giovedì 31 ottobre 2019

Max Arduini: "La scienza di stare in fila"


  Ripartire dalle retrovie, dopo trentatré anni di carriera; "rimettersi in fila", evitando facili scorciatoie carrieristiche: è qualcosa di metodico e preciso - una scienza, appunto. Questo è il senso del titolo dell'ultimo CD del cantautore Max Arduini: La scienza di stare in fila (2019, GDE Records). 
max arduini la scienza di stare in fila

Nato a Ravenna nel 1972, cominciò la carriera alla fine degli anni '80, fra Cattolica e Rimini. In Romagna, è noto per aver musicato aneddoti sulla vita del Passator Cortese, ovvero il brigante Stefano Pelloni (Boncellino di Bagnacavallo, 1824 - Russi, 1851).
Il percorso di Arduini si è svolto underground, lontano dalla grande distribuzione. La sua produzione ha abbracciato diversi generi: il rock, il folk, il blues.
Questa varietà e ricchezza si riflettono nell'ultimo CD, vera e propria "ripartenza col botto". Il filo conduttore è una vena malinconica profonda, ma mai pesante, stemperata nel melodioso o nel ballabile.
Quando si fa arte con il cuore, è impossibile scindere le tappe della produzione da quelle della vita. Arduini, per l'appunto, si è musicalmente "rimesso in gioco" dopo due lutti gravi, che l'hanno anche spinto a rivedere le proprie amicizie nel loro complesso. 
Di un lutto parla anche il primo brano compreso nel CD, Nina e Gaetà. "Gaetà" è  Gaetano "Ghetanaccio" Santangelo (Roma, 1782 - ivi, 1832), il famoso burattinaio. Il suo personaggio principale era Rugantino e a lui, nella canzone, Ghetanaccio confida il dolore per la perdita dell'amata Nina. Anche il più spregiudicato e ridanciano degli artisti ha il proprio pozzo di sensibilità e dolore. Cosicché, nei testi di Arduini, la maschera non è mai menzogna, né risata (non vi ricorda un po' il Corvo di James O' Barr tutto questo?). Lo vediamo bene nel brano di chiusura, Arlecchino noir: uno sbiadito abito rattoppato ricorda un Carnevale esistenziale ormai finito. La canzone allude al film Qualcuno volò sul nido del cuculo (USA, 1975), famosa pellicola sull'inumanità dei manicomi. 
Plano impiega invece la metafora dell'aereo militare per indicare la distruzione dall'alto di ogni meschina invidia. 
max arduini la scienza di stare in fila

Se Nina e Gaetà era un brano romanissimo, È Ravenna omaggia la città natia del cantautore e la sua lunga storia. Con Salutami Gillespie, Arduini cita invece il bebop e la sua principale figura di riferimento... ma con leggerezza (apparente?) e autoironia.
Mama Laus Deo è invece nostalgico e accorato. Non avrebbe potuto non esserlo, visto che è dedicato alla madre defunta. Il tutto, però, è accompagnato (appunto) da un'alta lode, per la grazia d'aver vissuto accanto a una persona meravigliosa. La conclusione riassume il lutto nel dolce e tremante ricordo della buonanotte materna: l'augurio è che la morte possa essere vissuta così, come un naturale ritirarsi dietro le quinte del buio.
La settima casa è uno dei rifugi e degli incontri che si possono trovare nella vita. Ed è la più bella, perché... non esiste. 
La nottata insonne è invece una delle più tipiche, feconde e incantate esperienze da artista. In qualche giorno e Défaillance riflettono malinconicamente sugli incontri che hanno segnato il cuore. 
Sciarada... Ignurent! è un monito contro chi, come nell'omonimo gioco enigmistico, si esprime in modo enigmatico, credendo che nessuno possa capire la sua reale personalità. Un bello sberleffo, da parte di chi intende l'arte come verità. 

sabato 26 ottobre 2019

Festa con Dellino Farmer ai ViaggiaStorie di Soncino



Il 31 ottobre 2019, il rapper nostrano Dellino Farmer si esibirà a Soncino. La cornice sarà quella de “I ViaggiaStorie - Travel Pub”. Come dice il nome, l’atmosfera del locale è imbevuta dalla passione per il viaggio; persino il menu riporta nomi di città, deserti e mari, per indicare le ordinazioni possibili. 
dellino farmer viaggiastorie halloween

