lunedì 29 ottobre 2018

Vincenzo Calò intervista Bruno Mohorovich

Nato a Buenos Aires il 3/3/1953, figlio di genitori istriani, riparati in Argentina a seguito dell’esodo, attualmente vive a Perugia. 
bruno mohorovich intervista
Laureato in Sociologia e Lettere, si è sempre occupato di critica cinematografica e didattica del cinema nella scuola; ha collaborato come critico con il settimanale diocesano “La Voce” e con “Umbria Radio” (ex “Radio Augusta Perusia”).
Si occupa anche di didattica della televisione.
Presso la Biblioteca di Villa Urbani, Bruno Mohorovich fa parte del gruppo di autoscrittura “Tempo per sé” con il quale ha curato eventi di scrittura e pittura.
Critico d’arte, ha organizzato alcune collettive con artisti marchigiani e umbri.
Cura eventi letterari (“Aperitivo letterario”), presentazioni di poeti e scrittori e organizza collettive di pittura (“La città tra desiderio e utopia”, 2015 Perugia; “Punti di vista”, 2017 Spello) e fotografia (“Tramonti”, 2018 Passignano sul Trasimeno; “Assolo” 2018 Perugia; “Le Valentine”, 2018 Terni) e con giornali web (“pressitalia.net”; “umbriaecultura.it”.)
Bruno Mohorovich, nel 2015 ha diretto il corto sul XX Canto dell’Inferno della “Commedia” di Dante, nell’ambito delle celebrazioni per la nascita del sommo poeta, promosso dalla Loescher Editrice e dall’Accademia della Crusca ottenendo il Primo premio ex equo alla Fiera Internazionale del libro di Torino; l’opera è stata realizzata con gli studenti del CLA (Centro Linguistico Ateneo – Università agli Studi di Perugia.)
Ha curato la pubblicazione “Saulo Scopa – fotografie e cortometraggi 1998 – 2008”, per le edizioni AIART – Associazione Spettatori “Cinema in… – 3 voll.”.
Ha pubblicato per Era Nuova “Nuovo Cinema… scuola”, e per i tipi della Bertoni Editore i libri di poesie “Storia d’amore – una fantasia” e “Tempo al tempo”.
Le sue ultime pubblicazioni le ha dedicate alla città di Perugia (“La città tra desiderio e utopia”), e a Pesaro con la raccolta di scritti “Atarcont – impressioni pesaresi”.
Ha conseguito il secondo premio al Concorso Internazionale di Poesia Sacra “Santa Chiara della Croce” a Montefalco (PG); ha ricevuto la Segnalazione della Giuria al Concorso Nazionale “Rina Gatti” per il racconto “Carta straccia”.
Al Nono Concorso Nazionale “Poesia d’amore”, promosso da ALI – Penna d’autore, Bruno Mohorovich è risultato semifinalista conseguendo la Menzione Speciale.
Attualmente sta curando un’antologia di poesie “Marche in versi”, e una collana di poesie per conto della Bertoni Editore.

