lunedì 30 dicembre 2019

Vincenzo Calò intervista Rosi Brescia



 Rosi Brescia nasce il 21 Novembre del 1962 a Oliena (Nu).
Figlia primogenita di un milite dell’Arma, trascorre la sua bella infanzia in Umbria e poi in Lucania.
A quattordici anni l’accoglie la Puglia, precisamente Monopoli, dov’è radicata la famiglia Brescia.
Sono tutti questi luoghi, i colori, i suoni, idiomi, le persone incontrate, conosciute, le mille storie ascoltate a portarla fin da piccola a esprimere la sua inventiva sul foglio di carta… una novelletta per Giocagiò, programma televisivo di fine anni Sessanta, è il suo primo tentativo di narrazione.
Da ventisei anni è moglie di Ciro, suo coetaneo, e madre di Liliana, figlia desiderata da sempre, che la incoraggia in questa passione. 
rosi brescia



Benvenuta Rosi. Ti è mai capitato di gridare “Mai più!!!”?

Interiormente senz’altro… in cinquantasette anni di vita di cose ne capitano. Per mia fortuna non è mai stato necessario un grido esteriore vieppiù liberatorio ma disperato.

L’indipendenza ha un suo perché dovendo riflettere spesso e volentieri su se stessi?

L’indipendenza e la libertà personale vengono di conseguenza alla consapevolezza di sé, alla conoscenza del nostro Io più profondo… quindi sì.

Quale segno particolare ti affascina maggiormente di una persona timida? E di una che timida non lo è assolutamente?

Di una persona timida mi incuriosisce ciò che non dice a parole, e allora è necessario guardare i segnali che manda il corpo, la postura etc. Personalmente tendo a lasciare lo spazio necessario affinché la persona timida possa, se vuole, aver fiducia e aprirsi. Della persona “non timida” ho un certo timore poiché le esperienze della vita mi hanno insegnato che un certo tipo di sfacciataggine nasconde tantissime cose… spesso molto più difficili da interpretare.

In amore tutto è possibile, anche virtualizzarsi?

L’amore tutto muove, essendo sempre sconosciuto. Trattasi del sentimento più cantato e poetato. Credo profondamente nella sua assoluta potenza. Virtualizzare l’amore è possibile e spesso necessario quando si trasforma in amore spirituale per concezione universale… solo in questo caso ne ammetto l’importanza, cioè di amare tutti pur non conoscendo tutti.

Come si salva il valore della Famiglia?

Perpetuando il quotidiano, ovvero facendo in modo che la famiglia e il suo concetto tradizionale abbia spazio nel quotidiano. Dobbiamo trovarlo.

Un’emozione senza punto esclamativo diventa illeggibile? La parola, non è che si sta rischiando di usarla violentemente per farla tornare importante?

Credo nell’empatia della parola, quando uno scritto mi prende (che sia mio o non) e leggo e rileggo (l’importanza della rilettura) ci entro dentro e la sento mia… alla fine non trovare un punto esclamativo potrebbe non importarmi. Usare violentemente la parola per far sensazione non mi interessa e non di rado mi rifiuto di leggere ( o di continuare nella lettura) testi che mi danno un senso di malessere interiore profondo.

Lavori molto per creare un’opera letteraria? E se sì, come reagisci alle critiche quando sono negative?

Per scrivere i miei due romanzi finora editi ci ho messo più o meno un anno ciascuno. Non so se sia poco o molto, non me ne preoccupo, è talmente un piacere scrivere! Le critiche negative? Se sono corrette, ovvero se chi le ha scritte mi dimostra di aver assorbito i miei testi, le accetto e ringrazio. Se sono, se sento che sono superficiali, tanto per scrivere e screditare, beh, non mi fanno piacere, ma non mi sono mai opposta.

Mi descrivi la libreria dei tuoi sogni? Ti relazioni meglio con gli scrittori o coi lettori?

La libreria dei miei sogni è una vecchia libreria. Mi spiego: una dove il sentore di carta stampata la fa da padrone, con piccoli libri sconosciuti, tutti da scoprire, da amare, da leggere. Il mio rapporto con i lettori è molto forte, bello e intenso, mi piace ascoltarli, capire cosa li ha colpiti… ed è capitato che mi aspettino sotto casa per dirmi grazie, è fantastico! Gli scrittori che conosco, non tantissimi in verità, mi hanno sempre fatto sentire accolta, ben accolta, quindi il rapporto è positivo senza dubbio!

Hai sempre avuto a che fare con editori seri?

Argomento spinoso, gli editori…! Col primo sono caduta malissimo, l’ho capito dopo un po’ di tempo. Tante chiacchere e basta. Naturalmente a pagamento, in contanti, tantissime promesse tutte inattese! Poi, grazie a un amico, ho conosciuto il self-publishing su Amazon e mi sono sentita libera. Però… un editore è fondamentale, poiché Amazon non è una persona fisica, non dà consigli, stampa e basta. Meno di un anno fa mi sono affidata alla Pedrazzi Editore che ha provveduto, gratuitamente, a rieditare il mio primo romanzo, facendo un accurato editing, grafica nuova e così via. Ora mi sento apposto: buone iniziative, consigli avveduti e rapporto amicale!


