venerdì 13 aprile 2012

Letteratura spagnola del XVII secolo



Il Seicento è, anche per la Spagna, il secolo del Barocco. Tipici della letteratura dell'epoca sono il "culteranesimo" (predilezione per termini preziosi e difficili) e il "concettismo" (ricerca di figure retoriche che accostino elementi assai diversi fra loro, suscitando stupore e meraviglia nel lettore). Per liberare il Barocco dall'accusa di artificiosità, si è cercato di distinguere una corrente "culterana", letterariamente corrotta e di contenuti anche immorali, da una corrente "concettista", nutrita dalla grande tradizione intellettuale e morale spagnola. E' vero che il Barocco spagnolo vede, al proprio interno, vivaci polemiche fra autori (come Luis de Gòngora e Francisco de Quevedo) e gruppi. Ma l'esistenza di queste due contrapposte correnti non ha fondamento reale. Quanto al concettismo, è interessante notare come esso sia stato alimentato dalla significativa definizione che di "concetto" ha dato Francesco Petrarca (pensiero o fantasma amoroso).



Caratteristiche generali del Barocco spagnolo

Si tratta di un'epoca priva di centro. Basti pensare alla di poco precedente filosofia di Giordano Bruno, che dipinse l'universo come infinito e popolato di innumerevoli altri mondi, oltre alla Terra: "Cossì non è più centro la terra che qualsivoglia altro corpo mondano" ("De l'infinito universo et mondi"). 

La visione del mondo è labirintica: la natura è un intreccio di segreti cifrati, da decodificare faticosamente. A questo scopo tendono i sillogismi della tradizionale filosofia Scolastica, l'esegesi biblica, lo spirito di osservazione della scienza nuova. Il linguaggio è visto come "filo di Arianna" di questo labirinto. Si spiegano così gli "eccessi" barocchi. Luis de Gòngora adotta un linguaggio oscuro, sovrappone linee metaforiche. Francisco de Quevedo contorce i significati, più oltre in questa direzione si spingerà Baltasar Graciàn. Un discorso particolare circa la parola forzata ad esprimere significati poco comprensibili vale per la letteratura mistica. E' il caso di S.Juan de la Cruz: da lui, la parola è contorta e amplificata per delineare l'esperienza mistica, e si avverte la frustrazione per l'inutilità degli sforzi. Tuttavia, il concettismo barocco è spesso svincolato dai contenuti: si tratta piuttosto di irretire il lettore in un complicato gioco di immagini volutamente fine a se stesso, alla ricerca del mero stupefacente. In questo modo, la letteratura rivendica un proprio campo autonomo, distinto da altri (filosofia, scienza, teologia, pedagogia...).

Il Barocco è dominato dal senso dell'illusione, della confusione tra realtà e irrealtà. L'uomo del Seicento non ha più certezze. Ne è esempio il "Don Quijote" di Miguel de Cervantes, il cui protagonista è incapace di distinguere tra il mondo circostante e il mondo dei romanzi cavallereschi.



"Don Quijote"

Il romanzo fu composto in due parti: la prima nel 1605, la seconda dieci anni dopo, con interposto un apocrifo di Avellaneda. Nasce dall'intenzione di criticare parodicamente il mondo fittizio proposto dall'antica tradizione dei romanzi cavallereschi. E' probabile che l'idea gli sia stata suggerita dall'"Orlando furioso" di Ludovico Ariosto, che lesse durante il viaggio in Italia nel 1569 al seguito del card. Acquaviva.  Il protagonista, esaltato dalla continua lettura di romanzi cavallereschi, decide di farsi cavaliere errante. Prende il nome di Don Quijote de la Mancha, decide di amare un'immaginaria dama di nome Dulcinea, prende come destriero il malandato Rocinante. Agli occhi del "cavaliere", tutta la realtà si trasfigura: celeberrimo è l'episodio dei mulini a vento scambiati per giganti. A far da contraltare a don Quijote, c'è lo scudiero Sancho. Egli rappresenta la realtà concreta, il senso comune. Inizialmente, l'ottica di don Quijote e l'ottica di Sancho (come è prevedibile) si scontrano. Tuttavia, alla fine, si instaura un dialogo. Il buonsenso di Sancho è relativo quanto la follia del cavaliere: la "realtà" dello scudiero è, talvolta, poco salda, mentre la pazzia di don Quijote ha il pregio d'essere generosa (paragonabile a quella che si meritò il famoso "Elogio" di Erasmo). Alla fine, Sancho si lascia coinvolgere dalla fantasia del cavaliere, mentre questi risente dell'influsso dello scudiero aprendosi al dubbio e assumendo una maggiore coscienza di se stesso. Il "Don Quijote" si propone di far interagire la realtà e la fantasia. Non solo: il mondo fiabesco dei romanzi serve a smascherare la bassezza delle cose e dei valori del presente. Nell'opera, il Cavaliere degli Specchi esprime così la propria ammirazione: "Non posso persuadermi che vi sia sulla terra chi soccorra vedove, difenda donzelle, salvaguardi l'onore di maritate e protegga orfani. E non lo crederei se non avessi visto con i miei occhi vostra signoria". Il "Don Quijote", così, rivela non solo gli inganni dei libri, ma anche quelli della realtà.



