mercoledì 22 maggio 2019

ΣΠΑΡΑΓΜΟΣ - Ad Antea


baccante


I sentieri sofferti del tuo capo,
che stilla grazie contorte ed ombrose,
mi hanno insegnato un pensiero d’abisso:
non giungeremo all’altra riva puri,
anime in un’interezza di soffio.
Il nostro spirito è bianco soltanto
perché le passioni vi si scrivan fonde,
in rivoli di dolore vermiglio.
E la scelta è tutta fra disciogliere
la nostra Terra nell’Ocean primo,
o seguire il desiderio stupito
che la Vita –disse un vate (1) – ha di sé;
così dobbiamo spartirci le carni
fra gli angeli dalle labbra di porpora
che ci reclaman dall’alba del grembo.




(1) Riferimento al Profeta di Gibran Kahlil Gibran (“Sui figli”).

martedì 21 maggio 2019

Acque di vita e di morte: fate, dee e fantasmi nostrani


ponte acqueQuando passeggiamo per le nostre campagne, siamo abituati a vedere edicole con immagini sacre nei pressi dei fossi. Ritraggono, perlopiù, la Madonna col Bambino: un’immagine femminile e che rimanda al “dare la vita”. Le “santelle” erano adatte come punti d’arrivo delle rogazioni, le processioni che volevano propiziare un buon raccolto attraverso la benedizione delle acque e della terra. Insomma, erano un’espressione della nostrana religiosità contadina, che univa il contatto con la natura alla dottrina cristiana. Luoghi benedetti… a patto di non scivolare dentro la fonte o il fosso.
L’ambiguità fra sacralità e pericolo, tipica delle acque, è fortemente sentita nel folklore bresciano. Ne ha parlato Giovanni Raza, nel suo Madóra che póra! Storie e leggende della Valle Trompia (2015). Dal paese di S. Giovanni di Polaveno, viene un’inquietante credenza compresa nella raccolta. Nella Valle Trobiolo, nel territorio (appunto) di Polaveno, si trovano sorgenti: quella detta “Madonnina” alimenta l’acquedotto comunale - afferma Raza. 
La valle era un tempo percorsa da una strada impiegata per collegare i paesi ai mulini. Fino alla fine degli anni ’60, un antico ponte in pietra (non più esistente) permetteva di attraversare il torrente Gombiera per raggiungere la strada principale di Polaveno. Era detto “Ponte del lupo”, per via di branchi di questo animale che pareva infestassero la zona. Chi percorreva la strada di notte, vicino al ruscello, udiva rumori simili a quelli fatti dalle lavandaie nello sciacquare i panni. Si trattava dell’acqua che correva sulle pietre, naturalmente; ma questa ovvia spiegazione non impedì la creazione di dicerie su spiriti maligni che prendevano la forma di donne intente a fare il bucato. Perciò, il ponte si guadagnò anche il nome di “Ponte delle streghe”. Per scongiurare la paura di tali esseri, si dedicò alla Madonna la vicina sorgente, come abbiam detto. Il nome venerato avrebbe recato conforto ai viandanti notturni.


            Raza trae occasione da questa storia per parlare del culto celtico delle acque, considerate punti di passaggio per altri mondi: meglio ancora se si trattava di quelle di un pozzo o di sorgenti che scaturivano direttamente dalle profondità della terra. Motivi di paura, ma anche di rispetto, vista la preziosità di quel “dono”. Sul fondo dei pozzi bresciani, qualcuno credeva d’intravedere “la ècia Cuchìna”. Di pericolose streghe lavandaie si favoleggiava anche nel vercellese, o in Istria… Ma, per restare fra noi, le acque più famose sono probabilmente quelle di Sirmione: maleodoranti per il contenuto di zolfo, ma curative. 
acque sulfuree

Le acque sulfuree meritarono, dal VI sec. a.C. al IV sec. d.C., addirittura una dea a loro associata: Mefite. Dal suo nome, derivano l’aggettivo “mefitico” (= “di odore insopportabile”) e il nome scientifico delle moffetta, o puzzola (“Mephitis mephitis”). Come suo centro di culto, era particolarmente famoso quello nella Valle d’Ansanto, in Campania. Tacito menziona però, nelle sue Historiae (III, 33), un santuario di Mefite a Cremona, ergo poco lontano dalle nostre zone. Dea temuta, in quanto legata a vapori tossici, alla discesa nel sottosuolo e nella morte, non era però trascurabile: sia per la soggezione dovuta al dispiegarsi di un grande potere naturale, sia per l’uso benefico che delle acque sulfuree si poteva fare. Così come i pozzi e le sorgenti, Mefite era un “punto di passaggio” tra la vita e la morte. La differenza tra queste ultime (oggi come allora) viene data dall’uso che l’uomo fa di lei - e dell’ambiente in generale.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 144 (maggio 2019), p. 8.


lunedì 20 maggio 2019

Grande arte e cinema: i prossimi appuntamenti a Manerbio


Durante gli ultimi mesi, i manerbiesi hanno avuto l’occasione di gustare cinedocumentari su personalità della storia dell’arte. La rassegna, in corso al Politeama, s’intitola (appunto): “Grande arte e cinema”. È stata offerta la possibilità di abbonarsi, nonché di acquistare i singoli biglietti a prezzo ridotto durante le serate di preparazione organizzate in biblioteca. Gli approfondimenti sono stati curati dalla prof.ssa Graziella Freddi, dal prof. Martino Pini e dal prof. Giovanni Mantovani.
            La rassegna si è quasi conclusa. Essa ha visto la proiezione di: “Leonardo - Cinquecento” (19-20 febbraio); “Canova” (19-20 marzo); “Tintoretto - Un ribelle a Venezia” (9-10 aprile); “Il giovane Picasso” (7-8 maggio).
La conclusione in bellezza - in ogni senso - è stata riservata a “Dentro Caravaggio”. Il film sarà proiettato al Politeama  il 28 e il 29 maggio. La serata preparatoria sarà tenuta il 23 maggio, in biblioteca, alle ore 20:30; parlerà il prof. Martino Pini. 
caravaggio cena in emmaus