Rosi Brescia All'amore non si sfugge
Leggendo “All’amore non si sfugge”… 

Si comincia col soddisfacimento degli appetiti a fine giornata, in famiglia, per cui v’è il maschio di casa agognato dalla consorte a suo tempo, e che accettò di recitare questa parte, dal bell’aspetto giacché ligio al dovere di ricorrere alle armi per amor della patria… un uomo da sogno Antonio, facente palpitare i cuori delle comari della sua metà, alquanto rosicanti per l’appunto.
Carolina non poteva sopperire a qualsiasi delusione per dimostrare di fare parte di un nucleo familiare compatto in nome del buon Dio, come se ragionando al femminile fosse più che normale ristabilire un legame con l’incapacità di attribuirsi dello sdegno aumentandolo così, dovendo fare i conti con qualsiasi gravame in isolamento; con un trasporto emotivo sempre inconciliabile.
In fondo la donna era consapevole di un marasma sentimentale dovuto da troppe questioni in sospeso da caricarsi sulle spalle, ma a quanto pare la sorte l’aggrazia permettendole di riflettersi in buona parte di codeste almeno; disquisendo per la prima volta con una mamma come a voler concedere poi a una figlia di ripulirsi dentro, stimolate soprattutto dall’incontenibile gioia che il piccolo Matteo esprime, preso dall’atmosfera natalizia.
L’umano agire si manifesta nell’ordinarietà delle cose, potendo preservare la bontà d’animo; e trattasi di una dichiarazione densa d’ansie evitabilissime in presenza dei minori, nient’altro che innocenti, essendo quest’ultimi in grado di risollevarsi, come nel caso di Matteo, non tradendo la loro autenticità, spiazzando gli adulti con una e più osservazioni che brillano in un paio d’occhi da spalancare assolutamente.
Adriano irrompe innanzitutto con il compito di sedare gli animi, dacché solito a girare intorno alla psiche di soggetti conficcati in pesanti tenute mimetiche; ma con particolare riguardo verso Antonio, a tal punto da diventare amici e favorirlo volutamente e necessariamente, chiedendosi come mai un uomo inflessibile e possente possa rimanere assillato da dubbi che non si precostituiscono.
Nel corso del romanzo il tentativo di stirare le pieghe causate presumibilmente dalla malafede non appena evidenziato riporta i protagonisti sul punto d’isolarsi e sprofondare nell’eternità di un gesto, costretti quasi a essere consci della realtà non per intero… la curiosità infiamma animi propensi ad accettare una sorta d’ingenuità che definire lapidaria significherebbe non rivoluzionare un immaginario totalizzante.
Una soluzione di continuità che Carolina, distante km e km dal capitano Adriano Monte, provava a ristabilire, con la fede che le permetteva eccome di avvicinarsi a suo papà Giacomo, per chiedergli di darle una mano; quando si percepisce la solitudine penosamente, di uno e più respiri visibili con la pelle resasi trasparente e la passione circolante nelle vene ma vana se l’essere vivente si lascia travolgere da una confessione che non si concretizza se inascoltata.
Carol era fondamentalmente, interiormente conscia dell’esistenza di un elemento straordinario, che facesse scoccare la scintilla in amore, tenendo conto del desiderio di venire tutelata al fine di esprimersi con passione, e senza preoccuparsi più di quelle fitte dorsali, che la sfibravano, e cioè del ricordo lasciatole dall’ex… sempre a pelle, nonostante la modernità alludesse alla comunicazione virtuale per principio, che sarebbe tornata utile per riavvicinarsi ad Adriano piuttosto.
Sensibili tessere di mosaico combaciano alla fine con il virtuosismo degli affetti nuovi, che provenendo dall’esterno schiariscono quegli che non si potevano non ritenere intramontabili… ne consegue l’immensità di dichiarazioni nient’affatto ambigue, più forti del destino… un dono nuovamente natalizio, la cui importanza forma nell’intimo persone costrette a radicarsi nelle scelte di vita, piacevoli se compiute cautamente.
Tecnicamente, per il lettore v’è un pensiero dominante su cui ci s’indora o ci si appassiona, con quel particolare interesse per il conformismo.
Intervengono figure e atmosfere d’attendibilità sociologica, e comunque vengono tracciati dei profili con familiarità e imprendibilità per momenti essenziali e scorrevoli.
Quando il dialogo tra i personaggi incalza, ecco che l’intensità del romanzo si rende visionaria e realista.
Umori velati riconducono a un’amarezza intimistica, grazie a una scrittura semplice, che va dritta al punto.
Una specie di geografia degl’interni assume compattezza d’unicità, Rosi Brescia riesce a romanzarla in una forma leggibile e piacevole.
La discesa negli abissi mentali verte su di un’apologia morale, meccanica… certe domande si possono moltiplicare cercando dentro le risposte con garbo e malinconia.
La riflessione diventa toccante dato il mood di esperienze aventi confini da esplorare.
Tra disillusioni, cadute, speranze e ammiccamenti i moti dell’anima, alquanto sommessi, comportano l’attraversamento esistenziale, respirando un’atmosfera col piacere della lettura d’agevolare e arricchire.
Nel fluire di ciò che accade paiono galleggiare occasioni da far scattare, e quindi storie e destini che chiedono d’essere ascoltati.
Testo dalla costruzione accurata, d’impianto oserei dire televisivo… grazie allo sviluppo coerente della trama cose stabili e forti si prendono solamente il potere delle emozioni.
Le figure non stonano, specialmente quando il clima rimanda a sospetti e conflitti.
Appurata l’incisività degli sfondi con l’occhio per la bella immagine, vivibilità e coloratezza permangono coi trucchi retorici.
La struttura della narrazione è a tutto tondo, il linguaggio si adatta alla storia che si racconta.

Pedrazzi Editore, 2019; Pagg. 170; Prezzo: 14,56euro.


Vincenzo Calò

domenica 29 dicembre 2019

Leggendo “Gli occhi di Asha”, di Alessandra Iannotta



La Iannotta travolge il lettore con la parola che comunque non esaspera proseguendo regolarmente per le vie di un romanzo incrollabile; con la protagonista, che in fondo sempre è Asha, in grado di pazientare per apprendere al meglio certe nozioni e bearsi di una luce nuova, sotto l’effetto di melodie necessarie per intensificarsi e sprigionare qualcosa d’incredibile, ch’equivale a un segreto dimenticato, che solo se preteso a pelle comporta la sconfitta di mali annebbianti la Coscienza, il raggiungimento in definitiva dell’animo umano. 
alessandra iannotta gli occhi di asha


L’entusiasmo nel fermare il tempo delle trasformazioni come a volerlo vivere, e ancor più alla vigilia di una  trasferta da compiere come ben poche, che richiede quindi una premurosità di gesti non indifferente, ebbene, il lettore può individuarlo… Maria sembrava di avere le idee ben chiare, non vedeva l’ora, istruitasi e acculturatasi con impegno e dedizione, di riprendere contatto con la sua autenticità terrena, fatta di frutti densi e di fiori profumati, come a riflettersi nel Sole, all’infinito… se non fosse stato che dall’esterno le destò interesse un ragazzo, con le sembianze della novità che va scrutata, manco si trattasse di un caleidoscopio emotivo incagliatosi tra i nervi dell’essere umano, suggestionato tanto da dover perseguire un obiettivo ora come ora lungi dall’avere la meglio materialisticamente, pur pensando che si era partiti lungi dal far innamorare Maria, così energica e rivoluzionaria al momento di sorridergli.

Il romanzo gravita nella consapevolezza d’avere di che espandersi nell’etereo, ossia minuscole verità da ricongiungere riflettendo sulla maturità che serbiamo, da far uscire fuori a sorpresa… vedi Emma, il suo cancro che custodiva in una fisicità protesa all’altrove in contesti determinati personalmente, alla ricerca di un pianto liberatorio, per riempire una forma di comunicazione assoluta, che animasse quella ragione in più per suscitare spontaneità, estroversa all’origine del  bene comune, come a dover tornare bambina, e con la gioia seppur dura da ribadire colorando la sempiterna età dello sviluppo, di lì a poco.

Tra le linee della vita qui romanzate il Pensiero si scioglie per un abbaglio di luce che invita a riemergere da debolezze che sigillano i personaggi in mere ambiguità, a stare all’aria aperta per generare mai come prima purezza, aldilà di come si appare, e cioè immobili a scanso di un immaginario, di un’assicurazione sulla verità, potendo agire stravolgendo il male di esistere che incarniamo stressando gli altri per giunta, quando piuttosto la solidarietà va rimessa in ballo, includendo per intero diversi timori e confinamenti, rischiando guarda caso la vita, al pensiero che trattasi di questioni che prima o poi ci riguardano, che nutrono la fede nel Prossimo…!

L’autrice vuol farci capire che chiunque resterà soddisfatto compiendo precisamente ciò che desta animazione per sé, che chiunque si sentirà d’aver raggiunto il successo se inviterà gli altri ad amare, a cambiare per respirare di nuovo, il meglio da iniettare a un senso di trasporto purché questi lo si goda per davvero; consapevoli che senza prenderci troppo sul serio sarà possibile elevarci spiritualmente, nonostante la difficoltà di distinguere in un flash il vero dal falso, l’ansia dovuta dall’avere a che fare con l’immagine eterna di ciò che siamo.

Sfogliando le pagine, si può cogliere quella purezza d’animo dalla contemplazione del più classico dei fenomeni invernali, si stabilisce un contatto umano, terreno, per riscoprire fantasticamente una complessità di sensi che splende a patto che si demonizzi l’indifferenza; essendo solidali, difettando giustamente, per confrontarsi e apprendere nel profondo che la sfortuna non ci riguarda, che le idee non cambiano subito, appena iniziamo a svolgere una qualsiasi attività,  come a inficiare l’amore totalizzante, sul nascere.

