mercoledì 22 maggio 2019

ΣΠΑΡΑΓΜΟΣ - Ad Antea


baccante


I sentieri sofferti del tuo capo,
che stilla grazie contorte ed ombrose,
mi hanno insegnato un pensiero d’abisso:
non giungeremo all’altra riva puri,
anime in un’interezza di soffio.
Il nostro spirito è bianco soltanto
perché le passioni vi si scrivan fonde,
in rivoli di dolore vermiglio.
E la scelta è tutta fra disciogliere
la nostra Terra nell’Ocean primo,
o seguire il desiderio stupito
che la Vita –disse un vate (1) – ha di sé;
così dobbiamo spartirci le carni
fra gli angeli dalle labbra di porpora
che ci reclaman dall’alba del grembo.




(1) Riferimento al Profeta di Gibran Kahlil Gibran (“Sui figli”).

martedì 21 maggio 2019

Acque di vita e di morte: fate, dee e fantasmi nostrani


ponte acqueQuando passeggiamo per le nostre campagne, siamo abituati a vedere edicole con immagini sacre nei pressi dei fossi. Ritraggono, perlopiù, la Madonna col Bambino: un’immagine femminile e che rimanda al “dare la vita”. Le “santelle” erano adatte come punti d’arrivo delle rogazioni, le processioni che volevano propiziare un buon raccolto attraverso la benedizione delle acque e della terra. Insomma, erano un’espressione della nostrana religiosità contadina, che univa il contatto con la natura alla dottrina cristiana. Luoghi benedetti… a patto di non scivolare dentro la fonte o il fosso.
L’ambiguità fra sacralità e pericolo, tipica delle acque, è fortemente sentita nel folklore bresciano. Ne ha parlato Giovanni Raza, nel suo Madóra che póra! Storie e leggende della Valle Trompia (2015). Dal paese di S. Giovanni di Polaveno, viene un’inquietante credenza compresa nella raccolta. Nella Valle Trobiolo, nel territorio (appunto) di Polaveno, si trovano sorgenti: quella detta “Madonnina” alimenta l’acquedotto comunale - afferma Raza. 
La valle era un tempo percorsa da una strada impiegata per collegare i paesi ai mulini. Fino alla fine degli anni ’60, un antico ponte in pietra (non più esistente) permetteva di attraversare il torrente Gombiera per raggiungere la strada principale di Polaveno. Era detto “Ponte del lupo”, per via di branchi di questo animale che pareva infestassero la zona. Chi percorreva la strada di notte, vicino al ruscello, udiva rumori simili a quelli fatti dalle lavandaie nello sciacquare i panni. Si trattava dell’acqua che correva sulle pietre, naturalmente; ma questa ovvia spiegazione non impedì la creazione di dicerie su spiriti maligni che prendevano la forma di donne intente a fare il bucato. Perciò, il ponte si guadagnò anche il nome di “Ponte delle streghe”. Per scongiurare la paura di tali esseri, si dedicò alla Madonna la vicina sorgente, come abbiam detto. Il nome venerato avrebbe recato conforto ai viandanti notturni.


            Raza trae occasione da questa storia per parlare del culto celtico delle acque, considerate punti di passaggio per altri mondi: meglio ancora se si trattava di quelle di un pozzo o di sorgenti che scaturivano direttamente dalle profondità della terra. Motivi di paura, ma anche di rispetto, vista la preziosità di quel “dono”. Sul fondo dei pozzi bresciani, qualcuno credeva d’intravedere “la ècia Cuchìna”. Di pericolose streghe lavandaie si favoleggiava anche nel vercellese, o in Istria… Ma, per restare fra noi, le acque più famose sono probabilmente quelle di Sirmione: maleodoranti per il contenuto di zolfo, ma curative. 
acque sulfuree

