martedì 31 marzo 2020

Il consiglio agli editori – Leggendo “La fine dei buoni sentimenti” di Damiano Nardelli


Per intero, il racconto rappresenta un percorso mentale che non puoi smettere di scoprire da lettore, sensibilizzando la ragione col distinguo tra il meglio e il peggio che ti può succedere, divenuto oggettivamente indecifrabile; specie se in rapporto all’emotività di un giovane sprovveduto, che disdegna assolutamente l’ambiente che lo circonda, di un qualunquismo costituito da donne di facili costumi, uomini volgari ed esigenti a scapito di vittime consacrate, che possiedono fragilità amplificabili dal maltolto. 
la fine dei buoni sentimenti
L’ascolto del buon, sempiterno rock smussa attimi di profondo smarrimento, basti pensare a “The Wall” dei Pink Floyd, con la realtà che solo così si assume il potere dell’infinito; volendo cambiare aria, dimenticare l’amore nei riguardi di Helena, esauritosi col rifiuto da parte di quest’ultima che si mise insieme col più fidato dei compagni di merenda di Axl, fino a decidere di fare la puttana.
Da piccolo Axl colse in mezzo alla spazzatura un cagnetto, per provare ad accudirlo lo tenne celato nella sua camera, conscio d’avere una mamma perfida che non glielo avrebbe acconsentito, che detestava le bestiole… il nostro immaginava la bellezza inusitata che sarebbe potuta consistere nel riempire di premure un essere vivente tenero e privo della benché minima immunità, e quindi nel realizzare cotanto segreto coi buoni propositi, ma al calar delle tenebre, durante il sonno, la sig.ra Shammer gli strappò il pelosetto dai sogni per poi buttarlo come se nulla fosse dall’alto, fuori di casa.
Nardelli reputa coloro che sarebbero propensi a seguirlo nella narrazione delle persone di sicuro affidamento, capaci nel profondo di ripulire la mente delle derive inerenti a una formazione dell’individuo stantia, mirando e rimirando anime leggiadre e svolazzanti, però a tal punto da suscitare invidia per come si possa raccogliere una fantasia di colori e svilupparla, indifferenti alle brutture, senza badare ai giudizi… guarda caso la rabbia di Axl prevaleva nel cuore di cotanto, medesimo personaggio, afferrando e annientando il bello e stuzzicante esempio d’esistenziale rivalsa, per decidere mascolinamente di farsi forza, diventare grande e avere la meglio ogni volta su sentimenti terribilmente contrastanti, schiarendo così dei bisogni da soddisfare.
Raggiunta la maggiore età, perfettamente consapevole della violenza subita, una volta ricoveratosi in ospedale per forza di cose il protagonista della storia si ritrovò in mezzo a una coppia affiatata, Mary Jane e Dave, che si mantenevano chiedendo oboli con le buone o con le cattive, soggetti alquanto curiosi dacché cervelli sfuggenti, anch’essi sottoposti a delle cure in seguito a delle botte da orbi.
Nardelli riconosce che con l’ascolto del cuore la vita nuovamente s’illumina, aldilà della sorte che spesso s’impone castigandoci, relegandoci a una realtà eccessivamente giudiziosa… e in effetti racconta di come un giovane uomo possa giurare su se stesso, nel profondo della coscienza come in mezzo a dei rifiuti organici, di salvare dalla disperazione due giovani donne, pur con la paura di soccombere a un mestiere che allude all’inesistenza, nient’altro che alla tossicodipendenza, potendo essere scoperti e sbattuti in carcere senza avere il diritto di replica.
Il tempo scorre senza attenuanti, col passo spedito, non consolidando alti e bassi d’umore, alle prese inoltre con quella maledetta impressione d’essere perseguitati, temendo semmai l’intervento degli psichiatri; tra il cuore scalpitante per Kira e la pena incorporata da Mary Jane che non faceva altro che sospirare immaginando che fine avesse fatto Dave una volta catturato, risucchiato da un valore che si manifesta prima o poi, tenendo conto di una dignità alquanto vacua.
L’esistenza qui equivale a un accessorio pregno di dubbi latenti, da girare e rigirare nella mano con tutta una follia scatenante fatti di certo più grandi dei personaggi che Nardelli orchestra con la parola; traendo dall’indifferenza, che intensifica decisioni esterne smisurando la convinzione di risultare incompresi, la semplicità d’intendere la malafede o la difficoltà di raffigurare l’aspetto solidale.
Il racconto percorre e ripercorre un interrogativo derivato da esperienze da intraprendere, sacrosante ma da cui si esce sconfitti e con le emozioni a secco, rimpiccioliti dall’intento di conoscere qualcosa di nuovo e di propositivo quando invece non resta che spaziare nell’incapacità di aiutare degli affetti; col senso di libertà impossibile da predefinire se facendo un passo in avanti ci si ritrova a dover mantenere l’equilibrio per non disperare o per non far disperare.
Il mistero verte su indagini additanti  da subito Axl  ch’era presente più o meno al momento dell’assassinio a dir poco brutale di Helena; da qui il rimando alla sua costante impressione che lo spiassero scaturisce eccome, tralasciando la probabilità che il nostro si comportasse diversamente senza accorgersene e che dunque fosse un malato di mente, come se avvolto dalla pellicola cinematografica di una ragione non condivisibile.
E comunque lo psichiatra che aveva in cura Kira e al quale successivamente Axl chiede aiuto stranamente volge le spalle al culmine delle indagini… Axl finisce allora in detenzione, con un poker di guardie che si divertono a malmenarlo ovviamente senza darlo a vedere (e a nulla varrebbe la testimonianza del suo compagno di cella, Frank, pur essendo costui uno dei pochi in grado di capirlo), mentre l’ignoto circola nelle vene, oscurando la figura del vero assassino di Helena, che si rivela abile nel discolparsi, sempre sulla sua pelle.
La verità sta nell’ammettere d’aver mancato delle responsabilità, e splenderebbe se ci attivassimo per riscoprire la fede nel sovrumano, ricevendo così in cambio un cuore immenso, che batterebbe in particolare per coloro che languono nel dolore… ma Axl evitava sempre di guardarsi allo specchio, potendo finire annientato dal peggiore dei verdetti, quello emesso da una mamma, limitante all’inverosimile, degenerante per qualsiasi tipo di commiserazione.
Per maggiori info e contatti scrivete a nardellidamiano@gmail.com , o chiamate al 340 3767174.