In quell’atmosfera “fuori dal mondo” nel proprio cosmopolitismo, gli avventori ascolteranno probabilmente i classici di Dellino: magari, Si spoglia si riveste, la canzone dedicata alla campagna-compagna; o Gli strani effetti del clima, P.O.T.A., Come i panda o Trènta piò (giusto per ricordare le cementificazioni di terreno coltivabile). Ma avranno posto anche i brani raccolti nell’album del 2018, The Bestia: titolo che rimanda alla volontà di dare il meglio (“the best”, appunto) e alla “bestia” dell’istinto vitale, che nutre la suddetta volontà. In merito, Dellino Farmer ha pensato bene di aprire e chiudere il CD con due monologhi: La bestia in noi e La bestia fuori di noi. Essa è l’insieme degli istinti, delle paure, delle brame che ci rendono difficile condurre ordinatamente la nostra esistenza, ma che di questa esistenza sono la motivazione ultima. Essa è (testuali parole del rapper) la cosa più vera che abbiamo. La raccolta, come è evidenziato sulla copertina, è stata un modo di festeggiare il decennale dall’inizio della carriera di Dellino, nato musicalmente fra 2008 e 2010 con la band “Italian Farmer”. Anche il pub “I ViaggiaStorie” ha festeggiato il suo compleanno, il 29 settembre: due anni, per l’esattezza.
Vista la data del concerto, però, il tema sarà decisamente a sfondo “Halloween”: la locandina mostra il buon Dellino trasformato per l’occasione in un incrocio fra il celebre pagliaccio di It e la “Bestia” dell’album.
Quanto al repertorio del rapper di campagna, si è arricchito di brani come Barbielonia: una crasi tra “Barbie” e “Babilonia”, per designare un disorientante carosello di Barbie umane, dedite solo alla moda, ai selfie e a interminabili diete; oppure, Anche st’an, per parlare dei Natali malinconici e tenaci di chi deve lavorare anche sotto le feste comandate. Si sorride e ci si rinfranca con I fos x al lonc, pensando ai superpoteri dei coriacei pensionati in grado di strapazzare i ricchi fannulloni (oltre che di “saltare i fossi per il lungo”, naturalmente). Si urla con Sanc e sidur, per mostrare al mondo quel sangue e quel sudore che sono l’unica ricchezza di molti. Ma Dellino racconta anche La me storia, anzi, la sua storia: niente auto di grossa cilindrata, né yacht con sirene a bordo… ma ruvidi battibecchi col datore di lavoro, simpatiche nullità in omaggio con le patatine e tante cose ordinarie che rendono straordinaria la vita. Con questo, auguriamo buon ascolto e un buon brindisi a suon di dialetto e birre artigianali.



mercoledì 9 ottobre 2019

Leggendo “DiVersi in Prosa – Viaggio alla ricerca di me…”, di Leonardo Manetti




La poesia viene invocata giacché deliziosa artefice di un tempo del tutto personale, che scorre con leggerezza, normalmente, rivalutando certe attività, quelle svolte da coloro che coltivano la terra, alla luce delle familiari tradizioni, dell’autentico buongusto, estasiante quando un dato paesaggio aspetta solo d’essere contemplato, fortificati da risultati ottenuti rispettandolo, fertilizzandolo fuori dall’ordinario, tra l’illusione, la favola e il sogno: tre elementi da mischiare dimodoché la verità comporti l’univoca sorte. 
“Un'oasi solitaria 
nel deserto della velocità 
scandisce il mutare delle stagioni 
un sottofondo di musiche classiche”.