L’autorevolezza si registra concretizzando desideri, al contempo si scrivono storie per appurare dei flop nella vita di ciascun individuo avente un percorso da fare singolarmente, sì, però potendo ritenersi migliori (nessuno escluso, ribadisco), e splendere di luce nuova… l’importante è rigonfiare la coscienza con la forza della volontà, alla scoperta di qualcosa da mantenere per sempre dentro di noi, probabilmente agendo da disperati, al fine di distinguersi dal futile, a portata di mano come la felicità ricavabile da gesti esemplari seppur innocui, oltre le apparenze.

L’autrice scatena scrivendo la sensazione d’incanto dipesa dall’altrove in un isolamento innato, per donne che seducono con grazia, mai alludendo a dei piaceri da consumare, percependo piuttosto il mutamento esistenziale nei loro corpi, coi giorni che passano lungi dalla svolta radicale, di una mestizia che però induce a impegnarsi per apprendere come scorgere il lato positivo dell’apatia, per non farsi travolgere da tormenti propri, tanto da essere costretti a seguire caotici estraniamenti… guarda caso Delia sapeva mantenere la bontà d’animo conseguendo stretti rapporti d’amicizia tutt’a un tratto, dimodoché la quotidianità le scandiva varie esperienze da fare, in mezzo al genere umano, pulsante, che deve brillare aldilà delle conquiste e dei fallimenti che giocoforza registriamo.

Verso la fine, leggendo di Delia, colpisce come colui che piuttosto era propenso a investire su di lei in quanto scrittrice, ossia Carlo, si sentiva soprattutto fortunato di averla come amica, di affiancarla cogliendo quindi doni incredibili che parevano cadere dal cielo, tipo un legame inesauribile se l’uno rispetta l’altro, e dunque piacevole, desiderabile se si è in grado di ricreare qualcosa che diverta, che la memoria tralascia quando ci si concentra ad amare o a voler bene, in maniera distinta… ed ecco perché spesso affinché venga appurato un affetto bisogna intuirne l’assenza!



La sincerità viene posta in essere con la sapienza, sapendo talvolta accontentarci di quel che abbiamo, e dunque risiedendo preferibilmente in un luogo dai vari, molteplici stili di comunicazione, perenne giacché attivo, che rigeneri corpi sensibili all’amore, verso creature capaci di focalizzarci appieno nonostante non sia arrivato ancora il tempo di prendere il nostro posto, anzi, scegliendo di non scendere sulla Terra, di celarsi nel cielo variabile, per ritemprare delle mamme assolutamente desiderose di ammettere di stare dalla loro parte… ed effettivamente Delia cura un dono fuori dal comune per colui che riuscì a partorire, un essere umano dalle potenzialità infinite purché confortato tra i respiri da fare amando qualcosa che non abbia prezzo.

Kanaga Edizioni, 2019; Pagg: 146; Prezzo: 14,36euro.

alessandra iannotta·         Alessandra Iannotta è nata a Roma nel 1965.
Dopo gli studi classici si laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma.
Da oltre venticinque anni esercita nella capitale la professione di avvocato civilista.
Pubblica con la casa editrice Dante Alighieri nel 2015 un libro di poesie in prosa, dal titolo “Sangria al Grippiale”, finalista alla prima edizione del Premio Internazionale di poesia “Sulle Orme di Leopold Sedar Senghor”.
Partecipa a vari concorsi nazionali ed internazionali di poesia e di narrativa ricevendo premi, menzioni speciali e riconoscimenti vari.
Con la Federazione Unitaria Italiana Scrittori (Fuis) è stata selezionata come scrittrice emergente al “Salto” e alla seconda edizione del concorso letterario “Va in scena lo scrittore”, sia nella sezione Poesie che in quella Racconti.
Pubblica sulla piattaforma Meetale raccolte di poesie e racconti brevi.

Vincenzo Calò

domenica 8 dicembre 2019

Santa Lucia: un luminoso appuntamento al buio



Santa Lucia… Basta nominarla, per evocare nei bresciani alcuni dei loro migliori ricordi d’infanzia. La fanciulla luminosa e tintinnante, sul carretto tirato dall’asino, che omaggia i bravi piccini e getta la cenere negli occhi dei discoli… Ma com’è nata questa figura? 
santa lucia svezia

            S. Lucia di Siracusa (III sec. - 13 dicembre 304) è una giovane martire cristiana. La sua storia viene tratta principalmente da un testo in lingua greca (inizio V sec.) e da uno in latino (fine V sec. - inizio VI sec.). Questi e altri dettagli sono disponibili su www.santiebeati.it . Secondo l’enciclopedia I Santi nella Storia (2006, Edizioni San Paolo, vol. XII),  la martire, figlia di una nobile famiglia siracusana, era già promessa sposa, quando si convertì al Cristianesimo. Optò per la verginità consacrata, cosa che le costò la denuncia come cristiana da parte del fidanzato. Subì diverse torture, prima di essere messa a morte. Divenne così una vittima della persecuzione sotto Diocleziano e Massimiano (303-311). I famosi occhi sul piatto che la contraddistinguono non alluderebbero a un supplizio, come comunemente si crede, ma alla radice del suo nome: la medesima del latino “luce(m)”, “luce”. Il 13 dicembre era anche la data del solstizio d’inverno, sul vecchio calendario giuliano. L’aura di bellezza e giovinezza, il nome “luminoso”, la coincidenza del giorno legarono S. Lucia alle speranze e ai festeggiamenti per l’allungamento del dì. La ricorrenza cade a proposito in Avvento, quasi ad anticipare il Natale.
            Perché è così amata a Brescia e in altre località norditaliche? Innanzitutto, perché le sue reliquie sono attualmente custodite a Venezia, della cui Serenissima Repubblica Brescia fece parte dal XV al XVIII sec.  In più, il 13 dicembre 1438, i bresciani, con l’aiuto dei veneziani, respinsero le truppe milanesi guidate da Niccolò Piccinino. La vittoria fu attribuita all’aiuto dei santi Faustino e Giovita, ma anche a quello di S. Lucia, commemorata quel giorno.
Un breve saggio è stato dedicato all’argomento da Anna Maria Perini, insegnante bresciana e autrice di: La vera storia di Santa Lucia e delle ombre di Natale (Gussago 1991, Editrice Ermione). Come ella spiega, nell’immaginario celtico e in quello romano le notti poste a cerniera fra una stagione e l’altra erano attraversate da fate e larve, o addirittura dalla dea Ecate: figlia della Notte, signora dei passaggi e delle vie. I contadini s’ingraziavano queste forze con offerte votive, perlopiù di cibo e vino. (Chi non ha lasciato acqua e fieno per l’asinello, biscotti e latte per la santa?). Premio per la generosità sarebbero stati fertilità e abbondanza, nella bella stagione; il castigo la morte dei bambini, l’essiccazione del raccolto, l’incenerimento degli alberi da frutto (ecco la cenere e il carbone per i “cattivi”!).
            S. Lucia ha conquistato anche il cuore degli svedesi, abituati a notti invernali ancor più severe. Il folklore di lassù vede processioni di fanciulle abbigliate di bianco, con sette candele sul capo. Il 13 dicembre, in Svezia, è anche la “Lussinatta”, “Notte di Lussi”: quella in cui questa creatura femminile notturna solcava il cielo col suo seguito, nella mitologia precristiana locale. Il timore che suscitava era simile a quello per la “Caccia Selvaggia” guidata da Odino, di cui abbiamo parlato diversi numeri fa. Tra la “Lussinatta” e Yule (l’antico solstizio d’inverno in Germania e Nord Europa), si riteneva che spiriti maligni spadroneggiassero nella notte. In particolare, Lussi era un terrore per i bambini indisciplinati. (Vedasi “Saint Lucy’s Day”, in: Wikipedia, the free encyclopedia). Paura del buio, attesa della luce e dell’abbondanza: è forse possibile separarli?

