giovedì 12 luglio 2018

Bibliotube: il lato sorridente della biblioteca


Nel 2018, un progetto di “peer education” negli istituti della Bassa Bresciana ha dato vita a “Bibliotube”: una serie di video volti a far conoscere uso e servizi del catalogo on line della Rete Bibliotecaria Bresciana e Cremonese. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con Abibook Società Cooperativa Onlus. 

Silvia Cascio e Giulia Barucco vita da bibliotecari
Silvia Cascio e Giulia Barucco

            “Peer education” significa “istruzione fra pari”. È un metodo d’insegnamento in cui le conoscenze sono condivise studenti, anziché “discendere” dalla cattedra. Per l’anno scolastico 2017/2018, hanno aderito al progetto gli allievi dell’I.I.S. “B Pascal” di Manerbio (classe 4^C) e dell’Istituto Superiore Cossali di Orzinuovi (classi 3^A e 3^B). A loro è stato affidato il compito d’illustrare i servizi bibliotecari digitali agli alunni delle scuole medie. L’hanno fatto ricorrendo a ciò che i giovanissimi impiegano costantemente: YouTube e i social network. Su Instagram, hanno creato lo hashtag #unmondodicosedafare, che è anche il titolo di uno dei brevi video da loro realizzati. “Un mondo di cose da fare”, per l’appunto, è la biblioteca: luogo per reperire materiali in ogni formato (cartaceo, audio, video, digitale), ma anche per stare insieme, rilassarsi, innamorarsi, accapigliarsi coi bibliotecari o fare amicizia con loro. Questa è l’informale atmosfera delle biblioteche di paese.
            Nell’ambito della campagna “Un mondo di cose da fare”, nel giugno 2017, si è svolta un’esperienza di alternanza scuola-lavoro. In essa, sono state coinvolte 4 studentesse dell'IIS Pascal di Manerbio: Kaur Saranpreet, Elisa Pistacchi, Nicol Tomasoni, Paola Patrini. Hanno realizzato videointerviste con promozione nei canali social del Sistema BBC.
            Per presentare il progetto felicemente compiuto, nella Biblioteca Civica di Manerbio, è stata tenuta la serata “Bibliotube”, il 7 giugno 2018. Sara e Giacomo (4^ C I.I.S. “B. Pascal”) hanno proiettato i video nati dal lavoro in classe. Essi sono raccolti su un apposito canale YouTube: “Sistema Bibliotecario Bassa Bresciana Centrale”. Oltre al già nominato “Un mondo di cose da fare”, vi è compreso “E-book in biblioteca?”: in esso, un ragazzo e una ragazza scoprono la possibilità di prendere in prestito libri elettronici. Un altro video illustrava invece l’uso dell’applicazione “Pressreader”: un programma che consente la lettura gratuita di giornali e riviste on line. Un altro ancora vedeva gli studenti immedesimarsi in persone di diverse nazionalità, per presentare la traduzione del catalogo on line in diversi idiomi: “Un catalogo molte lingue”. Improvvisarsi attori, in particolare, è stato sia un divertimento, che un’occasione di superare il proprio imbarazzo. L’esperienza come “insegnanti alla pari” è stata riportata da Sara e Giacomo come impegnativa, ma positiva.
            Il 7 giugno, erano presenti la videomaker Silvia Cascio e la scrittrice Giulia Barucco. A loro è spettato sottolineare i lati più tecnici: il lavoro di rifinitura linguistica che sta alla base anche del video più semplice (si pensi al beneamato Vincenzo Regis); la scelta della location; soprattutto, la chiarezza dell’intenzione dietro al messaggio. Su YouTube, i video più efficaci sono quelli comici, che richiedono sintesi e ritmo serrato. La Cascio e la Barucco ne hanno dato subito dimostrazione, progettando una miniserie dedicata agli episodi surreali che avvengono a contatto con l’utenza. Uno di essi è stato girato immediatamente in loco. Raccontava l’incontro “tempestoso” tra un bibliotecario e una mamma saccente, armata d’una lista su WhatsApp inviatale dalla figlia. La lista comprendeva assurdità, quali “Il vecchio e il pesce”, di un certo “Heminflex”, la “Divina Tragedia”, “La ragazza di Pube” o “Il visconte di Rezzato”… Ce l’avrà fatta il nostro eroe ad accontentare la signora?



mercoledì 11 luglio 2018

Tutti a tavola: un iftar per Manerbio


iftar manerbio ramadan 2018Il 2 giugno 2018, si è ripetuto con successo l’ “esperimento” voluto dall’associazione di promozione sociale “Chorouk”, che raduna i musulmani di Manerbio. L’evento si chiamava “Iftar Street: una cena insieme per una Manerbio più unita”; si è tenuto in via Strada Vecchia per Milzanello n. 2. Per l’appunto, si trattava di aprire alla cittadinanza un iftar: una delle cene del mese di Ramadan, con le quali viene rotto il digiuno diurno. Era un modo molto concreto di far attraversare le barriere culturali, per vivere un momento tipico degli “altri” - che sono, in realtà, i vicini di casa, quando non coinquilini. Il Ramadan è intensamente simbolico, in questo senso: vissuto nella quotidianità, rimane un “marcatore” delle distanze culturali, così come il velo di molte donne e ragazze. I membri della “Chorouk” hanno riservato a sé l’aspetto impegnativo ed ascetico del mese sacro, mentre hanno volentieri condiviso quello conviviale. 
            “Niente è più efficace dell’alcool nell’unire i popoli!” commentava la signora Verneuil, nella commedia cinematografica francese Non sposate le mie figlie! (2014; regia di Philippe de Chauveron). Trattandosi di una cena organizzata da musulmani osservanti, l’iftar del 2 giugno non serviva alcolici. Ma hanno funzionato ancor meglio le pietanze casalinghe, preparate secondo ricette tipiche delle varie etnie rappresentate. Sono stati serviti pani e focacce di diversi tipi; datteri, naturalmente; uova, pollo, cereali. Sulle tavole, ben campeggiavano le “tajine”, le tipiche pentole maghrebine, coniche e di terracotta decorata. Le carni in umido che vi erano cucinate erano abbondantemente insaporite da prugne e mandorle. Questo per citare solo una parte della varietà del menu, del quale ci si poteva servire a scelta. Le pietanze erano state portate dalle persone che si radunano abitualmente per la preghiera. La funzione di camerieri era stata affidata a ragazzi e ragazze. «Al nostro invito, sono venute più persone di quanto immaginassimo e questo ci ha fatto un enorme piacere!» ha affermato Allal Martaj, presidente della “Chorouk”. «L’atmosfera era serena e di unione. Dopo la cena, si è tenuta la nostra preghiera; le persone non musulmane hanno avuto la possibilità di visitare il luogo in cui si teneva». 
tatuaggi all'henné manerbio

            Le ragazze che avevano servito la cena si sono offerte, per chi volesse, di realizzare tatuaggi all’henné sulle mani. Un tempo segni benauguranti per le spose, o sacri per sacerdoti e sovrani, oggi sono disponibili a chiunque. Anche se un certo qual sentore di buon augurio e legame non è andato perduto: così come l’invito all’iftar, i tatuaggi all’henné sono stati un modo per sancire una convivenza interetnica che difficilmente sarà temporanea - quantomeno, per chi ha già intessuto una rete di rapporti lavorativi e personali in loco. E proprio a una cena somiglia l’arte del vivere insieme: casalinga, concreta, dall’aspetto semplice… ma basata su un meticoloso lavoro che rimane dietro le quinte.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 133 (giugno 2018), p. 10.

