giovedì 23 agosto 2018

Le storie zen come pratica spirituale


Su questo blog, il monastero zen italiano Sanbo-ji,il Tempio dei Tre Gioielli, è un ospite di vecchia data. Ho già partecipato a due ritiri, nonché al seminario sulla cucina Shōjin Ryōri. Insomma: se non avessi paura di rivangare una retorica trita e ritrita, direi che tornare lassù è come tornare a casa. Me l’hanno involontariamente dimostrato i due gatti randagi ormai “adottati” dai monaci: Mirin (così detto perché rossiccio come l’omonimo condimento) e la grigio-striata Lince. Li ho incontrati al mio arrivo, nel giardino dell’eremo, pronti per le coccole di benvenuto. 
monastero zen sanbo-ji berceto
            Ricordo il loro pelo setoso, caldo e palpitante, accanto alle altre sensazioni: l’incenso nella sala di meditazione (un poco più pungente di quello da chiesa); le verdure fresche e il pane integrale in tavola; la terra calda e ruvida dell’orto, dove ho raccolto erbacce durante il samu (= “lavoro consapevole”), scalzandomi per sentirla sotto la pelle dei piedi; il verdeggiare dei prati, delle siepi e del ciliegio, unito al grigio delle scale in pietra e al nero ondeggiare dei sassolini nel giardino giapponese; la voce profonda e vibrante della campana tibetana.
            Il seminario che ho seguito (dal 17 al 19 agosto 2018) s’intitolava Le storie zen come pratica. La famosa meditazione seduta in silenzio, infatti, non è l’unico modo per conseguire quella che questo ramo del Buddhismo considera l’ “illuminazione” o “realizzazione”: uno stato psicofisico che va oltre l’uso della “mente discriminante” (che elabora “la propria opinione”) e della personalità che ci siamo costruiti col tempo, per abbracciare in un attimo la realtà intera. Ciò avviene tramite momenti di stupore che aprono la mente, mostrando che i nostri stati emotivi congelati in “schemi” non rappresentano la “normalità” o la “verità”. Vedere questo significa passare da un impiego passivo della mente (“Sono fatto così, la penso così e non posso farci niente”) a uno attivo (consapevolezza dell’esistenza di schemi e della loro natura).
 In questo, secondo gli insegnamenti del maestro Tetsugen Serra, lo Zen si è rivelato rivoluzionario, superando la spiritualità basata sul riordino della mente. Andando oltre il proprio “ego”, ci si troverebbe già in una condizione di ordine. Pertanto, anziché dedicarsi a lunghi studi teorici, il praticante zen si dà allo shikantaza (= “puro essere”, ovvero la meditazione seduta in silenzio e a mente rilassata) e all’ascolto dei koan: le storie con contenuti etici, morali e di pratica, ispirate a episodi d’illuminazione realmente accaduti. Complessivamente, sarebbero circa 1700, raccolti fra Cina, Corea e Giappone. Il termine koan (ha illustrato Tetsugen) significa “registro pubblico”: si tratta dunque di una tradizione riconosciuta, alla quale ricorrere per necessità formative. Essi hanno una struttura ben definita, composta di:
1.      Un protagonista, descritto e connotato;
2.      Una trama;
3.      Una contestualizzazione temporale in una determinata epoca;
4.      Una collocazione geografica;
5.      Un motivo per cui avviene la storia;
6.      Dinamicità nel ritmo;
7.      Contenuti emozionali che la arricchiscono;
8.      Una durata relativamente lunga, affinché l’emozione nasca nell’ascoltatore, venga riconosciuta e serva come ancoraggio dell’attenzione;
9.      Fonti attendibili, per garantire la credibilità.

Durante il seminario a Sanbo-ji, sono stati letti e commentati esempi scelti di koan. Uno era quello dedicato al maestro giapponese Hakuin (1686-1769 ca.): “Ah, è così?” In un villaggio sui monti vicino a Kyoto, una bella ragazza si scoprì incinta. Alle pressanti richieste dei genitori di svelare il nome del responsabile, lei accusò Hakuin. L’attempata coppia andò dal maestro, gli raccontò la faccenda e lo coprì di improperi. Unica risposta di lui: «Ah, è così?» Quando il bambino nacque, Hakuin fu incaricato di occuparsene. Pur avendo perduto reputazione e discepoli, il maestro zen si dedicò silenziosamente al compito, chiedendo latte fresco ai vicini. Col passare del tempo, la ragazza madre non sopportò più la lontananza dal bimbo e confessò la bugia: il padre del piccolo non era Hakuin, ma un giovane garzone. I genitori di lei andarono dunque a presentar le proprie scuse e a chiedere la restituzione del nipotino. Unica reazione del maestro, nel separarsi dal bambino: «Ah, è così?» 
            Nell’apparente freddezza e incomprensibilità del protagonista, c’è la manifestazione del suo stato illuminato. Secondo il commento tenuto durante il seminario, Hakuin avrebbe capito in un attimo la sofferenza della ragazza messa alle strette, del bambino nato in un clima di rifiuto e dei vecchi genitori sconvolti dallo scandalo. Avrebbe dunque avuto la capacità di accettare il sacrificio della propria reputazione, per contribuire alla serenità di tutti.
            Le storie hanno fatto rivivere anche Bodhidharma (V-VI sec.), la cui leggenda è compresa in Racconti dei saggi zen (a cura di Pascal Fauliot, L’Ippocampo Edizioni). Il mistico indiano trasferitosi in Cina si distingueva dagli altri religiosi per il suo aspetto “patibolare”: statura imponente, barba, sopracciglia cespugliose, grandi occhi e anelli alle vaste orecchie. Il suo carisma e la sua franchezza avrebbero avuto ragione persino dell’imperatore. È considerato il fondatore dello Zen. Il carattere pratico di quest’ultimo ben si adattò alle abitudini laboriose dei Cinesi.
monastero zen sanbo-ji berceto            Dai Racconti dei saggi giardinieri (a cura di Pascal Fauliot e Patrick Fischmann, L’Ippocampo Edizioni) era tratto, invece, un aneddoto cinese, a proposito di un monaco saccente e chiacchierone. Il suo maestro lo mise in crisi con questa domanda: «Qual era il tuo volto originario, prima di nascere?» Un quesito tanto irrisolvibile da spingere il “pozzo di scienza” ad abbandonare il monastero, per andare a vivere sulla tomba di un grande maestro, abbandonata e divorata dall’edera. Intorno ad essa, creò un giardino, dedicandosi così al samu. Raggiunse una tale concentrazione in quell’umile compito da ottenere l’illuminazione, grazie al tonfo di un sasso contro un bambù cavo. Conclusione: “Ho gettato la cosa miserabile che chiamano ‘io’ e sono diventato il vasto universo.”
            La Raccolta della Trasmissione della Lampada del maestro giapponese Keizan Jokin (1267-1325) presenta una figura poco conosciuta, ma fondamentale: Ānanda, discepolo e cugino del Buddha, nonché “registratore” dei suoi insegnamenti. Oltre a questo rapporto privilegiato, godeva di una ricca erudizione; eppure, faticò molto nel conseguire l’illuminazione… proprio a causa del sotterraneo orgoglio per questi doni. Deposto il suddetto orgoglio, nessun altro ostacolo si presentò.
            I koan, così come altri strumenti di cui si avvale la pratica zen, sono piccole pressioni successive. Tanti momenti in cui è possibile frenare le “reazioni spontanee”, per rispondere: «Ah, è così?»