Le acque sulfuree meritarono, dal VI sec. a.C. al IV sec. d.C., addirittura una dea a loro associata: Mefite. Dal suo nome, derivano l’aggettivo “mefitico” (= “di odore insopportabile”) e il nome scientifico delle moffetta, o puzzola (“Mephitis mephitis”). Come suo centro di culto, era particolarmente famoso quello nella Valle d’Ansanto, in Campania. Tacito menziona però, nelle sue Historiae (III, 33), un santuario di Mefite a Cremona, ergo poco lontano dalle nostre zone. Dea temuta, in quanto legata a vapori tossici, alla discesa nel sottosuolo e nella morte, non era però trascurabile: sia per la soggezione dovuta al dispiegarsi di un grande potere naturale, sia per l’uso benefico che delle acque sulfuree si poteva fare. Così come i pozzi e le sorgenti, Mefite era un “punto di passaggio” tra la vita e la morte. La differenza tra queste ultime (oggi come allora) viene data dall’uso che l’uomo fa di lei - e dell’ambiente in generale.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 144 (maggio 2019), p. 8.


lunedì 20 maggio 2019

Grande arte e cinema: i prossimi appuntamenti a Manerbio


Durante gli ultimi mesi, i manerbiesi hanno avuto l’occasione di gustare cinedocumentari su personalità della storia dell’arte. La rassegna, in corso al Politeama, s’intitola (appunto): “Grande arte e cinema”. È stata offerta la possibilità di abbonarsi, nonché di acquistare i singoli biglietti a prezzo ridotto durante le serate di preparazione organizzate in biblioteca. Gli approfondimenti sono stati curati dalla prof.ssa Graziella Freddi, dal prof. Martino Pini e dal prof. Giovanni Mantovani.
            La rassegna si è quasi conclusa. Essa ha visto la proiezione di: “Leonardo - Cinquecento” (19-20 febbraio); “Canova” (19-20 marzo); “Tintoretto - Un ribelle a Venezia” (9-10 aprile); “Il giovane Picasso” (7-8 maggio).
La conclusione in bellezza - in ogni senso - è stata riservata a “Dentro Caravaggio”. Il film sarà proiettato al Politeama  il 28 e il 29 maggio. La serata preparatoria sarà tenuta il 23 maggio, in biblioteca, alle ore 20:30; parlerà il prof. Martino Pini. 
caravaggio cena in emmaus

Il pittore Michelangelo Merisi (Milano, 1571 - Porto Ercole, 1610) è stato soprannominato “Caravaggio” dal paese d’origine della famiglia. Lavorò molto a Roma, ma la sua arte risentì del contatto con quella lombardo-veneta. La sua pittura è rimasta famosa per il grande naturalismo, per lo studio della luce, i forti chiaroscuri e la vivissima mimica delle figure. La persona del Caravaggio è nota per un carattere tempestoso, che lo condusse alla rissa, all’omicidio e alla fuga. Questa drammaticità biografica non contrasta affatto con le opere, anzi. Probabilmente, nessuno che non conosca il violento contrasto di luce e ombra dentro di sé potrebbe mai dipingerlo come lui ha fatto.
“Dentro Caravaggio” (2019) cerca di spiegare i motivi per cui questo artista non passi mai di moda. Del compito si è incaricato l’attore teatrale Sandro Lombardi, tramite una visita a una ricca mostra milanese dedicata al pittore. Questo è il punto di partenza per uno scavo nella vita del Caravaggio e nelle tematiche a lui care. Il film, prodotto da Piero Maranghi e Massimo Vitta Zelman, è diretto da Francesco Fei.


Nella rassegna manerbiese, questa pellicola occupa il ruolo conclusivo, dopo che le altre si sono sostanzialmente succedute in ordine cronologico di biografia: dal Cinquecento, al Settecento, al Novecento. Parlare di un pittore cinque-secentesco sembrerebbe un “riavvolgimento del nastro”. In realtà, tale scelta corona l’iniziativa, mostrandone il senso: guardare all’ “attualità latente” degli artisti, a ciò che sanno comunicare a noi, a dispetto del circoscritto contesto storico. La drammatica individualità del Caravaggio può parlare all’uomo odierno come e più di opere cronologicamente più vicine. Davanti a ogni sua tela, viene da esclamare: “Ecce homo”. Ecco l’essere umano, con quel manzoniano guazzabuglio che è il suo cuore.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 144 (maggio 2019), p. 13.