Vincenzo Calò

domenica 22 marzo 2020

Il rogo della Vecchia e i fuochi di primavera

Durante una Quaresima normale, ci attenderebbe l’usanza di brüšà la ècia, il rogo della Vecchia, nella consueta cornice godereccia. La tradizione sembrerebbe essere ampiamente diffusa nel tempo e nello spazio. Ai fuochi di primavera, dedicò diverse pagine l’antropologo scozzese James George Frazer (Glasgow, 1854 - Cambridge, 1941), nel proprio monumentale saggio di folklore e mitologia comparata Il ramo d’oro (1890). (L’edizione consultata per la stesura di questo articolo è: The Golden Bough, Edinburgh 2004, Canongate. Le citazioni presenti sono state tradotte dalla sottoscritta). La tematica dei roghi primaverili è introdotta dal mito di Balder (in norreno “Baldr”), “il dio buono e bello” (p. 562), figlio amatissimo di Odino e Frigg. Alcuni incubi avvertirono Balder della propria morte imminente. Sua madre, allora, impose a ogni cosa esistente un giuramento: non fare del male al giovane dio. Trascurò però il vischio, da lei giudicato innocuo. Di questo approfittò Loki, dio del caos e dell’inganno. Mentre gli dei onoravano Balder lanciandogli ogni sorta d’oggetto, per verificare la sua invulnerabilità, Loki convinse un dio cieco a gettargli contro un rametto di vischio. Così morì Balder, che fu cremato su una pira accesa su una nave. 
rogo funebre di balder

            Frazer sostiene che la dettagliata descrizione del rogo funebre sia dovuta al fatto che i creatori del mito abbiano realmente assistito a un rituale simile (cfr. op. cit., p. 564). Una cerimonia annuale di questo tipo è ravvisata dall’autore in numerose zone dell’Europa. Fra i periodi favoriti dell’anno per tale usanza, ci sono ovviamente la Quaresima e la vigilia di Pasqua (p. 565). Per esempio, Frazer cita una vecchia pratica tipica dei monti dell’Eifel, in Germania: la prima domenica di Quaresima, i giovani raccoglievano paglia e rami di cespugli di casa in casa; li portavano su un’altura e li ammucchiavano intorno a un faggio, al quale era stato legato un pezzo di legno per formare una croce. (cfr. p. 565). A volte, nella struttura, veniva bruciato un fantoccio di paglia. La direzione in cui il fumo si levava era considerata portatrice di responsi: se il pennacchio si dirigeva verso i campi, il raccolto sarebbe stato abbondante. Vicino a Echternach, in Lussemburgo, Frazer rilevò un’usanza simile, detta “bruciare la strega” (p. 566). Ugualmente, una “strega” fatta di stracci imbottiti di polvere da sparo veniva bruciata in cima a un giovane abete, durante la prima domenica di Quaresima, a Voralberg, in Tirolo (p. 566). Anche qui, i giovani che danzavano intorno al rogo invocavano la fertilità del suolo.
            Nella regione tedesca detta Svevia, sempre durante la prima domenica di Quaresima, aveva luogo il rogo di un fantoccio detto “la strega”, o “la vecchia comare”, o “la nonna dell’inverno” (cfr. p. 566). Intorno al fuoco, i giovani lanciavano in aria dischi di legno infuocati, la cui forma ricordava quella del sole o delle stelle. Lo strumento per il lancio era una bacchetta, spesso in legno di nocciolo. I resti bruciati del fantoccio e dei dischi venivano sotterrati nei campi di lino quella stessa notte, per proteggere il raccolto dai parassiti (cfr. p. 567). A Cobern, sempre sui monti dell’Eifel, il fantoccio veniva anche processato e condannato come responsabile di tutti i furti avvenuti durante l’anno (p. 568). Quando i fuochi vengono tenuti alla vigilia di Pasqua, è invece più evidente il significato legato al rinnovamento della luce: Frazer parla infatti dell’usanza di spegnere tutte le luci nelle chiese e di riaccenderle attingendo a un nuovo fuoco. Anche qui, alle ceneri era attribuito un potere fertilizzante. Un pupazzo di legno rappresentante Giuda Iscariota poteva talora essere bruciato nel fuoco consacrato. Gli esempi citati fin qui sono sufficienti a delineare il significato dei falò primaverili: funebri e sacrificali, sono però carichi della speranza di nuova vita e di nuova luce.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 152 (marzo 2020), p. 8.

lunedì 16 marzo 2020

Vincenzo Calò intervista lo scrittore Alberto Fiori


Ha fondato due band (C15 e Melatti), componendo canzoni ha imparato l’arte del racconto.
Quando scrive tiene il tempo con il piede.
“Scrittista-Musitore” è la definizione che più gli si addice perché per lui non c’è distanza tra la chiave di violino e quella di lettura.
Nel 2016 scrive Il Capitolo che non c’era di Pinocchio (Ed. Ifix), i suoi racconti sono stati pubblicati da Rai Eri e l’Erudita, “tutto il resto sono bugie” .