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 149 (dicembre 2019), p. 8.

sabato 7 dicembre 2019

In arrivo a Manerbio "Coppia aperta, quasi spalancata"



Come annunciato anche dallo scorso numero di “Paese Mio Manerbio”, è in arrivo al Teatro Civico “M. Bortolozzi” la rassegna 2019-2020: “Altro… che Piccolo Teatro!” 
Il titolo è ovviamente un gioco di parole sulla denominazione abituale dell’edificio. Quel palcoscenico dalle dimensioni così contenute ospiterà la grandezza di testi tratti dal meglio della commedia contemporanea. L’organizzazione è stata curata dalla direzione artistica della compagnia manerbiese “Le Muse dell’Onirico”.
Coppia aperta quasi spalancata

    La prima rappresentazione si terrà sabato 14 dicembre 2019, con Coppia aperta, quasi spalancata di Dario Fo e Franca Rame. Sarà inscenata da “I Mattattori”, con la regia di Max Zatta. Luisa Zappa e Luigi Colombo, con la partecipazione di Daniele Civelli, daranno vita a una coppia di coniugi italiani negli anni Settanta. Le conseguenze del Sessantotto e le riforme del decennio ad esso successivo hanno influenzato profondamente anche il loro modo di vivere il matrimonio. O, almeno, così sembrerebbe. La verità è che il marito non ama più la moglie e che lei ne soffre profondamente. L’uomo propone insistentemente di “aprire la coppia”. Il che, nel suo caso, si traduce così: lui ritiene lecito per sé avere tutte le amanti che desidera, mentre la moglie deve semplicemente ingoiare il rospo dei tradimenti. Insomma, una becera situazione maschilista, travestita da belle parole. Perché (come cantava Giorgio Gaber) “un’idea, un concetto, un’idea,/finché resta un’idea,/è soltanto un’astrazione:/se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione.”
Alla povera donna, da mangiare, non resta che il fiele, tanto da rasentare il suicidio. Almeno finché… non vogliamo svelarvelo.
La commedia è un modo sorridente (ma il sorriso è amaro) per parlare di quella “libertà obbligatoria” di cui (ancora una volta) cantava Gaber. Se gli animi non mutano profondamente, le novità legali e culturali diventano solo modi inediti per schiacciare i soliti oppressi. Sempre che l’ “amore libero” sia davvero inedito… I nostri antenati antichi e medievali potrebbero darci parecchi punti in merito (Catullo e Boccaccio insegnano, per dire). La novità, al limite, sarà l’ “illuminazione” della moglie, che si renderà conto di avere ancora tutta la vita davanti a sé… e che essa non deve per forza essere trascorsa nell’adorazione di una persona che non merita né amore, né rispetto.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 149 (dicembre 2019), p. 8.

venerdì 6 dicembre 2019

S. Caterina fra Alessandria e Manerbio



Nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo a Manerbio, uno degli altari laterali ospita una pala raffigurante la Madonna in gloria col Bambino e i santi Caterina d’Alessandria e Vincenzo Ferrer (Camillo Rama, 1576 – 1630). Nella prima metà del XVIII secolo, esso era affidato a due curati, titolari dei rispettivi benefici. Uno di loro, Nicola Cé, ha lasciato un diario (1739 – 1780), conosciuto come Jus Sancte Catharine Cum multis aliis Notitijs. Esso è stato pubblicato nel 2004 per interessamento dell’amministrazione comunale di Manerbio, nel quadro del progetto editoriale “Quaderni Manerbiesi”. 
s. caterina d'alessandria manerbio

            Attualmente, la devozione a S.Caterina d’Alessandria (III – IV sec.) è assai pallida, anche per via dell’incertezza dell’esistenza storica del personaggio. Di lei parlano una Passio greca (VI – VII sec.), il manoscritto Claromontano di Monaco (VIII – IX sec.) e a lei accennano alcuni codici posteriori. Grande è la sua fortuna iconografica, che la vede sempre associata alla ruota, strumento del suo martirio. La ruota dentata, destinata a straziar la santa, sarebbe crollata sui suoi carnefici. Per questo dettaglio leggendario, S. Caterina veniva invocata tanto dalle sartine quanto dai mugnai. Non è dunque strano vederla per secoli venerata nel manerbiese, ove si esercitavano largamente entrambe le professioni. La tela dipinta dal Rama proviene dalla “vecchia pieve”, quella abbattuta nel 1715. L’Alessandrina compare anche nella pala dell’altar maggiore, donata dal Moretto (Brescia, 1495/98 – 1554) alla parrocchia.
            Floriana Maffeis, nella sua prefazione allo Jus Sancte Catharine (2004, Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori), riporta usanze e testimonianze in merito ai festeggiamenti nel giorno di S. Caterina d’Alessandria. In onore della santa, il 25 novembre, era obbligatorio fermare le macine dei mulini e ripulire gli opifici dalla polvere di farina. Le mugnaie offrivano a familiari e amici il brodo di gallina, spesso corretto col vino. Al mattino, si celebrava la “Messa alta”. Il resto della giornata era riservato a banchetti e canti; F. Maffeis ricorda le rinomate doti vocali che i manerbiesi sfoggiavano in questa occasione. La sua prefazione riporta anche i proverbi sul giorno di S. Caterina, legati al ciclo dei lavori agricoli che s’intrecciava con l’anno liturgico:

De santa Caterina a Nedàl, ghè ‘n més angual.
Da santa Caterina a Natale manca esattamente un mese.

Per santa Caterina, ghè ‘n regàl o néf o brina.
Per santa Caterina, arriva in regalo o neve o brina.

Per santa Caterina i óc an salina.
Per santa Caterina oche sotto sale
(ovvero, conservate sotto sale nella dròsa, anfora di terracotta invetriata).

A santa Caterina sa n’stala al bò e la achina.
A santa Caterina si chiudono i buoi e le mucche nella stalla.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 148 (novembre 2019), p. 16.

domenica 17 novembre 2019

Leggendo “Il desiderio di Emma”, di A.S.Twinblack



Emma materialmente non era sopra le righe, eppure intorno aveva lo sfarzo, appurandolo momentaneamente, un po’ come in quel film, La grande bellezza  sul punto di mettere in pratica una perdizione, a dir poco improponibile nella vita reale, impensabile dai più.
In Lei (purtroppo?) continuava a scalpitare il cuore di una ragazzina abile ad ammiccare, a recitare una parte, sapendo improvvisamente di attrarre con stile, col tratto estetico ad accentuarle l’autostima in vista di ciò che voleva fare. 
il desiderio di emma a.s. twinblack