Il pittore Michelangelo Merisi (Milano, 1571 - Porto Ercole, 1610) è stato soprannominato “Caravaggio” dal paese d’origine della famiglia. Lavorò molto a Roma, ma la sua arte risentì del contatto con quella lombardo-veneta. La sua pittura è rimasta famosa per il grande naturalismo, per lo studio della luce, i forti chiaroscuri e la vivissima mimica delle figure. La persona del Caravaggio è nota per un carattere tempestoso, che lo condusse alla rissa, all’omicidio e alla fuga. Questa drammaticità biografica non contrasta affatto con le opere, anzi. Probabilmente, nessuno che non conosca il violento contrasto di luce e ombra dentro di sé potrebbe mai dipingerlo come lui ha fatto.
“Dentro Caravaggio” (2019) cerca di spiegare i motivi per cui questo artista non passi mai di moda. Del compito si è incaricato l’attore teatrale Sandro Lombardi, tramite una visita a una ricca mostra milanese dedicata al pittore. Questo è il punto di partenza per uno scavo nella vita del Caravaggio e nelle tematiche a lui care. Il film, prodotto da Piero Maranghi e Massimo Vitta Zelman, è diretto da Francesco Fei.


Nella rassegna manerbiese, questa pellicola occupa il ruolo conclusivo, dopo che le altre si sono sostanzialmente succedute in ordine cronologico di biografia: dal Cinquecento, al Settecento, al Novecento. Parlare di un pittore cinque-secentesco sembrerebbe un “riavvolgimento del nastro”. In realtà, tale scelta corona l’iniziativa, mostrandone il senso: guardare all’ “attualità latente” degli artisti, a ciò che sanno comunicare a noi, a dispetto del circoscritto contesto storico. La drammatica individualità del Caravaggio può parlare all’uomo odierno come e più di opere cronologicamente più vicine. Davanti a ogni sua tela, viene da esclamare: “Ecce homo”. Ecco l’essere umano, con quel manzoniano guazzabuglio che è il suo cuore.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 144 (maggio 2019), p. 13.


domenica 19 maggio 2019

Fior di musica in un grande giardino


Dopo il Concerto di Primavera, la Civica Associazione Musicale “S. Cecilia” di Manerbio  tornerà ad affilare gli archetti e lucidare gli ottoni per un’altra serata: quella nel giardino di Villa Di Rosa, il 25 maggio 2019. Si tratta della seconda edizione consecutiva di un appuntamento annuale: il presidente Mario Fiorini ringrazia pertanto il proprietario della magione, per la cordiale ospitalità. Anche l’adeguata illuminazione del giardino, l’anno scorso, ha permesso di apprezzare uno dei più begli edifici di Manerbio, solitamente chiuso al pubblico. 
villa di rosa manerbio

Anche in altre occasioni, i pregi della villa hanno potuto essere gustati dai cittadini: ci riferiamo a iniziative come la visita dedicata al roseto il 20 maggio 2017, in ricordo di Libereso Guglielmi, il giardiniere dello scrittore Italo Calvino. In quel caso, l’organizzazione era stata curata con l’Associazione Amici della Biblioteca di Manerbio: si trattava di un modo per “portare la cultura fuori dai muri”.
Tra le piante e sotto le stelle, si apprezza meglio anche la buona musica, nelle sere estive. Di sicuro effetto sarà il repertorio, simile a quello del Concerto di Primavera: colonne sonore dei film che hanno fatto sognare il pubblico. Risentiremo così (affinati da ulteriori prove) i brani che hanno dato il soffio della vita ai fotogrammi di “Mary Poppins” (1964), “Il mago di Oz” (1939), “Il Codice Da Vinci” (2006), “L’ultimo dei Mohicani” (1992); “Harry Potter”; “E.T.” (1982); “Il postino” (1994); “Il buono, il brutto e il cattivo” (1966).


Sarebbe bello pensare alla “S. Cecilia” che suona all’aperto anche nei cortili del Castello di Padernello, o della Rocca di Soncino. Queste, però, rimangono al momento mere possibilità.
Già programmato, invece, è il concerto in un’altra bella magione manerbiese: Villa Pisano Finadri (21 giugno 2019). Dopodiché, seguirà la stagione estiva, con una pausa dalle attività e nuove serate sotto le stelle.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 144 (maggio 2019), p. 6.


mercoledì 15 maggio 2019

No, Didone, non sei un mito. Ecco perché


Ah, Didone, Didone…! Un tempo, mi rispecchiavo in te, sai? Ora, vuoi per l’età che avanza, vuoi per qualche cucchiaio di m***a che ho trangugiato in più, il mio punto di vista su di te è alquanto mutato. Insomma, per dirla con ironia: non sei più un mito
didone

Parliamone. Morto il marito (il tuo primissimo uomo, pare) giuri di non mettere altri al suo posto. Già da lì, si vedono l’immaturità delle tue emozioni e il tuo scarso realismo in amore, che ti fanno prendere per assoluto ciò che non è.
Poi, arriva Enea, che nemmeno conosci e che sai essere solo di passaggio. Basta che lui sappia raccontare la propria vita con parole di miele e tu… puf, innamorata come una ragazzina. Tutta la tua esperienza di regina profuga e circondata da nemici non ti ha minimamente scaltrita, a quanto pare.
Con tutti i pensieri che hai, con Cartagine in costruzione, con una gioventù da far esercitare nelle armi… tu ti fai assorbire da una sola ossessione: il tuo bello. Ti appiccichi, gli stai alle costole. Quando non puoi farlo con lui, ti butti su suo figlio. Questo si chiama stalking, Didy.
In tutto questo, il caro Enea non muove un dito. Nessuno può accusarlo di averti raggirata o sedotta. Ti vede come la regina del posto e la sua rispettabile anfitrionessa: basta. Fosse piaciuto agli dei che tu fossi stata altrettanto lucida…
Invece, durante la tempesta vi ha colti durante una battuta di caccia, tu hai casualmente trovato riparo assieme a lui. E scommetterei il mio fegato sul fatto che sia stata tu a saltargli addosso per prima, al riparo di quella grotta.