martedì 14 agosto 2018

Pausa zen - Ci risentiremo il 21 agosto!

Salve a tutti! Da giovedì 16 a lunedì 20 agosto, rimarrò isolata da uomini e dei, per partecipare a un ritiro zen sospirato da tutto l'anno. Dunque, non potrò né pubblicare commenti, né rispondere sui social. Vi chiedo la bontà di farmi tanti auguri per il viaggio, che comprende un tratto sulla famigerata linea ferroviaria Brescia-Cremona (Ulisse, allacciami le scarpe!). Scherzi a parte, vi saluto di cuore. Mille gassho!

lunedì 13 agosto 2018

Quella Mummia che si agita dentro

Qualcuno, forse, ricorda ancora le mirabolanti e amarissime risate che mi sono fatta alle spalle del film La Mummia (1999). 
Boris Karloff in The Mummy (1932)
Fonte: talkfilmsociety.com
Tutt’altre reazioni mi ha ispirato l’omonima pellicola del 1932 con Boris Karloff, prodotta sempre dalla Universal e diretta da Karl Freund. Dimenticate quel tamarro improponibile che era Imhotep nel remake degli anni ’90 e trasformatelo in un magnetico gentiluomo egiziano. Cancellate quell’oca giuliva di Evelyn e immaginate una squisita bellezza vintage, dagli occhi grandi in un viso cereo: Helen, nonché reincarnazione della sacerdotessa Ankh-es-en-amon. E pensate al trucco di Jack Pierce, creatore di quei mostri della Universal divenuti archetipi dell’immaginario horror. L’aspetto di Imhotep/mummia, divenuto poi Ardath Bey, vale da solo (a mio parere) tutti gli esagerati effetti visivi del remake. Ammetto, poi, di avere un debole per la fotografia in bianco e nero, coi suoi giochi di ombreggiature che esaltano i volumi e la drammaticità. I primi fotogrammi, dopo la comparsa del titolo, non sono immagini, ma scritte: antiche parole con cui Iside avrebbe resuscitato Osiride, alias la proclamazione della morte come porta della vita. La storia d’amore fra le due grandi divinità ricalca infatti i cicli della vegetazione. È anche una storia tragica, in cui Iside riporta in vita l’amato barbaramente assassinato… ma può riabbracciarlo solo per poco.
            La vicenda comincia con una spedizione archeologica in Egitto, organizzata dal British Museum. Al contrario di quanto avviene nella versione anni ’90, l’ambiente accademico è dipinto in modo da suggerire affidabilità e professionalità. L’archeologo, Joseph Whemple (Arthur Byron), è un integerrimo uomo di scienza, dipinto in modo forse idealistico, ma a livelli accettabili. È accompagnato dal dott. Müller (Edward Van Sloan), un’autorità nel campo dell’occultismo. I due, insomma, rappresentano prospettive diverse sull’antico Egitto: l’interesse storico-archeologico e quello verso la sua religiosità, la sua magia e le celebri maledizioni delle sue tombe. Il sodalizio è completato dall’assistente di Whemple (Bramwell Fletcher): il pirla della situazione. Ma è l’unico ed ha l’indispensabile funzione di “detonatore della trama”: è lui a leggere imprudentemente il papiro con l’incantesimo sveglia-mummia. Dopodiché, pagando lo scotto della propria scarsa professionalità, scomparirà debitamente.
            Non scomparirà però Imhotep (Boris Karloff), se non temporaneamente. Il suo dramma è stato già parzialmente raccontato dai toni asciutti dell’analisi condotta sul suo corpo: viscere non rimosse e segni di resistenza al bendaggio. Sepolto vivo, insomma. Per di più, i segni che avrebbero dovuto proteggere la sua anima sono stati cancellati. Che avrà mai fatto, per meritare una condanna tanto atroce quanto eterna? Quel pirla dell’assistente, credendo di scherzare, trova la motivazione esatta: una donna, sacerdotessa di Iside e figlia di un faraone.
            Il quadro del dramma va dettagliandosi a poco a poco, grazie a una sapiente suspense. Prima, compare il misterioso Ardath Bey, che dà al nipote di Whemple (David Manners) le indicazioni per rinvenire la tomba della principessa Ankh-es-en-Amon. Peccato che (ovviamente!) ci sia un secondo fine… La mummia rediviva, che era un tempo sacerdote, vuol ritentare ciò che non riuscì millenni prima: la resurrezione della sua amata, grazie al famoso papiro. Quell’atto d’amore disperato gli era costato un sacrilegio (di una formula tanto sacra non ci si poteva certo impadronire a man salva) e l’orrenda punizione conseguente. Le cose vengono peggiorate dal fatto che l’anima di Ankh-es-en-amon non abita più nel corpo di un tempo, ma in quello di una ragazza vivissima: Helen, appunto. La nipote e paziente del dott. Müller. Paziente per cosa? La sofferenza della giovane viene eloquentemente mostrata dal primo atto che compie nel film: contempla malinconicamente le piramidi all’orizzonte, il “vero Egitto” così diverso dall’ “orribile Cairo moderno”. Dietro di lei, scorre la vita, nella forma di una festa. Da questa vita è attratta. Ma quella malinconia che si porta dentro rischia di crescere come un tumore… Rischia di esasperare quella doppia identità che porta con sé fin dalla nascita: il suo essere inglese come il padre ed egiziana come la madre. Gli incanti di Imhotep risvegliano in lei un’altra “mummia”: la personalità della sacerdotessa egizia, che vive dentro Helen e la trascina a vivere in un perduto passato. Un malessere che, forse, alcune persone riconosceranno come proprio - quelle che hanno sperimentato complessi d’inadeguatezza ed escapismi in altre epoche. Ben lungi dall’essere un ingenuo fantasticare, ciò può portare all’alienazione e a un incancellabile senso di soffocamento. 
Helen, alias Ankh-es-en amon
(Zita Johann)
Fonte: http://egypto-maniac.blogspot.com
A Helen si pone, dunque, una scelta drastica: lasciar vincere Ankh-es-en-Amon e divenire un cadavere vivente come Imhotep; oppure, aggrapparsi al prepotente senso d’essere viva, così ben personificato (nel film) dal simulacro di Iside - la dea madre, guaritrice e protettrice. In ogni caso, nessun aiuto potrà venirle dall’esterno. L’amore tossico dell’antico sacerdote la isola da tutti coloro che le vogliono davvero bene, giungendo a farle credere che sono loro i suoi carcerieri. Helen dovrà salvarsi da sola. O, meglio, grazie a una forza che si trova dentro di lei, come la personalità della principessa morta. Guardare dentro di sé non serve solo a resuscitare fantasmi. È anche un passo necessario per una dolorosa, ma salutifera consapevolezza.

