mercoledì 11 aprile 2012

Per amore dei libri


Dalla Lettera a Romain Rolland (gennaio 1921):

“…È molto bello ‘non aver bisogno di sperare per intraprendere, né di riuscire per perseverare’, ma io ho fatto tutto quel che ho potuto, durante venticinque anni di fede sincera nell’arte, nell’amicizia, in un futuro migliore. Mi son privato di pane non già per comprare un libro, ma per poterlo leggere e sognare per il suo fascino. Bambino e domestico, mi son fatto battere tutti i giorni per il crimine d’aver letto sottraendo tempo al mio sonno, dopo diciotto ore di fatica. Operaio, mi son fatto mettere alla porta per non essermi potuto separare un mattino da una lettura più bella della mia vita, più necessaria del mio pane, oppure per aver espresso la mia ribellione all’ordine stabilito. […]

La primavera del 1907 arrivai ad Alessandria d’Egitto, giungendo da Napoli. Ero povero e mal vestito, ma felice come un fringuello. La sera, nell’osteria di un connazionale, soffoco la mia fame con un pezzo di pane, un the ed un po’ di formaggio e, pagato questo pasto, non mi restava altro in tasca che dodici piastre (1, 50 franchi). Al mio fianco, un povero diavolo mi guardava ed aveva l’acquolina in bocca. Capii che aveva fame. Me lo disse lui stesso:

-Mangerò anch’io, stasera, se tu vuoi comprarmi questo libro; oggi non ho mangiato.

Aveva un libro sottobraccio. Era Resurrezione di Tolstòj. Glielo compro per le otto piastre che domandava, mi metto a leggere e dimentico tutto. Dimentico che mi serviva un letto per la notte, che costava un franco, e che non avevo altro che cinquanta centesimi. […] Le strade erano deserte. Ma bisognava camminare tutto il tempo, per non essere scorti dalle ronde notturne ed arrestati per vagabondaggio. Ebbene, bruciavo dalla voglia di continuare la mia lettura, interrotta alle pagine in cui Tolstòj descrive magistralmente la fisionomia del processo di Katuša ed il travaglio dei rimorsi che si produceva nell’animo di Nekhludov. Così, mi fermavo per leggere una pagina sotto la debole luce di ogni lampione che incontravo […] Ma ecco che verso le quattro del mattino cominciò a cadere una pioggia fine e ininterrotta. […] Arrivato il giorno, la pioggia cessò ed il sole brillò con tutta la propria generosità, ma io ero inzuppato fino al midollo.

[…]  Giunto su un braccio del ricco delta del Nilo, mi allontanai dalla strada e mi nascosi dietro una lunga siepe di canne da zucchero. Là, mi spogliai in fretta, distesi i miei panni sull’erba e, nudo come il nostro progenitore Adamo, mi misi a finire il mio romanzo. […] La mia povera pelle fu bruciata […] Avevo appena finito il libro e, in una voluttuosa collera, lo presi fra le mie mani, come si prende la testolina d’una cara creatura, immersi il mio sguardo nello splendore della sua bellezza e, col fuoco nel cuore e… nella schiena, gli gridai:

-Bambino adorabile, vedi il male che mi fai? Non deluderai le mie speranze?”



PANAIT ISTRATI

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