martedì 10 luglio 2018

Piccoli (e giovani) bandisti crescono


Suonare per crescere? La Civica Associazione Musicale S. Cecilia di Manerbio crede che sia possibile. A questo scopo, propone corsi per bambini e ragazzi, divisi per fasce d’età e tipologie di strumenti. Il 31 maggio 2018, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, si è tenuto il saggio conclusivo dei suddetti cicli di lezioni. 
banda manerbio saggio finale 2018

            Era presente il presidente della “S. Cecilia”, Mario Fiorini, che ha salutato i convenuti. I brani eseguiti sono stati presentati da Davide Mor, maestro di musica d’assieme. Quest’ultimo corso si occupa di porre le basi di ciò che si fa in una banda: suonare insieme, affiancando strumenti assai diversi.
            I primi a esibirsi sono stati i bambini del corso propedeutico, diretti da Fabio Berteni. Al flauto dolce, hanno eseguito motivi come un brano della tradizione inglese, o un calypso intitolato “Mary Ann”.
            Adolescenti erano, invece, quasi tutti i ragazzi della classe di percussioni. Li ha diretti Enrico Pellegrini. Fra gli strumenti “insoliti” da loro impiegati, si segnala sicuramente il triangolo (suonato dal più giovane). Il vibrafono e lo xilofono si sono invece aggiunti per suonare la famosissima “Cucaracha” messicana. Anche il maestro Pellegrini si è esibito alla batteria insieme agli allievi. Il pezzo conclusivo della classe di percussioni è stato un esercizio ai timpani.
            La più lunga e curiosa è stata la parte della serata dedicata al corso di musica d’assieme. Essa era legata da un filo conduttore: una storia zen dal titolo “L’utilità del sasso”. La protagonista, per l’appunto, era una pietra: solitaria e triste, perché convinta che la sua esistenza non avesse senso. Un uccellino passò in volo e desiderò riposarsi. Intorno, non c’erano appoggi - tranne, appunto, quel sasso. Dopo che il volatile si fu ristorato, la pietra comprese il proprio ruolo nell’universo.
            Gli allievi di ciascun corso hanno eseguito due brani. Il primo di ciascuna coppia era stato composto da Davide Mor e Alessandro Palazzani ed era ispirato proprio alla storia zen di cui sopra. Il secondo era di provenienza estremo-orientale.
            La vicenda dell’uccellino e della pietra era così suddivisa in: “Into the Wood” (= “Nel bosco”), con suoni che imitavano vento e pioggia; “Little Bird” (= “Uccellino”); “The Sad Stone” (= “La pietra triste”); “The Happy Stone” (= “La pietra felice”); un brano conclusivo che armonizzava e metteva in contrappunto tutti i precedenti.
            I pezzi asiatici eseguiti erano invece canzoni folk: “China Moment” (cinese); “Feng Yang Song” (cinese); “Sakura” (giapponese); “Ming Court” (cinese); “Arirang” (coreana). Quest’ultima, insieme al brano conclusivo della storia zen, è stata suonata dagli allievi del corso di perfezionamento. Essi hanno proposto anche “Laideronnette, impératrice des pagodes” (= “Laideronnette, imperatrice delle pagode”: marcia veloce tratta dalla suite “Ma Mère l’Oye” (= “Mamma Oca”) di Maurice Ravel (Ciboure, 1875 - Parigi 1937). Come suggerisce il titolo, la suite si ispira al celeberrimo libro di fiabe di Charles Perrault (Parigi 1628 - ivi 1703): “Racconti di Mamma Oca” (1697).
            Il finale è stato affidato all’inno nazionale giapponese “Kimigayo”: brevissimo, ma intenso, augura all’imperatore un regno di migliaia di generazioni, “finché i ciottoli/divengano rocce/ coperte di muschio”. Giusto per tornare al tema della pietra e al gusto nipponico per la natura.
La serata si è conclusa con un’esplosione di coriandoli, nonché con le parole di Mor: «Non facciamo solo musica: facciamo anche gruppo».

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 133 (giugno 2018), p. 12.

lunedì 9 luglio 2018

Di qua di là del Piave… cent’anni dopo

ricordo dei caduti centenario della prima guerra mondiale manerbio
"Di qua di là del Piave..."
Ricordo dei caduti nella chiesa parrocchiale
di Manerbio (BS)

Nel 2018, cade il centenario dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Manerbio l’ha ricordato con un concerto canoro, il 26 maggio. S’intitolava “Di qua di là del Piave - Ricordo di tutti i caduti a cent’anni dalla fine della Grande Guerra”. Era nato dalla collaborazione fra il Comune di Manerbio e la parrocchia di S. Lorenzo Martire, insieme al Coro Sotto la Torre, alla Civica Associazione Musicale Santa Cecilia e all’USCI (Unione Società Corali Italiane) - delegazione provincia di Brescia. Corrado Zorza ha eseguito gli accompagnamenti all’organo e al pianoforte. Claudio Bertolini ha diretto i canti. Daniela Capra presentava i brani, mentre i testi e i commenti introduttivi erano stati curati da Annalisa Dotta. 
            La prima parte della serata si è svolta nella chiesa parrocchiale. Il coro “S. Andrea” di Cignano e il coro “S. Martino” di Cigole hanno intonato “Tu solus qui facis mirabilia” di J. Desprez (1450-1521): un inno a Dio come unico oggetto d’adorazione, in contrapposizione con gli interessi e gli attaccamenti che generano le guerre. Delle tante versioni dello “Stabat Mater”, canto sul dolore della Madonna davanti al Crocifisso, è stata eseguita quella di Z. Kodály (1882-1967): si riferiva al lutto di coloro che persero i propri cari. A cori uniti, sono stati cantati: “Libera me Domine”, dal “Requiem in re minore” di Gabriel Fauré (1845-1924), con la voce solista di Ivano Maggini; “Lacrimosa”, dal “Requiem in re minore” di W. A. Mozart (1756-1791); “Pleni sunt coeli”, dal “Te Deum in re maggiore” di M. A. Charpentier (1634-1704). Quest’ultimo pezzo ricordava il sollievo con cui fu accolta la fine del conflitto. 
"Di qua di là del Piave..."
Ricordo dei caduti nel palazzo comunale
di Manerbio (BS)
            Poi, cantori e pubblico si sono trasferiti nel portico del palazzo comunale. Qui, il coro “Sotto la Torre” ha proposto i canti popolari per i quali è famoso. I pezzi introduttivi letti da Daniela Capra, stavolta, erano tratti da lettere dei soldati ai familiari, o da brani letterari d’epoca (per esempio, di Ungaretti o di Malaparte). All’ingresso del palazzo, erano esposte alcune divise d’epoca, per gentile concessione d’un collezionista.
 “Tante putele bele” è un brano tradizionale trentino (armonizzato da L. Pigarelli) che esprime il rimpianto dei soldati per la separazione dalle loro donne. “La tradotta” (arm. da G. Malatesta) parla dell’ecatombe di giovani sulle rive del Piave. “Il testamento del capitano” (arm. da L. Pigarelli) canta il desiderio di un alpino: far suddividere la propria salma fra le persone e i luoghi amati, per appartenere totalmente a loro anche dopo la morte. “Fjol de la guera” (di Giorgio Susana; testo di Gianfranco Salatin) esprime l’attaccamento alla vita nel bel mezzo dei combattimenti e la sorte di un orfanello. “Era nato poveretto”, canto tradizionale del Nord Italia (arm. da A. Benedetti Michelangeli), è riuscito a strappare un sorriso: “Se vuoi vincere la guerra,/sia per mare, sia per terra,/fa’ in maniera che i cannoni/siano pieni di maccheroni”.
            È seguita una serie di canti a cori uniti. “O Gorizia, tu sei maledetta” era il più apertamente esasperato contro il prolungarsi di una guerra logorante. “La Canzone del Piave” (1918) era il noto brano di Giovanni Ermete Gaeta, che ricordava il ruolo svolto dal fiume eponimo come scena di battaglie fra l’esercito italiano e quello austro-ungarico. Di G. Drovetti e C. Arona era “La campana di San Giusto” (1915): quella che suonava da un colle sopra Trieste e che fu perciò cara agli irredentisti. La conclusione è stata affidata all’inno di Mameli. Un suggestivo fuori programma è stato “Signore delle cime” (Bepi de Marzi, 1958). Per non congedare gli ascoltatori in lacrime, è stato condiviso un rinfresco nel giardino comunale.

