venerdì 30 marzo 2018

La Vecchia, vecchie abitudini e antichi sapori

Bruciare la Vecchia...

“Brüšà la èciå” è un noto termine tecnico per il rogo di metà Quaresima, destinato (per fortuna) a un fantoccio. Comunque, per scaramanzia, le nonne di Manerbio preferiscono scomparire dai paraggi, quella sera. Anche se è un’usanza incruenta, è difficile liberarla dal suo retrogusto di “rogo di streghe”. 
A ogni modo, le sue origini sono più antiche: risalgono ai “falò di inizio anno” diffusi in Italia nordorientale. Una pratica celtica voleva che i fuochi propiziassero le divinità; vi si bruciava un pupazzo, simbolo di quanto andava lasciato alle spalle. Gli antichi Romani facevano qualcosa di simile col simulacro di Anna Perenna, divinità agricola: anziché al fuoco, era destinata alle acque del Tevere. Simili tradizioni sono una via di mezzo tra un rito di fertilità e uno di purificazione collettiva: si congeda l’inverno per accogliere la primavera, mentre vengono gettate via le colpe della comunità.
A Manerbio, il rogo della vecchia, nel 2018, si è tenuto l’8 marzo: non per tradire lo spirito della giornata, ma a causa del maltempo che ha fatto posticipare l’evento.
Come l’anno scorso, il falò è stato preceduto dal processo, inscenato dalla compagnia dialettale “Chèi dè Manèrbe” all’oratorio “S. Filippo Neri”. La locandina recitava: “Il rogo della vecchia all’ombra degli antichi sapori”. Infatti, era possibile cenare in loco. I piatti forti, come sempre, erano trippa e “pà e salamìnå”: tipicamente bresciani, sottolineavano la voglia di tradizioni tipica della ricorrenza. Del resto, “brüšà la èciå” è sinonimo di Giovedì Grasso: una pausa nelle penitenze quaresimali.
A ogni modo, gli amanti della Giornata internazionale della donna non si scandalizzino: durante il processo preparato da “Chèi dè Manèrbe”, il tribunale era presieduto proprio da una donna, il giudice Tam-Tam Battimazza. Viceversa, la femminilità della Vecchia era alquanto dubbia.
Il primo a entrare in scena è stato l’appuntato Scavezzacolli, che trascinava la gigantesca valigia della magistrata. Data la sua cecità, ha avuto non pochi problemi a localizzare testimoni e imputata. Anche perché sono arrivati in aula inseguendosi disordinatamente.
Chèi dè Manèrbe: il processo alla Vecchia
La prima a testimoniare contro la Vecchia è stata Bella Gioia: una vamp decisamente sboccata, che accusava la rea… di dire parolacce. È poi stata la volta di Onestino Senzamacchia: secondo lui, la Vecchia sarebbe stata solita rubare agli anziani i cioccolatini… finiti nelle tasche dell’ “irreprensibile” testimone. Secondo Bianca Lingualunga (un nome che dice tutto), l’imputata sarebbe invece stata bugiarda e pettegola. Peccato che, dalla borsa dell’accusatrice, traboccassero ancora i numeri del giornale parrocchiale rubato dalla posta dei vicini. Ha pensato Romana Saltimbocca, armata di mattarello e bigodini, a sottolineare la plateale incoerenza dei testimoni. Anche la giudice era sfinita dalle baruffe manerbiesi.
L’ultima scena è toccata alla signora Uvetta Passa, così detta dalla bizzarra acconciatura a base di grappoli e foglie di vite. Alla nipotina Bim-Bam, ha spiegato il senso della tradizione: la volontà di lasciarsi alle spalle le cattive abitudini. Perché la Vecchia non è una persona con una fisionomia autonoma. Rappresenta la parte più meschina di noi: quella che, oltre a imprecare, denigrare, rubare, tende anche  a gettare le proprie colpe su altri.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 130 (marzo 2018), p. 12.

giovedì 29 marzo 2018

Il palazzo, la piazza... e le maschere

Chèi dè Manèrbe, "Al capetàl dè la compagnìa"