domenica 12 agosto 2018

Il maiale, buon spirito della Bassa Bresciana


maiale bassa brescianaDire “Bassa Bresciana” vuol dire anche “maiale”: quello che ci regala il salame festeggiato annualmente dal Bar Borgomella di Manerbio; quello da cui hanno origine lo spiedo e il “pà e salamìna” che non mancano mai alle sagre estive. Come se non bastasse, lo vediamo di continuo accanto a Sant’Antonio Abate. 
Veniva già allevato dai Celti, che si insediarono nel sito dell’attuale Manerbio a partire dal 395 a.C. (Vedi: “La Bassa e la sua memoria. Nove Comuni si raccontano”, a cura di G.M. Andrico ed E. Massetti, Roccafranca 2004, La Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, pp. 64-65). Le fattorie celtiche coltivavano cereali e allevavano maiali e pecore: così spiega l’archeologo T.G.E. Powell (“I Celti”, 1999, EST, p. 85). L’antropologo Marvin Harris così nota, in un apposito capitolo di “Buono da mangiare” (Torino 2015, Einaudi): nutrito con frumento, mais, patate, soia e qualunque vegetale a basso contenuto di cellulosa, il maiale diventa prodigiosamente florido. Ciò spiega la sua presenza costante nelle suddette pianure fluviali dei climi continentali: il suo cibo ideale è quello più adatto a crescere nell’ambiente padano.
A questo punto, non stupirà più sentire che, in diverse culture dell’attuale Europa, il maiale incarnò lo “spirito del grano”. Ne parla l’antropologo J.G. Frazer, nella sua monumentale opera “Il ramo d’oro” (tr. it. di: “The Golden Bough”, Great Britain 1890, Macmillan and Co.). In proposito, l’autore menziona la Turingia, l’Estonia, la Svezia, la Danimarca… Ma espone anche il legame del maiale con Demetra, la dea greca dei raccolti, e con sua figlia Persefone. Il maiale (secondo Frazer) era sacro a Demetra; era raffigurato al suo fianco ed era sacrificato nel suo culto. Adone (dio greco di origine semitica), compagno di Afrodite e di Persefone, fu ucciso da un cinghiale: cugino selvatico del porcello. Stessa vicenda di Attis, il giovane amante della Dea Madre frigia Cibele. Il dio-ragazzo ripercorre la vicenda del seme: si unisce con la terra, muore, rinasce. E una figura suina ha un ruolo centrale in questo. A tal punto, non ci si può stupire di ritrovare associato al maiale anche Osiride, dio egizio dei cicli della vegetazione: Frazer menziona l’animale come sacrificato annualmente al dio. 
Freyja sul dorso del cinghiale
Freyja sul dorso del cinghiale
Altri significati ancora assumono i suini, presso le popolazioni celtiche. Se ne occupa la celtologa Sabine Heinz, ne “I simboli dei Celti” (Vicenza 2000, Edizioni Il Punto d’Incontro). L’aggressività del cinghiale lo rende simbolo guerriero e regale: conferma il suo collegamento con la virilità anche la storica Elena Percivaldi (“I Celti. Un popolo e una civiltà d’Europa”, Milano 2005, Giunti, p. 50). Per tornare alla Heinz: il cinghiale rappresentava pure la fecondità delle foreste. Il maiale simboleggiava ospitalità e gozzoviglia. Garantiva una vita sana e senza preoccupazioni. La sua capacità di riprodursi in gran numero ne ha fatto, una volta di più, un segno di morte e rinascita: “Viene usato come nutrimento dei morti oppure per essere rapiti verso il mondo dell’oltretomba” (S. Heinz, op. cit., p. 64). Le sculture raffiguranti cinghiali sono legate alla fertilità e alla prosperità delle greggi (T.G.E. Powell, op. cit., pp. 145-146).
Giovanni Raza, raccogliendo storie e leggende della Valle Trompia nel suo “Madóra che póra!” (2015), ha incluso fiabe su maiali indemoniati. Ne ricollega l’origine al legame che i suini avevano con la germanica Freyja, dea della guerra, della magia e della fertilità. L’alone infausto di questi animali nelle fiabe sarebbe quindi legato, oltre che al loro ruolo di intermediari dell’Oltretomba presso i Celti, anche alla demonizzazione dei culti precristiani. A ogni modo, la presenza del maiale rimane costante e benvoluta, nella nostra pianura: segno della vitale ricchezza di acqua e cereali.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 135 (agosto 2018), p. 10.

