costavano…). Così pure i cesti in cui le contadine sistemavano i lattanti sui rami degli alberi, durante il lavoro; o le “culle da stalla”, per tenere i piccoli in un ambiente caldo. Fabbricati in casa erano anche i vari sostegni in cui permettere agli infanti di stare in piedi (il pelòt o stentaröl) o di correre su e giù senza cadere (la curidùra).
I pezzi più rari, nella collezione dei Tomasini, sono però i giocattoli in legno e i più poveri. Erano esposti i caalì dè melgàss: gambi di granoturco usati come cavalcature. Poi: le funi per il tiro alla fune, noccioli di pesca impiegati in giochetti d’abilità, cerchi di ruote da bicicletta, frutta e pupazzetti portati “da Santa Lucia”… Erano presenti catene per paioli, fatte lustrare ai bambini il Venerdì Santo: i piccoli si divertivano a trascinarle sul selciato e ricevevano in premio uova o altro cibo. Anche il grì o raganèla, la tàcla e la pentàcola servivano ai piccoli per fare baccano in occasione della morte del Signore. 
giocattoli poveri giampaolo tomasini manerbio
Giocattoli poveri.
In alto: i caalì dè melgàss.
Il “gioco della paura” era un vaso in cui era stata ritagliata una faccia ghignante, illuminata dall’interno con una candela. Era pensato per il mese del rosario: le cappelle circondate da alberi, nelle sere buie, erano luoghi ideali in cui spaventare gli amichetti con quella sorpresa. Di gusto un tantino sadico era anche la “corsa del gatto” o del “cane”: le zampe della bestiola venivano infilate in gusci di noce e il divertimento veniva dalle acrobazie con cui cercava di muoversi. Un modo per scaricare le tensioni di un’esistenza trascorsa a stretto contatto con gli altri bambini e con gli animali. Una vita insieme, nel bene e nel male.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p. 18.

venerdì 7 dicembre 2018

Il ruolo delle donne nella Prima Guerra Mondiale

donne prima guerra mondiale
Donne che portano i pantaloni:
pronte a salire al Passo del Diavolo (Adamello),
per commemorare un amico.
(1922)

Il 4 ottobre 2018, al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, ha avuto luogo uno degli incontri firmati dal Comune, dal Gruppo Alpini e dal Club Alpino Italiano e intitolati: “La Grande Guerra: cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale”. Il programma degli eventi cominciava dal 12 settembre e terminava l’11 novembre 2018. 
            La serata del 4 ottobre era dedicata a: “Il ruolo delle donne nella Prima Guerra Mondialeed era tenuto dal dott. Fabrizio Bonera. Il relatore ha trattato del lato privato e affettivo dell’argomento: quello documentato da lettere e diari. Particolarmente interessante era però una fotografia del 1922: un gruppo di ragazze pronte a salire al Passo del Diavolo (Adamello), per commemorare un amico morto nel conflitto. Ciò che colpisce è il fatto che portino i pantaloni: cosa nient’affatto comune, all’epoca. Lo stesso fatto di camminare a lungo fuori di casa poteva essere un atto “rivoluzionario”, per una donna. Ciò non suona strano, se si pensa alle tre “K” di un detto tedesco sul ruolo femminile: Küche (= cucina), Kinder (= bambini), Kirche (= chiesa). Niente che comprenda la guerra o l’alpinismo, insomma.
            Il primo conflitto mondiale fu però un evento di tale portata da scardinare anche i ruoli di genere - non solo per le aristocratiche e le alte borghesi istruite e politicizzate. La durata della guerra e l’impiego degli uomini al fronte fece sì che scarseggiasse manodopera maschile per gli apparati dello Stato e per le altre professioni. Le donne dovettero cavarsela da sole, facendo anche “lavori da uomini”, come fabbricare artiglieria pesante. La necessità di andare in fabbrica e il salario (sia pur modesto) che percepivano le rese più libere di spostarsi e fare acquisti.
            Le donne erano anche infermiere: sia borghesi che popolane, anche se le prime si occupavano degli ufficiali, le seconde della truppa. Il loro ruolo era sostenuto dalla propaganda statale sull’ “onore della patria”. Nelle lettere delle infermiere, spicca il senso di partecipazione a un’opera più grande della propria singola persona, nel nome del dovere comune. All’opera di alfabetizzazione parteciparono invece le maestre.
           