domenica 8 luglio 2018

Passaggi musicali nel tempo e nello spazio


Il 26 maggio 2018, al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, ha avuto luogo un altro degli incontri con Periscope for Arts: un’associazione che promuove la musica da camera amatoriale. Il concetto della “banda paesana” viene così applicato agli archi - e, parzialmente, ai legni. Il concerto del 26 maggio s’intitolava “Passaggi Musicali” ed era il frutto di un corso intensivo e gratuito. Oltre all’orchestra da camera senza direttore, si erano formati gruppi più piccoli (quartetto d’archi, trio, duetto, ecc.), in base a numero, desiderio e livello d’esperienza dei partecipanti. Essi avevano eseguito prove intensive durante i giorni del corso. I tutor erano Amie Weiss (violino e viola) e Nicola Barbieri (violoncello e contrabbasso). “Passaggi Musicali 2018” è stato realizzato col parziale contributo di Associated Chamber Music Players - NYC. 
passaggi musicali 2018 periscope for arts manerbio
Passaggi Musicali 2018
con Periscope for Arts di Manerbio (BS)
            Il programma costituiva un breve viaggio attraverso epoche e località europee; in particolar modo, la seconda parte proponeva brani per danze. Ha cominciato Alfredo Roma, col flauto, eseguendo la “Syrinx” per flauto solo di Claude Debussy (Saint-Germain-en-Laye, 1862 – Parigi, 1918). Il titolo allude alla “siringa”, strumento campestre realizzato con canne di diversa lunghezza. Esso è ricordato come “flauto di Pan”, dio della natura selvaggia - riferimento mitologico che ben s’adatta a uno strumento così rustico. I violini di Enrica Monfredini, Sergio Appiani e Caterina Grandi, col contrabbasso di Nicola Barbieri, hanno poi suonato il “Menuet” di Friedrich Seitz (Günthersleben, 1848 – Dessau, 1918), spostando così l’atmosfera nel quadro del Romanticismo tedesco. Alfredo Roma e Nicola Barbieri son tornati coi loro violoncelli, per proporre il “Duo n°5” di Jacques Offenbach (Colonia, 1819 – Parigi, 1880). Non sarebbe potuto mancare Wolfgang Amadeus Mozart (Salisburgo 1756 - Vienna 1791), rappresentato dal “Quartetto n°2, K 155” (“Allegro moderato”). È stato eseguito da Tom Dailey e Giuseppe Agosti (violini), con Amie Weiss (viola) e Olga Martinelli (violoncello). È tornato un “Duo” di Offenbach (stavolta, il n°1), coi violoncelli della Martinelli e di Barbieri. La prima parte è stata conclusa da “Idyla” di Leoš Janáček  (Hukvaldy, Moravia, 1854 - Ostrava 1928): un “Allegro” suonato da Maggie Jeffers e Anna Glibchuk (violini), insieme alla Weiss (viola) e a Barbieri (contrabbasso).
            Come abbiamo anticipato, la seconda metà del concerto è stata dedicata alle danze provenienti da varie località europee. Di Ludwig van Beethoven  (Bonn 1770 - Vienna 1827) erano le “6 Danze Ländler”, eseguite dai violini della Glibchuk e di Mariagrazia Carbonaro, col violoncello di Roberto Cavagnoli. È seguito un brano tratto dalla “Suite di Don Chisciotte”, di Georg Philipp Telemann (Magdeburgo 1681 - Amburgo 1767): “Il risveglio di Don Chisciotte”. Il “Balletto Primo” era invece parte del “Balletto del villaggio”, composto da Joseph Bodin de Boismortier (Thionville, 1689 – Roissy-en-Brie, 1755). Gli ultimi tre pezzi menzionati erano stati eseguiti dall’orchestra da camera al completo, così come l’appassionata conclusione del concerto: il “Waltzer n°2” di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič (San Pietroburgo, 1906 – Mosca, 1975), famoso come parte della colonna sonora di Eyes Wide Shut (1999), film diretto da Stanley Kubrick.

Celti e Romani: nuove scoperte nel bresciano


Brescia come nodo d’incontro fra Celti e Romani: questo era l’oggetto della mostra archeologica intitolata, appunto, “Galli & Romani: nuove scoperte nel bresciano”. Essa si è tenuta al Museo  Civico di Manerbio e del Territorio dal 20 maggio 2018 e terminerà il 30 maggio 2019. I reperti che raccoglieva erano datati dal III al I sec. a.C. ed erano stati rinvenuti durante le indagini condotte dalla Soprintendenza all’archeologia, alle belle arti e al paesaggio nel 2013 e nel 2014, per la posa del metanodotto Snam Zimella-Cervignano d’Adda. 
Reperti dalla Tomba del Guerriero di Flero
            Essi provenivano da corredi tombali: cartine al tornasole dei mutamenti culturali avvenuti per l’incontro fra le due popolazioni. In particolare, l’inumazione, anticamente praticata dai Celti, fu gradualmente sostituita dall’incinerazione: diretta (sul luogo stesso della sepoltura) e indiretta (in altro luogo). Per un periodo, l’inumazione fu riservata a donne e bambini, per destinare alla cremazione i guerrieri. Non venne meno l’uso di seppellirli insieme alle loro armi, spesso ritualmente spezzate. Insieme a manufatti di gusto celtico, come i vasi a trottola, comparvero quelli romanizzanti. L'adozione dell’uso dell’ “obolo di Caronte” (la moneta da pagare al traghettatore delle anime) è testimoniata dalla presenza di monete romane (assi), insieme a dracme padane. La progressiva scomparsa delle armi dai corredi, in favore di attrezzi agricoli, mostra la pacificazione del territorio.
            Una delle necropoli rappresentate era quella di Dello, in località Cascina Ferrone. Essa è costituita da 12 sepolture a incinerazione indiretta, orientate in senso nord-ovest/sud-est. È databile tra la tarda età repubblicana e la prima età imperiale.
            Un’altra area archeologica si trova a Orzivecchi, in località Fienile Bruciato. La frequentazione qui testimoniata risale al periodo fra VII-VI sec. a.C. e I d.C. La necropoli (a incinerazione) comprende 45 sepolture, databili tra la fine dell’età del Ferro e l’epoca romana (II a.C. - I d.C.). La Tomba 1 e la 43 erano rappresentate in mostra per la prima volta. In associazione alle sepolture, è stato ritrovato anche un pozzo in ciottoli e vera in legno, con presumibile funzione rituale, che le analisi dendrocronologiche (= basate sull’accrescimento degli alberi) hanno permesso di collocare fra II e I sec. a.C.
            Al centro della mostra, era però posta la Tomba del Guerriero di Flero, rinvenuta in località Cascina Freddi. Essa fu scoperta nel 2007, durante i lavori per il raccordo autostradale tra Ospitaletto e Montichiari. Risale alla seconda metà del III sec. a.C. Il corredo era diviso in due gruppi di materiali: al centro della fossa, accanto alle ceneri del defunto, si trovavano una coppa a vernice nera e un nucleo di oggetti in metallo; in posizione periferica, erano state collocate ciotole in ceramica fine e resti ossei riconducibili a un’offerta alimentare.
Il reperto più notevole era una spada, ripiegata ritualmente. Essa veniva portata agganciata a una catena, parimenti ritrovata nella sepoltura. Anche i due anelli in bronzo, verosimilmente, appartenevano al sistema di sospensione della spada. Un umbone (= placca rilevata) di scudo e una punta di giavellotto confermano il ruolo sociale del defunto. Alcuni oggetti erano d’ornamento e di toeletta: due fibule in ferro, cesoie abbinate a due rasoi, un coltello. L’incinerazione (ancora rara, all’epoca), le fibule non caratteristiche dell’area cenomane e l’assenza di armi e ornamenti come elmo e torquis (= collare ritorto) fanno pensare che il defunto non fosse un Gallo cenomane, ma appartenesse a un altro gruppo lateniano (= da “La Tène”, nome di un villaggio svizzero ove fu scoperto, a metà del XIX sec., un deposito votivo dell’età del Ferro).