Certo, questo non giustifica il modo vigliacco con cui Enea ha cercato di svignarsela da te. Invece di dirti chiaro e tondo che la sua strada nella vita non è compatibile con la tua, ha preparato le navi di nascosto. Quando gli chiedi conto del suo comportamento, lui ti dà una risposta spiazzante: in fondo, non ti ha mai parlato di nozze; la sua patria è un’altra e tu dovresti capirlo in nome del tuo stesso amore per Cartagine. Beh, Enea è un capolavoro di faccia di bronzo, inutile negarlo. Peccato, però, che le sue parole siano assai più sensate delle tue aspettative. È arrivato da te come ospite disperato, non perché innamorato. La sua meta finale, fin dall’inizio, non era Cartagine. Lo sapevi, dannazione. Come ti è potuto saltare in mente che sarebbe andata in altro modo?
Peraltro, non si può biasimare Enea perché ha deciso finalmente di andarsene e trovarsi una principessa latina. La vostra era la classica relazione insana: monomaniaca, asfittica, che non lasciava energie per altri aspetti della vita. Se Virgilio non avesse avuto bisogno di una vittima sacrificale, tu stessa avresti concluso che, insieme, tu e il troiano non sareste andati da nessuna parte. Se non si fosse imbarcato, lui sarebbe rimasto il tuo bambolotto, Ascanio un orfanello senza regno e tu… non avresti più avuto la testa per fare la regina. Avresti lasciato marcire tutto quel che avevi creato. Ma le conclusioni sagge sembrano non aver spazio, nei grandi miti.
Ecco, dunque, che arrivano i tuoi occhi rossi, le tue urla, i tuoi capelli scarmigliati… Fuori dalla letteratura, certi atteggiamenti ti avrebbero guadagnato l’epiteto di “isterica”.
Sorvoliamo sul truculento suicidio e sulla maledizione che lanci a Enea. Che tu sia pazza è già abbastanza chiaro. Naturalmente, nel tuo prendertela con l'ex, non consideri nemmeno di striscio la tua parte di responsabilità. Non ti rendi conto di essere stata non solo scervellata, ma anche spergiura (ricordi quel che dicevi della fedeltà al defunto marito?) e di aver fatto la figura della buffona coi fior di re ai quali hai negato le nozze.
Mariangela Galatea Vaglio si chiede, dolente, perché le “donne toste” come te facciano una fine del genere. Io avrei una mia risposta personale: in realtà, non sono toste affatto. Sono regine solo in pubblico e nelle mansioni in cui non affrontano la propria interiorità. Nel conoscere se stesse e gestire le relazioni, sono un fallimento totale. In questi campi, si rivelano per le ragazzine inevolute che sono, con tanto di disagi psichici irrisolti. Del resto, chi fa di tutto per mettersi su un trono lo fa sovente per compensare ciò che non gli manca davvero. Nel tuo caso, Didone, è la salute mentale.

domenica 5 maggio 2019

Persefone

persefone rossetti


Par che l’abbia imparata, quest’arte
di scendere un’umida scala
per far l’amore
solo nel pozzo
ove si riversa l’estate

Non t’avrei voluto, strano sposo
che m’incanti con quegli occhi
di fuoco fatuo

Ma chi vuol cogliere un fiore
si tracanni pure la terra
ove muore il seme.

Per il mio piede leggero
                        e sicuro
non mi manca mai
la via verso il sole

Ma, nel ventre,
quel seme di melograno
che da te ho raccolto
mi fa tua
più d’un possesso.



3^ classificata alla sezione C (“Poesia a tema libero”) del  concorso “Primavera di Poesia” (Brescia, 2019, 2^ edizione), dedicato ad Alda Merini e bandito dal gruppo “Poeti e Poesie”.

mercoledì 1 maggio 2019

Il professore e il pazzo: l’insostenibile valore della follia



Un film sulla nascita dell’Oxford English Dictionary. Cosa si potrà mai raccontare sulla stesura di un dizionario? Non sarà una barba tremenda? Ebbene… pare di no. 
il professore e il pazzo mel gibson sean penn
James Murray (Mel Gibson) e W.C. Minor (Sean Penn).
Fonte: myredcarpet.eu
Il professore e il pazzo (2019; regia di Farhad Safinia) è fin troppo ricco di emozioni forti. Perché, in fondo, racconta di un folle volo. Documentare ogni parola esistente in lingua inglese, con relativa storia e attestazioni… Una lingua parlata in un impero multicontinentale e in continua evoluzione. Codificarla equivarrebbe a scrivere il libro della realtà. Un libro divino.
Esperienza, metodo e competenze servono - ma non bastano. Ci vuole quella scintilla che i selezionatissimi e freddi accademici di Oxford, nella seconda metà dell’Ottocento, non hanno. Ecco perché debbono affidarsi a James Murray (Mel Gibson): insegnante autodidatta, senza laurea, figlio di un sarto. I professori propriamente detti non nascondono la loro sfiducia verso di lui. Eppure, Murray conosce una marea impressionante di lingue, antiche e moderne. Può raccontare la storia di qualsivoglia vocabolo all’impronta. Ama la Parola con l’amore di un pazzo.

            Nel frattempo, un altro pazzo - quello del titolo - sta scontando la sua pena in un manicomio criminale. Affetto da paranoia e schizofrenia, il dott. William Chester Minor (Sean Penn) è convinto che “L’Irlandese” irrompa nottetempo in casa sua per torturarlo e ucciderlo. Inseguendo le sue allucinazioni, ha ucciso un passante, lasciandone la moglie vedova con sei figli da sfamare.
Il suo fantasma è quello di un soldato che lui, chirurgo militare americano, ha dovuto marchiare a fuoco come disertore. A quello, si aggiunge lo spettro dell’uomo ucciso. Come sfuggire a nemici interiori, nati dalle notti piene di rimorso? Come potersi fidare di una mente un tempo brillante, ma che l’ha portato a commettere un orrendo delitto?
            Nei libri e nelle parole, Minor trova riscatto e libertà. Per la sua impresa, Murray ha infatti capito che non basta confidare in un ristretto numero di accademici. Una lingua vasta e mobile come il mondo può essere descritta solo grazie a tutto il mondo. Ognuno è chiamato a collaborare, inviando parole e relative attestazioni letterarie. Minor diviene il più solerte e fruttuoso corrispondente di Murray, salvando la sua folle opera.
            E la vedova? Eliza Merrett (Natalie Dormer… sì, lei: la Margaery Tyrell di Game of Thrones) non sa più cosa fare, per nutrire e vestire i figli. Nemmeno il mestiere più antico del mondo le è d’aiuto. Finisce per accettare l’offerta di Minor: ricevere una parte consistente della sua pensione. Dopo quella prima visita, in cui ha voluto vederlo distrutto e prendersi i suoi soldi, Eliza gliene fa un’altra… poi, un’altra ancora… Nemmeno lei sa perché. Non sa realmente perché abbia bisogno di rivedere quell’uomo che sta mettendo ai piedi di lei tutta la propria vita, per rimorso. Un rapporto fra colpevole e vittima? Il pentimento davanti alla misericordia? O… si tratta di altro?
            Il professore e il pazzo, col pretesto del dizionario, ci mostra il libro di tre vite che vanno scrivendosi, sfidando l’opinione pubblica e tutto quanto credevano di sapere di sé. Anche loro, come la lingua inglese, cercano un dixit definitivo, la fissazione delle certezze. Sappiamo fin dall’inizio che sarà impossibile. Ma un’impresa folle, una volta lanciata, sparge i propri semi. È inarrestabile. Nel mutamento perpetuo c’è l’eternità. Ed essa non può che essere creata dalla pazzia: quella dell’amore.