dott. Fabrizio Bonera Manerbio
Dott. Fabrizio Bonera
Preziosa fu l’opera delle popolane, poi, nella costruzione di mulattiere e baracche pensili: erano infatti portatrici di pietre e assi. Questo lavoro, indispensabile e pesantissimo, è ricordato solo da due monumenti: un’edicola nella Val di Borzago e una caserma, la “Maria Plozner Mentil” (demolita nel 2016), a Paluzza (UD). Dell’opera delle portatrici si avvalse, in particolare, l’Austria.
            Che trasportassero pane, munizioni o materiale edilizio, le portatrici si servivano della gerla (una cesta da portare sulla schiena) o la bastina: sorta di cappuccio imbottito di paglia. Il carico pesava dai 30 ai 50 kg e veniva sorretto per un cammino di almeno cinque ore. La paga era misera; dovendosi poi esporre allo scoperto, le portatrici correvano gli stessi rischi dei soldati. Nonostante questo, molte di loro si arruolarono volontariamente, anche mentendo sull’età, pur di farsi accettare.
Non mancò sdegno moralista, soprattutto da parte di membri del clero, per questa “promiscuità dei sessi”. Ma i parroci che predicavano contro una manodopera tanto utile venivano processati nei tribunali militari.
            Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, le donne dovettero tornare a riprendere il ruolo domestico. Ma la consapevolezza di poter fare ogni cosa “come gli uomini” rimase…

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p. 16.

"Antonella Fimiani - Donna della parola" di Vincenzo Calò

Dedicando questo saggio al padre, la Fimiani ci fa immaginare che attende ancora dal profondo un bagliore vitale, una rassicurazione propriamente, irrinunciabile, affinché gli eventi non risultino mai e poi mai campati in aria, senza poterci in effetti rinunciare… altrimenti avremmo a che fare con del bailamme privo di autenticità, la quale va assolutamente colta, nel buio. 
antonella fimiani donna della parola etty hillesum