sabato 11 agosto 2018

Cacciatori di maghi e alchimisti... in biblioteca


andrea manera mago manerbioLa Stagione delle Fiabe è tornata a Manerbio, mantenendo un tocco particolare: il focus sulle paure, da affrontare e superare. Nel 2018, è stata rincarata la polemica circa le versioni disneyane: edulcorazioni puramente commerciali, del tutto incapaci di offrire un percorso di immedesimazione col protagonista e la sua maturazione. 
Il 17 luglio 2018, nel giardino della Biblioteca Civica ha avuto luogo il primo incontro: “Cacciatori di maghi e alchimisti”. Grandi e piccoli, naturalmente, sono stati accolti da un mago (Andrea Manera); in sottofondo, un lupo musicista (Fabio Berteni) suonava il pianoforte dal vivo. Il protagonista, però, era il dott. Ennio Ferraglio, direttore della Biblioteca Queriniana. A lui, il compito di illustrare chi fossero, storicamente, maghi e alchimisti. I loro cacciatori erano gli inquisitori; magia e alchimia, nei primi secoli della modernità, erano attività accusabili di eresia. Non allo stesso modo, comunque. Ferraglio ha designato come “maghi” coloro che si riteneva si rivolgessero a potenze invisibili per compiere la propria volontà e modificare il corso degli eventi. Ciò li poneva senza remissione nel mirino dell’Inquisizione. Cosa che avveniva anche con le più famose “streghe”, soprattutto nella seconda metà del Cinquecento. Se i maghi erano un’ élite di uomini colti, queste erano invece numerose donne del popolo: analfabete, ma con un’ottima conoscenza empirica della medicina erboristica. Si sa che gli uomini colti non sopportano di essere eguagliati o superati dagli “ignoranti”: men che meno dalle donne, in un contesto maschilista. Peggio ancora in una società che tendeva a vedere il demonio ovunque: una contadina illetterata che sapeva guarire le malattie senza aver studiato, “sicuramente”, ci riusciva con l’aiuto del diavolo. Ferraglio ha sottolineato come la popolazione sapesse essere ancor più draconiana dei testimoni, nel pretendere misure sanguinarie contro le presunte fattucchiere. Ha portato a esempio il caso del paese di Triora, nell’entroterra savonese, divenuto celebre per un gigantesco processo alle streghe, fra 1587 e 1589. Visto il clima, non stupisce che l’epoca vedesse copiose pubblicazioni di “manuali dell’inquisitore”. Il più famoso esempio del genere è però del 1487: il “Malleus Maleficarum”.
           
ennio ferraglio biblioteca queriniana brescia
Dott. Ennio Ferraglio
L’alchimista è, invece, colui che studia le leggi della natura. I suoi studi si applicano soprattutto alla fusione dei metalli e alla distillazione dei liquidi. La sua era una continua ricerca della “Pietra Filosofale”, o “Elisir”: la sostanza (variamente definita) contenente il segreto della trasformazione della materia. L’alchimia non interessava gli inquisitori, finché i suoi praticanti non giungevano ad affermare di poter rimuovere per sempre ogni malattia o addirittura eliminare la morte. Ciò avrebbe interferito con “l’espiazione dei peccati” e i “decreti di Dio”.
Ferraglio ha ricordato due alchimisti bresciani: Giovan Battista Nazari, che pubblicò nel 1572 un suo testo sulla trasmutazione metallica, presentandolo come un resoconto di sogni o visioni; Giovanni Bracesco (Orzinuovi, 1481? - 1555), che poté condurre esperimenti pratici in tutta tranquillità, grazie alla protezione dei conti Martinengo da Barco.
Data la complessità dell’argomento, non è stato facile mantenere l’attenzione dei bambini. Ha funzionato meglio l’anguria fresca distribuita gratuitamente. La serata è stata conclusa da una visita al Museo Civico, dove la curatrice Elena Baiguera ha mostrato ai piccoli i primi esperimenti di lavorazione del bronzo tentati dall’uomo - ben prima che l’alchimia vedesse la luce.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 135 (agosto 2018), p. 9.

venerdì 10 agosto 2018

Pirlo, pòta e rock 'n roll con gli Alpini

piergiorgio cinelli pirlo, pòta e rock&roll
Piergiorgio Cinelli

Il 7 e l’8 luglio 2018, all’Area feste di via Duca d’Aosta, gli Alpini di Manerbio hanno tenuto la loro festa annuale. Un po’ di cucina, con grandi classici: casoncelli, tagliata di manzo, “pà e salamìna”, polenta con salsiccia o gorgonzola, galletto amburghese con patatine fritte, “piatto alpino”, torta fritta, patatine, olive ascolane, torte, anguria, bevande più o meno alcoliche. Per i più piccoli, un banchetto preparava crêpes dolci ed erano stati approntati giochi gonfiabili. Una bancarella proponeva bigiotteria e giocattoli. 
            Una lotteria raccoglieva fondi per Nikolajewka ONLUS: una cooperativa sociale di Brescia specializzata in assistenza a persone con disabilità motoria.
A una festa che si rispetti, non possono mancare eventi musicali. Il 7 luglio, pertanto, Piergiorgio Cinelli ha tenuto un concerto intitolato come il suo ultimo CD: Pirlo, pòta & rock&roll. Insomma, “la vida loca” concepita alla maniera bresciana.
E cotesta “vida loca” (l’avrete capito) non può non comprendere un buon spiedo. I primi brani intonati da Cinelli erano rifacimenti di struggenti canzoni, dedicati al piatto nostrano: “Il mondo” di Jimmy Fontana (1965) è divenuto “Gira ‘l mómbol, gira…”; sono riecheggiati i Beatles di “Yellow Submarine” (1969) e il Jovanotti di “Bella” (1997)… pazienza, se quest’ultimo è vegetariano. Per cantare lo spiedo bresciano, è stato rispolverato persino “The Sound of Silence” (1964) di Simon & Garfunkel: stavolta, per deplorare l’errore di zuccherare la carne. Un fattaccio che Piergiorgio ha presentato come realmente successo, a causa di una sbronza del cuoco. Che l’alcool faccia scherzi non è una novità: l’ha dimostrato il leggendario “Mirko da Offlaga”, citato come sempre dal Cinelli quale protagonista d’ogni barzelletta possibile, insieme alla moglie.
Non di solo spiedo vive il bresciano, comunque. Perciò, “Dragostea Din Tei” (Haiducii, 2004) è diventata: “Màja ‘l hi (= maiale), màja ‘l tu, màja ‘l póm, màja la pasta!” Dalla Moldavia alla Romania, divenuta “Romania mia” al posto della Romagna di Secondo Casadei (1954); poi, un bell’inno all’alimentazione sostanziosa, con “Gras l’è mèj” (dal jingle pubblicitario del sorbetto Grand Soleil).
Dal cibo, Cinelli è passato al mondo dei bambini, con i Sette Nani (che, da buoni minatori, vivono in Valcamonica… esatto?). Indi, un omaggio a Giorgio Gaber e alla sua scena del bambino ricco e del bambino povero.
           