domenica 19 maggio 2019

Fior di musica in un grande giardino


Dopo il Concerto di Primavera, la Civica Associazione Musicale “S. Cecilia” di Manerbio  tornerà ad affilare gli archetti e lucidare gli ottoni per un’altra serata: quella nel giardino di Villa Di Rosa, il 25 maggio 2019. Si tratta della seconda edizione consecutiva di un appuntamento annuale: il presidente Mario Fiorini ringrazia pertanto il proprietario della magione, per la cordiale ospitalità. Anche l’adeguata illuminazione del giardino, l’anno scorso, ha permesso di apprezzare uno dei più begli edifici di Manerbio, solitamente chiuso al pubblico. 
villa di rosa manerbio

Anche in altre occasioni, i pregi della villa hanno potuto essere gustati dai cittadini: ci riferiamo a iniziative come la visita dedicata al roseto il 20 maggio 2017, in ricordo di Libereso Guglielmi, il giardiniere dello scrittore Italo Calvino. In quel caso, l’organizzazione era stata curata con l’Associazione Amici della Biblioteca di Manerbio: si trattava di un modo per “portare la cultura fuori dai muri”.
Tra le piante e sotto le stelle, si apprezza meglio anche la buona musica, nelle sere estive. Di sicuro effetto sarà il repertorio, simile a quello del Concerto di Primavera: colonne sonore dei film che hanno fatto sognare il pubblico. Risentiremo così (affinati da ulteriori prove) i brani che hanno dato il soffio della vita ai fotogrammi di “Mary Poppins” (1964), “Il mago di Oz” (1939), “Il Codice Da Vinci” (2006), “L’ultimo dei Mohicani” (1992); “Harry Potter”; “E.T.” (1982); “Il postino” (1994); “Il buono, il brutto e il cattivo” (1966).


Sarebbe bello pensare alla “S. Cecilia” che suona all’aperto anche nei cortili del Castello di Padernello, o della Rocca di Soncino. Queste, però, rimangono al momento mere possibilità.
Già programmato, invece, è il concerto in un’altra bella magione manerbiese: Villa Pisano Finadri (21 giugno 2019). Dopodiché, seguirà la stagione estiva, con una pausa dalle attività e nuove serate sotto le stelle.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 144 (maggio 2019), p. 6.


mercoledì 15 maggio 2019

No, Didone, non sei un mito. Ecco perché


Ah, Didone, Didone…! Un tempo, mi rispecchiavo in te, sai? Ora, vuoi per l’età che avanza, vuoi per qualche cucchiaio di m***a che ho trangugiato in più, il mio punto di vista su di te è alquanto mutato. Insomma, per dirla con ironia: non sei più un mito
didone

Parliamone. Morto il marito (il tuo primissimo uomo, pare) giuri di non mettere altri al suo posto. Già da lì, si vedono l’immaturità delle tue emozioni e il tuo scarso realismo in amore, che ti fanno prendere per assoluto ciò che non è.
Poi, arriva Enea, che nemmeno conosci e che sai essere solo di passaggio. Basta che lui sappia raccontare la propria vita con parole di miele e tu… puf, innamorata come una ragazzina. Tutta la tua esperienza di regina profuga e circondata da nemici non ti ha minimamente scaltrita, a quanto pare.
Con tutti i pensieri che hai, con Cartagine in costruzione, con una gioventù da far esercitare nelle armi… tu ti fai assorbire da una sola ossessione: il tuo bello. Ti appiccichi, gli stai alle costole. Quando non puoi farlo con lui, ti butti su suo figlio. Questo si chiama stalking, Didy.
In tutto questo, il caro Enea non muove un dito. Nessuno può accusarlo di averti raggirata o sedotta. Ti vede come la regina del posto e la sua rispettabile anfitrionessa: basta. Fosse piaciuto agli dei che tu fossi stata altrettanto lucida…
Invece, durante la tempesta vi ha colti durante una battuta di caccia, tu hai casualmente trovato riparo assieme a lui. E scommetterei il mio fegato sul fatto che sia stata tu a saltargli addosso per prima, al riparo di quella grotta.