Il testo mantiene un aspetto biografico, fondamentale per intercettare in primis la voglia di stringere dei concetti esistenziali, e non a caso una delle figure più care alla Hillesum, Julius Spier, si attivava concentrandosi sull’attitudine manuale dell’uomo tipo, come a ridisegnarne la faccia, accedendo così a dei virtuosismi mentali per scindere il vero dal falso e stabilire il divenire stando a quello che… già siamo!
Al contatto con una figura maschile il sospetto gravava alla giovane prontamente sulla virilità, tanto da capacitarsi circa la serietà che forse disumanamente si prefiggeva snocciolando dei sentimenti; anche perché Julius preferiva non impegnare il cuore, curandole la mente, suscitandole l’idea di battagliare al minimo approccio, fuori dal comune.
Il suo psicoterapeuta ragionava contravvenendo alle tesi divampanti dell’epoca, rischiando la vita, ed Etty si accorse dell’importanza del contatto con l’altro sesso; attribuendola a una missione da compiere in cuor suo, opportunamente, cioè al fine di scacciare i demoni che la tempestavano specie nel risolvere il problema insito al fatto di essere una Donna.
Etty piuttosto, abbandonandosi per amore di un uomo avrebbe di che vivere a vuoto, ma nella morsa nazista ecco che avviene un rinomato sviluppo degli amorosi sensi; la sublimazione emotiva, globalizzante il contatto reale e sofferto tra due persone di sesso opposto, che lasciava ben pochi spiragli di luce.
Integrare la disonestà significava mischiare immagini di colpevoli e innocenti destinandosi al sospetto brillantemente col solo battito cardiaco dell’individuo che ora agiva d’istinto, oscurato dacché condannato a sognare di sopravvivere; continuando a non sbrogliare il nervosismo per sincerarsi sulla fatica di motivare un mezzo di sussistenza.
La persecuzione degli ebrei divenne più cruenta inasprendo globalmente il vivere civile, con la sottrazione di certi privilegi che si accentuò alternata alla messa in discussione repentina dei legami di famiglia; stravolgendo nel complesso una situazione del tutto personale, da inquadrare nuovamente, con una coscienza ch’era in fase di espansione.
Secondo Rachel Feldhay Brenner la coscienza nutrita inorgogliendosi da ebrei è culminata con l’enfatizzazione discriminatoria nei loro confronti, fatti avvenuti e che hanno imperato così enormemente nella testa come nel cuore dell’individuo sui generis di quel tempo, da annullarlo; per la serie “solo contro tutti”, di certo fatidica.
Trattasi di una difesa assoluta che si manifesta decidendo di non percorrere la benché minima scorciatoia per appurare del potere sensoriale; spremendo piuttosto la mente tra intuizioni da cogliere per non impazzire eccedendo con l’immaginario giusto per colmare il tempo che sembra che non passi mai.
Vedi Eichmann, sulla cui figura la necessità di riscattarsi ha prevalso sulla voglia di stabilire un verdetto, di schiarire della mediocrità orribile, sfociante nell’anonimato civile… priva di un significato esistenziale, con della pigrizia mentale arrecante disastri di solo istinto, irriconoscibili tra i lineamenti di un viso qualsiasi, del tutto superflui quando la banalità torna comoda.
Quanto auspicato in proprio o apertamente veniva presto sottaciuto con promesse deliranti, incancrenenti la comune riflessione, servite su di un vassoio ideologico volendo male, cioè l’innalzamento di confini alla perdita di riferimenti rincuoranti il tessuto civile globale; per favorire la deriva nazista e il decadere dell’umanità a ogni passo da compiere.
Leggendo questo saggio denoti come l’indole letteraria la si può presupporre senza far rumore, con una solitudine irrefrenabile, per ricondurre l’essere all’innocuità terrena di un nuovo inizio; per chiunque desideri di rinascere, di farsi avvolgere dal mistero che una civiltà è in grado eccome di rappresentare.
Il tacere equivale a un di più per vivere con piacere, d’istinto, in una sorta di confidenza divina, che ridimensiona l’individuo distogliendolo dal pericolo causato suscitando egocentrismo per far sì che si riappropri delle sue origini… ripulendo la coscienza, diverse verità che si legano interiormente accogliendo il Signore.
La Hillesum si ritrova tra le tesi di Jung per via di quella spontaneità nell’incuriosirsi del supremo, depuratoria per la vita tanto da poter fondere condizioni terrene distaccati dalle spente messinscene del perbenismo; maturando giustappunto per sensibilizzare e portarsi avanti con una consapevolezza evolutiva.
Guarda caso Etty decise, e senza pensarci due volte, anche di abortire una creatura fatta amando tale Han Wegerif; come se incapace di volerla, sempre pronta a pregare che ci si emozioni a fronte di una passione globalizzante, complicante il vivere civile nell’ordine delle cose, stimate comportandosi perché no orgogliosamente, cioè da ebrei.
L’autentica subalternità individuata tra Dio e i suoi fedeli sin troppo sparsi si scioglie proprio nel rispetto a tutto tondo dell’istinto materno, scrollante persone dapprima collocate nel grembo delle donne… di un valore che detronizza dell’autorevolezza assoluta ma logorata, all’ascolto di bambini incapaci di andare avanti, e cioè capaci di racchiuderci in delle lacrime.
La Fimiani esplorando tra le riflessioni della Hillesum scorge una luce razionalizzante, che va accesa per rinnovare processi giusti, e chiarire una complessità mentale… ovvero dell’amore aderente a un’epoca, che non va assolutamente dimenticata, dovendo percepirla nel profondo delle idee, oggigiorno, per evitare la sciocchezza che invita alle stesse, ulteriori tragedie.
L’idea di scrivere compone l’umanità al suo interno, purché l’intimo si lasci leggere, oggetto di una continuità curativa per scoprire nuovi bisogni; anche se perdura l’assenza di termini accoglienti alla protagonista del saggio, che si vede costretta a creare da sé una residenza antica, pazientando al pensiero di correre il rischio di non volersi bene.