alberto fiori


Caro Alberto, per avere un ruolo fisso nella società civile si deve fermare il mondo, conviene spiegare (o raccontare?) qualcosa (e a chi?)?
In una società dove gli istinti di molti stanno tornando a livelli primordiali, l’unico modo a mio avviso per provare a rieducare è quello di raccontare. Il racconto è la prima forma d’intrattenimento a cui tutti abbiamo fatto da spettatori. Ognuno di noi è stato almeno una volta sulle ginocchia o tra le braccia di qualcuno ad ascoltarne uno. Nel racconto si possono celare tanti trabocchetti per portare il lettore a notare un punto di vista diverso dal proprio; dirglielo apertamente in faccia, quindi spiegare che forse dovrebbe guardare oltre, costruisce immediatamente un muro tra le parti; non ti dico che il razzismo è il pensiero più idiota che una mente umana possa produrre, te lo racconto attraverso la storia di chi ne è stato vittima, facendoti credere che tu, paladino della razza, ne sia il protagonista, mentre invece ne sei la causa.
Uno show di successo può fare a meno della Parola?
Della parola non si può fare a meno, la parola è ragionamento, ricerca di una soluzione, ma deve rimanere comprensibile. L’interlocutore deve sapere parlare a chiunque, analizzando chi ha davanti. Quando entro in un museo per esempio, oltre le opere, m’incanto a leggere sulle pareti allestite le frasi degli artisti, il loro pensiero. Quelle parole o sono state il perché di quel processo creativo o una conseguenza di esso; l’arte è madre e figlia di un pensiero nello stesso istante.
Ti lasci rapire dalla malinconia per farti ritrovare dall’ironia?
Mi lascio rapire dalla curiosità. Sono molto attento a ciò che vedo in giro, una sorta di comare di paese che però non sparla, ma scrive. Uso una tecnica appresa quando praticavo arti marziali sfruttando la forza dell’avversario. A cosa serve arrabbiarsi, condividere se si è indignati? Prendo quel pensiero e lo trasformo nel mio punto di forza, lo analizzo e lo ridicolizzo. La malinconia spesso mi affligge, mi scoraggio quando ciò che vedo ha solo un punto di vista, quello becero di chi lo ha partorito; quando hanno immortalato un ragazzo che tentava di reggersi in equilibrio su una delle rotaie che portavano ad Auschwitz, mi sono solo chiesto l’equilibrio dove stesse.
È meglio perdere tempo a riflettere sui proverbi o a rispondere agl’indovinelli?
Gli indovinelli vogliono una risposta e spesso chi la pone lo fa da sopra un piedistallo, preferisco di gran lunga i proverbi, perché in essi c’è già la soluzione ed è l’unica da seguire, perché figlia di una saggezza popolare che non tradisce. Ognuno di noi dovrebbe averne sempre un paio a portata di mano, non per declamarli, bensì per ripeterseli in determinati momenti. Personalmente il proverbio “Nessuno ti regala niente” lo tengo sempre a mente quando ti propongono chissà quale offerta fantasmagorica; per non parlare di un detto romano un po’ colorito che mi fa tenere sempre la guardia alta, perché “Quanno è giornata de’ piallo ar culo, er vento t’arza la camicia”.
L’umanità ha smesso oramai di sorprenderci, e magari perché non abbiamo più modo d’educare un essere vivente (e se sì, a cosa in particolare?)?
Mio nonno aveva un asino che ogni giorno faceva sempre la stessa strada, dalla stalla all’orto e viceversa. Se si formava una buca nel terreno, e disgraziatamente ci finiva dentro, dal giorno dopo l’avrebbe evitata per sempre. L’uomo invece tende ciclicamente a ricaderci dentro e non contento sguazza nel fango che nel frattempo si è andato formando. Non sono un padre, ma vedo come molti figli di oggi vengono educati; si ricorre al giudice se il maestro non li elogia, li si manda a fare pianoforte, scherma, danza, ma solo per avere del tempo libero per andare a pilates. Una cosa che consiglio a ogni famiglia è quella di creare un circolo di lettura casalingo, ogni componente legge lo stesso libro e dopo dieci giorni se ne parla tutti insieme. La stessa cosa andrebbe fatta con i dischi. Non si può precludere l’evoluzione di un adolescente da determinati testi, da determinati artisti. Mi appello ai maestri, ai professori: “Siate quel docente che ogni alunno porterà nel proprio cuore per sempre, lasciate in loro il ricordo di chi gli ha dato le chiavi per crescere”.
Vedi Roma, e…?
T’innamori di una città decantata da chiunque, ma che le parole per raccontarla sembrano non bastare mai. Chi parla male di Roma lo fa perché l’invidia lo corrode dentro, chi ne parla bene ancora non ha visto tutto di lei. Roma riesce a stupirti con i suoi vicoli, con le persone, l’importante è aprire noi stessi al dialogo e imparare a conoscersi. Chi non lo riesce a fare vede il nemico ovunque, quando l’unico da cui dovrebbe guardarsi le spalle è proprio se stesso.
Ci racconti dell’ultimo sconto che hai ricevuto?
Ogni volta che vado nella mia libreria preferita, il direttore, sapendo della mia passione per i libri, mi porge sempre un foglietto da presentare alle casse, dove c’è una percentuale di sconto da applicare. Un gesto che apprezzo tantissimo, perché la cultura crea legami forti, fa scoprire le carte di chi si ha di fronte e ti fa capire con chi si ha a che fare. Ultimamente, quando gli ho regalato il mio ultimo libro, c’ho tenuto a scrivergli sopra una dedica che partiva così: “Al faro della carta…”, perché la capacità che ha lui, nell’indirizzarmi su un autore piuttosto che su di un altro, crea in me sempre nuove rotte da seguire.
La musica è come l’amore, cioè va semplificata o complessata?
Dopo venticinque anni di musica composta, suonata e tanti concerti, posso dirti che la musica deve essere complessa nella sua semplicità. Fuggo dagli ascolti radiofonici commissionati, dai dischi per l’estate; impazzisco davanti a un disco di Fossati, di Battiato, di Gabriel, di Sinigallia o Tom Yorke; ho speso fortune per assistere a concerti di artisti come Nick Cave o Paul McCartney, rimpiango di non aver mai visto dal vivo Gaber. La prima cosa che faccio la mattina appena sveglio è cercare di capire cosa voglia dirmi la canzone che mi canticchia in testa; ogni giorno una diversa. Stamattina era “Sparring partner” di Paolo Conte per esempio. Anche nei libri che scrivo c’è tanta musica, scrivo tenendo il tempo con il piede; le parole hanno un loro ritmo, e se vuoi che una cosa funzioni, beh, chiediti se è musicale.
Hai letto tutto quello che c’era da…?
Leggere per capire me stesso in quel particolare periodo. Ho un comodino pieno zeppo di libri e diffido sempre da chi non ne tiene almeno uno sopra. Un giorno passato senza pensare a un libro o a un disco che vorrei possedere è un giorno inutile.
È scientificamente provato che un artista…?
… E’ un drogato di creatività. Da venticinque anni a questa parte non c’è stato un giorno in cui non abbia preso una Moleskine in mano per appuntarmi un pensiero, una chitarra o un pianoforte tra le dita, per regalargli un po’ di armonia. Oggi, in ogni settore, cercano creativi, storytellers, qualcuno che sappia raccontare a colori, ciò che in realtà è grigio; alla fine saremo sempre dei giullari, dei saltimbanchi, coloro che in realtà non lavorano, ma si divertono. Partire da un foglio bianco e creare il tuo mondo, è qualcosa di divino. L’artista ha solo due nemici da cui deve allontanarsi: l’idiota e l’assorbi-energie. Ne ho conosciute tante di persone che bastava stargli accanto una giornata per sentirti svuotato.
In conclusione, un ringraziamento può ancora rivelarsi eterno?
Ringraziare sembra essere diventato sinonimo di debolezza, quando poi ognuno di noi deve qualcosa a qualcuno. Ne approfitto per ringraziare, in ordine cronologico di ispirazione:
-              Prince: il suo genio mi aprì la mente che ero ancora adolescente.
-              Italo Calvino: per aver scritto il “Visconte dimezzato”.
-              Il Baglioni di “Oltre”: per avermi insegnato cosa volesse dire comporre.
-              Ivano Fossati: perché i suoi testi sono la mia bibbia.
-              Giorgio Gaber: per avermi insegnato che tutto è possibile, se raccontato bene.
-              Peter Gabriel: perché la mia musica, dopo “Come talk to me”, non fu più la stessa.
-              Truman Capote: per aver scritto “A sangue freddo”.
-              Teho Teardo: per avermi insegnato che la musica, anche la più estrema, può arrivare a chiunque e  ovunque, basta impegnarsi ed essere coerenti con se stessi.
-              A Lidia: perché se non hai una persona ogni giorno che ti supporta e ti sopporta, non andrai
            mai da nessuna parte.
-              I miei gatti: perché accarezzandoli mi donano tutta la calma di cui ho bisogno.