Don Quijote, nella storia, diverrà protagonista di un romanzo basato sulle sue peripezie. Si ritroverà così a rileggere la propria vita, preoccupandosi soprattutto della veridicità e convenienza del racconto. Ma avrà l'amara sorpresa di scoprire, nella seconda parte di tale romanzo, che un impostore ha usurpato il suo nome. Prima di rinsavire e morire, don Quijote chiederà ad un notaio che gli venga restituita la propria identità. Qualcosa di simile accade in una tragedia elisabettiana, "Hamlet, Prince of Denmark" di W. Shakespeare. In essa, il protagonista assiste ad una recita che mette in scena i punti salienti del suo dramma. Questo artificio insinua nel lettore o spettatore il dubbio che, se un personaggio di carta può assistere alla finzione della propria storia, egli stesso può essere una creatura fittizia e non esistere.



Luis de Gòngora y Argote (1561-1627)

Figlio di bibliofilo, prese gli Ordini minori e fu poi ordinato sacerdote (più per convenienza che per sincero desiderio). Viaggiò dalla nativa Cordova a Salamanca, studiò diritto canonico. Fu dignitario di molte e varie dignità, sia ecclesiastiche e di palazzo. Protagonista assoluto della cultura della sua epoca, farà scuola anche presso gli oppugnatori come Juan de Jàuregui. Fu attivo polemista e contraddittore dei maggiori fra i suoi contemporanei. Recupera i temi della lirica rinascimentale, coronando la tradizione. Il suo linguaggio è caratterizzato dall'intreccio di metafore, metonimie, ellissi e iperbati, che lo rendono oltremodo oscuro. Rimproverato di questo e di non rispettare la tradizionale corrispondenza fra stili e livelli, Gòngora risponde orgogliosamente di volere, con il suo linguaggio oscuro, sfidare gli ignoranti e mettere alla prova l'ingegno di chi fosse stato degno di seguire la sua scuola. Nasce così il cenacolo gongorino. Le sue opere principali sono due poemi: "Polifemo", che narra il non corrisposto amore del ciclope per Galatea, e le "Soledades" ("Solitudini"), di cui Jàuregui biasima lo scarso realismo e l'umiltà degli argomenti (galli, galline, pane, mele...) rispetto alla preziosità di stile e linguaggio



Francisco de Quevedo y Villegas (1580-1645)

Principale avversario e oppugnatore di Gòngora. Nacque a Torre de Juan Abad, dove vide il declino del proprio casato. A vent'anni giunse a corte., sulle orme del padre. Studiò al Colegio Imperial dei Gesuiti, poi all'Università di Alcalà. Nel 1618 fu ammesso nell'Ordine di Santiago; ciò lo portò a confrontare la gloria passata della Spagna a un presente che gli appariva misero, dominato dal potere del denaro. Fu turbinosamente impegnato nella vita politica. Nella sua personalità si uniscono tradizionalismo e irrequetezza esistenziale ed intellettuale. La sua opera principale sono i "Sogni". Ambientato in un Aldilà grottesco, è uno scritto allegorico che mette in scena la meschinità del mondo. La funzione di guida è affidata al Disinganno, personificato in un vecchio saggio. Ogni vizio è catalogato come manifestazione dell'ipocrisia. Criticate, sullo stesso piano, sono soprattutto l'ipocrisia femminile nell'uso dei cosmetici e l'ipocrisia dei poeti d'amore che alterano l'aspetto della donna amata con metafore ormai meccaniche. Nei "Sogni", insomma, sono solidamente agganciati due temi cari a Quevedo,  la polemica antifemminista e quella letteraria. Esprime, invece, il proprio antimachiavellismo militante nella "Polìtica de Dios" (1626) e l'esaltazione della monarchia nella "Spagna difesa". Nella "Hora de todos" (1635) tratta il tema della finzione onnipresente.Scrisse anche un noto romanzo picaresco, il "Buscòn", in cui l'accumulo di iperboli mostra questa derealizzazione.