gruppo alpini manerbio cappelli da alpino
“Budapest” (George Ezra, 2014) è diventata “Pifiù”: un luogo che sembrerebbe eminentemente proverbiale… ma esiste davvero. È Piffione, frazione di Borgosatollo. “La Bomba”, tormentone dell’estate 2000, è diventata “La Piómba”: quella che coglie il famoso “Mirko da Offlaga” quando deve salire su un’auto…
Al posto della “Macarena”, la “Madaléna” di Cinelli ha invitato a una gita in montagna. Per quanto riguarda la “Lambada” del 1989, poi, i rifacimenti si sono sprecati. Piergiorgio ha ritrovato sue imitazioni praticamente ovunque.
Immancabili “Oflàga” e “Fés”, brani che legano Cinelli a Dellino Farmer. Poi, un riferimento a Piazza Arnaldo di Brescia, piena di ragazze… sbarazzine, con qualche problema nel parlare il dialetto. L’ironia di Piergiorgio non ha risparmiato nemmeno Fedez, Giusy Ferreri, i Ricchi e Poveri, la pratica del peeling estivo e gli stessi Alpini. Perché è bello essere Alpini, certo… ma, senza grappa, secondo Cinelli, sarebbe un’esperienza piuttosto dura.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N.135 (agosto 2018), p. 8.

giovedì 9 agosto 2018

E' uscito "Caffè al profumo di libri"

erica gazzoldi caffè al profumo di libri copertinaDi quel che vien scritto non si butta via (quasi) nulla. Gli articoli composti per la collaborazione con siti culturali, invece di restare dispersi per i meandri del web, possono essere raccolti per il piacere di chi vorrebbe leggerli o rileggerli in pace, fuori dal caos e dalla fretta dei social network. Così, è nato Caffè al profumo di libri (Amazon, giugno 2018). Già dallo sfondo rosa della copertina, s'intuisce che ci stiamo addentrando in pagine meno cupe di quelle a cui sono abituati i nostri lettori... Ma non preoccupatevi: troverete anche qui la vostra buona dose di gotico e di mistero.

Qual è il vostro modo preferito per apprezzare un buon libro? Quale che sia, si sa che uno dei migliori è... sedersi a un tavolino e accompagnare le pagine con un buon caffè (o un tè, "de gustibus"). Questo volume è una raccolta di articoli riguardanti libri, o argomenti d'attualità e cultura varia: abbastanza agili da poterseli godere con una tazza fumante, in una pausa dalla routine quotidiana. Ma anche abbastanza saporiti da lasciarvi la voglia di approfondire, leggere per intero alcuni dei volumi citati. 
Girando le pagine, potreste ritrovarvi a prendere il caffè insieme a Pier Paolo Pasolini, a Lilith, a un maestro zen... Chi sarà il prossimo?


Il volume è disponibile in formato Kindle o con copertina flessibile. Buona lettura!


mercoledì 8 agosto 2018

Parlare arabo in Italia: un futuro sempre più multilingue

chorouk manerbio corsi di araboAnche nel 2018, l’associazione di promozione sociale “Chorouk” di Manerbio ha festeggiato la conclusione dei corsi di arabo da essa organizzati. Il 17 giugno 2018, i membri dell’associazione hanno invitato la cittadinanza all’evento, tenutosi in via Strada Vecchia per Milzanello n. 2. Il luogo era un tendone collocato in uno spazio fornito da un privato cittadino.
Il benvenuto ai presenti è stato dato dal presidente della Chorouk, Allal Martaj. Ha ringraziato: l’amministrazione comunale; Annamaria Alghisi, dirigente dell’Istituto Comprensivo di Manerbio, che ha messo a disposizione i locali per i corsi di arabo; le insegnanti e il responsabile dei suddetti corsi; il proprietario della location dove si sono svolti gli incontri durante il Ramadan. Il suo discorso ha sottolineato la volontà della Chorouk di promuovere la conservazione dell’Islam e della lingua araba, ma nell’ottica di una partecipazione alla società italiana.
Più volte, durante l’evento, bimbi e preadolescenti hanno dato prova delle loro competenze, dialogando o cantillando in arabo. 

isam maarouf
Isam Maarouf


 Nemmeno quest’anno è mancato il contributo di Isam Maarouf: giovanissimo artista di origini marocchine che ha proposto la sua “beatbox”, riproduzione a voce di suoni e rumori svariatissimi.
            Le suddette lezioni di arabo erano rivolte sia a bambini che adulti, in corsi distinti. Erano seguite da allievi di origine africana desiderosi di conservare una parte delle proprie radici culturali e di poter leggere il Corano; ma non mancavano alunni italiani. Uno di loro era Gabriele Zilioli, che ha preso la parola durante la festa. Ha scoperto le lezioni di arabo per caso e se ne è interessato per ragioni universitarie. Ma ha affermato d’aver apprezzato molto anche l’ambiente umano.
Dopo un altro coro di voci infantili, una delle maestre ha tenuto un discorso: esso riguardava lo studio delle lingue come arricchimento culturale, ormai praticato a livello mondiale.
Per quanto riguarda l’arabo orale, ogni zona in cui è parlato è contraddistinta da accenti e varianti - come avviene per ogni idioma vivo. La versione “standard” è quella in cui è redatto il Corano, spesso (almeno in passato) impiegato come base dell’educazione già in età infantile. Le scuole moderne aperte nei Paesi africani registrano questa assenza, è stato affermato durante la festa. I bambini che apprendono l’arabo coranico lo percepiscono comunque come una “lingua straniera”, dato che differisce dai dialetti parlati in famiglia.
Oltre al momento culturale, naturalmente, la festa ha compreso quello conviviale. Tè alla menta caldo e zuccherato è stato servito in appositi bicchieri dalle decorazioni argentate. Sono stati serviti svariati vassoi di pasticcini d’ogni gusto e foggia. Ai bambini era riservata la pizza.
chorouk manerbio dolci marocchini            Voci femminili in coro hanno cantato brani in lingua araba, fra cui uno che parlava del Marocco. E marocchina era la bandiera che le accompagnava, che hanno anche sventolato in corteo per il tendone.
            Altro momento della festa è stata la consegna di targhe di riconoscimento e diplomi: questi ultimi agli allievi e alle maestre dei corsi, le prime a diverse figure. Ad assessori e consiglieri comunali, innanzitutto. Liliana Savoldi, in particolare, ha ricordato ai piccoli che è bene studiare l’arabo… ma che, in contraccambio, potrebbero insegnare l’italiano alle madri. Issa Bousso si è presentato in vece della direttrice dell’Istituto Comprensivo, mentre la mediatrice culturale Fatima Sadiqi ha ricevuto la targa che le spettava. Sono stati “premiati” anche i giocatori della squadra della Chorouk. Naturalmente, sono stati intonati l’inno di Mameli e quello marocchino. Un altro modo per sottolineare la volontà di saper vivere fianco a fianco, senza confondersi.