Alberto Fiori riesce a scrivere, per immagini spettacolari ed esplicite, storie e di conseguenza destini che chiedono d’essere ascoltati, con un surrealismo di vita vissuta.
I racconti sono dunque di un’intensità visionaria e realista tale ch’è impossibile tradire degli umori velati.
Scrittura fulminea, addirittura pretenziosa a tratti come uno scarabocchio, caratterizzante una superficie eternamente riflettente, fuori da ogni moralismo; col tentativo di uscire dai soliti schemi a rendere visive e potenti le suggestioni, in storie che si alternano di continuo con gl’improvvisi azzeramenti dei dialoghi.
I tempi della parola sono feroci, sviluppano gustose varianti tra personaggi dalla presumibile popolarità, di vasto consenso.
L’autore è in grado di legare con un filo rosso degli stereotipi, non si tratta quindi solo di un accumulo dei medesimi nel segno della leggerezza.
Si sfiora spesso la macchietta con l’impegno sociale e la rabbia, il coacervo di rifiuti sulla presenza umana è un emblema volutamente sgangherato.
La potenza allegorica acutizza le osservazioni dei fenomeni, mentre la forma del testo resta leggibile e piacevole, pur essendo poco omogenea.
Il piacere della lettura viene agevolato con muscolare, cruda spettacolarità, dov’è ben chiaro chi sono i buoni e i cattivi.
L’autore dosa ironia e introspezione specie per interrogarci su quello che ci diciamo quotidianamente, su confini da esplorare preferibilmente puntando il dito sull’impoverimento linguistico, che appiattisce il tutto… pertanto accadono imprevisti tragicomici.
Varie voci mantengono una loro coerenza rischiando di sovrapporsi, impreziosendo i botta e risposta tra luoghi comuni… libro da leggere potendo partire da qualsiasi punto, grazie alla capacità dell’autore d’immergere le storie nella cruda realtà senza rinunciare a scavare nella psicologia dei personaggi per rivelarne sentimenti profondi e origini inconfessabili.
Il tentativo di critica socioculturale, pur sempre apprezzabilissimo, è sospeso in universi cupi, claustrofobici, che accennano al grottesco.
Libro d’impianto teatrale, ciò ch’è stato scritto è lo specchio di ciò che si fa secondo lo scrittore, ch’è come se lanciasse semplici sguardi d’immagini di parole… il titolo effettivamente non è altri che un espediente in equilibrio tra risata e indignazione, a proposito d’intime vicissitudini, su cui si potrebbe fare una macroanalisi.
Il lettore può toccare l’urgenza creativa come anche rievocativa di un autore affabulante, che si contraddistingue come un piacevolissimo compagno di lettura, che con malinconica autoironia cancella il grossolano… non v’è la protervia del cantore e l’insistenza del censore, ma vivibilità e coloratezza con tutti i nervi del perbenismo di facciata allo scoperto.
Racconti mai banali, che sviluppano momenti molto godibili, con stereotipi e cliché non forzati… libro che non cede dunque ai sentimentalismi, non esiterei a reputarlo buffo, piuttosto scherzoso dacché metaforicamente congeniale per gli amanti dei deliri.
L’autore si permette di divertirsi con un lessico arrembante, talvolta coscientemente eccessivo… in una frase rischia che ci sia l’essenza dell’opera.
Non mancano rimandi alla genialità sovversiva, perciò il ridicolo non ammorba mai, bensì varia, con squarci di surreale leggerezza.
Permangono figure e atmosfere di attendibilità sociologica e di rappresentatività antropologica oserei dire, con  una moderna semplicità e una crudele nostalgia investite persino sulle autoparodie, oltre che sui profili tracciati con familiarità e imprendibilità.
Come non voler bene a quest’autore, anche solo per come rinfrescherebbe la memoria generalista al lettore da subito, ricordando il Pippone nazionale, che, sancendo la fine di ogni puntata del più classico dei programmi d’intrattenimento trasmessi sul primo canale tv nel pomeriggio del dì di festa, passava il testimone a “90° minuto”!
Parole voraci data la sincerità di fondo raccolgono in momenti divertenti una pochezza riconoscibile a forza di esigere concretezza da cose stabili, forti come solo le emozioni possono essere.
(L’Erudita, 2019; Pagg. 176; Prezzo: 20euro)


Leggendo “Non sarò un vecchio cattivo”, di Vassily Zaitsev


Comincerei da Nilde, la figlia dell’autore: una creatura che rischia di cadere nel conservatorismo, non potendo attribuirle una svolta, quella vitalità che apparteneva a Zaitsev quand’era piccolo e nella fase dello sviluppo, sospingendolo alla lotta per i diritti,  non temendo alcunché, specie le proprie debolezze, consapevole di discendere sinceramente e gagliardamente da un ideale di giustizia.
L’Urss aveva inculcato a Vassily quantomeno un credo ideologico; per affrontare a viso aperto le autorità che gli si ponevano davanti, nient’affatto casuali se l’obiettivo consistesse nel realizzare l’uguaglianza civile, da perfetto umile, cioè senza peccare di superbia, salvaguardando pur sempre la dignità. 
vassily zaitsev non sarò un vecchio cattivo