Certo, questo non giustifica il modo vigliacco con cui Enea ha cercato di svignarsela da te. Invece di dirti chiaro e tondo che la sua strada nella vita non è compatibile con la tua, ha preparato le navi di nascosto. Quando gli chiedi conto del suo comportamento, lui ti dà una risposta spiazzante: in fondo, non ti ha mai parlato di nozze; la sua patria è un’altra e tu dovresti capirlo in nome del tuo stesso amore per Cartagine. Beh, Enea è un capolavoro di faccia di bronzo, inutile negarlo. Peccato, però, che le sue parole siano assai più sensate delle tue aspettative. È arrivato da te come ospite disperato, non perché innamorato. La sua meta finale, fin dall’inizio, non era Cartagine. Lo sapevi, dannazione. Come ti è potuto saltare in mente che sarebbe andata in altro modo?
Peraltro, non si può biasimare Enea perché ha deciso finalmente di andarsene e trovarsi una principessa latina. La vostra era la classica relazione insana: monomaniaca, asfittica, che non lasciava energie per altri aspetti della vita. Se Virgilio non avesse avuto bisogno di una vittima sacrificale, tu stessa avresti concluso che, insieme, tu e il troiano non sareste andati da nessuna parte. Se non si fosse imbarcato, lui sarebbe rimasto il tuo bambolotto, Ascanio un orfanello senza regno e tu… non avresti più avuto la testa per fare la regina. Avresti lasciato marcire tutto quel che avevi creato. Ma le conclusioni sagge sembrano non aver spazio, nei grandi miti.
Ecco, dunque, che arrivano i tuoi occhi rossi, le tue urla, i tuoi capelli scarmigliati… Fuori dalla letteratura, certi atteggiamenti ti avrebbero guadagnato l’epiteto di “isterica”.
Sorvoliamo sul truculento suicidio e sulla maledizione che lanci a Enea. Che tu sia pazza è già abbastanza chiaro. Naturalmente, nel tuo prendertela con l'ex, non consideri nemmeno di striscio la tua parte di responsabilità. Non ti rendi conto di essere stata non solo scervellata, ma anche spergiura (ricordi quel che dicevi della fedeltà al defunto marito?) e di aver fatto la figura della buffona coi fior di re ai quali hai negato le nozze.
Mariangela Galatea Vaglio si chiede, dolente, perché le “donne toste” come te facciano una fine del genere. Io avrei una mia risposta personale: in realtà, non sono toste affatto. Sono regine solo in pubblico e nelle mansioni in cui non affrontano la propria interiorità. Nel conoscere se stesse e gestire le relazioni, sono un fallimento totale. In questi campi, si rivelano per le ragazzine inevolute che sono, con tanto di disagi psichici irrisolti. Del resto, chi fa di tutto per mettersi su un trono lo fa sovente per compensare ciò che non gli manca davvero. Nel tuo caso, Didone, è la salute mentale.

domenica 5 maggio 2019

Persefone

persefone rossetti


Par che l’abbia imparata, quest’arte
di scendere un’umida scala
per far l’amore
solo nel pozzo
ove si riversa l’estate

Non t’avrei voluto, strano sposo
che m’incanti con quegli occhi
di fuoco fatuo

Ma chi vuol cogliere un fiore
si tracanni pure la terra
ove muore il seme.

Per il mio piede leggero
                        e sicuro
non mi manca mai
la via verso il sole

Ma, nel ventre,
quel seme di melograno
che da te ho raccolto
mi fa tua
più d’un possesso.