martedì 7 agosto 2018

Ayurveda: dal passato per curare il presente


ayurveda manerbio
“Ayurveda”è un termine di derivazione sanscrita che si compone di “ayus” (= “vita”) e “veda” (= “conoscenza”). Indica una tradizione medica nata in India più di 5000 anni fa. È una disciplina laica, formatasi prima dell’imposizione di qualsivoglia ortodossia. Si fonda sulla concezione dell’essere umano come microcosmo, che fa parte della natura e ne riflette l’ordine. Quest’ultimo si compone di terra, acqua, aria, fuoco ed etere (lo spazio). Questi cinque elementi, nell’uomo, si esprimono attraverso tre energie vitali dette “dosha”: “vata” (aria ed etere), principio del movimento e della respirazione; “pitta” (fuoco e acqua), che presiede ai processi di trasformazione (metabolismo e vita intellettuale), e “kapha” (acqua e terra), l’energia statica (massa corporea e lubrificazione degli arti). La salute, secondo la concezione ayurvedica, consiste nell’equilibrio fra queste energie. Curare, pertanto, significa ricercare l’origine profonda dello squilibrio e sopperire alla carenza di uno o più elementi. L’Ayurveda si avvale di erbe, oli (in gran parte, perché servono a penetrare in profondità negli organi) e massaggi. Nel 1978, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) inserì la medicina ayurvedica nella Dichiarazione di Alma Ata sull’assistenza sanitaria primaria, conferendo così un riconoscimento ufficiale della sua validità. 
alessandra dogali cuoca nostrana vegana brescia
Alessandra Dogali
            A Manerbio, questa affascinante disciplina è stata illustrata il 20 giugno 2018, durante un evento firmato dal Comune, dalla Farmacia Comunale e da Farma Beautyque, in collaborazione con Botanica. La presentazione s’intitolava “Ayurveda: dal passato per migliorare il presente”; si è tenuta all’Area feste di via Duca d’Aosta. Il primo a parlare è stato Filippo De Franceschi, formatore di medicina ayurvedica e fondatore dell’associazione culturale “Le Mani”, a Thiene (VI). Ha mostrato come il valore di questa tradizione consista nell’essere complementare alla medicina occidentale, concentrata invece sulla protezione dell’organismo da aggressioni esteriori (lesioni, virus, batteri). La capacità orientale di distinguere i fattori interiori da cui si originano i malesseri la rende utile a combattere stress, insonnia e ansia, oltre che a respirare, mangiare e digerire correttamente. De Franceschi ha posto un forte accento sui messaggi culturali nocivi: quelli che vogliono corpo e spirito/psiche come due realtà separate, o che dipingono la vita come una “valle di lacrime” in cui bisogna macerarsi nella fatica e nel senso di colpa, per essere “brave persone”. Non c’è una reale competizione fra tradizioni mediche di culture diverse, se non quando si tratta di difendere un prestigio di parte. La via indicata da De Franceschi è quella della collaborazione.
            La seconda parte della serata ha visto lo show cooking di Alessandra Dogali: cuoca “bresciana nostrana vegana”, che ha aperto nella propria casa il ristorante “Nóna Nìni”, a Lodetto di Rovato. Ha così ripreso le abitudini culinarie della bisnonna. La buona alimentazione l’ha anche salvata da una pancreatite, causata da un errore medico. In seguito, è avvenuto il suo incontro con l’Ayurveda e lo Yoga. A Manerbio, ha mostrato la preparazione del dahl: lenticchie in umido fortemente speziate, ottime per accompagnare il riso basmati. Il dolce era costituito da un gelato al mango “honey” con latte di cocco. Naturalmente, le pietanze sono state consumate sul posto, con gran soddisfazione dei convenuti. Piatti, tovaglioli e posate erano in materiale compostabile.
           
paolo camisani sarod
Paolo Camisani
La serata è stata allietata dal suono del sarod, per mano di Paolo Camisani. I suoi viaggi in India gli hanno permesso di studiare coi maestri di Maihar Gharana: tradizione musicale nata nel nord del subcontinente. Non è detto che, nelle sue melodie, non s’intrufoli qualcosa d’italiano… Ma, d’altronde, la cultura è fatta per crescere e volare.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 134 (luglio 2018), p. 9.

lunedì 6 agosto 2018

Un giro del mondo a passo di danza

centro danza antonella settura
Operetta, che passion!