Apatia e pessimismo galoppavano ogni qualvolta si metteva a lavorare, seppur lei, Irina, avesse iniziato a prenderlo in considerazione, badando a non cascarci male oltremodo… la scintilla tra i due poteva scoccare perché erano incorruttibili, fedeli al comunismo, tanto da riflettersi nel reddito che conseguivano sacrificandosi.
Zaitsev finalmente si sentiva chiedere come mai non fosse in grado di sorridere, e con ottimismo, in virtù di un’esistenza che muta a patto che ci si scrolli… ammissioni che fulminarono l’uomo, incapace di controbattere, pervaso dal pensiero del momento, dal destino che gli plasmò la sua donna ideale, un qualcosa d’insperato, di vitale insomma, che aveva smesso di attendere.
Spesso pareva che le menti dei due si fossero abbracciate, per una ragion d’essere da riqualificare e basta; cosicché Zaitsev si rimboccò le maniche per non deluderla assolutamente, contribuendo al successo di una filiale creditizia, in termini squisitamente produttivi, lasciando a bocca aperta gli unici colleghi, Maria e Pavlov, che conoscevano bene i suoi limiti.
Zaitsev rimarrà timoroso; proprio sul punto di azzardare lo sviluppo degli amorosi sensi, giacché bisognoso d’affetto, venne ostacolato da Ciro, dal marito straviziato di Irina che adoperò una strategia efficace, convincendo l’amante della moglie su come i tempi non fossero più consoni per dichiararsi a pelle oltre che con le parole.
Purtroppo, probabilmente il sentimento d’Irina per Ciro eccedeva, roba da non credere dati gl’innumerevoli uomini che la contemplavano a ogni minimo passo che faceva pubblicamente, come una creatura d’altri tempi, romantica in assoluto, così, giusto per il piacere d’illudersi; capace di firmare per il bene del marito che però non si accontentava mai.
Quindi si sarebbe rivelato tragico il benché minimo errore d’interpretazione dei suoi gesti cortesi, specie in relazione con Zaitsev, di una spontaneità oscurante qualsiasi soggetto intorno a lei; conscia (e non solo metaforicamente) che nel sistema bancario un prestito, se non torna indietro a dovere, può mutare in un debito insormontabile.
In effetti la donna ce l’aveva fatta a cogliere l’encomio che le spettava di diritto attivandosi con assiduità, né più né meno… l’ente creditizio a proprio modo di vedere sbagliò a formare in quel di Scurzolengo una squadra che lavorava con parsimonia, composta da anime che si stimavano a vicenda, all’origine degli scopi da perseguire.
Questa presumibilissima coppia era pervasa reciprocamente da una voglia d’amare che andava solo manifestata, e il primo passo in pratica lo fece Irina, che confessò al consorte, ossia a Ciro detto Il Sultano, che Vassily l’aveva conquistata… un evento raro nella storia dell’umanità, perché l’amante n’era ignaro!
I due cominciarono a stare insieme ma non ufficialmente; e dipendendo dalla BDI spa come degli scolari provetti, compiendo dei test con tanto di giudizio da comprovare alla fine di un dato periodo, con la promessa di rinnovare e raggiungere degli scopi, che quantomeno Zaitsev attualmente non riesce a focalizzare.
Lei in modo diretto, ben pensato, gli voleva donare un ritrovo familiare, per vivere amando e senza dimenticare gli affetti maturati sinceramente in precedenza… Vassily le rispose con il cuore timoroso a dir poco, pressato orribilmente dalla seccante moglie che richiedeva più di una garanzia economica, ben sapendo che il nostro non sarebbe riuscito a soddisfarla.
Il romanzo si racchiude nella necessità d’amare che brilla in isolamento, a forza di evidenziare da selvaggi l’assenza di un ideale di donna ogni volta prossimo all’infinito; con un carattere discutibile, intrattenibile leggendo di un uomo come Zaitsev, assoggettatosi al conformismo celebrativo, deturpante il cuore in realtà.
L’autore raccontandosi spinge il lettore alla ricerca dell’onestà, purché questi permanga inattaccabile… quell’onestà che sorprenderebbe perfino gli altri componenti del team di lavoro, consapevoli sì degl’intimi auspici che lui e Lei costellavano, ma dubbiosi sulla sincerità, la trasparenza e la mescolanza degli stati d’animo in progressione.
Dalla lettura di questo libro emerge l’Amore, che solo l’essere umano in preda al comunismo (a dire dello scrittore) sa incentivare, in maniera soggettiva, e cioè col battito cardiaco alla portata se non addirittura alla mercé di chiunque, volendo coltivare o fabbricare una passione senza complicarsi la vita, tralasciando null’altro che il superfluo.
Il marito d’Irina deturpò Zaitsev a partire dal suo profilo virtuale, come un virus avido di mail; tanto da dover interrompere le conversazioni in chat con la donna e irrigidirsi in forma allarmistica, evitando bruscamente di contattarla a fine giornata per il suo bene, cosa alquanto ambigua, che lei non riusciva a non fraintendere, pensando allora che il sentimento si stesse esaurendo.
Ciro era abilissimo a fare buon viso a cattivo gioco per conquistare la fiducia degli affetti senza tempo in seno a Irina; portato maggiormente alla disquisizione se confrontato con Zaitsev che pertanto si faceva chiamare Orso dalla donna, dovendo piuttosto alludere alle caratteristiche di un animale che aggredisce solo se predato, che in libertà vivrebbe e lascerebbe vivere.
Dunque chissà come mai questa donna s’interessava di Zaitsev, ossessionata oramai da un pensiero negativo su di lui, che le risuonava in qualsiasi circostanza e sotto svariate vedute; come se alle prese con un lavaggio del cervello, potendo in un tempo o nell’altro rimanere decisamente attratta dai cattivi intenti.
La donna cara a e per Zaitsev barcollava mentalmente, scambiando le identità degli uomini della sua vita… l’amante perlopiù pareva che scontasse dei sentimenti privi di difese immunitarie, col pudore e l’onestà maturati in amore e poi mandati a farsi benedire, come a dover temere il destino chiudendosi in se stesso poiché incapace di agire.
Ciro si assumeva serenamente una libertà d’esprimersi vomitevole a livello sentimentale, fregiandosi di qualcosa che la moglie rinunciava a contemplare e né intendeva realizzare di nascosto… egli adottò una strategia che si rivelò più o meno vincente sulla pelle della sua di amante, Annunziata, per riavvicinare Irina, allorché trafitta quest’ultima nell’orgoglio femminile.
Il romanzo comporta una lacrimevole distensione che risuona, flebile e smarrente; ledendo la voglia d’amare, da elettrizzare con un trasporto tanto emotivo quanto nuovo in tempi precisati invece dalla memoria fedele a se stessa, che sconforta il singolo individuo errante,  come se trascinato da un’atmosfera cruenta, quella tipica dell’autunno.
Vassily, alle prese con l’istinto omicida insito a Ciro, potrebbe suggestionare in senso figurativo, alla luce di quelle rivendicazioni comuniste che hanno fatto la Storia; mentre la sua Musa per distaccarsi dal marito in definitiva necessitava di percorrere delle vie legali contorte, di certo snervanti.
Al lavoro, la bancaria magagna intanto si poneva in essere; dovuta da un’ipoteca mutuata e concordata nei primi anni ’80, che si svalutò presto in successione fino a essere reintegrata ufficialmente come parte passiva dell’assetto monetario relativo all’anno 2017, dimodoché l’intera attività svolta nel corso di questo tempo venne invalidata, sul punto di qualificare l’organizzazione.
La loro filiale avrebbe chiuso i battenti trascorsi una quindicina di mesi, segnata dall’allontanamento (per nulla casuale) d’Irina, nel frattempo Vassily si sentiva come se imprigionato per il resto della sua vita aldilà dell’essere stipendiato, con uno scopo qual era dare seri grattacapi alla dirigenza (…), e questi ce la poteva fare a raggiungerlo eccome!
Una volta che si sceglie d’intervenire l’ottimismo non dovrebbe mai e poi mai mancare, altro che tormentarsi quando si ama, accrescendo una deriva da eccepire e basta; e in effetti suonava strano questo forte sentimento che la donna custodiva per Zaitsev, dovendo imporgli piuttosto un paio d’ali e alla luce dell’opinione pubblica.
La rassegnazione era una brutta bestia che lui combatteva facendo l’ “Orso”, soprannome affibbiatogli da una cerbiatta qual era Irina, che ora però si ammutoliva negativamente, a spese (farmaceutiche, in particolare) dell’amato che constatava uno stato d’agitazione interna di certo improponibile.
Il primo approccio con lo psicofarmaco sortiva maggior effetto in peggio; la cura sarebbe andata per le lunghe, egli poteva chiedere la mano di nessuno per provare a gestire un’esistenza residuale, inapplicabile in teoria, con la quotidianità falcidiante, per cui era un’impresa arrivare a fine giornata.
Lei invece cominciava a sentire la necessità di polverizzarlo, a partire dall’attrattiva di natura puramente sentimentale; anche se per considerarlo pressante e violento in amore bisognava eccedere in immaginazione, essere ignobili, dimodoché il sostegno di una persona del suo stesso sangue, Anastasia, sarebbe tornato utile.
Dalla parte d’Irina, si erano messi ad architettarle l’impressione di totale agio, a mo’ di reality… e quindi diretta da Samantha, una parente neanche tanto alla lontana, considerata dai più la più fidata spalla del marito Ciro, venne indotta a passare delle ferie in territorio americano addirittura, roba da lasciar sgomento l’amante.
Sta di fatto che risultava inspiegabile come, pur intendendo chiudere definitivamente con Zaitsev, ella lo provocasse fomentandogli il senso di colpa; e cioè sempre nei confronti di un uomo che appena cercava di risollevarsi, tanto per citare José Mourinho, veniva stordito dal rumore dei nemici.
La mente dunque può volgere all’assurdo furbescamente, con un gioco di squadra, e parentale, alle spese di un essere umano da estraniare e basta; che rimarrà stupito di come la realtà dei fatti, se svelata appieno, comporti una malattia inguaribile, altro che l’ambiguità in seno alle tipiche aziende di oggi!
Una località dall’indole perennemente vacanziera, ossia Rimini, illuminò l’autore e protagonista di questa storia nuovamente; lo coinvolse con quella straordinaria fede nelle origini che gli sussurravano di non mancare di rispetto a chi non se lo meritava, e di non imprigionare sentimentalmente chi desiderava di rompere con lui, come con ciascun uomo che ancora fatica a guardarsi dentro per amare il Prossimo pazientemente.
                                                                                                                                                      Vincenzo Calò

Il romanzo è disponibile su Amazon, sia in formato Kindle che cartaceo.