I festeggiamenti per il Carnevale manerbiese 2018 sono durati dal 9 al 13 febbraio. La prima sera, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, “Chèi dè Manèrbe” hanno messo in scena “Al capetàl dè la compagnìa”. Era un collage di cartoni animati e fumetti rivisitati: il commissario Calzettoni, la Sbanda Bassotti (così chiamata per i suoi problemi di… equilibrio sui motocicli), quattro investigatrici dette “Balocchi di Gatto”. Un teatrino/schermo televisivo ha mostrato: un’annunciatrice di TeleRutto, Pierangela (stravagante nipote di Piero Angela) e la “macchina della verità”. Gli sketch ruotavano attorno al furto del “capitale della compagnia”: una valigia di cui si era impadronito “Ansèlmo dè Lén”, impersonato dal rapper dialettale Dellino Farmer. Le sue canzoni, così come i versi di Memo Bortolozzi, hanno intercalato le scene. Al pianoforte e alla chitarra elettrica, dato il tema poliziesco, c’erano RIS e NAS (due sigle dal suono casualmente molto bresciano). Infine, il “capetàl” si è rivelato essere una raccolta di canzoni e poesie dialettali, simbolo di un mondo che “Chèi dè Manèrbe” non vorrebbero perdere. A questo si riferiva la deamicisiana “tamburina della speranza”, all’inizio dello spettacolo. Anche se è alto il rischio di finire “en estinsiù come i panda” (per citare Dellino). Dopo lo spettacolo, è stato offerto un buffet.
            Il 10 febbraio, al palazzo comunale, sono tornati nuovamente i conti Luzzago, impersonati dalla compagnia “Le Muse dell’Onirico”. I loro costumi erano stati realizzati da un laboratorio di sartoria guidato da Sara Pancera. Sia alle “Muse” che alle artefici degli abiti è stato richiesto di animare anche il Carnevale lenese del 18 febbraio.
Le Muse dell'Onirico.
Foto: Mauro Bignotti
La serata è stata aperta dal “Palio delle Bestiazze”. Si sono sfidati “cavalli umani” con ragazzine in groppa, un veicolo guidato da un trio giovanissimo e il calesse della contessa Clitolde Filippona d’Aragosta in Luzzago.
Al pianoterra, una “bella” (?) locandiera ristorava la “plebe”. In un’altra saletta, erano a disposizione caffè, cioccolata e dolci. Il menu della “cena dei nobili” era stato curato da Calidus: un progetto dell’associazione Pianeta FiloFilo e della cooperativa L’Antica Terra, per la diffusione di uno stile alimentare sostenibile, naturale e vegan. I sotterranei del municipio erano divenuti una cantina, con vini e taglieri degustativi. Gli ospiti erano intrattenuti da musiche eseguite  da giovanissimi scolari.
Era tornato Pier Paolo Pederzini, detto il RimAttore: col suo abito da frate girovago, non ha risparmiato pungenti improvvisazioni. Il mangiafuoco della “Compagnia de l’Ordallegri” aveva fatto “fuoco e fiamme” (letteralmente) durante la sfilata delle maschere verso il palazzo.
Quanto ai Luzzago… Eneo Tiralo Quinto, figlio naturale del conte e della locandiera, faticava a ottenere l’attenzione della moglie. È stato più fortunato coi sogni notturni, narrati al fratellastro Atlante Can de Caio. Questi era accompagnato dalla moglie Sgomenta Tirella. La contessa Clitolde ha raccontato della “signorina Bea”, ingenua parrocchiana alle prese con un preservativo. Sua sorella Annetta Brocola Lusarda ha recitato poesie comiche. La contessina Gazza Ferrea Menta era occupata da domande sugli uomini e da un matrimonio… riuscitissimo, a suo dire. È stato poi incoronato il nuovo Re Zuccone: l’uomo con la testa più grande. 
Le Muse dell'Onirico. Foto: Mauro Bignotti.
L’11 febbraio, dall’oratorio, è partita la sfilata di maschere, guidata dalla corte di Re Ambrognàga e dai personaggi di “Pinocchio”. In p.zza C. Battisti, sono stati premiati la maschera e il gruppo scelti dall’Albicocca: rispettivamente, un’ “auto multiuso” e “Alice nel Paese delle Meraviglie”.
Pensato per i più piccoli era il “Carnevale al cinema” del 13 febbraio, al Politeama: una proiezione di “Nut Job 2 - Tutto molto divertente”.