sabato 7 luglio 2018

In nome del figlio: le Donne Oltre ricordano Saveria Antiochia

in nome del figlio jole garuti donne oltre manerbio
Presentazione In nome del figlio (2017, Melampo)
con "Donne Oltre" di Manerbio

Il 9 maggio 2018, l’associazione manerbiese “Donne Oltre” ha invitato al Teatro Civico “M. Bortolozzi” Jole Garuti, direttrice dell’Associazione Saveria Antiochia Osservatorio Antimafia e autrice di In nome del figlio (2017, Melampo). Con lei, c’era Elena Palladino, che ha presentato “Orto Libero”: un’iniziativa condotta all’interno del carcere di Verziano, che consiste in attività di orticoltura e floricoltura. Al progetto, partecipano associazioni come Libera, Coop. Pandora, Coop. La Mongolfiera, Terra e Partecipazione. 
            La serata a Manerbio è stata condotta da Massimo Gobbi, socio onorario di “Donne Oltre”. La Palladino ha menzionato l’atteggiamento delle detenute verso “Orto Libero”, vissuto come una “pausa intima”: un momento in cui vengono riservate alle piante le cure non destinabili ai figli lontani. Questo (oltre al fatto di dover pagare scelte spesso fatte per compiacere mariti) renderebbe la solitudine di diverse carcerate amara in modo speciale.
La protagonista della serata, naturalmente, è stata Saveria Antiochia: la madre del poliziotto Roberto Antiochia (Terni, 1962 – Palermo, 1985), ucciso da Cosa Nostra. A lei è dedicato il libro della Garuti. Nella sua sete di verità, somiglia a Felicia, madre del giornalista Peppino Impastato (Cinisi, 1948 – ivi, 1978). Il 9 maggio, ricorreva anche l’anniversario della morte di quest’ultimo.
            Carla Provaglio  ha letto alcuni brani del libro presentato. Un accompagnamento musicale dal vivo è stato eseguito con archi.
Le parole della Garuti hanno sottolineato il nesso tra la ricerca della verità e la crescita culturale e civile di un Paese. Una pagina toccante letta dalla Provaglio riguardava la “bellezza delle rughe” di Saveria: quella data dalla loro capacità di raccontare una storia e fare memoria.
            Il padre di Roberto Antiochia morì quando questi aveva otto anni. Quando i fratelli più grandi lasciarono la casa materna, il suo legame con Saveria divenne esclusivo. Fu lei la sua principale educatrice. La varietà delle fonti e delle interviste ricostruisce ritratti sfaccettati delle due figure. I ricordi personali di chi conobbe Roberto lo descrivono come sensibile, burlone e anticonformista. 
carla provaglio donne oltre manerbio
Carla Provaglio 
Volle entrare in Polizia per idealismo. Nel 1983, approdò alla squadra mobile di Palermo. Qui, lavorò con Beppe Montana alle indagini su Cosa Nostra. La sezione guidata da quest’ultimo si occupava della cattura dei latitanti. Impresa non certo facile: la squadra era poco numerosa e male attrezzata. Situazione denunciata da Saveria nella sua celeberrima lettera pubblicata su “La Repubblica”: Li avete abbandonati (22 agosto 1985).
Montana fu assassinato il 28 luglio 1985. La stessa sorte toccò  a Ninni Cassarà, anch’egli membro della squadra mobile e amico di Roberto. Questi, per l’appunto, non volle lasciarlo solo. Furono così assassinati insieme, il 6 agosto 1985.
Dell’omicidio di Montana, era stato accusato Salvatore Marino, “stranamente” torturato e ucciso in questura. Ciò fece pensare a Saveria che una “talpa” fosse presente nella polizia e che fosse interessata a far tacere Marino. Sospetto confermato dal pentito di mafia Francesco Marino Mannoia.
Grazie a Saveria, che si rese “voce del figlio”, su questi delitti fu fatta luce. Sempre lei si batté perché, dagli elenchi delle vittime di mafia pubblicamente ricordate, fossero escluse quelle dei “regolamenti di conti”. La conclusione della serata è approdata all’importanza delle scelte morali, per evitare quell’indifferenza che produce la “banalità del male”. Una banalità caratterizzata dal privare la persona di dignità, fino al punto di bruciarla come un rifiuto.