Gli allievi del Centro Danza, con la direzione artistica della prof.ssa Antonella Settura, hanno presentato il loro “Invito alla Danza”. Un invito affascinante e concretissimo, fatto di dieci balletti, più un gran finale. Esso è stato eseguito al Politeama di Manerbio il 16 giugno 2018 e, il giorno dopo, a Villa Badia di Leno. Esso offriva esempi di danza classica e moderna, tratti dal folklore internazionale. Oltre alle coreografie della Settura, si segnalano: l’assistenza ai corsi della maestra Nathalia Grishchenko; le registrazioni di Emilio Rossi per Studio Phoenix; le luci di Davide Vespi; il trucco di Lucrezia Gandellini; i costumi di Coppelia (BS) e Tersicore (MI); le riprese video del Foto Studio Monterenzi di Manerbio. 
            Il repertorio era aperto dalla “Danza dei fiocchi di neve” (musiche di P.I. Čajkovskij). Il ruolo della Regina dei Ghiacci era affidato ad Amalia Muscaliuc. I “fiocchi di neve” erano: Elisa Astori, Viola Girelli, Emma Girelli, Giulia Pacetti, Martina Pacetti, Anna Scaramuzza, Nicole Bardhi, Marta Facchi, Federica Gilberti, Egle Guerini, Giulia Sala, Drita Lika, Sara Scaramuzza, Nicole Capra Manuini, Cloe Cherchi, Asia Bellomi, Chiara Cavagnini, Gaia Salamone.
            Sono seguite le “Variazioni dal Don Chisciotte” di A. L. Minkus. Le interpreti erano: Alessia Valota, Benedetta Cominelli, Assia Grace Arronenzi, Matilde Zacchi, Gloria Tosini, Sofia Pini.
Su musiche di J. Hérold, è stato proposto un omaggio all’opera buffa, con: Amalia Muscaliuc, Gaia Barbieri, Sara Giudici, Monica Baiguera, Isabella Capoferri, Noemi Melzani, Ilaria D’Agostino e Alessia Stellari. È giunto poi “Operetta, che passion!”, con musiche di F. Lehár e V. Ranzato. La scena era un quadretto primonovecentesco: un parco ove un lord (Andrea Manera) accompagnava un baronetto (Lorenzo Ferrari) e una contessina (Sara Scaramuzza). Essi incontravano un’istitutrice (Nathalia Grishchenko) con le sue collegiali (Elisa Astori, Viola Girelli, Emma Girelli, Giulia Pacetti, Martina Pacetti, Anna Scaramuzza, Nicole Bardhi, Marta Facchi, Federica Gilberti, Egle Guerini, Giulia Sala, Drita Lika)…
            Un notevole salto d’epoca e ambientazione si è avuto con “Gaga Ullalaha!” Le musiche, com’è facile intuire, erano stavolta di Lady Gaga. Le interpreti erano: Alessia Valota, Benedetta Cominelli, Assia Grace Arronenzi, Matilda Zacchi, Gloria Tosini, Sofia Pini, Ginevra Marcarini.
            Dopo l’intervallo, le musiche di autori vari hanno suggerito un “Profumo d’Oriente”. Un sultano (Lorenzo Ferrari) era circondato da odalische: Gaia Barbieri, Amalia Muscaliuc, Sara Giudici, Monica Baiguera, Isabella Capoferri, Noemi Melzani, Ilaria D’Agostino, Alessia Stellari.
            È tornata un’ambientazione “Contemporanea” con le musiche di C. Mansell. Hanno danzato: Alessia Valota, Benedetta Cominelli, Assia Grace Arronenzi, Matilde Zacchi, Sofia Pini, Ginevra Marcarini. Dal musical “Cabaret” (1966), era tratto “Money, Money, Money”. Si sono esibite: Gaia Barbieri, Amalia Muscaliuc, Sara Giudici, Monica Baiguera, Isabella Capoferri, Noemi Melzani, Ilaria D’Agostino, Alessia Stellari. 
centro danza antonella settura
Carmen
            L’introduzione dell’ultimo balletto ha fatto ricorso a una sorpresa. Correndo trafelati in platea, sono entrati il lord dell’operetta (Andrea Manera) e suo figlio (Lorenzo Ferrari): in palese ritardo, giusto in tempo per godersi l’ultima esibizione di una giovanissima parente. Tra un battibecco e l’altro, il genitore ha riassunto la trama della “Carmen” (1875) di G. Bizet. Proprio da questa sono state tratte le ultime danze, con Alessia Valota nel ruolo della protagonista e un coro di danzatrici andaluse: Benedetta Cominelli, Assia Grace Arronenzi, Matilda Zacchi, Gloria Tosini, Sofia Pini, Ginevra Marcarini. Si sono poi presentati sul palco tutti i partecipanti, per concludere ad anello il giro del mondo… a passo di danza.

Foto © Foto Studio Monterenzi

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 134 (luglio 2018), p. 12.

domenica 5 agosto 2018

Tre sere d’estate con le associazioni manerbiesi



Maurizio Schweizer il re degli ignoranti celentano
Il "Re degli Ignoranti"
Maurizio Schweizer
Come ogni estate, lo stadio comunale di Manerbio ha ospitato la festa delle associazioni locali, riunite sotto la denominazione “Noi con Voi per Manerbio”. Lo stand gastronomico, oltre a fungere da bar, preparava pasta al pomodoro, casoncelli al burro, polenta con gorgonzola o salsicce, “pà e salamìna”, galletto amburghese, tagliata di manzo, affettati misti, patatine, insalate, tiramisù e “torta della nonna”. Per i più piccoli, c’era zucchero filato; un chiosco offriva ulteriori bevande, soprattutto birra.
            Erano presenti bancarelle, fra le quali una di oggetti vintage, e un tiro a segno con vendita di giocattoli. I bambini erano intrattenuti da giochi gonfiabili.
Quanto agli spettacoli, l’8 giugno 2018 ha visto “Il Re degli Ignoranti - Celentano Tribute Show”. Maurizio Schweizer e la sua band di 10 elementi hanno fatto rivivere l’icona del Molleggiato. Dei film che l’hanno avuto come protagonista, sono stati rievocati: “Il prete ballerino”, secondo episodio di “Qua la mano” (1980); “Yuppi du” (1975); “Il bisbetico domato” (1980), di cui è stata riproposta dal vivo la scena della pigiatura; “Bingo Bongo” (1982). Gli ultimi due titoli, in particolare, rinviano all’amore per la natura che caratterizzò Celentano. Schweizer ha ricordato che l’artista affrontò tematiche ecologiche quando ancora non andavano di moda.
           