La sicurezza consiste al massimo nell’attimo da cogliere, nel muoversi, per una donna stimolata da un linguaggio volgare ma deciso, così da fremere dimenticando, ingorda, la sua immagine sdoganata con ancestrale pudore, con quell’ipocrisia di fondo  che demonizza capricci e avventure.
David provando a far rientrare il momento nell’ordinarietà delle cose la irretiva un bel po', ma proprio percependo il benché minimo disagio nella donna ricostituiva una dolce premura che lei non poteva non cogliere al volo, così da rasserenarsi.
La tensione mista all’esaltazione degli amorosi sensi le comportavano pulsazioni d’infinito, intorno a Emma c’era un tris d’assi al maschile fatti pervenire da dio Denaro indubbiamente, nonostante di solito socializzasse con individui non accecati dal bene materiale.
Meritavano allora d’essere scrutati questi bellimbusti, per assorbirne i dettagli e farli scendere dal piedistallo, attimo dopo attimo, dimodoché si potesse godere di quanto auspicavano da lei, e possederli in fondo, in un determinato contesto.
David piuttosto la eccitava per quanto fosse selvaggio, il cuore le bruciava per la perversione principalmente da lui calibrata, nient’altro che a pelle, non potendo fare altro che immaginare quello che sarebbe successo a breve, elevato all’eros.
Il dubbio in essere semmai consisteva nel fatto di potersi ubriacare per dimenticare d’istinto ciò che necessitava di affrontare, nella fragilità ch’è tipica quando ci troviamo a un passo dalla libertà emotiva, quando ci sentiamo incontenibili.
David la guardava meravigliato, come se sconvolto, segno che la passione stava trionfando in Emma, circolante nelle vene, col nervosismo conseguente invece ogni volta a una mascolinità scontata, autorevole, troppo facile da attribuire.
Agli occhi di Emma appaiono uomini da spalmare sulla pelle, un orgoglio totale, che l’autrice di questo romanzo erotico descrive cominciando da un incontro casuale, tra la protagonista e un’amica di scuola, trascorso tanto tempo da quando presero la maturità, sedute l’una accanto all’altra.
L’universo virtuale è in grado d’offrire opportunità di rilancio per la sfera sessuale, e Alice lo ammetteva in tutta confidenza, penetrando la mente dell’interlocutore alquanto ingenuo, per accattivarlo.
I presupposti per decretarsi un’amante seriale non mancavano, Emma in realtà finiva a raccogliere i cocci di un’attrazione che non volgeva mai alla reciprocità d’animo, e per giunta di nascosto, con l’indipendenza a regredire in solitudine… e per giunta propriamente!
Senza contare il distaccante istinto materno, rassicurante il cuore di una figlia come Emma finché la suddetta non si sentiva alle strette con tutte le cure del caso non potendo così crescere mai per se stessa, e in primis a livello sentimentale, quasi paradossalmente a scanso delle accortezze affini.
Emma Tarantino stimolava la perversione nella mente del suo superiore, il giudice Cosentino, che di certo si divertiva a schiacciare la dignità del singolo individuo, divenendo ancor più diabolico in presenza di una signora, anche solo apostrofandola come “signorina”.
Intanto, su Facebook, “Il Principe del Piacere” la impressionava ambiguamente chattandoci, avendo un obiettivo chiaro: farle riscoprire erotiche appartenenze in definitiva, col vedo/non vedo della parola rifocillante i sensi.
A forza di richiedere passivamente il rispetto e un sentimento al contempo, col cuore strizzato dalla disperazione, l’umano intelletto scemava, ma ora lo stordimento si rifaceva a dei termini indimenticabili, come a credere di ricevere affetto con adulazione, aldilà di ogni sputtanamento.
A fronte dunque di una splendida donna che la dava eccome, che si lasciava sbattere, penetrare in assoluto, all’origine delle voglie che la infiammavano come la prima volta, completandola alla minima impressione.
Il Principe del Piacere procedeva a sedurla in maniera del tutto comunicativa, senza accorgersi forse che Emma aveva già preso il volo in sé stessa, con una logica incendiaria e una fisicità complice al momento d’avventurarsi, orgasmico.
Umidificando il più volgare dei segni di ribellione si rassegnava a godere, a spaziare nell’irreale, a costo che si esaurisse la sua forza di volontà, avida e cioè certa d’aver raggiunto uno scopo personalmente, d’essersi sacrificata per questo motivo.
I facili costumi riguardano colei che si attiva facendo sesso, ovvero pretendendo il massimo in siffatto contesto da un solo partner fidato, nonostante certe consapevolezze che insorgono sconquassando l’emotività.
La realtà dipende da un bagaglio di conoscenze sigillato aldilà dell’amore che una coppia di esseri umani manifesta privatamente, la coscienza dunque soppesa spasmodici cortocircuiti tra sessi opposti che si rinsaldano provocando orgasmi non per se stessi.
La nudità dei corpi conclude l’animo umano, con la donna a bramare l’uomo, in una battaglia d’uguaglianza, con l’esatto opposto che potrebbe accadere se non fosse per le rivendicazioni al femminile, cosicché ci si consuma famelicamente, reciprocamente.
I due eccedevano virtualmente, h24, comunicando ormai con un fare sbrigativo ma intensificante, sapendo essere di poche parole e senza aver bisogno di stare in simultanea, vista la possibilità di replicare come a dare tutto di sé liberamente e profumare quindi delle accelerazioni nel rapporto.
E comunque il sesso non coinvolge gli uomini al cospetto di una vagina elevata all’orgoglio, si rinvigorirebbero inutili polemiche dalla parte delle donne, alle quali basterebbe grondare di piacere per non pensarci più!
Il patema carnale debella e permette al contempo di sconfinare, di uscire fuori dall’inflessibile perbenismo che ammassa e rigetta le anime nell’ipocrisia, per spaziare piuttosto in tutto ciò che siamo, prima individualmente e poi, giocoforza, insieme!

a.s. twinblack
A.S. Twinblack
Emma rischiava di lasciarsi col suo amante dovendo cominciare a richiedere per sé con autorevolezza maggiori premure, maggiori vedute, imponendo la realtà dei sentimenti, il mantenimento di certe, inguaribili promesse.
Tecnicamente, va ribadito che la scrittrice sa dove colpire per far scattare le emozioni, avendo occhio per l’immagine senza che diventi stucchevole, in un racconto che scuote le coscienze, coraggioso, fisico, di forte impatto. 

Ciò ch’è stato scritto è lo specchio di ciò che si fa per gli amanti dei deliri… particolare il piacere affabulatorio, che si registra in una specie di gara di gigionismo tra i personaggi.

Il lessico è arrembante, il linguaggio è adatto alla storia, di una trama magari pretenziosa.

La progressione del racconto è di una fluidità dovuta dal pensiero dominante, nel finale, tracciati i profili, l’autrice sembra effettuare virate rapide con dialoghi incalzanti, come a distinguere lo scrivere dallo spiegare.

Figure e atmosfere di attendibilità perfino sociologica assumono difatti un’intensità visionaria e realista.

L’amarezza intimistica è di un fascino estremo, straziante, passionale, volto a riorganizzare il filo testuale.

Tra fantasia e cialtroneria, purché fuori da ogni ipocrisia e conformismo, il lettore si cala negli abissi mentali di una presenza umana che si libera dall’emblematico coacervo di rifiuti.

I tempi di scrittura inferociscono, l’opera mostra tutta la sua sincerità nel segno della leggerezza, con la fascinazione per un genere, per delle spontanee considerazioni dalle parole forti.

L’autrice stimola quel piacere della lettura da agevolare e arricchire, nel fluire di ciò che accade.

Leggo, ed è come inseguire una verità, un’illuminazione più forte di ogni altra, incalzante, con la cognizione che si acquisisce fulminea, coi flash d’ispirazione rilevabili da occasioni da far scattare durante il racconto.

Quando la tensione cresce minimamente, ecco che si mescolano scenari, accordi, ritratti e colpi di scena spietatamente.

Le monotonie spuntano al volgere dell’estraniazione o dell’interferenza, ma le parole sono in circostanze tali voraci, denotata l’esigenza di cose stabili, forti, come solo le emozioni lo possono essere.