giovedì 5 marzo 2020

“Due donne di provincia”: Primadonne a Manerbio


due donne di provincia dacia maraini compagnia primadonneLa rassegna “Altro… che Piccolo Teatro!”, organizzata dalla direzione artistica della compagnia “Le Muse dell’Onirico” presso il Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, sta volgendo al termine. Purtroppo (causa emergenza Coronavirus) è stata cancellata la rappresentazione del 7 marzo 2020: Che ci fai tu qui?, commedia delle bugie e degli equivoci della compagnia Teatrosfera. Possiamo cogliere l’involontaria pausa per ricordare un altro titolo portato sulle scene durante la rassegna: Due donne di provincia di Dacia Maraini, rappresentato l’11 gennaio 2020.
            La pièce è stata portata a Manerbio dalla compagnia “Primadonne”, che (proprio grazie a Due donne di provincia) aveva vinto il Premio Regionale come Migliore Spettacolo del Concorso “Teatro in Viaggio” indetto dalla FITA (Federazione Italiana Teatro Amatori) Regione Lombardia nel 2019. La regia era di Marinella Pavanello. 
           
due donne di provincia dacia maraini compagnia primadonne
Magda (Maria Angela Bartoli) e Valeria (Enza Latella) sono due vecchie amiche che si ritrovano dopo anni di separazione. Il luogo d’incontro è l’appartamento del nipote di Magda: sporco e trascurato, è dominato da un letto a due piazze dalle funebri lenzuola nere (colore che maschera la scarsa igiene delle medesime). Magda è presa dalla frenesia di pulire e riordinare, mentre nella mente di Valeria affiorano poesie imparate a memoria… Così, riemergono ricordi remoti, d’infanzia e adolescenza, che mostrano personalità (apparentemente) opposte: tutta casa e chiesa Magda; sbarazzina ed estrosa Valeria. Eppure, entrambe soffrono dello stesso male: matrimoni infelici e oppressivi; vite insipide, soffocanti, che non riescono a cambiare. Sembra che non si rendano conto di essere sulla stessa barca: si confrontano, si stuzzicano, arrivano persino a offendersi e a litigare… ma per cosa? Il dolore […] ha una voce e non varia, diceva Umberto Saba. La stessa voce che geme in Magda, quando rimpiange la propria scarsa esperienza sessuale, o quando soffre per l’ingombrante presenza della suocera, o per le troppe pressioni e pretese famigliari che subisce. La stessa voce che geme anche in Valeria, quando si rende conto che il suo talento pittorico è inaridito, che le sue energie sono prosciugate dalla cura di un marito infantile e di un figlio che è tutto suo padre.
            Esiste giustizia, per il furto di vita? Per il momento, possiamo solo vedere se Magda e Valeria riusciranno a superare le proprie apparenti differenze e a stabilire un’alleanza per riprendersi le proprie esistenze.

Fotografie: © Fotostudio Monterenzi

Manerbio da cantare, vedere e raccontare


La compagnia dialettale “Chèi dè Manèrbe”, come spesso fa, ha dedicato una serata-tributo al proprio fondatore, Memo Bortolozzi (Manerbio, 1936 - ivi, 2010). Lo spettacolo s’intitolava Manèrbe dè cöntà, dè éder e dè cantà (= “Manerbio da raccontare, da vedere e da cantare”): la nostra città è infatti la protagonista della sua opera e la serata è stata l’occasione per rivedere anche vecchi scatti in bianco e nero. Di storico c’era anche il gruppo “I Batmen”, che hanno effettuato l’accompagnamento musicale. Al pianoforte, c’era invece l’immancabile Luigi Damiani. Il tutto con la collaborazione del Fotostudio Monterenzi
chèi dè manèrbe

            Lo spettacolo ha avuto luogo il 10 gennaio 2020, presso il Teatro Civico di Manerbio, intitolato proprio a Bortolozzi. L’ “occasione speciale” era data dal decennale della morte di Memo. La sua ombra è stata impersonata dal giovane tenore Nicola Bonini, non nuovo a collaborazioni con la compagnia dialettale. È entrato vestito con molta proprietà e recando una valigia, per simulare il ritorno del poeta sui luoghi della propria vita: «Ma, se non sento nostalgia… vuoi vedere che non me ne sono mai andato?»
            Giusto per conoscere meglio il personaggio di cui sopra, la prima poesia recitata sul palco è stata Autoritràt: un impietoso e ironico autoritratto (appunto) in versi, in cui Memo si guarda allo specchio, durante la consueta rasatura. Il tempo, passando, ha lasciato un bel po’ di segni sulla sua faccia…
Deve consolarsi anche l’artigiano vasaio, che si sente alquanto fuori posto in un mondo di industrie e di elettronica… ma che sarebbe l’unico a cavarsela, in caso di blackout mondiale (Mé, artigiano).
Non se la passa bene neppure il negoziante protagonista di Domà l’è Nedàl (= “Domani è Natale”): la sera della vigilia, la sua bottega è deserta. Colpa sua, che non è capace di far l’ipocrita per andare d’accordo coi compaesani? Ne nasce un colloquio con Gesù Bambino…
Ad addolcire l’atmosfera, sono comparse sullo schermo la madre del Bortolozzi e le ragazze manerbiesi “di una volta”, nelle foto in bianco e nero. E A le s.cète dè Manèrbe era dedicata proprio una serenata dialettale. La pìzola era invece la trottola speciale (che “cresceva giorno per giorno, come una pianta”), promessa dal nonno al piccolo Memo, in cambio del silenzio sulle sue uscite all’osteria. A Zìa Rozèta è toccato un ricordo commosso, nella certezza che la sua sottile presenza non potesse essere stata cancellata nemmeno dalla morte. Il Viàs an foresterìa ha descritto invece una Manerbio “snaturata” da insegne commerciali in inglese e in francese, come se fosse diventata d’improvviso una città straniera… almeno finché non si volta un angolo…
Poi, le “Ville” di via Verdi, il cui giardino era un vivacissimo luogo d’incontro per i bambini; il Mella, che è padre e madre allo stesso tempo; La piasèta, altro luogo di giochi che non costavano niente, ma non avevano prezzo… e che avevano talvolta il sapore di una sfida.
C’è un po’ di tutto, nella Manerbio poetica di Memo: anche l’amore, o la politica, o i momenti al bar per bersi un pirlo. O il silenzio di un teatro vuoto… o la notte di San Lorenzo… O la paura di perdere l’amore dei propri cari, o di finire nelle mani di imbecilli e ruffiani.
chèi dè manèrbeLa parte musicale ha visto canzoni come Sö le rìe dèl Mèla (= “Sulle rive del Mella”), che ricorda il nostro fiume al tempo in cui era un rifugio per le coppie; Bòssa nòva bresàna, che impiega il dialetto dandogli ritmi diversi dal solito “zum-pa-pa”; La mé poezia (= “La mia poesia”), sulla gioia di poter regalare (coi versi) qualche goccia di sentimento… “perché anche due gocce non hanno prezzo, per chi muore di sete”.
Ma il finale è spettato alle note di Manèrbe, Manèrbe, stèla pö bèla dèl ciél (= “Manerbio, Manerbio, stella più bella del cielo”): la bellezza di una città si misura da quanto del proprio cuore vi si è lasciato.