Riaprendo gli occhi alla natura vuol dire sperare che il futuro sia migliore, Leonardo effettivamente ama svolgere delle attività distante da qualsiasi tipo d’artifizio, un qualcosa che ha desiderato fare da sempre… guarda caso il poetico apice secondo lui lo si tocca producendo il vino, che per degustarlo bisogna attenersi a un cerimoniale favoloso, al momento di servirlo, dimodoché s’ingigantisca la voglia di riconoscersi nei sacrifici compiuti, in una certa stagione, per realizzarlo alla portata di tutti.
Nelle parole di questo poeta si passa da una collocazione terrena che costa fatica alla vegetazione selvaggia, contorta, e viceversa; agendo come degli agricoltori lesti a donare della proverbiale vivacità d’animo, a chi si entusiasma sull’orlo di un’ubriacatura, ballando e cantando sotto la pioggia, con una serenità raggelante, a precedere il tormento primaverile che poi porta a legittimare la passione con cui il sole splende. 
leonardo manetti diversi in prosa
Manetti intende delle qualità che se sortite danno modo di credere che tutto torni, leggiadramente; la sua solitudine si riferisce all’eternità della messa a prova di un prodotto della natura del tutto autentico, che lui ricava, oltre al fatto di distinguersi con la salvaguardia di un fiore prezioso, rappresentativo per la comunità fiorentina, ossia l’Iris pallida, che sbocciando rende seppur brevemente ammalianti le terre per chi le lavora e non solo… un decoro straordinario!
“Tutto è poesia agli occhi di un bambino meravigliato dalla normalità”.
I versi successivamente s’incentrano sull’immagine di una dolce metà alquanto riservata e talvolta cupa, caratteristiche che ritemprano il poeta che necessita di riprendere la propria vita in chiave sentimentale, di spalancare le porte nuovamente senza venire travisato dalla nostalgia, e abbracciare l’incanto di un destino che ci viene incontro anche e soprattutto quando non ce ne accorgiamo; giacché disattenti o disattesi di per sé.


“Leggendo lettere imprigionate
di un corpo ferito
scoprii intimi segreti
corsi fuori, all'aperto”.




Messaggi sopraffini, di una memoria desolata e lacerante vanno colti nonostante una rigidità di tipo residuale, per riempire inquadrature positive col candore emotivo, che si ottiene tacendo in quel contatto che non può fare altro che impreziosire l’animo umano… nel potere degli affetti che purtroppo può annullarsi se le volontà si distaccano tra di loro, se non si crede in qualcosa e di conseguenza in qualcuno.
“Persi senza ragione in un labirinto 
cerchiamo vie nascoste”.

Le altezze rappresentavano delle conquiste, quella ripidità tra l’immacolato, il tenero e l’avverso che ti spegne la luce, sgraziata dal corso degli eventi… tanto valeva andare via, lontano, denotare come le coperture degli stabili spiccano in una grande metropoli offuscando il cielo, e ch’era allora indispensabile prendersi il proprio tempo senza pensarci, prolungarsi alla faccia della normalità e del progresso che la modernità ci propina, destinarsi a un luogo esotico, propensi all’ascolto di musiche da ballo entusiasmanti e accattivanti al contempo… insomma: Leonardo voleva sprofondare nell’amore desiderato, in mezzo a quell’umanità che ogni volta ti stupisce e in un contesto territoriale da sogno, solitario, con immagini seducenti, travolgenti al momento di rintracciare l’immensità, tastando il buio.
Manetti si allontana dalle sue care radici per rigenerarsi doverosamente, giacché trafitto da una dolce e delicata tristezza che s’ingigantisce improvvisamente come se costretto a stare sotto la pioggia, a concepire una malattia senza che gli altri possano comprendere, paragonando addirittura la vita che comincia alle sabbie mobili… da qui il desiderio di provare più esperienze possibili per motivare la coscienza, prima di ridursi in cenere e abbandonarsi nell’aria, godendo dell’infinito, di una dimensione al naturale per nulla incolta grazie al suo operato, alla sua passione.

“Gesto doveroso
un rituale sano
esclama la libertà”.