venerdì 26 aprile 2019

Si cercano nuove voci “Sotto la torre”


Il coro “Sotto la torre” è un ensemble di voci maschili piuttosto noto a Manerbio. È solito allietare diverse occasioni pubbliche; il suo stesso nome allude alla Torre Civica, quel campanile che (come in ogni piccolo centro) è un simbolo dell’esistenza di una comunità. Il coro fa spesso rivivere canti popolari della Prima Guerra Mondiale o brani natalizi. 
sotto la torre manerbio coro maschile

Il suo primo nucleo nacque nel 1961, quando un gruppo di giovani si aggregò intorno a don Graziano Montani, curato dell’oratorio manerbiese. Il canto corale era una delle attività proposte a fini di socializzazione; ovviamente, all’epoca, il repertorio e le finalità avevano un carattere marcatamente devozionale.
A distanza di trent’anni, i coristi di allora ricostruirono l’ensemble, avvalendosi dell’aiuto di Luigi Damiani. Fu proprio quest’ultimo a suggerire di rafforzare l’organico e di darsi un direttore stabile. Perciò, dal 2003, il maestro del coro divenne Claudio Bertolini e fu adottato il nome attuale, “Sotto la torre”. Nonostante il carattere spiccatamente manerbiese, della formazione fanno parte anche abitanti dei paesi vicini. La sua attività rientra nell’ambito della Civica Associazione Musicale S. Cecilia.
Come ogni progetto, per proseguire abbisogna di nuove forze. Ecco, dunque, che il coro “Sotto la torre” cerca nuove voci. Desidera che esse siano belle, ma non solo: far parte di un’associazione significa (anche e soprattutto) educare se stessi insieme agli altri. Bisogna far sì che la nostra voce non prevalga su quelle altrui, né si nasconda: gli sforzi di ciascuno debbono amalgamarsi e andare nella stessa direzione. Occorre lo sforzo mentale di comprendere il testo, per poterlo interpretare. Serve l’umiltà di ascoltare il maestro e contribuire al risultato comune. Un contesto del genere mostra poi come il miglioramento delle proprie prestazioni non vada necessariamente inteso in senso agonistico: gli “altri” non sono rivali, ma collaboratori indispensabili al raggiungimento dell’obiettivo artistico.
Se tutto questo sembra una richiesta eccessiva, vale la pena pensare alla soddisfazione di far parte dei momenti chiave della vita cittadina e venire apprezzati pubblicamente. Il coro “Sotto la torre”, fra l’altro, vuol presentarsi come un ambiente familiare, dov’è facile fare amicizia. Perché, oltre a quanto abbiamo elencato, non bisogna dimenticare che il canto corale è anche gioia di stare insieme e amore per la musica.
La proposta, per le nuove voci che volessero farsi avanti, è di cominciare frequentando la sede dell’associazione e sperimentando la propria vocalità. Gli interessati possono rivolgersi a:

   Coro “Sotto la Torre”
   Civica Associazione Musicale S. Cecilia
   via Palestro 57  Manerbio        
   tel. 030 9382819 – 327 0777717     

 Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 143 (aprile 2019), p. 11.

giovedì 25 aprile 2019

A porte aperte: l’Open Day dell’associazione Chorouk



chorouk musulmani manerbio open day
L’associazione Chorouk, che raduna i musulmani di Manerbio, ha organizzato un Open Day (31 marzo 2019). Per tutto il pomeriggio di quella domenica, i soci hanno offerto assaggi dei loro mondi culturali. Sotto una sola denominazione religiosa, la Chorouk raduna infatti quindici nazionalità: i suoi membri vengono dall’Egitto, dalla Tunisia, dall’Algeria, dal Marocco, dalla Libia, dal Senegal, dal Pakistan, dal Burkina Faso, dalla Somalia, dal Ghana, dalla Siria, dalla Bosnia Erzegovina, dall’Albania, dalla Turchia. E dall’Italia, ovviamente: non è raro che i più giovani siano nati qui. L’hanno dimostrato anche i rappresentanti dei Giovani Musulmani d’Italia, arrivati da Brescia per tenere alcuni stand: Younes El Sharkawy (di famiglia egiziana), Batul Alsabagh (siriana d’origine) e Izham Zulqarnan (dal Pakistan). Come ha spiegato Younes, la denominazione della loro associazione sottolinea la volontà di far convivere la propria italianità con la propria religione, contribuendo al benessere del Paese e facendo della propria “diversità” culturale una forma di ricchezza. Cosa intendesse Younes con tutto ciò era spiegato dallo stand che gestiva: un esempio di calligrafie arabe di diverse regioni. Lo sviluppo di quest’arte in ambito islamico si spiega con la sacralità della parola coranica, nonché col divieto di rappresentazioni iconiche del divino. Niente “santini”, dunque, ma quadretti con versetti dalle grafie elaborate.