3^ classificata alla sezione C (“Poesia a tema libero”) del  concorso “Primavera di Poesia” (Brescia, 2019, 2^ edizione), dedicato ad Alda Merini e bandito dal gruppo “Poeti e Poesie”.

mercoledì 1 maggio 2019

Il professore e il pazzo: l’insostenibile valore della follia



Un film sulla nascita dell’Oxford English Dictionary. Cosa si potrà mai raccontare sulla stesura di un dizionario? Non sarà una barba tremenda? Ebbene… pare di no. 
il professore e il pazzo mel gibson sean penn
James Murray (Mel Gibson) e W.C. Minor (Sean Penn).
Fonte: myredcarpet.eu
Il professore e il pazzo (2019; regia di Farhad Safinia) è fin troppo ricco di emozioni forti. Perché, in fondo, racconta di un folle volo. Documentare ogni parola esistente in lingua inglese, con relativa storia e attestazioni… Una lingua parlata in un impero multicontinentale e in continua evoluzione. Codificarla equivarrebbe a scrivere il libro della realtà. Un libro divino.
Esperienza, metodo e competenze servono - ma non bastano. Ci vuole quella scintilla che i selezionatissimi e freddi accademici di Oxford, nella seconda metà dell’Ottocento, non hanno. Ecco perché debbono affidarsi a James Murray (Mel Gibson): insegnante autodidatta, senza laurea, figlio di un sarto. I professori propriamente detti non nascondono la loro sfiducia verso di lui. Eppure, Murray conosce una marea impressionante di lingue, antiche e moderne. Può raccontare la storia di qualsivoglia vocabolo all’impronta. Ama la Parola con l’amore di un pazzo.

            Nel frattempo, un altro pazzo - quello del titolo - sta scontando la sua pena in un manicomio criminale. Affetto da paranoia e schizofrenia, il dott. William Chester Minor (Sean Penn) è convinto che “L’Irlandese” irrompa nottetempo in casa sua per torturarlo e ucciderlo. Inseguendo le sue allucinazioni, ha ucciso un passante, lasciandone la moglie vedova con sei figli da sfamare.
Il suo fantasma è quello di un soldato che lui, chirurgo militare americano, ha dovuto marchiare a fuoco come disertore. A quello, si aggiunge lo spettro dell’uomo ucciso. Come sfuggire a nemici interiori, nati dalle notti piene di rimorso? Come potersi fidare di una mente un tempo brillante, ma che l’ha portato a commettere un orrendo delitto?
            Nei libri e nelle parole, Minor trova riscatto e libertà. Per la sua impresa, Murray ha infatti capito che non basta confidare in un ristretto numero di accademici. Una lingua vasta e mobile come il mondo può essere descritta solo grazie a tutto il mondo. Ognuno è chiamato a collaborare, inviando parole e relative attestazioni letterarie. Minor diviene il più solerte e fruttuoso corrispondente di Murray, salvando la sua folle opera.
            E la vedova? Eliza Merrett (Natalie Dormer… sì, lei: la Margaery Tyrell di Game of Thrones) non sa più cosa fare, per nutrire e vestire i figli. Nemmeno il mestiere più antico del mondo le è d’aiuto. Finisce per accettare l’offerta di Minor: ricevere una parte consistente della sua pensione. Dopo quella prima visita, in cui ha voluto vederlo distrutto e prendersi i suoi soldi, Eliza gliene fa un’altra… poi, un’altra ancora… Nemmeno lei sa perché. Non sa realmente perché abbia bisogno di rivedere quell’uomo che sta mettendo ai piedi di lei tutta la propria vita, per rimorso. Un rapporto fra colpevole e vittima? Il pentimento davanti alla misericordia? O… si tratta di altro?
            Il professore e il pazzo, col pretesto del dizionario, ci mostra il libro di tre vite che vanno scrivendosi, sfidando l’opinione pubblica e tutto quanto credevano di sapere di sé. Anche loro, come la lingua inglese, cercano un dixit definitivo, la fissazione delle certezze. Sappiamo fin dall’inizio che sarà impossibile. Ma un’impresa folle, una volta lanciata, sparge i propri semi. È inarrestabile. Nel mutamento perpetuo c’è l’eternità. Ed essa non può che essere creata dalla pazzia: quella dell’amore.