Lei scriveva infatti cercando una realtà celata in fatti evidenti, con una metodica passionale che inguaia il fisico come la ragione, impressionando per la sua fragilità che decantava sul serio, intrigata dall’aria che tira, che la animava fino a poter giurare sulla sua immagine… nonostante sia difficile stilizzare la scrittura, parallelamente al marasma esistenziale, fin troppo facile d’alleggerire.
Nel 1941, verso la fine di novembre la ragazza comincia ad allontanarsi da Spier, dalle sue constatazioni psicologiche, come a distinguere l’impeto letterario dal tessuto vitale, ascoltando una delle massime voci della poesia di quel tempo, Rilke; seppur la ricomposizione di un amore comporti l’essenziale appunto per programmare il lavoro di un letterato.
Pur non volendolo, la fede religiosa incide, come uno stabile in perenne fase di costruzione ma non ancora ultimato, per cui serve la sensibilità di chi crea nel tutelarlo e conservarlo; e in effetti se la poesia media per conto dell’immensità temporale, la politica spesso e volentieri separa gli animi per una questione di potere.
L’importante è finire qualcosa per sprigionare l’anima… sia capendo che generando per scrivere bisogna stare sempre in tensione, a capo chino, senza far rumore e con impegno; dimodoché si confermi una funzione terrena nel profondo dell’essere, per camminare serenamente in superficie, rispettando delle immagini animandole, senza soffrire le ritorsioni consumistiche.
Per fare un mestiere è proprio vero che nessuno nasce imparato… e v’è la dimostrazione poetica, che riporta all’inizio di un’avventura, che ogni volta si manifesta provando a stringere con tutto un immaginario gli elementi distinti dal piacere di vivere, raggiungibile di colpo, che per Etty si raccolgono solo pregando che il Signore c’illumini.
La concentrazione si ottiene pazientando tra significati da motivare, desiderando che i termini presi singolarmente componendo uno scritto abbiano a che fare con quel parto naturale che la giovane evitò carnalmente, da rendere magari ora sensato con l’ispirazione che serve in assoluto; per stabilire del buon esempio il concetto energizzante una e più verità.
Il rapporto tra due affabulazioni, la materna e la letteraria, s’intensifica per la nascita di un nuovo Io; e difatti con le parole ci si avvicina all’emozione di fare un figlio in definitiva, provando a concepire dell’angoscia purché quest’ultima sia in movimento, a seguito dell’idea riconducibile al domani di una creatura nuova se esce fuori dalla ricchezza di contenuti, ovvero interiore.
L’atto di pregare sfociava nelle sevizie; a Westerbork succedeva di tutto, nulla era impossibile, e andava descritto aiutati da un amico qual era Mechanicus per Etty, meritevole d’encomio secondo la provetta letterata, data l’attività giornalistica che egli piuttosto svolgeva soprattutto in occasioni di quel tipo, tra testimonianze da dover sfoderare, storiche.
Riportare delle impressioni private sulle pagine di un diario fu un lavoro irregolare, che non venne interrotto ma addirittura incentivato per mezzo della tutela che favorì principalmente l’amico giornalista, nonostante l’elevato rischio preso citando nomi altisonanti; oltre a mirare amorevolmente verso la Russia, a un interesse di certo accomunante.
Tra le anime disperate di quel tempo, emerse la figura di un professore ben cosciente del suo ruolo di potere a ogni nozione impartita, descritta in modo confidenziale dalla figlia… di un uomo capacissimo di mettere in riga i suoi alunni, a tal punto che non perse l’attitudine anche se sottomesso.
Mechanicus annotando ironizzava con cinismo, una caratteristica d’affrontare come nuova quando si ha di che leggere dentro Etty; ed effettivamente poi diventa complicato verificare come l’amicizia possa condizionare l’univoca scrittura, senza contare il compito di convincere tutti coloro che sono ma che forse non si sentono estranei a una vicenda storica per non dire inenarrabile.
Liberarsi per un attimo e attribuirsi una forma di scrittura era proprio impossibile, distanti quindi dall’espressione diaristica, visto che occorreva relazionarsi con l’esterno, assolutamente… eppure le missive contribuiscono a far maturare la reciprocità sentimentale e guardare oltre lo spazio di una prigione.
L’angoscia dell’uomo colta nell’arco di un semestre andava rivendicata per affrontare la futura quotidianità, eccedeva colmando vite di soggetti che si sarebbero smarriti richiedendo ben altre emozioni, e invece… conveniva comportarsi da vegetali, privarsi al più presto della memoria, senza accorgersi però di rappresentare così una nuova, grande minaccia.
L’inimmaginabile era in corso d’opera, si attualizzava spogliando la mente umana, come se in dote ci fosse solo quest’ultima, volendo delle alternative per comprendere al meglio veritiere ripercussioni, semmai fedeli al pensiero che si potesse attivare un meccanismo in corpo per… voltare pagina!
Un’idea per salvarsi darebbe adito al futuro, evitando di fare ulteriori danni con l’istinto animale, da disperati… pur sempre rapiti dall’incanto della natura, aleggiante nell’etereo, sbocciante con colori portatori di sani e sereni valori, anche per il bene di due vissuti al femminile, confabulanti stando comodi su di un rialzo.
La poetica della giovane aderisce a una computa vitale, come se lei fosse stata perennemente innamorata delle prodezze mondiali, tanto da rielaborarle e proteggerle scrivendo onestamente; mentre il linguaggio delle vittime intorno assume una sacralità dura, durissima da ribadire in generale.
L’umanità viene rilevata emozionandosi oltre il rimescolamento del trascorso inimmaginabile per mezzo di una forma di comunicazione classica ma inappropriata; dovendo motivare della sofferenza quotidiana, convertibile in un sogno continuo, ambientabile in storie scritte ma che non vengono lette, a seguito di un’opera di sterminio che semmai tralascia dei morti che camminano.
L’impegno profuso dalla Fimiani sta nell’evidenziare dei particolari pungenti per il bene del progresso civile, si sofferma su di una dote letteraria con l’analisi degli scritti più o meno pubblicati da una ragazza curiosa di tutto ciò che le scattava dentro, risiedendo (comodamente?) ad Amsterdam prima e in preda all’occupazione nazista poi.