giovedì 5 luglio 2018

Vincenzo Calò intervista... Sabrina Santamaria

Sabrina Santamaria è nata a Messina il 27 aprile 1994. sabrina santamaria intervista
Sin da adolescente si è appassionata alla Letteratura.
Nel 2016 ha pubblicato il suo romanzo di stampo diaristico-epistolare che si intitola Germogli… scritti in emozioni.
Ama moltissimo le scienze umanistiche, infatti ha conseguito la laurea in Scienze della Formazione e della Comunicazione a Messina.
Attualmente  frequenta la Magistrale in Scienze Pedagogiche.
Durante il tempo libero scrive recensioni letterarie per il blog Verso - Spazio letterario indipendente.
Ultimamente si cimenta anche con la poesia: il Cavaliere della Poesia, Silvano Bortolazzi, l’ha nominata guardiano dell’Unione Mondiale dei Poeti; e la casa editrice Kimerik  per il concorso “Unione mondiale dei poeti 2018” ha pubblicato una sua lirica dal titolo “La libertà del poeta”.
Cara Sabrina, secondo te in che consiste il piacere di distinguersi dall’andazzo sociale? Dai l’impressione di voler misurarti sempre meritocraticamente, s’è così, vale dire che ciò è da temerari? 
Essere diverso ti dà la soddisfazione di essere ricordato da chi ti conosce, di non omologarti alla massa rendendoti “amorfo”. Puoi anche non piacere, apparire antipatico, ma hai la soddisfazione di essere te stesso e non un fantoccio che gli altri desiderano. Sicuramente eccellere in qualcosa è un modo di essere diversi in una società di giovani che pare vogliano rassegnarsi alla mediocrità, è da temerari da certi punti di vista perché le persone ambiziose non vengono sempre viste di buon occhio. Spesso per essere ben voluti bisognerebbe essere marionette, ma non è così, noi tutti abbiamo delle peculiarità da esprimere. 
Il nostro Paese sembra proprio che abbia smesso di sognare, tanto vale allontanarcisi? 
No, il vero sogno è cercare di costruire e rendere migliore il nostro Paese. Il vero sognatore trasforma valli desertiche in prati fioriti. Si può sognare anche in un luogo apparentemente sterile se possediamo ali robuste, non a caso il mio romanzo l’ho dedicato a tutti i giovani che hanno voglia di sognare, nonostante le delusioni subite, la tristezza, la noia, i problemi nonostante tutto!
Stare da soli serve a inquadrare qualsivoglia sentimento? E se sì, per poi? 
Stando da soli possiamo certamente nutrire la profondità del nostro essere, ma non tutti i sentimenti possono essere inquadrati; perché, se ci pensiamo bene, come possiamo coltivare certi sentimenti da soli, tipo il voler bene o l’amore, abbiamo bisogno anche di una sana relazionalità per confrontarci e perché no per crescere con gli altri che riflettono sempre uno specchio di noi stessi.
La parola deve per forza svilupparsi in un fatto? 
La parola ha moltissimo potere sulle persone, spesso può lenire ferite, ma anche far tanto male. La parola ha una forza intrinseca, il sofista Gorgia la definiva “potente Signora”. Senza la parola non esisterebbe poesia… spesso è delizioso farsi trascinare nella morbidezza di  un fiume di parole allontanandoci anche per pochi istanti dalla datità oggettiva dei fatti che in alcuni casi pare vorrebbero annientarci. Dipende anche dalla situazione, è ovvio che in una relazione amorosa non basta dire “Ti amo”, le azioni dimostrano i veri sentimenti.
Per mezzo della letteratura contemporanea è possibile relazionarsi con tutti? 
Secondo me no perché non tutti amano leggere. Inoltre dipende dai generi letterari, la letteratura  contemporanea è un campo troppo vasto per poter racchiudere tutte le persone  in modo generico.
Quale carattere di scrittura ti piace prestabilire, e perché?
Non seguo un carattere di scrittura prestabilito, cerco di sentire profondamente il mio essere, le mie sensazioni, e metterle nero su bianco. Per me l’apice di uno scrittore è emozionare qualcuno, anche una sola persona al mondo.
Per te c’è differenza tra leggere e studiare?
Da studentessa ti rispondo che ci sono delle differenze: leggere è qualcosa che richiede l’attenzione del cuore, è un’attività ludica dacché ti concentri negli aspetti che preferisci studiare è un lavoro che si compie con la mente innanzitutto, si pone in questo caso un’attenzione analitica a tutti i punti salienti di un testo; è un esercizio mnemonico perché bisogna ricordare bene per esporre un libro o parti di un testo. Capita raramente che studio e lettura di piacere si uniscano in un'unica attività, e quando questo accade diventa un’esperienza che auguro a tutti gli studenti di fare!
Ti andrebbe di raccontarmi dell’ultima grassa risata che ti sei fatta?
Sorrido spesso, sono felice in fondo. Difficilmente sono di cattivo umore, ma se parliamo di grassa risata me la sono fatta quando un novantenne mi scrisse un messaggio su Facebook dicendo di  volermi  incontrare  di persona, possibilmente da soli,  per  un aperitivo sostenendo di non trovarla una cosa strana e fuori dal comune… ovviamente sono scattata in  una fragorosa risata!
“Germogli… scritti in emozioni” (a cura di Clara Russo / Di Nicolò Edizioni)
La composizione di un testo confidenziale, da custodire nel cuore, proprio o di una persona cara, trattasi ogni volta del miglior metodo, dacché autentico (seppur complicato) per divenire personalmente coscienti di determinate emozioni, avendo a che fare con uno stile che provoca parole d’istinto, da legare prima o poi per essere considerati da fuori.
È bene quindi consolidare la maniera opportuna per sviluppare delle doti espressive sin da giovani, senza contare che spesso essa coincide con l’occasione di diffondersi più propizia per i maggiori letterati, dovendo difatti mettere a corrente degli esseri innocenti su ciò che proviamo davvero, non badando a dimostrare di avere del garbo culturalmente… o viceversa, mantenendo cioè un impegno come descrivere con raziocinio un aspetto emotivo a tal punto da risultare spontanei.
Quest’opera letteraria dà voce alla privacy incorporata da una ragazza, per cui occorre essere pazienti nel rappresentarla con espansività, tralasciando le scadenze fissate dall’oggettività degli eventi.
L’epistolario racchiuso nel libro è pari a una divagazione che si può considerare attuale, atta a responsabilizzare i lettori, specie chi non vede l’ora di dichiararsi maggiorenne.
La scrittrice ha a che fare con della fitta gioventù per animarsi, dovendo alternare la volontà d’amare con l’inflessibile intento di emergere nella società concretamente, per mezzo di un’onestà intellettuale d’alimentare studiando guarda caso, in “Germogli… scritti in emozioni” i riferimenti a certi miti della letteratura imperversano, utilizzabili come dei salvagente per galleggiare in un periodo della vita alquanto complesso, che Sabrina ha finito da poco di affrontare, e senza i quali lei sarebbe implosa, a scapito del suo domani, preda di un via e vai passionale da inquadrare senza passare indifferente, ma con quella sensibilità che serve per liquidare delle difficoltà lungi dall’elemosinare qualcosa di decisivo per sé, di speciale.