manufatti africa maghreb burkina faso chorouk manerbioUn altro banco proponeva i tatuaggi all’henné sulle mani: un’attività in rosa, si può dire, perché questo tipo di decorazione è pensata per le ragazze. In particolare, in Marocco, la sera prima delle nozze è la “notte dell’henné”, in cui le mani della sposa vengono adeguatamente abbellite. Il tatuaggio permanente non è consentito ai musulmani devoti, perché considerato un’alterazione del corpo quale voluto da Dio. I disegni all’henné sono temporanei e assolutamente non tossici, perciò risolvono il problema. Per quanto riguarda il velo, altro attributo femminile in questo contesto, esso è un obbligo codificato nella sura coranica di An-Nûr (v. 31), insieme alla raccomandazione della castità e alla proibizione degli atteggiamenti seduttivi in pubblico. I tentativi di alcune voci femministe musulmane di confutare l’obbligo del velo sono perlopiù caduti nel vuoto. 
Un altro banco mostrava i trofei vinti dalla Chorouk nei tornei di calcio fra associazioni bresciane.
Il sunnominato Izham presentava le iniziative di solidarietà: raccolte di offerte in denaro, cibo e vestiti per i bisognosi (in particolare, quelli residenti in aree di guerra); un progetto di giornata di donazione del sangue, che dovrebbe prender piede in collaborazione con l’AVIS.
mortaio per cereali africa burkina fasoUn banco esponeva manufatti caratteristici del Maghreb e del Burkina Faso. Dal Marocco, provenivano diverse paia di scarpe, un mantice riccamente decorato e una tajine, la classica pentola conica in terracotta. Un modellino riproduceva un minareto monumentale. Dal Burkina Faso, giungeva una borsetta femminile chiusa da cordoncini e con specchietti rotondi sui lati (per rapidi “controlli di bellezza”). Ancor più caratteristico era un mortaio per cereali. La “calebasse” è una sorta di gigantesca noce, il cui guscio può divenire recipiente o strumento a percussione. Le “calebasse”, la borsetta e un cappello troncoconico erano decorati da pendenti ricavati da conchigliette assai ricercate, un tempo usate come moneta. Da sorte di zucchine erano stati tratti cucchiai e strumenti musicali. 
Il banco più frequentato (c’è bisogno di dirlo?) era però quello del buffet: pasticcini fatti a mano, raffinati negli aromi e nella decorazione; olive piccanti; tè dolce. E non mancava certo la generosità.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 143 (aprile 2019), p. 10.

martedì 23 aprile 2019

Marina: una famiglia fra due mondi



Si dice spesso che “l’amore abbatte ogni barriera”, senza pensar più di tanto a ciò che si dice. A volte, questa frase fatta si trasforma però in una grande verità. 
marina chernobyl pietta manerbio
Marina tredicenne a Manerbio.
Nell’estate del 1994, i signori Pietta di Manerbio (sì, i genitori dello web dj Stefano Pietta) furono contattati da un’associazione di Brescia: occorrevano famiglie italiane che ospitassero per un mese ragazzini intossicati dalla nube di Chernobyl. Lo scopo dell’iniziativa era far cambiare letteralmente aria ai giovanissimi, per evitare che l’intossicazione peggiorasse. L’associazione, fra l’altro, richiedeva una risposta in tempi brevi. Giuseppe e i familiari non esitarono - così come i loro vicini di casa, che presero con loro due ragazzi. I Pietta accolsero Marina, proveniente da Gomel, in Bielorussia: tredicenne, parlava solo russo. Il famoso disastro nucleare le aveva causato problemi agli occhi e alla tiroide.
Per aiutarsi nella comprensione, i suoi ospiti ricevettero un prontuario di vocaboli. Le comprarono anche scarpe e vestiti, di cui era assai malamente fornita (il signor Giuseppe Pietta ricorda che i piedi le fuoriuscivano dalle calzature). Marina era alquanto timorosa e spaesata, nell’inserirsi in quello che (per lei) era un altro mondo. Non aveva mai neppure visto supermercati, prima d’allora. Era però molto intelligente (nei ricordi della sua “seconda famiglia”). La ragazza e i Pietta si separarono fra le lacrime, alla fine del periodo di ospitalità. A Manerbio, giunsero poi molte lettere di Marina, gentilmente tradotte da un concittadino che sapeva il russo.
I Pietta la invitarono una seconda volta, nel 1995. Stavolta, si preoccuparono di offrirle una visita oculistica e nuovi occhiali. Anche il secondo commiato fu sofferto.
Nel 1996, Marina riabbracciò i suoi ospiti per la terza volta - dopodiché, la richiesta dei Pietta di averla con loro non sarebbe più stata accolta. L’ultima lettera della ragazza giunse a Manerbio nel 1997. Dopodiché, i suoi ospiti non seppero più nulla di lei, fino al 2004.

Nel 2000, Marina si era trasferita a Chicago. Si era laureata e aveva trovato marito. Di tutto questo informò la sua seconda famiglia tramite e-mail, dal 2004 al 2007. Seguì un nuovo silenzio, dovuto a un attacco informatico che aveva cancellato nella sua posta elettronica l’indirizzo dei Pietta e l’aveva obbligata a cambiare il proprio. 
stefano pietta dj manerbio marina
Stefano Pietta e Marina.
Nel 2016, lei chiese l’amicizia su Facebook a Stefano. All’inizio, però, lui non la riconobbe: aveva cambiato cognome dopo il matrimonio e - ovviamente - anche l’aspetto non era più quello di un tempo. Solo nel 2017, il dj manerbiese capì che si trattava della “loro” Marina. Da allora, di tutta la famiglia, fu lui il più “connesso” con la ragazza, grazie alle e-mail e a Whatsapp.
Nel marzo 2019, lei è tornata in carne ed ossa, a visitare il suo nido manerbiese. L’incontro è stato (naturalmente) contrassegnato da grande commozione: soprattutto perché Marina ricordava dettagli che persino i suoi amorevoli ospiti avevano dimenticato. Stefano, in particolare, è stato grato di quell’arrivo emozionante, che gli ha permesso anche di rispolverare l’inglese. Marina stata accompagnata a visitare Brescia, Cremona, Verona, il lago di Garda… Ha ritrovato le persone che l’avevano conosciuta. Ora, è mamma di due bambini e le piacerebbe tornare in Italia a Natale, con loro e il marito. Come di tutte le belle vicende, piacerebbe poter dire: la storia continua.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 143 (aprile 2019), p. 7.

