sabato 7 luglio 2018

In nome del figlio: le Donne Oltre ricordano Saveria Antiochia

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Presentazione In nome del figlio (2017, Melampo)
con "Donne Oltre" di Manerbio

Il 9 maggio 2018, l’associazione manerbiese “Donne Oltre” ha invitato al Teatro Civico “M. Bortolozzi” Jole Garuti, direttrice dell’Associazione Saveria Antiochia Osservatorio Antimafia e autrice di In nome del figlio (2017, Melampo). Con lei, c’era Elena Palladino, che ha presentato “Orto Libero”: un’iniziativa condotta all’interno del carcere di Verziano, che consiste in attività di orticoltura e floricoltura. Al progetto, partecipano associazioni come Libera, Coop. Pandora, Coop. La Mongolfiera, Terra e Partecipazione. 
            La serata a Manerbio è stata condotta da Massimo Gobbi, socio onorario di “Donne Oltre”. La Palladino ha menzionato l’atteggiamento delle detenute verso “Orto Libero”, vissuto come una “pausa intima”: un momento in cui vengono riservate alle piante le cure non destinabili ai figli lontani. Questo (oltre al fatto di dover pagare scelte spesso fatte per compiacere mariti) renderebbe la solitudine di diverse carcerate amara in modo speciale.
La protagonista della serata, naturalmente, è stata Saveria Antiochia: la madre del poliziotto Roberto Antiochia (Terni, 1962 – Palermo, 1985), ucciso da Cosa Nostra. A lei è dedicato il libro della Garuti. Nella sua sete di verità, somiglia a Felicia, madre del giornalista Peppino Impastato (Cinisi, 1948 – ivi, 1978). Il 9 maggio, ricorreva anche l’anniversario della morte di quest’ultimo.
            Carla Provaglio  ha letto alcuni brani del libro presentato. Un accompagnamento musicale dal vivo è stato eseguito con archi.
Le parole della Garuti hanno sottolineato il nesso tra la ricerca della verità e la crescita culturale e civile di un Paese. Una pagina toccante letta dalla Provaglio riguardava la “bellezza delle rughe” di Saveria: quella data dalla loro capacità di raccontare una storia e fare memoria.
            Il padre di Roberto Antiochia morì quando questi aveva otto anni. Quando i fratelli più grandi lasciarono la casa materna, il suo legame con Saveria divenne esclusivo. Fu lei la sua principale educatrice. La varietà delle fonti e delle interviste ricostruisce ritratti sfaccettati delle due figure. I ricordi personali di chi conobbe Roberto lo descrivono come sensibile, burlone e anticonformista. 
carla provaglio donne oltre manerbio
Carla Provaglio 
Volle entrare in Polizia per idealismo. Nel 1983, approdò alla squadra mobile di Palermo. Qui, lavorò con Beppe Montana alle indagini su Cosa Nostra. La sezione guidata da quest’ultimo si occupava della cattura dei latitanti. Impresa non certo facile: la squadra era poco numerosa e male attrezzata. Situazione denunciata da Saveria nella sua celeberrima lettera pubblicata su “La Repubblica”: Li avete abbandonati (22 agosto 1985).
Montana fu assassinato il 28 luglio 1985. La stessa sorte toccò  a Ninni Cassarà, anch’egli membro della squadra mobile e amico di Roberto. Questi, per l’appunto, non volle lasciarlo solo. Furono così assassinati insieme, il 6 agosto 1985.
Dell’omicidio di Montana, era stato accusato Salvatore Marino, “stranamente” torturato e ucciso in questura. Ciò fece pensare a Saveria che una “talpa” fosse presente nella polizia e che fosse interessata a far tacere Marino. Sospetto confermato dal pentito di mafia Francesco Marino Mannoia.
Grazie a Saveria, che si rese “voce del figlio”, su questi delitti fu fatta luce. Sempre lei si batté perché, dagli elenchi delle vittime di mafia pubblicamente ricordate, fossero escluse quelle dei “regolamenti di conti”. La conclusione della serata è approdata all’importanza delle scelte morali, per evitare quell’indifferenza che produce la “banalità del male”. Una banalità caratterizzata dal privare la persona di dignità, fino al punto di bruciarla come un rifiuto.

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