Ringraziamo Mauro Bignotti per le fotografie della serata nel palazzo comunale.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 130 (marzo 2018), p. 7.

giovedì 22 marzo 2018

Dieci anni di "Anime sparse": escono i racconti

Erica Gazzoldi, Anime sparse
(copertina)
Anime sparse (Amazon, 2018) raccoglie dieci anni di racconti brevi. Non bisognerà dunque stupirsi, se vi si troveranno variazioni di stile e di spirito. I racconti sono però uniti da un fil rouge che fa esplicito riferimento alla poetica di Federigo Tozzi: 

Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è ugualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe esser quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede e poi prosegue la sua passeggiata. Tutto consiste nel come è vista l’umanità e la natura. (Da: Come leggo io, 1919)

La sezione A volte riguarda vampiri, licantropi e altre creature dark fantasy. Il titolo riprende il primo verso della poesia che introduce questa parte della raccolta: Talor, nelle case, nasce un vampiro. Sotto la patina dell'accidentalità, del "caso strano", sono infatti narrate vicende che svelano lampi cupi della psiche umana. Il teatro prevalente è Pavia; ma non mancano borghi in collina, o ambientazioni rurali in un passato imprecisato - perlopiù fantastico. Alcune storie riprendono il "modello Stoker": ovvero, le caratteristiche del Dracula romanzesco (compare solo di notte, si materializza al lume di luna, abita nella propria tomba). Altre volte, il vampiro è indistinguibile dai "vivi" - se non per il suo singolare modo di nutrirsi e vivere il piacere. Ampie citazioni di Baudelaire si mescolano ai testi di canzoni pop. Sempre, però, questi racconti si distaccano dallo spirito di Twilight, col quale la polemica è condotta anche in modo aperto.
Ecce amor tratta delle passioni e degli affetti in ambientazioni realistiche, ma sempre rifuggendo dal "rosa": l'unico colore che il cuore non può avere, per le "anime sparse" in queste pagine. I personaggi si parlano da una parte all'altra della "quarta parete", in un teatro. Oppure, proiettano gli uni sugli altri i propri complessi e le proprie nevrosi. Vivono di messaggi non più collegati a un volto, o sublimano le ferite del cuore in ardite sperimentazioni di musica metal. Può persino capitare che la Morte sosti in un bar, sotto forma di una bella tenebrosa, per dare una lezione di Vita e felicità.
L'occhio esprime lancinanti cambi di prospettiva, in ottica surreale, immaginosa o parodistica.  Il finale di tutto questo? Una sorpresa.

Disponibile in Kindle e print on demand.