venerdì 19 aprile 2019

Fiammetta Rossi - La strana bottega del signor Balaji (Leucotea Edizioni)


Riceviamo e pubblichiamo (a cura di Vincenzo Calò):
“La strana bottega del signor Balaji” è un delicato romanzo di formazione, garbato come pochi racconti possono essere. 
fiammetta rossi la strana bottega del signor balaji romanzo
L'autrice ci trasporta in un mondo in bilico tra il cinismo e la consapevolezza delle nostre debolezze, prendendo per mano la mente del lettore e trasportandolo in un concerto di speranze, desideri e sogni; e, se I sogni son desiderie se esiste una Bottega che ci aiuta a realizzarli non possiamo che abbandonare le nostre paure e volare insieme alle nostre emozioni.
La storia è ambientata a Vigevano vicino le sponde del fiume Ticino; un luogo che prende forma e sostanza grazie all’apertura di un bizzarro negozio, “la Bottega dei Desideri” del signor Balaji.
Qui vivono Giulia e Carolina: adolescenti protagoniste-antagoniste; una vita tanto dura quella di Giulia quanto spensierata e allegra (ma solo all'apparenza) quella di Carolina, che le amiche borghesi di sua madre vogliono come modello perfetto.
A destabilizzare lo status quo arrivano loro: i Balaji, con la loro bottega dei desideri, pronti a sconquassare un mondo che si è adagiato su se stesso e a pestare i piedi a chi, questo mondo, non lo vuole cambiare.
Giulia, suo malgrado, dovrà aprirsi al prossimo e lo farà grazie a Maya Balaji, la sua nuova compagna di banco dai misteriosi occhi ambrati, pronta a parlare di spiriti, di leggende, di venti che cambiano e che trasportano i pensieri più tristi, tra un dolce indiano e un sorriso disarmante.


Maya con pazienza riuscirà a rompere tutti gli schemi e i preconcetti dietro cui la compagna s'era trincerata per non affrontare il mondo che le aveva portato via il padre e soprattutto la sua voglia di emergere.
Anche Carolina è affascinata da Maya e dal suo comportamento così bizzarro e anticonformista, a tal punto da avvicinarsi a Giulia e creare un primo fragile legame che porterà le ragazzine a un riscatto interiore e a tirare fuori le proprie doti.
E poi c'è un magico pozzo pronto a esaudire i desideri più profondi e veri di coloro che hanno il coraggio di entrare nella bottega, ma attenzione: affinché il desiderio si avveri, occorre lasciare qualcosa in pegno.
E dunque ecco la domanda centrale: a cosa sei disposto a rinunciare per realizzare il tuo sogno più grande?
Ma non tutti sono disposti ad accettare gli strani cambiamenti che avvengono in città e che sovvertono l'ordine… qualcuno manovra all'ombra, affinché la bottega chiuda.
L’atmosfera che si respira è piena di colori e i dialoghi divertenti e ricchi di ironia.
La lettura ci offre un crescendo di emozioni che hanno il culmine con una indagine a seguito di uno scandalo che scuote le coscienze imponendo una riflessione sulla vanità delle nostre certezze quasi sempre noiose e banali.
Si volta pagina con curiosità crescente e si viene trasportati d'incanto nella magica bottega del signor Balaji senza che il lettore se ne renda conto.
Giulia fa venire il sorriso ai lettori quando invoca l'aiuto divino e anche le battute di spirito di Marco (suo eterno amico) danno un tono brioso alla storia, e poi c'è il bel Giovanni apparentemente legato a Carolina (oppure no?)!
Si ride, si scherza ma soprattutto si sogna con questo romanzo adatto ai ragazzi e, perché no, anche agli adulti.

giovedì 18 aprile 2019

Vincenzo Calò intervista Lucrezia Maggi


Generalmente, quando ti trovi a comporre,  come ti vedi all’inizio, nel mentre e alla fine? Un testo è giusto correggerlo in buona sostanza s’è poetico? 

lucrezia maggi indelebile poesie

La gioia e la bellezza di scrivere sono enormi, ma nel mentre, quando mi trovo a comporre versi o storie, può capitare che ci possano essere grandi momenti di scoramento, giornate in cui non mi esce niente o in cui quello che scrivo mi pare brutto. Quando mi sento così, mi alzo e faccio altro. Torno al lavoro o, se sono in casa, indosso il grembiule e armeggio ai fornelli, oppure, il più delle volte, mi fiondo tra le pagine di un libro. Non insisto a scrivere cose che non sento, cose che non mi emozionano. La pagina deve chiamarmi. Oggi il mondo viaggia a una velocità diversa dal passato e le stesse parole ora viaggiano veloci come frecce, non sono più gocce che cadono lentamente nell’anima. Maneggiarle con cura, questo si deve. Senza fretta, con rispetto e dedizione. Alla poesia è concessa una sorta di licenza poetica, in questo ambito l’intervento di correzione dovrebbe essere dunque più delicato, quasi timoroso, svolto sotto la precisa e inalienabile indicazione dello stesso poeta, proprio per non snaturare o intaccare il valore di stile dei componimenti.
La poesia può lasciare il segno più per la forma che per i contenuti ?
La poesia è l'arte di rappresentare ed esprimere fatti e sentimenti e più specificamente con parole esposte secondo un ritmo determinato attraverso le quali il poeta piega la lingua alle sue particolari esigenze, violando i consueti codici comunicativi. Con la sua poesia, il poeta può voler trasmettere la sua personale visione del mondo e della vita, le sue emozioni, le sue esperienze, da cui il lettore può trarre, a sua volta, suggerimenti, insegnamenti, emozioni. La poesia non si legge solo con gli occhi. Si sente, dentro. O, più semplicemente, si ascolta.


