martedì 24 aprile 2012

Tonino Guerra

"Il 21 marzo è il primo giorno di primavera. A qualcuno è saltato in mente di dedicare questa giornata alla poesia. Ma la poesia non può restare imprigionata in un giorno, è nella vita, in tutta la straordinaria banalità di eventi che si succedono.
Il 21 marzo, quasi per fare un dispetto, o un'uscita di scena spettacolare, ha scelto di andarsene Tonino Guerra (1920-2012), una delle voci della poesia dialettale più significative e vibranti, oltre a essere sceneggiatore, pittore, scultore e sorgente inesauribile di iniziative culturali. Il dialetto, lingua di un mondo che va scomparendo, sembrerebbe un artificio letterario, usato in poesia, sembrerebbe una posa. Ma è molto di più. Il dialetto di Guerra, di Santarcangelo di Romagna, brilla per intensità e forza comunicativa, affascinando per il suono che cattura e incuriosisce.

Guerra inizia a comporre durante la prigionia nel campo di concentramento tedesco di Troisdorf e sceglie di farlo in dialetto per mantenere viva dentro di sé la propria origine, la propria identità: in poche parole, per mantenere la propria umanità in una situazione terribilmente drammatica. Racconta infatti: <<Mi ritrovai con alcuni romagnoli che ogni sera mi chiedevano di recitare qualcosa nel nostro dialetto. Allora scrissi per loro tutta una serie di poesie in romagnolo>>.
La prima raccolta di Guerra si intitola I Scarabocc ('Gli scarabocchi') a cui segue I Bu ('I buoi'), immagine di una civiltà contadina che va gradatamente scomparendo. Ma è nelle raccolte successive che la poesia di Guerra raggiunge compimento: c'è una forza arcaica. che torna indietro fino alla poesia orale, con la consapevolezza di resuscitare, attraverso la voce, un ordine di cose che è stato cancellato dalla storia. La voce di Guerra arriva a ridare fiato a una realtà che si dimentica dell'uomo, inteso come individuo all'interno di una comunità; il suo dialetto palesa lo sforzo di preservare uno sguardo entusiasta sui piccoli miracoli della vita, a partire dai gesti più semplici e dalla natura. Basti pensare alla bellezza, alla semplicità dei suoi versi per capire di cosa sto parlando: <<L'aria l'è cla roba lizira/ che sta dalonda la tu testa/ e la dventa piò céra quand che t'roid>> (L'aria è quella cosa leggera/ che sta intorno alla tua testa/ e diventa più chiara quando ridi). Una poesia che è lode costante per la vita, con una lingua accesa. Si legga allora la poesia Canto ventiquattresimo, qui riportata,  per sentirlo vicino, come un parente, l'anziano del paese che racconta attorno al fuoco. Adesso sembra essersene andato ma il suo spirito vaga per le strade di Santarcangelo, con un sorriso sereno sul volto. Perché lui direbbe "Perché paéura? La morta le n'è méga nuiòsa, la vén una volta snò" (Perché paura? La morte non è mica noiosa, viene una volta sola).

Cantèda Vintiquàtar

La figa l'è una telaragna
un pidriùl ad sàida
é sgarzùl ad tòtt i fiéur;
la figa l'è una pòrta
ch'la dà chissà duvò
o una muràia
ch'u tòca buté zò.


U i è dal fighi alìgri
dal fighi mati s-cènti
dal fighi lèrghi e stretti,
fighi de caz
ciacaròuni ch'al tartàia
e quèlli ch'al sbadàia
e a n dòi una parola
gnènca s'ta li amàzz.

La figa l'è una muntagna
biènca ad zòcar
una forèsta in dò ch'e' pasa i lop
l'è la caròza ch'la tòira i caval;
la figa l'é una balèna svòita
pina ad aria nira e ad lòzzli,
l'è la bascòza dl'usèl
la su còffia da nota,
un fòuran ch'e' brèusa inquèl.

La figa quand ch'e' tòcca
l'è la faza de' Signour,
la su bòcca.
L'è da la figa ch'l'è avnèu fura
e' mond sa i èlbar, al novli, e' mèr
e i òman éun a la vòlta
e at tòtt al razi.
Da la figa l'è avnù fura ènca la figa.
Os-cia la figa!


La fica è una ragnatela/ un imbuto di seta/ il cuore di tutti i fiori;/ la fica è una porta/ per andare chissà dove/ o una muraglia/ che devi buttar giù.// Ci sono fiche allegre/ delle fiche matte del tutto/ delle fiche larghe e strette,/ fiche da due soldi/ chiacchierone o balbuzienti/ e quelle che sbadigliano/ e non dicono una parola/ neanche se le ammazzi.// La fica è una montagna/ bianca di zucchero/ una foresta dove passano i lupi,/ è la carrozza che tira i cavalli;/ la fica è una balena vuota/ piena di aria nera e di lucciole,/ è la tasca dell'uccello/ la sua cuffia da notte,/ un forno che brucia tutto.// La fica quando è ora/ è la faccia del Signore,/ la sua bocca./ E' dalla fica che è venuto fuori/ il mondo con gli alberi le nuvole il mare/ e gli uomini uno alla volta/ e di tutte le razze./ Dalla fica è venuta fuori anche la fica./ Osta la fica!"


Dario Bertini
su Kronstadt (Pavia), n° 66, aprile 2012, pag. 7
Rubrica Il vino dei poeti

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