domenica 6 ottobre 2019

Presenze Spettrali con Jennifer Radulović e il Circolo del Gotico




presenze spettrali circolo del gotico jennifer radulovićNon s’interrompe la corrispondenza d’amorosi sensi fra la dott.ssa Jennifer Radulović, fondatrice del Circolo del Gotico, e Brescia. Al Teatro San Giovanni Evangelista, il 5 ottobre 2019, la nostra storica ha trattato di Presenze Spettrali
            Chi non ha mai letto o sentito storie di fantasmi? La tematica delle “anime in pena” è antica, già omerica: Odisseo, nel libro XI dell’Odissea, compie una visita all’aldilà che è (anche e soprattutto) un atto di evocazione dei defunti. Qui, i “fantasmi” sono semplicemente le pallide e malinconiche sembianze di coloro che erano stati in vita. Ben più seccanti saranno gli spettri della Grecia classica (V-IV sec. a.C.): rumorosi, spaventosi, trascineranno catene per domandare una corretta sepoltura delle proprie salme ai novelli abitanti delle case infestate.
            Anche l’Antico Testamento menziona le pratiche di evocazione delle anime trapassate, ovvero la negromanzia, per proibirla (vedasi, ad esempio, Lv 19, 31 e Lv 20, 6). Questo divieto assoluto sancì per secoli, da una parte, la credenza nell’esistenza di una sopravvivenza spirituale post mortem; dall’altra, lo stigma contro chiunque cercasse di spingere gli spiriti a manifestarsi.
            La classica immagine del fantasma ricoperto da un lenzuolo proviene dall’usanza di seppellire le salme avvolte da un sudario. Questa iconografia dello spettro prese piede soprattutto in età vittoriana (1837-1901): un periodo contrassegnato dalle mode dello spiritismo e delle cosiddette “fotografie spiritiche”, ottenute sovrapponendo le lastre in fase di sviluppo o ricorrendo ad attori avvolti proprio in un lenzuolo. Tutto ciò ispirò l’arte della pittrice surrealista messicana Leonora Carrington (1917-2011).


            E in quali luoghi si concentrerebbero le Presenze Spettrali? Tra i tipici scenari d’infestazione, la dott.ssa Radulović ha menzionato i cimiteri. Non è così ovvio come potrebbe sembrare: l’idea sottende la credenza nell’indissolubilità del legame anima-corpo, ovvero una peculiare concezione della morte. Poi: parchi, boschi, giardini… luoghi lussureggianti di natura, magari immersi nella nebbia. O contesti urbani: strade, edifici abbandonati… O ancora, le celeberrime case infestate, che si tratti di abitazioni private, o di manicomi, orfanotrofi, ospedali. Tutti luoghi segnati dalla solitudine, dal dolore e dalla successiva fatiscenza. Nell’immaginario comune, la tipica casa infestata è una Victorian mansion, tipo di abitazione privata caratteristica dell’Inghilterra ottocentesca. Questo per il ruolo che quel luogo e quell’epoca (come abbiamo visto) giocarono nel creare la figura moderna del “fantasma”. Ma anche orfanotrofi e manicomi sono amati dagli odierni ghost hunters. L’accostamento tra questi luoghi e le infestazioni assume sfumature di denuncia contro l’abbrutimento e l’isolamento che essi rappresentarono, soprattutto nella prima metà del Novecento. A Herbert Baglione, street artist brasiliano, dobbiamo l’idea delle 1000 Shadows (1000 Ombre), realizzate proprio in un ospedale psichiatrico in disuso in area parmense.
Nel caso delle chiese sconsacrate, le dicerie sui fantasmi sono legate invece al loro alone di profanazione. 
presenze spettrali circolo del gotico jennifer radulović

La ghost story (in Inghilterra, ma anche in area bresciana…) è un genere nato oralmente, per occupare le serate contadine intorno al fuoco, durante il riposo invernale. Nel XIX sec., esse ispirarono un genere letterario assai fortunato. Fra i molti autori di storie spettrali, ricordiamo Henry James (1843-1916) e il suo Giro di vite (1898): una governante, nell’occuparsi di due bambini, ne osserva le condotte inquietanti e si convince che essi siano posseduti dalle anime di due malvagi defunti…
A questo punto, la dott.ssa Radulović ha offerto al pubblico la narrazione completa e multimediale di un suo racconto: L’occhialaio di Dresda, compreso ne Le novelle dei Morti (Milano 2017, ABEditore). In esso, un anziano ottico ebreo suscita la curiosità dei clienti recando con sé un cofanetto segretissimo. Esso contiene “gli occhiali dei morti”…
Allo storytelling, è seguita una passeggiata per il centro di Brescia a lume di candela. Perché l’amore per le storie di fantasmi è anche gusto di meravigliarsi per le luci e le ombre notturne.