Sì, è merito dei personaggi se vengono fuori momenti godibili, con un crescendo lento, nervoso e oscillante che fa entrare chi legge nel vivo della trama, della malata fascinazione al pericolo estremo di un avvicinamento.

La storia incide, coinvolge grazie ai toni, cattura subito senza notazioni moralistiche, con un’energia ritmica votata all’eccesso senza scrupoli.

Narcisistica l’esibizione su certezze e scelte, dal tono trionfalistico, roba che invece seguendo i sommessi moti dell’anima, e cioè tra disillusioni, cadute, speranze e ammiccamenti, il tono si rende intimo, brevemente malinconico, dolente, ma anche fiero e incazzato.

Le domande da fare si possono cercare dentro le risposte, l’attraversamento esistenziale lo si ricava sulla sponda di un fiume che non nasconde la verità di una donna come Emma.

La sua ossessione, cruda e sconvolgente ma vivibile e colorata grazie a certi spunti di nonchalance, tra fantasia e realtà diventa lineare, asciutta e rigorosa.

Tra le pagine s’inspira un genere letterario oramai esplicitato, ossia quello erotico: il mood di un’esperienza radicale, che mette da parte ulteriori storie, tra il dorato e il passionale, come se alla ricerca di una lezione da dare alla gente con incipit non per forza articolati, capaci di fare colpo, e improvvisi squarci di surreale leggerezza.

Già, un surrealismo di vita vissuta assume parole lapidarie, e perciò efficaci, dirette.

Chiudo il libro, e vale la pena interrogarmi su quello che ci diciamo quotidianamente, appropriarmi del valore delle parole a ogni botta e risposta, rivelarmi prima o poi per sentimenti profondi date delle ragioni inconfessabili.

Autopubblicazione; Anno di pubblicazione: 2016; Pagg. 253; Prezzo di copertina: 10,40euro / Prezzo Kindle: 3,99euro.

·         A.S. Twinblack è lo pseudonimo dietro il quale si cela una donna e una psicoterapeuta da sempre appassionata della lettura; dai testi di psicologia ai saggi, dai gialli ai thriller, dalle biografie alla narrativa generale.
Nel 2015 ha iniziato a cimentarsi nella scrittura di romanzi erotici, un genere che ha sempre amato e letto fin da giovanissima.
Dice di sé: “A.S. Twinblack è il lato ombra della mia anima da cui affiorano fantasie e immagini di passione e desiderio che amo tradurre in parole. Mi auguro che possiate provare nel leggerle lo stesso piacere che ho io nello scriverle”.
Opere pubblicate: IL FUOCO DENTRO, romanzo erotico (settembre 2015); LA MASCHERA vol. I. IL LATO OSCURO DI CLARA (marzo 2016); IL DESIDERIO DI EMMA (agosto 2016); LA MASCHERA vol. II. SOLO MIA (dicembre 2016); MY BULL BOY (febbraio 2017); GIOCO CARNALE ( giugno 2017); UN CUORE NUOVO (settembre 2017); BLIND, un racconto noir contenuto nella raccolta DUE  OMBRE D’ANIMO E PIACERE della collana “Il principe e la cacciatrice” (dicembre 2017); VOLEVO ESSERE MISTER GREY, un romanzo eroticomico scritto a quattro mani con Barbara Anderson (febbraio 2018); APATIA MORTALE, un racconto horror inserito nella raccolta FENOMENI – IL LAMENTO DELLE TENEBRE (2018).
Il 30 settembre 2019 pubblica col suo vero nome, Antonella Scarfagna, l’ultimo romanzo, LA NOTTE DELLO SCORPIONE, un thriller/horror.
Questo voglio dai miei romanzi: che vi emozionino e mi facciano emozionare”.


sabato 16 novembre 2019

Vincenzo Calò intervista il cantautore Max Arduini




Max Arduini è ravennate di nascita con una lunga gavetta nell'underground romagnolo a cui si ispirano i suoi testi di cronaca e gli argomenti di interesse sociale.
 Il suo stile viene avvicinato da alcuni critici a quello dello chansonnièr e Il suo sound è in grado di cingere vari generi, dal blues al rock sino al folk, unendo la tradizione cantautorale italiana da originale songwriter. 
max arduini cantautore

Ha partecipato più volte a “Demo, l'Acchiappatalenti” classificandosi 2º nell'edizione 2010/2011 con il brano ... Che proprio in Via D'Amelio dopo essersi esibito dal vivo negli studi di Saxa Rubra (Rai).
Nel Marzo 2011 è tra gli artisti selezionati al Buskers Antimafia Festival nella Giornata Nazionale Della Musica Contro La Mafia indetta dall'associazione Libera di Don Ciotti con un brano dedicato a Paolo Borsellino e alla sua scorta.
Colleziona negli anni una notevole attività concertistica che lo vede il 2 dicembre 2011 ad aprire il concerto di Gianmaria Testa al Naima Club di Forlì.
Dopo aver partecipato a vari concorsi nel 2012 si classifica secondo a “Folkest” nella selezione territoriale Italia Centro Meridionale facendosi notare nella programmazione estiva con un concerto tenutosi a Goricizza di Codroipo in provincia di Udine.
Nel 2012 è Premio Meeting Delle Etichette Indipendenti vincendo con il brano La settima casa il concorso regionale “La musica libera, Libera la musica”, promosso dall'Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna e realizzato in collaborazione con Porretta Soul Festival, la Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli e il festival La Musica Nelle Aie.
È stato trasmesso da diverse radio nazionali, quali Radio Rai, Isoradio, Radio 3i, Radio San Marino, Radio Koper Capodistria…!
Max Arduini è stato distribuito da Egea Distribution, già produttore di nomi quali Peppe Servillo, Gianmaria Testa, Fabrizio Bosso, Roy Paci e tanti altri.
Il 20 febbraio 2014 si esibisce all'Edicola Fiore di Fiorello proponendo il brano La rivalona.
Nel giugno 2014 è stato pubblicato il quinto album in studio, Patchwork Playing, registrato a Roma in collaborazione con The BandHits, il gruppo che accompagna Max Arduini in concerto.
La buona riuscita del brano Api sul tema dell'estinzione convince il giornalista Renato Marengo a recensirlo su Classic Rock nel dicembre 2014.
Il 25 aprile 2015 Max Arduini si è esibito con il suo nuovo spettacolo Con Passo a Compasso al Teatro Titano di San Marino per raccogliere fondi destinati alla distrofia muscolare su iniziativa della Commissione Authority per le Pari Opportunità e la Segreteria alla Cultura della Repubblica di San Marino, in collaborazione con San Marino RTV media partner della giornata dedicata alla disabilità e intitolata “Insieme si può fare”.
Il 21 giugno 2015 partecipa a Demo d'Autore di Michael Pergolani, evento tenutosi al parco de L’Ex Manicomio Santa Maria della Pietà, nella prima edizione di “Musica è salute”, manifestazione itinerante, organizzata da ASL Roma E con il patrocinio dell'Assessorato Cultura e Turismo di Roma Capitale per valorizzare il Parco di Santa Maria della Pietà come luogo della salute e del benessere.
Il 30 luglio 2015 si esibisce a San Marino con il suo spettacolo intitolato Son proprio mille i motivi che ricordan Garibaldi nell'ambito della manifestazione dedicata alle 12 ore di Garibaldi a San Marino, "In fuga da Roma, salvo a San Marino" organizzata dalla Segreteria di Stato, dal Ministero della Cultura della Repubblica di San Marino e dal Comune di Ravenna.
il 14 febbraio 2016 in un'intervista a San Marino RTV  annuncia la pubblicazione dell’album dal titolo 1/2 Vivo 1/2 Postumo.
L'album verrà pubblicato ufficialmente il 9 giugno del 2017 con la supervisione di Renato Marengo e la produzione di Claudio Poggi, storico produttore dell'album Terra mia di Pino Daniele, su etichetta ClapoMusic e distribuzione Edel.
Il 13 giugno 2019 annuncia tramite il suo ufficio stampa l'imminente pubblicazione del nuovo album di inediti, decimo album in carriera, intitolato La scienza di stare in fila.