giovedì 8 marzo 2018

"Hoc est corpus meum" per Famolo Libero 2018


Il soggiorno di Arianna aveva un pavimento in cotto e un soffitto con travi in vista. Il lume ovattato del lampadario era arricchito da vari faretti. «Mi piace lavorare con la luce artificiale» spiegò Arianna. Angelo annuì. Maurizio, invitato ad assistere alla posa, si sistemò discretamente sul divano.
            La ragazza aveva spiegato che voleva tratteggiare uno schizzo per un “San Sebastiano”. Più che un omaggio devoto, sarebbe stato uno alla bellezza e al dolore - aveva precisato.
«Ti legherò qui» indicò la padrona di casa, puntando il dito contro una piantana. Angelo respirò a fondo e si apprestò a sbottonarsi la camicia. «Un attimo…» gli soffiò l’amica all’orecchio. «Permetti che faccia io?» 
Pietro Perugino, San Sebastiano, 1495 circa.
La mano affusolata di Angelo ricadde obbediente. Le dita di Arianna infusero al suo petto un formicolio bruciante. Il ragazzo gettò un’occhiata al divano. Maurizio rimaneva serafico come sempre, spaparanzato con noncuranza - un sorriso nella nera barba. I suoi selvaggi capelli si arruffavano fin sul petto vasto, irsuto e olivastro, appena rivelato fra i lembi della camicia.
Angelo si sentì carezzare le spalle dalla stoffa che si sfilava, da mani gentili. Si morse un labbro, quando Arianna si occupò dei suoi pantaloni. Cercò di non pensare alle reazioni inconsulte su cui aveva scherzato l’amico, una volta, parlando delle attrattive di lei. Si domandò cos’avrebbe pensato la ragazza, al confronto fra i due corpi. Cos’avrebbe detto, vedendolo così diverso dal metallaro crinito che sedeva sul suo divano e che lei conosceva fin troppo bene…
Quando quasi tutto il suo pudore fu rimasto senza difesa, Arianna lo salvò drappeggiandogli un piccolo lenzuolo intorno ai lombi. «Ecco, così sei perfetto!» chiosò lei, sorridente. «Appoggiati lì». E indicò la piantana. Angelo eseguì.
Arianna gli prese garbatamente le braccia e gli legò i polsi dietro la schiena con una benda.
«Fa male così?»
«No…»
Lei andò a prendere l’album e la matita. Prima di mettersi a lavorare, impresse una lunga occhiata su Angelo. Il ragazzo divenne di fuoco.

*   *   *

Angelo si ravviò le lunghe ciocche castane. Non si sentiva troppo entusiasta di quella prima esperienza come modello. Preferiva disegnare, si disse. La bellezza viene dal corpo degli altri. Lasciatemi dall’altro lato del foglio, nell’ombra della creazione.
«Vieni a vedere!» trillò Arianna, suadente. Lui si volse verso il divano. L’amica e Maurizio gli avevano lasciato uno spazio fra loro. Lei reggeva l’album con il lavoro appena eseguito. Rassegnato, li raggiunse. Si sedette, scivolando tra i fianchi massicci di lui, foderati di jeans, e la minigonna scozzese della ragazza.
Arianna depose sulle sue ginocchia il “San Sebastiano” col suo volto. Il cuore di Angelo sobbalzò. Quel suo ritratto rappresentava un giovane flessuoso, teso come una fiamma. Il volto malinconico, dalle lunghe ciglia, era composto in un dolore sublimato, come se le frecce fossero qualcosa di spirituale. Le ciocche ombreggiavano le guance, correvano in rivoli sulle spalle. Gli archi delle braccia erano un molle sforzo di poesia. Il biancore della pelle, che gli era sempre sembrato una fragilità, assumeva una dimensione neoclassica.
Questo sono io.
Levò verso Arianna uno sguardo di gratitudine. Fra i tratti egizi della matita, gli occhi dorati e affusolati di lei gli inviarono un muto incanto. Le mèches color mogano, nel suo caschetto castano, le lambivano fronte e ciglia, come per mormorare un segreto. Collanine e braccialetti vibravano sulla sua pelle perlacea, là dove la camicetta a righe non la copriva.  Angelo si lasciò prendere la mano. La ragazza se la portò alle labbra, se la posò sul cuore. Nei pressi, il suo seno ansava. Lui si domandò quanto l’avrebbero trafitto i suoi nascosti capezzoli, al tatto.
Alla sua destra, avvertì il vasto e caldo palmo di Maurizio carezzargli il femore. La barba e la chioma dell’amico gli punsero l’orecchio.
Qualcosa esplose in colate di cera, nel petto di Angelo, quando la sua voce profonda gli sussurrò:
«Sei bellissimo».

Menzionato come “testo più coinvolgente” al concorso “Famolo libero” 2018 - 2^ edizione, bandito da alcune associazioni studentesche dell’Università degli Studi di Milano.