Fotografie: © Fotostudio Monterenzi

giovedì 27 febbraio 2020

La Banda Civica di Manerbio al Teatro Grande di Brescia


banda manerbio teatro grande bresciaSarà forse perché abbiamo “il complesso dei provinciali”… ma certe soddisfazioni non sono di poco conto. Sabato 18 gennaio 2020, la Civica Associazione Musicale S.Cecilia di Manerbio ha tenuto un concerto al Teatro Grande di Brescia e questo è stato un motivo d’orgoglio per chiunque avesse partecipato, come suonatore o come ascoltatore. L’evento s’intitolava, per l’appunto, “La Banda in grande”. Diretto da Giulio Piccinelli e presentato da Viviana Filippini, il corpo bandistico locale ha raccolto la sfida, eseguendo cinque brani lunghi e complessi. Il programma di sala era aperto da “Huntingtower” di Ottorino Respighi (Bologna, 1879 - Roma, 1936), una ballata commissionata al compositore nel 1936 dall’American Bandmasters Association, in occasione della morte del presidente onorario John Philip Sousa. Il brano (malinconico e, a tratti, glorioso) mira a evocare le sensazioni provate davanti a una “huntingtower”, cioè un padiglione di caccia abbandonato.
            Il paesaggio è nettamente cambiato col pezzo successivo: la “Sinfonia Sevillana” (trascr.: D. McLain) di Joaqín Turina (Siviglia, 1882 - Madrid, 1949), piena di leggerezza e vivacità. Come suggerisce il titolo, il brano è dedicato a Siviglia e alle suggestioni create dalla città.
I colori dell’autunno hanno invece ispirato “October” di Eric Whitacre (Reno, Nevada, USA 1970 - tuttora vivente). 
Con “The Phantom of the Opera” (arr.: J. De Meij), di Andrew Lloyd Webber (Londra, 1948 - tuttora vivente), la banda è approdata al mondo del musical e ai mondi che un genere apparentemente “leggero” sa creare. Il brano, per l’appunto, era tratto dal musical “Il fantasma dell’Opera”, basato sull’omonimo romanzo di Gaston Leroux uscito nel 1910. Erik, misterioso uomo dal volto deforme, abita nei sotterranei del teatro parigino “Opéra Garnier”, appunto. Se il suo aspetto è orrendo, è però vero anche che il “fantasma” è dotato di un eccezionale talento per il canto, oltre a essere ventriloquo e geniale costruttore. La sua voce riesce ad ammaliare la cantante lirica Christine Daaé, che è però corteggiata anche dal compagno d’infanzia Raoul… Gli strumenti della banda, in particolare, hanno eseguito “The Music of the Night”: la “musica della notte” con cui Erik culla e incanta Christine.
Sempre dal mondo del musical era tratto il brano conclusivo della serata: “Porgy and Bess” (arr.: J. Barnes) di George Gershwin (New York, 1898 - Los Angeles, 1937). Il musical omonimo, uscito nel 1935), è ambientato negli Stati Uniti del proibizionismo. È tratto dal romanzo “Porgy” (1925) di DuBose Heyward e descrive la vita degli afroamericani in un sobborgo di Charleston, nella Carolina del Sud. Porgy è un mendicante zoppo; Bess è la donna di Crown, uno scaricatore che funge da suo protettore. Durante una rissa, Crown uccide un uomo e fugge. Bess, rimasta sola, si vede offrire un rifugio dal mendicante. Sportin’ Life, uno spacciatore di cocaina e alcolici, comincia a fare profferte amorose alla donna, che lo rifiuta. Innamorata (ricambiata) di Porgy, Bess cercherà di sfuggire sia a Crown che a Sportin’ Life… ma sarà tutt’altro che facile.
Durante l’esecuzione del brano da parte della banda, naturalmente, il motivo più facilmente riconoscibile è stato quello di “Summertime”, spirituale ninnananna compresa nella prima scena del musical e (da sempre) il brano più conosciuto dell’opera. 
banda manerbio teatro grande brescia

Dal pubblico, sono arrivati applausi e anche esclamazioni d’incoraggiamento all’indirizzo di Giulio Piccinelli. In generale, la partecipazione è stata ampia. La S. Cecilia aveva organizzato anche un viaggio in pullman a due piani, per permettere a tutti gli interessati di presenziare al concerto. Il calore della dimensione paesana ha dunque contribuito alla buona riuscita di un evento in cui la banda ha dimostrato di saper lavorare anche… in grande.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 151 (febbraio 2020), pag. 4.

mercoledì 26 febbraio 2020

“Che ci fai tu qui?” al Teatro Civico di Manerbio


La stagione “Altro… che piccolo teatro!”, al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, è giunta a un ottimo punto. La serie di spettacoli, organizzata dalla compagnia “Le Muse dell’Onirico”, ha proposto alla cittadinanza commedie apparentemente leggere, ma dalla sostanza profonda, opere di ottimi autori e interpretate da attori validissimi. 
che ci fai tu qui teatrosfera

            Finora, sono state proposte: Coppia aperta, quasi spalancata, di Dario Fo e Franca Rame (I Mattattori; regia di Max Zatta); Due donne di provincia, di Dacia Maraini (Primadonne; regia di Marinella Pavanello); Sicani, di Salvatore Stimolo (Andronauti, Gruppo Teatro Ricerca; regia di Salvatore Stimolo); Le prénom (Cena tra amici), di Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière (Gruppo Teatro Tempo; regia di Valentina Usuelli e Nicoletta Colombo).
            Il sano divertimento continuerà sabato 7 marzo 2020, alle ore 20:45, con: Che ci fai tu qui? di Teatrosfera. La commedia, per l’appunto, è opera della compagnia Teatrosfera. Con la regia di Luigi Pescosolido, andranno in scena Elisabetta Sala, Alessandro Capotondi, Dario Radaelli, Valeria Bianco e Silvia Riva.
La pièce racconta la storia di Dante e Adele, marito e moglie di condizione benestante. Stanno per trascorrere un finesettimana nella loro villetta brianzola. In programma, ci sono tranquillità, un lauto pranzo domenicale e i passatempi preferiti. Ma niente andrà come previsto, perché busseranno alla loro porta due ospiti non benvenuti in quel frangente: i rispettivi amanti. Uno è Luca, che Adele ha conosciuto durante una serata con le amiche. L’altra è Moira, la segretaria di Dante, pronta a partire con lui per un romantico viaggetto a Parigi. Ai due infedeli coniugi, non resterà che improvvisare castelli di bugie, per giustificare l’esistenza dei due “imprevisti” nella loro vita. Come già Plauto insegnava, una menzogna genera architetture d’invenzioni sempre più elaborate, per potersi reggere… E così avviene anche in questa commedia, quasi “plautiana” nei suoi equivoci e scambi di identità, nel suo autogenerarsi grazie alla “macchina delle bugie”. Da segreti che sembravano quasi banali, nascerà un intrico al quale neppure uno dei personaggi sfuggirà. Dove approderanno le vicende dei fedifraghi Dante e Adele? Lo sapranno gli spettatori. Solo una cosa è certa: per ingarbugliata che sia una rete, è destino che i nodi vengano al pettine…

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 151 (febbraio 2020), pag. 8.

venerdì 31 gennaio 2020

La Befana vien di notte… ma da dove?