L’INTERVISTA

Caro Max, la passione per un luogo d’origine può venire interpretata senza tralasciare alcun genere musicale?

I luoghi d'origine sono il nostro DNA che non possiamo trascurare o ignorare. Facciamo parte di quei luoghi e, come tanti prima, cadiamo nel raccontarli attraverso la nostra dottrina. Sono certo anche di non poter trascurare il fatto di non essere solo un luogo d'origine ma di poter attingere verso altre direzioni. Il genere musicale è solo la facciata di chi cerca la propria identità; ma credo si possano esplorare altri luoghi, facendo così in modo di avere sempre il mondo a portata di spartito. Nelle mie canzoni c'è tanta Romagna ma anche molta Italia.

Le collaborazioni influenzano il cantautorato fino a rovinarlo?

Quando parliamo di collaborazioni, le stesse debbono essere condivise senza alcuna replica. Nascono per una qualche ragione magica e quindi non dovrebbero recare danno. Nel mio caso, sono sempre io a cercare la collaborazione che più si addice anche al mio mondo artistico. Le collaborazioni sbagliate, però, possono rovinare l'ispirazione; la band sbagliata può inconsapevolmente rovinare l'armonia dell'autore. Bisogna fare attenzione a chi incontriamo, spesso si traveste, si mimetizza. Trovare chi davvero vuole sostenere il nostro talento non è semplice; sono solo le collaborazioni virtuose con professionisti virtuosi a non danneggiarci. Fate attenzione ai dilettanti che si credono professionisti, sono molto bravi a raccontarcela ma poi il tempo galantuomo li scopre. Attenzione a chi incontrate sulla via, facendo bene ammenda su una cosa importante; siate sempre voi a decidere il destino della vostra musica, come io per la mia. Purtroppo mi è capitato di incontrare presuntuosi che, invece di mettersi a disposizione del progetto, hanno anteposto il loro ego, giudicando il mio operato e quel progetto che avrebbero dovuto invece sostenere. In questo caso le collaborazioni sbagliate danneggiano parecchio e ci fanno perdere tempo. La parte positiva è quella di accorgersene in tempo, rimandandoli da dove sono venuti; perché, se noi ripartiamo sempre, loro saranno ancora e sempre alla ricerca di qualcun altro da rovinare. La differenza la fa sempre il movente di una collaborazione, se d'interesse economico o di stima profonda in quello che facciamo.

Ah, a proposito, non c’è soggetto che possa svolgere meravigliosamente dell’attività giornalistica come un cantautore, o sbaglio?

Non so se un cantautore può svolgere l'attività giornalistica ma quelli come me, abituati a usare il vocabolario, possono utilizzare una parte di quella professione, dovendo dimostrare niente a nessuno. Non mi permetterei mai di competere con chi fa a tempo pieno il mestiere di giornalista ma diciamo che un cantautore che sa coniugare un buon italiano e possiede un discreto lessico, abbinato alla creatività, può anche provare a essere il critico o il promoter di se stesso. Io lavoro con Alfaprom e Lorenza Somogyi Bianchi che mi cura le comunicazioni stampa, ma per il resto cerco di elaborare le mie scritture anche sotto forma di taglio giornalistico o, quanto meno, ci provo.

Riesci a ragionare in preda ai sentimenti, e quindi parole e melodia vanno a braccetto d’istinto?

Diciamo pure che i sentimenti sono sempre importanti, le canzoni nascono dietro al sentimento, anche se nel mio caso non pilotano le scelte. Non amo la scrittura di getto, non è razionale; necessita di ricerche. Tuttavia ogni composizione conserva in sé quel sentimento magico che realizza quelle immagini nelle notti di scrittura. Esercitare la professione a tempo pieno ti insegna a gestire i sentimenti anche attraverso la didattica. L'istinto è importante ed è stimolante, perché non sai mai dove ti porterà, anche se alla fine riesce ad accoppiarsi sempre con il sentimento. Ho sempre considerato la mia professione come una sorta di scrittura cinematografica e, come fanno gli attori, cerco di immedesimarmi emotivamente nella storia che vado a raccontare in musica; del resto gli attori perdono peso, plasmano il proprio corpo a seconda della parte che vanno a interpretare, perché non dovrebbe essere anche per un cantautore? Infatti, cerco di plasmare la mia interpretazione che voglio mettere in scena; possiedo un mio modesto operandi a riguardo. Un bravo scrittore riesce sempre a coniugare conoscenza e istintività, senza che le due cose vadano in contrasto. Se per scrivere dovessi affidarmi solo al sentimento non potrei vestire una canzone con le parole appropriate; l'istinto trova l'ispirazione, la conoscenza la mette in riga. Scrivere canzoni non è solo un dono che possiedi da subito, tutt'altro; è un mestiere artigianale sopraffino che non si improvvisa e necessita di profonde emozioni. Diciamo che i sentimenti non vanno a braccetto con l'istinto anche se a volte camminano fianco a fianco. Oggi il caos mediatico ha creato troppe immeritate aspettative; ricordo che ai tempi delle elementari quasi tutti, rapiti dalla poesia, scrivevano bene o male stralci di poesie ma senza pretese. Oggi trovi il chiunque di turno che crede di poter scrivere musica e testi, basandosi unicamente sulle proprie emozioni; ma le emozioni devono concentrarsi sulla costruzione dell'arte, un po’ come succede a uno sceneggiatore o a un attore… purtroppo la realtà è ben diversa: non bastano sentimenti e istinto, ci vuole conoscenza. Ecco perché dalle elementari poi non usciva mai un vero poeta… sì, oggi si credono tutti cantautori.

L’umanità necessita più di fermarsi o di muoversi?

Al momento, sono certo che necessiterebbe di un urgente stop. Mi accorgo sempre di più quanto ci siamo persi per strada e quanto ci perderemo ancora se il mondo non si accorge che la storia si è fatta, guardando sempre indietro tramite il passaggio di consegne. Francamente sono preoccupato della direzione intrapresa dal mondo e dall'avvento di internet che, a mio personale parere, dovrebbe essere preso in considerazione come un'arma e con un conseguente porto d'armi; non è possibile dare a tutti l'arma di distruzione verbale, quando non si è in grado di gestire la dialettica. Dobbiamo fermarci, ma per farlo dovremmo prima guardarci indietro. Il mondo è cambiato per certi versi in meglio. Tutto è più collegato ma è anche tutto più sfuggente e ingestibile. Persino la mia professione in questo mondo è momentaneamente segregata a mo’ di gioco di società per famiglie, tipo karaoke sclerotico. Un tempo era un dono e privilegio fare musica, oggi rischiamo di vedere palcoscenici pieni di pseudo artisti e platee vuote, perché tutti ormai fanno parte del grande disegno globale. Questa tua domanda mi porta a pensare a quanto il web e la nuova TV abbiano influenzato le nuove generazioni e quindi demotivandole a intraprendere altre professioni più sicure. La disoccupazione giovanile è salita al 27,1% e al Festival di Sanremo Giovani dicono che sono pervenute 842 richieste di partecipazione, il maggior numero dal Sud con 365 partecipanti, poi il Nord con 299 e il Centro con 167. Questo mondo non è in movimento, necessita di una revisione, non ci sono più buoni esempi e i giovani sono in balia di un sistema fittizio, privo di profonde intenzioni. Non c'è talento ma solo la speranza di sfondare e far soldi; rimettiamo le lancette indietro, rieduchiamo il mondo a fare gavetta e imparare un mestiere! La cosa preoccupante è che questa statistica è in crescita e la TV non aiuta di certo i giovani a trovare la propria collocazione. A me la teoria  «Nel futuro ognuno sarà famoso in tutto il mondo per 15 minuti» di Andy Warhol non è mai piaciuta, anche se ci aveva visto lungo. Fermate il mondo, voglio scendere!  