Rimane comunque evidente alla lettura l’impossibilità di sbloccare delle situazioni, eppure, tra l’innamoramento dirompente nei confronti di un giovane straniero, il riappropriarsi di sentimenti che parevano persi, e l’inabissamento nella memoria del tutto individuale, probabilmente spunta in esclusiva quell’attitudine sferzante, ossia la convinzione d’intraprendere degli studi nello specifico, da rinsaldare quotidianamente, nuovamente, per raffinare l’intelletto rivendicando una laurea, per una questione di principio d’attribuirsi a ogni respiro che va fatto bene per progredire e scacciare tutti i dubbi del caso.
La ragazza che scrive queste lettere, Valentina, punta a rifarsi spiritualmente, consapevole di non appartenere all’ordinario, a costo di apparire impopolare, in balia dei suoi desideri.
Colui che le riceve come nessun altro si chiama Antonio, una persona fidatissima ma estranea ai più, che non replica.
Sabrina con cotanta accezione comunque riesce a rispolverare del culturale intendimento, reggendo amabilmente a scopo d’istruire degli autori che hanno fatto la storia del Pensiero, e ciononostante resta piacevole, scorrevole l’argomentazione per i giovanissimi che sono ansiosi di coltivare delle esperienze, come per coloro che le hanno maturate ma che non si sono ancora stancati di sognarle con occhiate furtive ma dense di commozione, e accordi da siglare con tutta una ripercussione fisica, motivazionale.
La freccia di Cupido s’indirizza s’un ragazzo di nome Osama, un soggetto incantevole per quant’è ottenebrante, irraggiungibile a seguito di un timore che sembra predefinito, occupante l’immaginazione pari al battito cardiaco, duro d’ascoltare.
Ecco allora l’esperienza senza precedenti poiché intensa e intima, che solo forse chi scrive, alle prime armi, è in grado di riprodurre in parole, andando oltre l’obiettivo che si manifesta al di sotto delle aspettative, come una distanza incolmabile se Osama non può (o non vuole?) percepire il sentimento dell’altra parte, ma che va osservata in compagnia ugualmente, di una brava persona anche se in pura teoria (Antonio), capace di acconsentire che un tracciato lo si ritenga importante per i singoli passi che facciamo.
Parole da riaprire per un affetto sincero, complesso a causa di un’età delicata… infinito purché qualsiasi destinatario di questo racconto lo immagini liberamente, per quel bene comune denominato Domani.
Sabrina componendo sortisce quella sensazione di fermare l’attimo con del riserbo, col disegno di un respiro le sue missive sono talmente significative da ritrovarsi in ben altra epoca, distaccati dalla desolazione moderna, attribuibile alla parola che viene offesa a forza di abbreviarla… dalla comunicazione che oggi brancola nel buio di un motivo invalidante la sensibilità, e il riserbo d’immediata conseguenza.
La protagonista ammette che le piace tessere parole passando sopra i significati delle medesime, dibattendo su riflessioni estremamente teoriche se non predata dal cuore che le solleciterebbe ben altro dialogo, quello da mettere in pratica con Osama, desueto per le persone che le capitano a tiro solitamente; a dimostrazione di un’anomalia in merito alla sua immagine di studentessa senza se né ma, come anche del fatto di rafforzare quest’ultima, a seconda insomma dei sacrosanti alti e bassi d’umore.
Sabrina, l’autrice del libro, combatte per i suoi obiettivi desiderandoli a dispetto delle negatività accresciute dalla mancanza di conoscenze indispensabili per vivere.
Lei si rende battagliera giustappunto per dare un contributo alla società privo di attenuanti, relazionandosi per sentirsi presente nel respiro da inculcare, energica.
Con questo racconto ti accorgi che persistono pulsioni vitali e non repulsioni mortali; e le prime vanno confermate splendendo nell’anonimato civile, con la bellezza di commuoversi per il fatto di non passare assolutamente indifferenti a un caro sguardo, seppur valga la pena rinnovarsi in termini affettivi, rinfrescanti.
Osama quando scambiava parole con Valentina, fissandola negli occhi, sosteneva che preferiva non rapportarsi col genere femminile; come se oppresso da un divenire doveroso, da un progresso che richiede l’anima dei giovani amorosamente, a seguito di una soluzione tanto carismatica quanto reciproca.
Sabrina Santamaria constata dell’amaro in bocca a seguito di illusioni che restano tali fino a impossessarsi della ragione e soffocare l’umanità, l’idea di andare oltre.
Per la scrittrice, l’umanità incuriosisce se ci si diverte a mischiare le tonalità di colore con la varietà di ruoli da mantenere distinguendoci dalla massa, proprio per il suo bene, per il buon esempio da studiare a menadito nella confusione generata invece da insanabili rotture sentimentali, solo così, secondo Sabrina, le sorprese della vita avranno un senso all’infinito, l’osservazione del tutto intima nei riguardi dell’individuo che ci attrae, come nel caso di Osama, di quell’essere ambiguo però al contempo trascinante una volta intravista dell’autenticità da ingranare col coraggio di guardarsi dentro, col necessario per liquidare degli ostacoli, a costo di voltare pagina definitivamente, pensando però di avere tra le mani un libro dalle pagine immacolate.
Chi n’era innamorata avrebbe dovuto rapportarsi con l’Islam, aldilà della curiosità circa le pretese più o meno giuste di un essere amato, fermo restando che la disconoscenza non annulli completamente il circondario a riprova di un ego agghiacciante insito all’essere umano.
Per lei, Valentina, avevano la precedenza comunque certi desideri carichi d’onestà, che si manifestano nel sonno, al buio, per lasciare il segno al risveglio, come se stretti in pugno, nel profondo.
In questo racconto dunque si contrappongono delle civiltà distinte, delle verità che non riescono a contattarsi ma che non vengono affatto defraudate, pacifiche se l’unità d’intenti non volge alla privacy a dimostrazione che chiunque culla la sua sorte, disponendo di un soggetto per raccontare ciò che vogliamo, e soprattutto della libertà di dare forma umanamente al protagonista ideale di una storia nell’intimo agire da qui, l’entusiasmo illuminante il singolo immaginario, sventato il pericolo di soccombere alla solidarietà che si sviluppa d’istinto guardando solo a se stessi.
Osama rappresenta un mito vivente pur sempre, essendosi preso il rischio di spostarsi dal suo devastato luogo d’origine ignaro della benché minima meta da raggiungere, come un vero uomo di strada, meritando di ricevere spontaneamente del sostegno, e colmare del vuoto rifacendosi una vita; scoprendo la passione insita alla donna che ama, ma che sappia quello che vuole, impegnandosi a conoscere di più cose possibili l’impossibilità d’impadronirsene, dato che proprio ciò alimenterebbe quel male incurabile qual è l’egocentrismo.
Valentina scrive a un amico come tanti, che può succedere di lasciarlo perdere per tanto tempo, stando a uno screzio che magari rasenta il ridicolo, fino a riflettere su come si materializzi una sottospecie di copertura sterilizzante i sentimenti, col passare degli anni, quando piuttosto il cuore andrebbe rigenerato con intima reciprocità, consapevoli delle debolezze altrui, da tutelare nel quotidiano per meravigliarci del nostro essere.