Con questo mese, finiscono le feste invernali. E l’ultima figura fiabesca a portare sogni e dolciumi è stata lei: la Befana… Ma chi è costei?  Dopo la fanciulla Santa Lucia, parliamo della sua anziana collega. 
la befana vien di notte

            Come recita la voce “Befana”, compilata da Raffaele Corso sull’ “Enciclopedia Italiana” (1930) consultabile sul sito Treccani.it, il termine deriva da una corruzione di “Epifania”. Ciò che conta del personaggio, dunque, è il suo legame col periodo dell’anno. La medesima voce enciclopedica narra infatti dei prodigi attribuiti dalle credenze popolari alle notti del suo passaggio: alberi che si coprono di frutti in pieno inverno; animali che parlano; acque che si tramutano in oro. Una notte perfetta per attendere regali (nel caso dei bambini) e responsi sulle future nozze (per le ragazze). Agli stessi giorni, è riservata la “befanata” toscana, che ha corrispettivi anche in altre regioni: un brano intonato da una comitiva, accompagnata da un suonatore, che va di porta in porta la sera del 5 gennaio a richiedere regali (un nostrano “Dolcetto o scherzetto”?). Si tratta, insomma, di una notte di abbondanza nel cuore della stagione più avara: un modo per riscaldarsi con la generosità e, forse, per sopravvivere.
            Ma la Befana non riscuote solo benevolenza. È chiara la sua affinità con la famosa “vecchia” che viene bruciata a metà Quaresima. I popolani di Firenze (come spiega ancora Corso), un tempo, preparavano un fantoccio a forma di Befana da esporre alle finestre. Il pupazzo veniva invece portato proprio al rogo, tra urla e fischi, dai contadini della Romagna toscana. In varie regioni, tra cui la Franca Contea, i falò sono ben tredici.
            Al di là dell’utilità del fuoco per illuminare e riscaldare le notti invernali, come mai questa ambivalenza?
            Ne parla Giuseppe Di Luca, nel suo libriccino Quando le feste erano cristiane (Roma 2011, Città Nuova). Nonostante il titolo, l’opera dà spazio anche alle origini antiche di taluni fenomeni folkloristici, la cui radice precede il famoso anno 0. Per l’appunto, Di Luca ricollega esplicitamente la vecchietta dell’Epifania alle feste contadine greco-romane per la fine dell’anno (pag. 32). Nello stesso luogo, menziona anche la somiglianza fra la Befana e la dea latina Strenia. Alla voce “Strenna” dell’Enciclopedia Italiana (1936), compilata da Gioacchino Mancini e da Raffaele Corso, il termine viene fatto risalire proprio al culto della dea Strenia, personificazione della salute e di origine sabina. Essa veniva festeggiata con doni detti strenae (appunto), scambiati dai Romani all’inizio di gennaio come buon augurio per l’anno nuovo.
            Di Luca aggiunge che, più ancora di Strenia, la probabile “antenata” della Befana è la dea Diana, che si riteneva volasse sui campi a propiziarne la fertilità, durante le dodici notti tra il 25 dicembre e il 6 gennaio (pag. 33). Peraltro, la stessa Epifania fu introdotta nel calendario della Chiesa occidentale solo nel IV secolo, innestandosi sul periodo delle feste del solstizio e del Sole vittorioso (Di Luca, op. cit., p. 31).
            Per poter rendere accettabile ai cristiani una figura ormai ineliminabile dall’immaginario diffuso, fu creata anche una leggenda: secondo essa, la Befana sarebbe stata una vecchietta che si rifiutò di accompagnare i Magi fino a Betlemme. Pentitasi, avrebbe in seguito cercato di rintracciarli, per unirsi a loro e omaggiare il Bambinello. Da allora, avrebbe proseguito la propria vana ricerca, portando doni a tutti i bimbi, nella speranza che uno di loro fosse il piccolo Gesù (Di Luca, op. cit., pag. 33).
            La Befana personifica dunque l’attesa di un nuovo anno fertile, del ritorno delle belle stagioni. La sua bruttezza è quella della natura bisognosa di rinnovo, quella delle scorie da bruciare. Oltretutto, va al rogo come simbolo di un “mondo pagano” rifiutato. Sia come sia, la coriacea vecchietta, come una strana fenice, sembra saper rinascere dalle ceneri.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 150 (gennaio 2020), p. 10.

giovedì 30 gennaio 2020

“Storie per volare”: le maschere di Mangiafuoco


“Storie per volare” è il titolo della stagione teatrale per bambini ospitata dal Teatro Civico “M. Bortolozzi”. Essa è stata organizzata dal Comune di Manerbio, in collaborazione con la compagnia “Quelli del venerdì”. Non è certo la prima volta che il cosiddetto “Piccolo Teatro” ospita spettacoli per i più piccoli. Ma, quest’anno, il titolo pone l’accento (più che sull’età del pubblico) sulla fantasia e sul desiderio di spaziare con l’immaginazione. 
pinocchio mangiafuoco

            La stagione ha avuto inizio il 1 dicembre 2019, con "Il lupo racconta”. Per l’appunto, lo spettacolo era dedicato ai “cattivi” delle fiabe, tutti radunati nella “Locanda del Briccone”, il più malfamato fra i locali della Città del Teschio. Anche i piatti che esalavano fumo e le bevande dall’aspetto poco raccomandabile erano allineate con la tematica. Come c’era da immaginarsi, ciascuno degli orridi avventori aveva molto da raccontare: i retroscena più misteriosi dei loro misfatti. Ed essi avevano tutti una radice comune: la mancanza d’amore…
            Il secondo spettacolo attende invece le famiglie manerbiesi il 16 febbraio 2020: “Le maschere di Mangiafuoco”. Sicuramente, chiunque stia leggendo questo articolo ricorda un famoso passo del “Pinocchio” di Collodi: quello in cui il protagonista bigia la scuola per andare a vedere uno spettacolo di marionette. Non appena esse riconoscono il burattino in platea, lo salutano e lo accolgono quale fratello, interrompendo lo spettacolo. Ciò scatena le ire del loro proprietario, il gigante barbuto Mangiafuoco…
            Le marionette sono Arlecchino,Pulcinella, Rosaura… sì, proprio loro: le maschere della Commedia dell’Arte. Ciascuna di loro ha un ruolo ben preciso: lo spensierato suonatore di mandolino, il servo sciocco e sempre affamato, la fanciulla romantica e benestante. Niente sembra poter deviare il binario delle loro vicende; pare non esserci alcuna ombra, dietro la loro personalità piatta. Vengono mossi da un burattinaio che sa quale canovaccio (scontato e grossolano) seguire per far piacere al pubblico. Eppure… l’arrivo di un’altra marionetta (di legno come loro, ma senza fili) li scatena. Da qui, prende spunto la nostra commedia per bambini.
Uno come Pinocchio è la prova vivente che esiste la possibilità di un’altra vita… la possibilità di svincolarsi dal burattinaio e dalle sue trame insulse, per dimostrare i propri talenti inespressi. Ma la libertà è un gioco rischioso e conquistarla non è affatto facile. Ce la faranno le nostre maschere a diventare persone?
            Gli spettatori potranno scoprirlo durante la prima rappresentazione (ore 15:00) o durante la replica in giornata (ore 17:00). Buon volo sulle ali dell’immaginazione!

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 150 (gennaio 2020), p. 9.