Il romanzo picaresco

Si definisce così il romanzo avente per protagonisti i "pìcari", cioè popolani sfrontati, astuti, buffi e furfanti.  Il primo del genere fu la "Vida de Lazarillo de Tormes", anonimo, pubblicata nel 1553/54. A garantire la continuazione del genere, però, fu il "Guzmàn de Alfarache" (1599). Se, mezzo secolo prima, la figura del pìcaro appariva come eccezione, ora era la norma (ricordiamo la grande massa di mendicanti che il '600 vide). Le regole del mondo picaresco (legge del "saper vivere") si erano ormai rivelate pervasive. Il suo stile di vita (girovagare senza meta per Spagna ed Europa, per es.)  si presentava come possibile. Il gergo picaresco di era affermato come variante del linguaggio letterario. Questo genere, così intriso di spirito di disinganno, tende, insomma, a farsi totalizzante. Vediamo:

·                     "Guzmàn de Alfarache" (1599) di Mateo Alemàn, sivigliano, viaggiatore tra Europa e America. Anche il suo personaggio è irrequieto e instancabile girovago tra Spagna e Italia. Impressionante il numero di miglia percorse, mestieri, locande e peripezie. Ampie le digressioni edificanti (Guzmàn anziano ricorda e valuta il proprio passato): lettura controriformistica;

·                     "La pìcara Justina"(1599) di Francisco Lopez de Ubeda. Capostipite della picaresca femminile. Come il precedente, ricco di digressioni moraleggianti.;

·                     "Marcos Obregòn" (1618) di Vicente Espinel. Protagonista rabbonito e stravagante. Nessun intento edificante;

·                     "El diablo cojuelo" (1641) di Luis Vélez de Guevara. Un diavoletto faceto porta a spasso uno studente per i cieli di Madrid, scoperchiando i tetti e svelando piccoli vizi e manie cittadine.



Il teatro barocco spagnolo

La cornice in cui si afferma il teatro barocco spagnolo è soprattutto la città di Madrid. Una città in rapida espansione, nella quale si riversano contadini sconfitti dal latifondo e dalla "Mesta"(la potente corporazione di allevatori che impedisce un uso proficuo della campagna. Vi arrivano anche piccoli nobili declassati e oziosi. Lo Stato centralizzato, autoritario e controriformista passa di sconfitta in sconfitta (il disastro dell'Invencible Armada, Rocroi in Francia). Amputazioni territoriali, inflazioni, bancarotte, epidemie, fenomeni criminali. Davanti al degrado sociale, si rafforzano i miti dell'"honra" e dell'"honor", della purezza di sangue. Da qui, processi di identificazione di massa. Si capisce, quindi, come sia importante il teatro in quanto strumento di controllo: esso lega la fedeltà alla Corona all'ortodossia religiosa e domina le masse popolari. Il teatro è anche il luogo dell'artificio, della novità e della stupefazione (cari al gusto barocco), dell'ostentazione della ricchezza e del potere.Il luogo del teatro è la piazza; dagli edifici adiacenti vengono ricavati i palchi per gli spettatori di alto rango. Si ricerca ciò che va incontro ai gusti del pubblico, assai variegato (nobili, popolani...). Si rifiuta la tradizione (unità aristoteliche, ripartizione in 5 atti, rigide delimitazioni di registri...). Da segnalare, come autore, è Lope de Vega (1562-1635), che scrisse numerose e assai varie opere. Le migliori sono i drammi storici. In essi, Lope aderisce al legittimismo monarchico, all'ortodossia controriformistica, al conformismo ideologico. Tuttavia, è molto vivace il dialogo con il pubblico, soprattutto circa il tema della giustizia verso i ceti più deboli. Lope de Vega fece scuola presso gli altri commediografi. Altro da segnalare è Pedro Calderòn de la Barca (1600-1681). Della sua opera va notata l'assenza di quel sistema di certezze che aveva contraddistinto Lope. Poeta del disinganno, nelle sue opere il tema è la finzione che intride il vivere sociale. In questo senso, il suo teatro rispecchia il mondo, mettendone in scena le finzioni. L'unica realtà, per Calderòn, è il soprannaturale. (Teatro religioso. Teatralità della teologia. Straniamento).

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