mercoledì 4 luglio 2018

Vincenzo Calò intervista... Antonella Polenta

immagine di Antonella Polenta
Antonella Polenta è nata a Roma dove vive e lavora. 
Dopo essersi occupata di studi epidemiologici e sociali, attualmente lavora in campo idrografico.
Ha diverse pubblicazioni scientifiche e divulgative all’attivo, ma la sua passione per la scrittura l’ha condotta a varcare mondi fantastici tanto da indurla a scrivere poesie, racconti e romanzi.
Al momento attuale i libri pubblicati sono sette.
Il penultimo, Talvolta un libro, pubblicato dalla Elmi’s World, è un romanzo storico ambientato nel Medioevo.
L’ultimo, Nel Cerchio del Tempo, edito da Germani Ed., attualmente in formato e-book, è un testo fantasy per ragazzi.          
Benvenuta Antonella! Ma è da studiosi comporre un’opera letteraria, e di qualsiasi genere?
Secondo me non è necessario possedere titoli accademici per scrivere un’opera letteraria, di qualsiasi genere essa sia. Avere però un buon background culturale, acquisito a livello scolastico o da autodidatta, è utile per far sì che il testo non risulti banale.
La Letteratura pensi che non venga assorbita scolasticamente? Se sì, perché?
Non credo che nella scuola di oggi venga assorbita la Letteratura, a meno che non ci siano insegnanti particolarmente illuminati.  
I minori dispongono di un’emotività che volge all’eroico, che temi che non riescano più a mantenere? Per riconoscere un qualsiasi aspetto reale, urge per paradosso distaccarcisi?
Alcuni bambini probabilmente riescono ancora a estrinsecare la propria emotività e purezza d’animo con atti eroici. I più riescono a farlo soltanto nascondendosi dietro videogiochi o dimensioni virtuali, dato che il contatto umano è sempre più mediato dai mezzi elettronici.
Hai a che fare con la reciprocità in ambito sentimentale, senza problemi e/o con piglio poetico?
Non ho difficoltà nel rapportarmi in ambito sentimentale, ma a seconda dei momenti prevale il piglio poetico o al contrario quello prosastico! E poi ognuno di noi può essere diverso a seconda del partner che si ha affianco.
È mai possibile che irrompa la Noia contemplando la Natura? Ciò dipende assolutamente dal fatto di credere o no in un Dio? Sinceramente, d’impulso, ti affascina la Guerra o la Pace?
Mi piace ritrovarmi a contatto con la Natura e di conseguenza contemplarla, soprattutto se si tratta di visioni che si estendono a perdita d’occhio. Con questa espressione intendo spazi in cui la vista si spinge fino all’orizzonte. Nei paesaggi sconfinati è più facile accogliere il concetto di Dio, forse per l’immensità di ciò che vedi e che ti circonda. Certo, la Noia potrebbe subentrare, soprattutto se il tempo di osservazione si dilata troppo. Una contemplazione estatica di ore dinnanzi a un fiore, seppure meraviglioso, non fa per me. Senz’altro mi affascina più il concetto di Pace che di Guerra. Sarebbe bello poter pensare a un mondo senza odio, né ostilità, fatto di amore e serenità. Credo, però, che un mondo del genere non possa essere popolato da esseri umani.
La macchina del Tempo, fosse un comune mezzo di trasporto, a quale la paragoneresti, come la guideresti?
Pensando alla macchina del Tempo non ho mai pensato ad un vero e proprio veicolo come nel film Ritorno al futuro e neppure ad una sorta di ascensore che trasporta la materia a grandi distanze in un tempo infinitamente piccolo. Piuttosto mi sono sempre immaginata un grosso cubo, una sorta di cervellone elettronico, di fronte al quale con una serie di comandi potevo scegliere la destinazione e l’epoca in cui proiettarmi. A volte mi sarebbe piaciuto spingermi nel futuro, il più delle volte rituffarmi nel passato, in un passato molto lontano per scoprire ciò che la Storia non ha ancora scoperto e forse mai scoprirà. La dimensione Tempo mi ha sempre attratta tant’è che nella mia ultima opera, a chiusura del racconto, ho inserito questo aforisma: “LA FINE STA SEMPRE ALL'INIZIO DI QUALCOSA CHE È DESTINATO A PERDURARE NEL TEMPO”; per indicare la ciclicità e l’inizio di una nuova e stimolante avventura. In ogni caso se la macchina del tempo fosse un mezzo di trasporto la paragonerei a un’Aston Martin coupé, opportunamente modificata dal maggiore Boothroyd, responsabile del Settore Q…!
Adeguarsi alle diversità serve a riconoscere almeno un portatore sano di valori nient’altro che moderni? È impossibile scoprire una nuova forma di civiltà?
Sinceramente non so se si possa ancora scoprire qualche nuova forma di civiltà, forse aggiungere qualche dettaglio, qualche informazione in più su civiltà poco conosciute… come la civiltà che è stata spinta a tracciare nel deserto del Perù meridionale dei geoglifi raffiguranti gigantesche figure geometriche, animali e piante, le cosiddette linee di Nazca, beh questo sì, potrebbe verificarsi. Oppure aggiungere qualche tassello alla conoscenza dei popoli che si insediarono in Italia, tipo gli Osci, i Volsci, i Messeni, tanto per citarne qualcuno. È proprio per questa mia indomita curiosità, che come un puledro senza freni mi spinge in territori vergini, che mi sono appassionata al fenomeno dei Crop Circles, ovvero dei cerchi nel grano, altresì detti agroglifi; che fecero la loro prima comparsa in Inghilterra intorno agli anni ‘80 del secolo scorso e che poi si sono ampiamente diffusi nel mondo… a tal punto da scrivere la storia fantastica per ragazzi, intitolata Nel Cerchio del Tempo, nella quale i tre protagonisti si ritrovano a vivere incredibili esperienze sotto l’occhio vigile, partecipativo, talvolta terrificante di alcune divinità Assiro-Babilonesi.  
Ti piacerebbe passare alla Storia, o è bello anche solo seguirla?
Indubbiamente può essere stimolante seguire la Storia, ma è adrenalinico finirci dentro…!
Nel cerchio del tempo (Germani Ed.)
Un fantasy nient’affatto difficoltoso alla lettura, con la narrazione che comincia spuntando come un “giallo”, dati dei ghirigori impressi nella terra ebbra di un frumento all’apice della maturazione, in piena estate.
Un terzetto di ragazzini fa allora una scoperta sensazionale, che si accentua per mezzo di sassi contrassegnati ambiguamente, come a dover entrare in una dimensione straordinaria, e rapportarsi con entità rievocanti la Babilonia e civiltà affini, perse nella notte dei tempi.
Esseri innocenti avranno di che viaggiare, affrontando ostacoli che non ammetteranno repliche, per cui sarà indispensabile trovare delle soluzioni a svariati rebus, al fine di rimpossessarsi delle trascrizioni del Fato e far tornare così il sereno nel cosmo, ossia l’ordine delle cose.
Godibile l’argomentazione pagina dopo pagina, che sorprende, ribadisco, traendo origine pressoché dalle prodezze dei miti della Babilonia e degli spiriti annessi, contribuendo così a rinnovarne la curiosità.
Difatti, traspaiono figure divine a contatto con delle persone come tante, tipo Ninurta, un mitico combattente che si alternerà con un altro Dio degli arcani, tale Marduk; senza contare la presenza del massimo esponente dei dettami della sorte, l’oramai sprovveduto Enlil, oltre alle incursioni della viziata ma incantevole Inanna-Ishtar, ai cattivi intenti di Nergal e alle prestazioni che garantiranno esseri speciali quali Anzu e Asag.
La meraviglia riguarda dubbi per cui si esigono soluzioni da cogliere al volo, spezzando incantesimi, cioè attivandosi in maniera cruenta, affinché i buoni prevalgano definitivamente sui cattivi; col cuore che non smette di battere dolcemente, facendo sospirare chi cerca riferimenti agli amorosi sensi tra le parole.
Colui che pare maggiormente avvezzo a battagliare usando il cervello con scaltrezza si chiama Filiberto, un undicenne conficcato in un silenzio tutto suo.
Il linguaggio in questo libro è sciolto, magari denso di studi praticati con passione dall’autrice, ma che non complessano l’immaginario ai lettori; a cui si consiglia l’opera se si prediligono da sempre quelle storie cariche d’illusioni per cui girarci intorno con entusiasmo, ingenui giusto per rimanere sorpresi, e con la passione per l’enigmistica.
Invitante la riproduzione del testo, con una strutturazione pragmatica che si rivela ineccepibile.
Lungo il percorso i giovanissimi protagonisti matureranno denotando come sia incontenibile la curiosità verso se stessi, tra debolezze splendide in virtù di doti certe se legate con forza d’animo.
Il racconto si evolverà in saga, dimodoché si potrà costituire un seguito di appassionati dalla tenera e complessa età, pertanto auguro ad Antonella di fare la concorrenza a quella di Harry Potter; constatando anche delle atmosfere fiabesche riconducibili ai classici della narrativa radicata negli animi delle popolazioni del nord dell’Europa, un particolare che non sconvolge assolutamente lo stile british, stuzzicante in toto, addirittura l’idea di varcare i confini nazionali per la diffusione dell’opera.
La vastità della scrittura si delinea con figure e passatempi che nutrono l’intelletto; con una cura che comporta quel garbo nel provocare sensazioni ottimizzanti un’epoca storica a una condizione eterea, e di conseguenza quell’entusiasmo nel riaprire i libri di Storia per sapere sempre di più a proposito di entità che hanno segnato l’epopea di sumeri, assiri, babilonesi ed egizi.
PolentalibroIl libro, aldilà dell’aderire immensamente ai gusti giovanili, rievoca quella sorta d’intrattenimento caro ai nostalgici del ventennio precedente agli anni duemila, con film seguitissimi tanto da invogliare all’avventurosa ricerca storica venata di sospetti, aventi protagonista il personaggio d’Indiana Jones; senza contare quelle immaginifiche serie di successo riprodotte sotto forma di videogame!
L’opera per ora si caratterizza per la lettura in un formato prettamente virtuale, come ad annuire al futuribile, aumentando la propensione al racconto, così da rinsaldare la morale senza esclusione di colpi; e distaccarsi egregiamente a un certo punto dalla narrazione classica, che quindi esce fuori alla portata di tutti provenendo da un’intima vocazione spirituale.
La sensazione tra le righe è che un’ambigua presenza s’impadronisca della scrittrice indirizzandola alle accezioni attuali che vanno più in voga per mezzo di vecchi significati che si riferiscono strettamente all’agone umano.
E di certo Antonella Polenta proseguirà col racconto, cosicché i lettori faranno razzia d’intrighi fantasticando nuovamente, con avventurosa perseveranza, al di sotto di ogni sospetto…!
Immedesimandosi in dei ragazzini all’apparenza innocui, al cospetto di presenze straordinariamente coinvolgenti nel bene come nel male, ovvero due elementi enfatizzabili per mistero e/o magia; coi toni oscuri che non mancheranno, come giusto che sia, e non tralasciando dei legami sentimentali, quelli che si vengono a creare per poi farli rimanere sospesi.
Merito di una casa editrice, la Germani Editore, che nel corso del tempo sta spiccando trattando determinate argomentazioni, invitando cioè alla riconsiderazione dei valori assoluti ma sempre realisticamente.