ragazza body painting
Il 9 giugno, la serata “Manerbio Graffiti”, è stata invece dedicata agli anni ’50 “made in U.S.A.” Si sono radunati i centauri, in sella alle loro Harley Davidson; una parrucchiera, un barbiere e bancarelle a tema si sono aggiunti, insieme a una tatuatrice che eseguiva disegni all’henné e a una truccatrice che si dava al body painting. Un banco proponeva tavolette con ritratti di pin up vintage o celebrità. Erano esposte auto d’epoca.
Gli Howlin’ Lou and his Whip Lovers hanno suonato l’immancabile rock ‘n roll. È stata l’occasione per ricordare miti come Little Richard (1932-), Ray Charles (1930-2004), Clem Sacco (1933-) o John Lee Hooker (1917-2001), famoso anche per aver cantato “Boom Boom” nel film “The Blues Brothers” (1980). Da sottolineare è la menzione dell’etichetta discografica “Chess Records”, nata nel 1950 a Chicago. Fra coloro che incisero nei suoi studi, vi fu quello Howlin’ Wolf (1910-1976) che ha dato il nome al cantante della band sunnominata. Sulla pista ai piedi del palco, si è scatenata la Rocking Jivers Dance School.
minervium cup i tulipani
I Tulipani
            Il 10 giugno, la mattina, ha avuto luogo la “6 Miglia per ADAMO e ABIO”. La prima è l’Associazione Degli Amici Manerbio Oncologia; la seconda è l’Associazione Bambino In Ospedale. Nel pomeriggio, si è tenuta la 9^ edizione della Gimkana: uno slalom in bici riservato ai bambini. Per le prime elementari, si sono classificati: 4^ Elisa Soregaroli; 3° Michele Mosca; 2° Stefano Bellotti; 1° Giacomo Bonetta. Per le seconde: 4° Jacopo Gasparetti, 3° Andrea Bodei; 2° Filippo Mora; 1° Emanuele Cominelli. Per le terze: 4° Luca Bonventre; 3° Alberto Trementini; 2° Simone Accordino; 1° Samuele Avigo. Per le quarte: 4° Mario Tognù; 3° Arman Kladusak; 2° Filippo Foti; 1° Nicola Rivetti. Per le quinte: 4^ Giulia Accordino; 3^ Melissa Mihancea; 2^ Manuela Accordino; 1° Luca Capelli. La colonna sonora della giornata è stata affidata a Radio Bruno e Radio Vera. 
È stata disputata la finale del 3° Trofeo “Minervium Cup”, il torneo di calcetto. I Tulipani e il Team H si sono affrontati, dopo aver battuto (rispettivamente) la Hellas Luigini e gli Gnavi della Cumpa. Vincitori son stati i Tulipani. 
Accanto agli altri banchi, sono comparsi quello dell’associazione “Mamma Africa” e uno di creazioni a mano con capsule del caffè riutilizzate.
scuola di ballo latinoamericano zero in condotta La serata si è conclusa splendidamente, con l’esibizione della scuola di balli latinoamericani “Zero in Condotta”. Infine, la pista è stata lasciata ai presenti, per una buonanotte “caliente”.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 134 (luglio 2018), p. 8.

sabato 4 agosto 2018

Amicizia, emozioni e ricordi coi Blu Angels

blu angels manerbio
I Blu Angels al Gatto Caffè di Manerbio

Dopo un anno, la cover band dei Blu Angels è tornata nel paese natale, Manerbio. È infatti qui che si formò il gruppo degli “angeli blu” dal nome angloitaliano: nel 2001, Diego Baruffi, con Giovanni Primomo e il compianto Davide Brignoli decisero di far rivivere per passione i grandi successi italiani degli anni ’60 e ’70 - e non solo. Attualmente, rimangono i primi due membri fondatori, accompagnati da: Ugo Mangeri (chitarra acustica); Jimmy Blake  (chitarra elettrica); Roberto Hermoch (batteria). Diego è il cantante, Giovanni il tastierista. Roberto è colui che, trentatré anni fa, insegnò a Baruffi a suonare la batteria. Ugo entrò nella band per caso, in seguito a una conversazione in cui si parlava di musica. 

            Questa è la formazione che ha suonato al Gatto Caffè di piazza C. Battisti, il 15 giugno 2018. Un tipico concerto estivo all’aperto, di quelli che coniugano la voglia di godersi le sere miti con il gusto del ritrovo. Agli avventori che riempivano i tavolini esterni, è stata proposta innanzitutto “Sognando la California” dei Dik Dik (1966).
            Un occhio di riguardo è spettato ai Nomadi, cavallo di battaglia dei Blu Angels. Del loro repertorio, sono stati eseguiti: “Marinaio di vent’anni” (1993); “Un giorno insieme” (1973); “La settima onda” (1994); “Il vento del nord” (1995); “Il fiore nero” (1977); “Crescerai” (1997); “Dio è morto” (1967); “Come potete giudicar” (1966); “Un pugno di sabbia” (1970); “C’è un re” (1991); “Tutto a posto” (1974).
            Ma non è stato solo il ricordo dei Nomadi ad animare il concerto. Sono tornati i Dik Dik, con “Volando” (1976) e “Io mi fermo qui” (1970). È stato citato Adriano Celentano, con “Pregherò” (1965). Di Ivano Fossati, Baruffi ha cantato “Dedicato” (1979) e “Jesahel” (1971). Dei Rokes era “È la pioggia che va” (1966).
            Nel repertorio, era immancabile la presenza di Lucio Battisti, con brani quali: “Il tempo di morire” (1970); “Un’avventura” (1969); “Dieci ragazze” (1970). Un posto è stato riservato ai Pooh, con “Tanta voglia di lei” (1971), e uno a Caterina Caselli, con “Perdono” (1966).
            Di Gianni Morandi, sono stati eseguiti: “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” (1966) e “Se perdo anche te” (1967).
            Tutti i brani citati sono piuttosto classici, nel repertorio dei Blu Angels. Il concerto del 15 giugno ha presentato alcune novità. Uno era un pezzo di Demetrio Stratos, “Pugni chiusi” (1967). Un altro è stato un “giro di rock ‘n roll” in mi maggiore. Altri due erano riarrangiamenti di gusto latinoamericano: una samba tratta da “Occhi di ragazza” (1970) e una zumba tratta da “Che sarà” (1971) dei Ricchi e Poveri. Perché le “vecchie” emozioni sono belle, ma non guastano neppure con una patina diversa dal solito.
Ciò che c’è stato di notevole, nella serata, sono state le dediche. Ciò si spiega anche con la gratitudine verso gli amici venuti da altre città per ascoltare il concerto: in particolar modo, quelli bergamaschi. “Jesahel” è stata invece dedicata al defunto batterista Cristiano. Alla memoria di Pedro Almeida Carvalho, compianto dipendente comunale, è stata riservata  “Impressioni di settembre” (1972) della Premiata Forneria Marconi.
La serata nel suo complesso è stata invece dedicata a tutti i presenti: amici fedeli dei Blu Angels, o persone desiderose di rivivere le emozioni, i ricordi legati alle canzoni. La buonanotte è stata data per bocca degli intramontabili Nomadi, con un pezzo che parla da sé: “Io voglio vivere” (2007).
Dato che, durante il concerto, è stata registrata una parte del disco “live” che uscirà a settembre, il pubblico del 15 giugno potrà (anche scherzosamente) dire: “Io c’ero”.



Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 134 (luglio 2018), p. 7.