Preferisci rivolgerti a un collettivo o al singolo individuo?

Nella mia carriera ho avuto sempre il privilegio di scegliere; mi sono sempre costruito i dialoghi nel mio cammino. Nel 2010 incisi un album dal titolo "L'arte del chiedere e dell'ottenere", un titolo che la dice lunga. Gestire un collettivo spesso è faticoso, soprattutto quando cerchi di mettere tutti d'accordo e ti accorgi che tutti vogliono primeggiare. Il singolo individuo è più semplice da gestire ma non c’è la stessa magia del rivolgersi a un collettivo da conquistare. Quando parli a un collettivo che ti stima tutto viene più semplice ma non sempre si ha la fortuna di incontrare persone genuine. Tutto sta nel riconoscere il capitano di quel collettivo; tanto poi i nodi vengono sempre al pettine. La mia carriera è sempre cresciuta attraverso il confronto e la collaborazione del singolo.

Le nuove generazioni t’ispirano…?

Un tasto molto dolente. Le nuove generazioni non hanno colpa dell'appiattimento culturale, la colpa è degli adulti che li hanno cresciuti al grido di “Sarai il nuovo Totti o il nuovo Valentino Rossi”. Per i genitori di queste generazioni non conta cosa i figli sappiamo davvero fare, ma conta solo arrivare primi, guadagnare. Anche se molto spesso noto la mancanza di insegnamento, e il sistema e il mondo girano troppo veloci; qualcuno ha volutamente allontanato le nuove generazioni dallo studio e dalla conservazione della Cultura, salvandone una minima parte. Al momento non mi ispirano, anzi alcuni mi angosciano, sento che ci siamo persi molto lungo la strada, c'è una mancanza di passaggio del testimone. Non credo che questo tipo di artisticità costruita a tavolino avrebbe fatto presa un tempo, quando la musica veniva davvero scritta poeticamente. Comunque sono certo che come le precedenti generazioni anche queste sapranno ispirare se stesse. Ispirare un adulto non è materia di interesse, perlomeno non la mia, un tempo saremmo stati noi a ispirare loro. Se questo mondo mette i giovani davanti agli adulti, allora vuol dire che nessuno ispira più nessuno, qualcuno ha deciso di invertire il corso naturale delle cose. E comunque, citando il Rap* o il cosiddetto Trap, credo che non abbiano nulla che possa ispirarci (*un genere che ancora appartiene all'America, ad Harlem e alla cultura afroamericana che con la cultura italiana ha nulla da spartire).

Mai avuto fame di… fama?

C'è stato un tempo che anche io ho bramato la fama come tutti gli inesperti adolescenti che vedono solo un terzo del quadro che li aspetta. Se potessi parlare con il mio io adolescenziale, lo metterei in guardia. La maturazione non mi ha mai spinto ad avere fame di fama; gli obbiettivi hanno accresciuto in me il desiderio di imparare conseguendo con merito i risultati, maturando la conoscenza e le capacità. Senza gavetta la fama non ha alcun senso logico; oggi manca la gavetta e quindi rimane solo la voglia di fama, di mode che passano di trash, di gossip. La mia fame proviene sempre dal sapere; se c'è qualcosa che non conosco allora comincio lo studio per migliorarmi. L'unica fame che mi viene in mente ora è quella della mia passione per la vita; sono un uomo fortunato. Ho iniziato a sognare musica nel 1988 e oggi sono un professionista che vive di questo; quale fama potrebbe farmi stare meglio di così?

Un artista per consolidarsi deve dare tutto se stesso?

Non conosco altra via per raggiungere la stabilità. Ma, come dicevo, lo studio e la conoscenza sono alla base di una duratura carriera per quanto piccola o grande che sia. Noto troppo spesso nel Prossimo la leggerezza di un immeritato risultato o l'ammirazione di qualcosa che non si può avere senza una crescita costante, che non potrà mai consolidarsi attraverso la realizzazione del denaro. Gli unici risultati seri sono dovuti sempre dal nostro volere; anche se a volte siamo combattuti con il continuo essere ostacolati da invidia e ignoranza; l'unica maniera di consolidare la propria posizione di artista è quella di ignorare tutto il resto, credendo solo nel nostro potenziale, solo così potremo consolidare la nostra fame artistica. Una cosa che mi rattrista sempre è sentire nuove generazioni che non apprezzano la bellezza o la bravura; ma venerano la fama del successo, il denaro. Senza contenuti nessun denaro potrà consolidare il talento.

Dai live non si scappa?

L'unica strada sicura per chi fa musica è sempre il palco. Non ci sono altre cose che contano di più. A me piace moltissimo scrivere, direi che è la parte più stimolante, riguarda tutta la fase costruttiva, tra studio, partitura, ricerca, bozze e ispirazioni; ma poi deve arrivare la scena, altrimenti tutto il lavoro creato prima rimane solo un bizzarro capriccio di uno scrivano senza mestiere. Ho conosciuto tanti aspiranti cantautori che dicono di esserlo senza mai essersi esibiti veramente; io a quelle persone direi “Sei un hobbista con il vezzo dell'immaginazione!”. Sono un cantautore, anche se tale sostantivo è stato surclassato negli ultimi vent'anni… direi addirittura desueto di fronte alla miriade di giri armonici scolastici, ma per un cantautore o musicista che si rispetti il palco e le esibizioni dal vivo sono fondamentali per sperimentare quanto di già scritto in precedenza. Se chi scrive musica non si fa conquistare dal palco, allora significa che quell'elemento non è un cantautore, ma uno dei tanti che sognano di diventare astronauti.

In conclusione, tanto per citare Fossati, c’è sempre tempo per…?

C'è sempre tempo per continuare a scrivere; raccontando quello che altri non hanno ancora individuato. Sì, raccontare anche storie già trattate guardandole da un'altra angolazione. La mia attenzione ricade sempre sulle argomentazioni delle canzoni, la parte letteraria ma soprattutto la costruzione armonica. Ho sentito dire che le note sono quelle e che le combinazioni possibili sono finite… non è affatto vero! Le combinazioni sono state ripetute per decenni e anche ora noto che le generazioni che si avvicinano alla composizione utilizzano sempre gli stessi giri di accordi… ecco, direi che c'è sempre tempo per imparare la musica e cercare attraverso essa l'originale e meritata capacità di non diventare il clone di qualcuno o il copia/incolla di qualcun altro. C'è sempre tempo per imparare chi siamo veramente. C'è sempre tempo per capire che la musica non è necessaria se viene fatta senza capacità. C'è sempre tempo per far tornare la musica, il baluardo che ha fatto grandi gli anni '70 e, con essi, il naturale ripristino del merito assoluto. Insomma, c'è sempre tempo per credere in un cambiamento serio; in un cambiamento necessario per il ritiro di chiunque.


Vincenzo Calò