martedì 3 luglio 2018

Vincenzo Calò analizza... Paola Mattioli, "A piccoli passi"

La Mattioli con lo strumento della poesia sembra che ricostituisca il senso del tatto per le individuali vicissitudini, in un’epoca che vede i poeti in difficoltà, a causa delle egocentriche ripercussioni, smussabili usando la testa non da soli per provare a cambiare l’atmosfera. 
paola mattioli poetessa
Questa raccolta si evidenzia per della sana modestia nell’esprimere dei concetti, in situazioni da delineare impegnandosi, in virtù di una formazione ricavabile con tutta l’importanza del caso.
La poetessa armonizza degli eventi narrandoli con l’immaginario e la parola snocciolabili da piccoli, nel forsennato corso della vita, che paradossalmente spezza delle visioni, a seguito insomma di sensazionali alti e bassi e dunque alla costante ricerca di una stabilità emotiva; cosicché si alternano ambientazioni portatrici d’ispirazione a un bagaglio d’esperienze da tutelare pensando a tutto spiano, senza pressare il lettore col gergo tecnico, bensì richiamandolo all’ordine  con delle motivazioni da determinare per il bene di tutti.
 
Sogni, desideri ancora non sbocciati
percorsi difficili
incontri casuali a dirsi
dove ognuno crea e disfa…
… chiarire è necessario
inventarsi e reinventare…
 
copertina mattioli
Leggendo ti rituffi nel respiro emesso, aldilà di ciò che abbiamo realizzato e che vediamo straordinariamente, personalmente… sta di fatto che si sviluppa la posizione di un soggetto venato di candore, col raggiungimento di un quesito dopo l’altro tacendo e ignorando in generale e specialmente a fine giornata, a dimostrazione di quante radici si possano strappare e celare argomentando, deliziando alla maniera di un Pascoli.
 
Ogni messaggio lascia una traccia
parole che rassicurano
che chiudono con freddezza o con amore…
… parole senza senso, usate e poi dimenticate…
 
La Mattioli dà modo di caratterizzare un avviso di circostanza, non lo rende dunque mai casuale, scrivendo su fogli volanti e non, dubitando sull’aspetto comunicativo in veste classica, affinché non ci si dimentichi della valenza dei ricordi.
Grazie a Paola rifioriscono argomenti che vanno trattati per venire nuovamente considerati a seguito di troppe richieste d’aiuto, con sollecitazioni rigorosamente al femminile.
La poetessa, tracciando languidamente il percorso a un’accusa che scotta nelle mani della gente, si assicura lo sviluppo della parola, intendendo impreziosirla come se sfiorata dall’indispensabile che si manifesta intorno a lei, nel rivisitabile possesso di determinati oggetti.
Quindi senza che si tradisca dell’energia naturale, di cui se ne devono far carico i minori che la Mattioli è solita istruire, per partire dalle basi a incantare semplicemente, e a occupare di nuovo sensibilmente questo mondo, cioè riconoscendo d’avere un talento, qual è quello di lucidare un tacere che non è mai garantito, lasciando il segno all’ambiente che ci circonda, con positività… all’improvviso, fino a rigenerare esclusivamente l’umano dettame.
Paola al cospetto di una panoramica viene travolta dal proprio olfatto, materializzante un entusiasmo che ammalia dei sentimenti ben custoditi, una volta mirato.
La poetessa percepisce sinuosità notturne liberamente, lentamente, allorché si fa giorno con la ragione, per illusioni che faticano a manifestarsi lungo vie contorte, come a causa di appuntamenti fatali, in teoria, tra soggetti che compongono un’opera giustappunto per disintegrarla… difatti bisogna comprendere per darsi una forma e rinnovare il creato.
In questi versi si appura il concetto di gioia, che per la Mattioli consiste nel volersi bene tutelando il proprio essere, con la compensazione di determinate richieste, quelle attribuibili a persone prive della benché minima colpa, che si divertono a stimolare delle trasparenze con l’insorgere di riconoscenze a tutto tondo, dimodoché avvenga l’inclusione tra elementi radicati, che agevolino la memoria all’infinito; nonostante il disagio terreno, prorompente dacché difficile da diagnosticare, fintantoché la realtà viene raggirata da quanto dichiariamo.
Le poesie sembrano ricomporre pezzi di respiro dalle svariate dimensioni, senza stancare, continuamente; perché si può sempre agire per il meglio, e anche se a ridosso della sera, con dei mezzi di trasporto accecanti, in movimento, a meravigliare le strade di un posto che aspetta nuovamente d’essere scoperto, da visi che scalfiscono il cielo, con tutta una spontaneità da sviluppare mai e poi mai banalmente.
Per la Mattioli il contatto a pelle serve per dare dignità reciproca a confessioni del tutto vere, a delle prime volte da raccogliere per celarsi in un cuore ed esistere… per amarsi.
La Mattioli è abile a identificarsi in una bambina che si cela nella muta oscurità, come a scrutare l’esterno a prova d’udito; troppo legata alle origini del bene individuale, tra fitti timori, quasi utili per dire d’essere presenti, ma ch’è un guaio affezionarcisi, se non si ha quella forza necessaria per stare a comprenderli e apprendere così d’avere piuttosto delle doti.
La poetica di Paola rilascia segni sparsi su pagine sciupate dal ciclo delle stagioni, lungo percorsi astrusi, tracciati con parole o raffigurazioni da un maestro del contatto.
 
Nessuno si ferma
ognuno pensa per sé
voci borbottano insane parole
cattivi giudizi e pensieri
solitudini sole
 
L’autrice si attiva mescolando tasselli, proponibili seppur complicati parlandone a gettiti d’anima, di un valore insito all’affetto dei suoi cari di cui ora n’è carente, di un buon esempio che si rende parziale dunque per forza di eventi, ossia di varie opinioni nel percepire l’umana esistenza; con lo sguardo magari fisso su esseri viventi ma logorati dall’emarginazione che disintegra la temperatura corporea, tanto da dimenticarci degli amori che saremmo in grado di provare se conoscessimo e riconoscessimo i nostri simili, immobili a riflettere su letture ancora d’acconsentire, in un nascondiglio assicurato dalla cultura a misura di sentimento.
I genitori di Paola, un dottore che invitava alla cura della pelle, mentre la moglie si affaccendava a livello domestico, hanno formato questa poetessa severamente, autorevolmente.
Col passare del tempo, a causa d’impegni professionali da dover sviluppare senza battere ciglio, la voglia di poetare si è inabissata in lei, per riemergere, con l’ispirazione dovuta ora dall’assenza della figura materna.
La Mattioli compone parole, guida un insieme di emozioni per stabilire, senza fare rumore, l’esclusività come la straordinarietà del tempo da dare al suo didentro, e armonizzare finalmente della maturità ricavabile con amori radicati e memorie tristi ma scandite con della nostalgia da profumare vivendo in scioltezza; proprio come fanno tutti quei bambini meravigliosamente ignari di questo potere che galleggia nella loro vista, in un mare aperto.