Sbaglio o molti si sentono talmente forti nello scrivere da diventare fragili alla lettura come all’ascolto degli altri?
Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più, pochi tendono l'orecchio all'ascolto dell'altro. Personalmente, credo di essere più lettrice che autrice, per quantità di pagine lette rispetto a quelle finora scritte. Leggo tantissimo, sin da quando ho imparato a farlo. Amo sia la poesia che la prosa, acquisto tantissimi libri e li leggo tutti. Le pagine che leggo mi sorprendono, mi arricchiscono, mi sono indispensabili. Quelle che scrivo mi sono necessarie, ne ho bisogno ma… non mi riesce semplice esprimermi al riguardo. Possono essere buone oppure no. Sono una lettrice esigente, con la mia scrittura lo sono di più. L'altro, non mi è indifferente… la mia sensibilità non me lo permetterebbe. L'ego ipertrofico degli scrittori non mi appartiene.
Gli editori stanno a…? Non credi che per guadagnare uno scrittore debba fare spettacolo, possedendo ulteriori doti?
Gli editori, che non hanno per missione il bene dell’umanità e della letteratura ma quella, legittima, di fare comunque commercio, ragionano così: la poesia non vende, la poesia muore sugli scaffali delle librerie, non rende, “Ti pubblico ma poi il problema è tuo, arrangiati”. Come dare loro torto? Certo, al giorno d'oggi, uno scrittore, un poeta poliedrico e versatile, che possiede ulteriori doti artistiche, potrebbe essere di grandissima utilità “alla causa”. Dare spettacolo di sé durante le presentazioni di un libro, muoversi con disinvoltura su un palcoscenico, promuovere ad hoc la propria immagine, per esempio, credo siano cosa buona e giusta per molti. Io non la ritengo cosa indispensabile, personalmente non mi troverei a mio agio in queste vesti. Per indole preferisco le quinte alle luci della ribalta. Fosse per me, non li presenterei nemmeno in pubblico i miei libri. Lo faccio perché devo ma non mi entusiasma. Dopo la pubblicazione di un libro, il mio desiderio sarebbe quello di scomparire dietro le mie parole, lasciare che il  loro destino si compia indipendentemente da me… ma che fai, una creatura tua l'abbandoni così? No, te ne prendi cura, comunque.
Teoria e pratica nel tuo caso agiscono in contemporanea? La precarietà ti dona ? Per contemplare un posto nel mondo è indispensabile radicarcisi?
Ciò in cui crediamo, ciò che tratteniamo e a cui ci aggrappiamo, ciò che presumiamo di essere, non è ciò che veramente siamo… è una situazione, una condizione momentanea, qualcosa che cambia a seconda del tempo e dello spazio in cui ci muoviamo. Siamo tutti precari, di passaggio. Per contemplare un posto nel mondo non è affatto indispensabile radicarcisi.
Ma sei certa che sia possibile ancora innamorarsi di un uomo?
Si dice che l'innamoramento sia un sogno quando lo si vive, una magica sinfonia che fa palpitare il cuore, fa sentire un’attrazione fortissima che dà crampi allo stomaco e scombussola il nostro consueto modo di pensare e di agire. L’amore non era - e non è tuttora - esprimibile attraverso ragionamenti, ritengo che amare sia la fiamma e l’impeto della virtù umana. In una società in cui la tecnologia avanza velocemente, in cui la ragione è dominatrice dell’uomo, non amare è comunque pura follia. Sono in tanti a pensare che l’amore sia solo piacere fisico, effimero per la sua durata ma è bene ricordare che trattasi di un sentimento naturale, come un’erba che nasce spontanea, cresce e s'insinua indipendentemente. Inutile sottrarsi.
La tua solitudine è paragonabile a…? L’epoca moderna ci sta annientando, e magari perché non c’ispira granché? E se non è così allora cosa ci resterà della suddetta?
Io credo che la solitudine sia principalmente uno stato dell’animo, può essere la nostra più grande nemica o la nostra più grande amica. Quando non la riconosciamo come strumento prezioso per connetterci a un livello superiore, la solitudine può diventare non salutare, farci del male. Personalmente, alla luce della consapevolezza e dell’esperienza, io non mi sento mai sola, né cerco la solitudine a tutti i costi. La maggior parte delle volte  mi sento semplicemente libera, mentre cammino e mi muovo da sola, quando leggo, quando scrivo, quando medito. Semplicemente, il mio pensiero non è focalizzato su cosa possono pensare gli altri di me, di loro e del mondo. Sono aperta alla relazione con l'altro ma senza concentrarmi unicamente su di essa. Ascolto i messaggi della natura, guardo i colori di un tramonto, mi prendo cura dei miei pensieri positivi e cerco di tenere a bada quelli negativi che si insediano nella mia mente in modo inconsapevole, portandomi, talvolta, a vivere una realtà virtuale che mi distoglie dal momento presente. Preferisco vivere con lentezza ogni singolo giorno, l'epoca che viviamo viaggia a un ritmo troppo veloce, spesso ci perdiamo il gusto delle piccole cose. M'ispira la bellezza e, fortunatamente, lo stesso caos delle anime e tutta la vita che mi gira intorno.
… “Indelebile - Cose di noi e sanguinamenti sparsi” (Controluna Edizioni di Poesia)
La Maggi percepisce poeticamente qualcosa che si muove aldilà dell’aspetto materiale, di consistente, che sfugge dalla evidente carnalità per caratterizzare un flusso passionale nelle vene.
Ecco allora che la curiosità lega parole non solo da leggere, catturati da un’impressione dannatamente amorosa, in preda a un tormento che arreca dell’inadeguatezza a fior di pelle ma senza annullare la cortesia insita a gesti prossimi a un ritrovarsi.
“A te che sai
a te che più tra tutti mi sei simile”.
Alla lettura di queste poesie viene bandita la passività, i componimenti si rinfrescano in ragione di un contributo istantaneo, del tutto amichevole.
Capita molte volte che la vita si manifesti di colpo, e nel caso di Lucrezia avviene dovendo soddisfare la voglia di poetare ogni cosa che le stia a cuore.
Del resto serve pazientare per approdare dappertutto, e rasserenarsi in definitiva, cioè sapendo sognare per far sì che si appurino delle riconoscenze spontanee.
Il rumore insito allo Spirito fa venire delle buone idee, e trame di nuove storie si sviluppano, come dei baci lesti a convincere soggetti da vivere lungi dalla crudeltà, avendo modo di bonificare i paesaggi del cuore.
Lucrezia è abile a constatare delicatamente qualcosa che non va nelle persone a lei care, difficile da inquadrare se non si coglie dell’amorevole reciprocità da un dissolvimento decelerato, da una dimensione che si ripercuote umanamente nel profondo.
“Frantumarsi emotivo di animi
contro muri di gomma sofisticata”.
Spente le luci, soltanto una coppia di vite può narrare di un amore da rendere prima o poi incondizionato.
Per la lettura di questi versi ci si fa tesoro di una condizione angosciosa.
“...Perché quando scansiamo
il destino
abbiamo nostalgia di destino?”.
Rimane unicamente il fatto d’assaporare per intero un istante, visto che non ci sono persone che c’intendano a meraviglia, pervase da intrighi inutili, completamente invalidanti.
È come se fossimo condannati all’ingenuità, indotti di conseguenza a comprendere quello che serbiamo, e magari in un gioco di sguardi che allenti i nervi della poetessa.
La passione riempie un ideale d’uguaglianza, coperto da debolezze da esprimere senza far rumore, schiarendo piuttosto l’intento di sapere qualcosa per oltrepassare limiti sfiancanti, seppur sia molto probabile che le diversità verranno sempre fagocitate per della pura curiosità.
La vita compie dei giri folli ma si fa notare, tanto vale convincere chiunque ci capiti a tiro impugnandola senza addolorare, specie in riguardo a delle forme d’amore sconvolgenti, e cioè illuminanti nonostante la verità non si lasci determinare.
“… la ragione vacilla
in buco nero …”.
Urge della continuità, a costo di toglierci ogni cosa di dosso, alla ricerca dell’ispirazione… come degli esseri viventi al microscopio, che, indifferenti al carico di nutrimento che trasportano, puntano indefessi a uno scopo!
Negli abissi del sempre sprofonda un’illusione composta da astri e sogni; prossimi alla notte il tacere diventa languido catturando l’umanità costretta così a riscontrare la propria passività.
Il senso della vista che andrebbe svuotato sembra invece accogliere la decadenza di una riflessione ritoccabile circa esperienze che si rivelano negative, dati dei sentimenti non più infrangibili.
“… fuori dal cerchio delle cose,
sottraendosi all’obbligo
dei teoremi
e
delle forme armoniose
imposte”.
In un riflesso di luce assolutamente relativo si manifestano rette vie, esistenze ch’è impossibile incrociare, e prevale una memoria impossibile da ripulire, a scandire l’immensità di qualsiasi debole inganno.
Il cuore è delicato, occorre averne cura per tornare a divertirci in una maniera sopraffina, senza rinunciare mai all’ascolto dei suoi battiti, per rinnovare il buonsenso indispensabile se si vuol essere felici e ritrovare la memoria stavolta complice, per effetto della luce del Sole.
Secondo la Maggi con la forza di volontà nessuno può soffrire un destino segnato, chiunque è in grado di elaborare una novità per gli altri, e facendosi sentire.
Ora come ora lei deve abilitarsi definitivamente sistemando dei pensieri dentro di sé, dopo che per tanto tempo è stata dietro a termini e figure non ottenendo risultati, ma come se si trattasse di una vocazione quella di cogliere un senso di vuoto, fissarlo e restarne attratta per paradosso.
BIOGRAFIA AUTRICE
Lucrezia Maggi, poetessa e narratrice tarantina, dal 2007 ad oggi, ha al suo attivo numerose pubblicazioni, di poesia e di narrativa. Suoi versi sono presenti in numerose antologie e riviste letterarie italiane.
È presidente e fondatrice dell’Associazione Culturale “Le Muse Project”, ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto”, giunto ad oggi alla tredicesima edizione.
Tra le numerose attestazioni letterarie ricevute, nel 2011, le viene conferito, per la Sezione Cultura, il Premio “Donna Dei Due Mari 2011”, riconoscimento alle “eccellenze territoriali”, con le seguenti motivazioni: “Per l’attività di effettiva promozione culturale e di riscoperta generazionale resa a favore della nobile e distinta Arte della Poesia”.
Il 2013 è l’anno che vedrà accadere gli eventi narrati nel pamphlet “Prima che il tempo ne cancelli le orme”, che l’autrice scrive a seguito della morte di sua madre per malasanità. “Come affrontare quanto accaduto, come dare giustizia alla nostra storia e fare in modo che non capiti ad altri?” queste le domande che si è subito posta Lucrezia, nel corso e in conseguenza al drammatico sviluppo degli eventi. Chiedere un risarcimento? Sporgere denuncia? Il dubbio - o già un’amara certezza - era quello di rimanere inascoltati e ignorati, fino al punto in cui sarebbe stato troppo tardi per agire. 
Il modo migliore era metterci la propria voce e il proprio volto, portando di persona la storia all’attenzione di altre città e di altre persone e personalità. Lucrezia darà così il via ad un tour di divulgazione, in cui il libro, edito a novembre del 2013, sarà portato in numerose città italiane quali Taranto e la sua provincia, Bari, Avellino, Napoli, Salerno, Catania, Roma, Milano.
Numerosi gli incontri realizzati con il prezioso supporto di relatori del calibro degli scrittori Andrea G. Pinketts e Cosimo Argentina, del dott. Santino Mirabella, magistrato catanese, di Alessandro Salvatore, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, del giornalista campano Alfonso Bottone, direttore organizzativo della Fiera del Libro in Mediterraneo che, hanno portato la vicenda dinanzi all’attenzione di un pubblico crescente e sempre più partecipe in quei coinvolgenti momenti di dibattito e dialogo che sono stati, ogni volta, le presentazioni di questo pamphlet.
Nell'aprile del 2015 l’autrice pubblica, per la casa editrice Opposto Edizioni, realtà editoriale indipendente capitolina, "Come solo le parole", una raffinata raccolta di 17 racconti brevi.
Nel dicembre 2016, la seconda edizione di “Prima che il tempo ne cancelli le orme” e il monologo teatrale ad esso ispirato interpretato dall’attore Sergio Mari con le musiche originali del musicista/compositore Filippo D’Eliso.
A gennaio del 2018 l’autrice torna in libreria con la silloge “Indelebile-cose di noi e sanguinamenti sparsi” edito da Controluna/Il Seme Bianco. “Come nel ventre di una madre”, il titolo del suo ultimo romanzo.