Caro Bruno Mohorovich, la pazienza paga in ogni circostanza?
Potrei dire con un luogo comune che il mondo non è stato fatto in un giorno. Normalmente sono un tipo paziente. Se la domanda è riferita alla mia scrittura, allora posso dire che prima di ricominciare a scrivere sono passati parecchi anni… poi, un giorno è arrivato il desiderio di confrontarmi con altri, un gruppo di scrittura per la precisione… da qui è nata l'esigenza per me di sapere per me stesso se valeva la pena che continuassi a scrivere. Volevo un sì o un no. Poi, l'attività del gruppo, gli esercizi di scrittura (era soprattutto prosa autobiografica) mi hanno fatto ritrovare qualcosa che pensavo d'aver perduto: la poesia. Alla luce di questa mia esperienza potrei dire che la pazienza paga, anche se negli accadimenti della vita non sempre è così.
Ti senti d’aver indossato o spogliato delle esperienze di vita?
Non ho dubbi: mi sono spogliato di me stesso vivendo esperienze che mi hanno fatto soffrire e crescere, ma questo quando soffri non lo comprendi subito. Certamente quello che ho vissuto mi ha permesso di confrontarmi (ritorna il verbo "confrontare") con me stesso, di guardarmi allo specchio e scavare dentro di me; ma mi ha anche consentito di entrare anche in relazione con altri, di vedere le loro vite in rapporto alla mia e di (ri)costruire la mia di vita, reimpossessandomi di quello che ero e che avevo perso. Niente e nessuno ti restituisce il tempo perduto; si può solo ottimizzare il qui ed ora nella prospettiva di un futuro. Ed è quello che sto facendo. E credo di riuscirci abbastanza bene. Non sono presuntuoso ma consapevole del percorso che ho fatto e che devo ancora compiere; gli errori del passato sono un'esperienza indelebile.
Si può stare bene senza dare retta alla salute?
No! Decisamente no. Se non avessi la salute, non potrei fare quello che faccio, cioè scrivere. Io, oltre alle poesie, scrivo anche prefazioni per altri autori per conto della mia casa editrice, recensioni di artisti e altro ancora. La mancanza di salute non mi permetterebbe di fare ciò; mancanza di salute vuol dire rinchiudersi in sé, cercare eventualmente delle risposte per sé. Mancanza di salute implica sofferenza, la quale sofferenza ha un grande "vantaggio": riesci a cogliere l'inutilità di un certo modo di vivere, dai importanza alle piccole cose, quelle piccole cose (un vaso di fiori in terrazza, un soprammobile) che appartengono alla tua quotidianità e che fino a quel momento vivevi come scontate. E' questo l'assurdo - o la forza - della sofferenza: ci costringe a pensare e vedere diversamente, e a dare il giusto valore alle cose. Senza salute, inoltre, non ci sarebbe possibilità di guardare al mondo circostante - artistico o no -, perché non ci sarebbe visione; subentrerebbe una cecità intellettuale e morale che distorcerebbe la realtà... a patto di riuscire a coglierla. Sarà retorica fin che si vuole, ma quel "mens sana in corpore sano" cela una grandissima verità.
Provi piacere a leggerti? E se sì, in quale situazione?
Devo dire di sì, mi rileggo volentieri, anche se sono molto critico nei miei confronti.  Lo faccio anche per rivedere eventuali certi "errori" che non vorrei commettere. Ci sono volte in cui mi compiaccio di quello che ho scritto, della combinazione aggettivo/nome o della scelta di una metafora particolare... non c'è una situazione particolare... magari la sera rivedendo i miei lavori li ripercorro e così... oppure quando faccio dei reading di poesia... ma prevale in questo caso la preoccupazione di quanto ho letto: se è arrivato quello che volevo dire...
In che consiste il successo poetando? Arriveranno i giovani d’oggi a comprenderlo?
Parlare di successo mi sembra eccessivo. Direi piuttosto che vedere riconosciuto il proprio lavoro da parte di un editore illuminato e che pubblica non a pagamento - quando ci sono molte case editrici che rifiutano di pubblicare poesie, perché secondo un passaparola discutibile "la poesia non si vende, si regala", o se lo fanno bisogna sborsare non poco - sia già motivo di successo. Se poi attorno al libro si crea un'aura positiva e questo vende, allora si può ritenere d'aver raggiunto un ottimo risultato. Io mi auguro che i giovani si avvicinino sempre più alla poesia; ahimè, la scuola certo non aiuta (non s’imparano più le poesie a memoria e credo che si affronti poco il suo studio - eccezion fatta per i soliti noti imposti dal programma). Nella mia esperienza di curatore di collana, vedo che sono molti i manoscritti di giovani, anche alla prima esperienza, che mi giungono. Ovviamente c'è molto da scremare, ma ritengo positivo che molti ritrovino nella poesia il senso della vita e uno scopo al loro vivere. E invito loro a continuare a scrivere; anche se non sembra, in giro c'è tanta voglia di poesia. Chi frequenta i social se ne rende conto, ci sono tantissimi gruppi e tantissimi concorsi. Questo può essere uno stimolo, ma non si aspettino chissà quali allori; vedersi riconosciuto e pubblicato il loro lavoro è già un successo.
Viaggiare significa passare irrimediabilmente da un posto diverso all’altro?
Che domanda... proprio a me che ho viaggiato tutta la vita, che non ho mai finito una scuola nello stesso posto... e che ho sempre dovuto ricominciare da capo! Ho attraversato molte città. Senza che nessuna mi appartenesse veramente. Solo nidi che ho sempre dovuto abbandonare. In qualcuno vi sono ritornato a distanza di tempo, altri appartengono alla mia memoria e mi appaiono così come li ho lasciati, avvolti nel loro alone di fanciullesca allegria e vegliarda nostalgia. Non ho mai potuto dire “Sono di... ”, ma sempre “Vivo a... ” o “Vengo da... ”. Tutti i cambiamenti, gli spostamenti cui sono stato costretto legati al lavoro di mio padre, pur nel disagio hanno contribuito a farmi maturare prima, a vedere prima di altri le cose, un'apertura mentale che mi è anche costata sul piano relazionale ma che poi si è rivelata vincente, almeno nella mia esperienza. Va da sé che le mie origini istriane - una terra di cui non ho mai potuto godere per le note vicende storiche - me le porto dentro. Ho dovuto rinunciare a qualcosa, forse a molte cose in primis alle tradizioni, ma in questo la memoria mi è compagna. Se vediamo la questione del viaggio sotto il profilo letterario, credo che la penna sia un ottimo mezzo di trasporto per… la mente.
È da pettegoli oramai procurarsi delle novità per davvero?
tempo al tempo bruno mohorovich poesieViviamo un tempo in cui la novità è una merce rara. Occorre essere bravi e avere molte intuizioni nel cercare di fare qualcosa di nuovo. Al contempo mi domando se esiste veramente qualcosa di nuovo visto che quando si scrive (o si parla) i temi affrontati sono sempre quelli universali: l'amore, l'amicizia, il tradimento, la disillusione… cambia il modo di narrarli, perché l'uomo cambia - se cambia - a seconda del tempo che vive.
Se il sole muore?
... L'aquila non vi si potrà più avvicinare... e forse ci sarà una nuova aquila che andrà incontro al buio. 
 
Eccoci con un poeta che cerca di rasserenare il tempo trascorso, assistendo all’abbandonamento di frammenti d’etereo nel nulla, legando la libertà terrena con tutto ciò che traspare, di liquidabile.
Mohorovich sonda l’ultima possibilità, con tutte le debolezze del caso, per smaltire il senso dell’udito e depurarsi lo spirito, alla ricerca semmai di quella dote armonica nella bellezza di un essere da sogno, come lo ha fatto notare perfino il pittore Stefano Chiacchella, autore delle tavole che accompagnano questa raccolta di versi.
Tra i versi pulsa la straordinarietà dell’umano contatto in sospeso, l’appuramento di errori commessi non riuscendo a muoversi da sé; con l’illusione di stare nel giusto anche cadendo, lungi volutamente dalla solidarietà, procedendo cioè lungo una via senza luce e non accorgendosi poi di aver raggiunto questa luce, sopravanzato l’inaudito che dà un senso all’idea di respirare, soffrendo.
“Mi tengo stretto
il sollievo dell'oscurità,
l'unico che mi rimanda
quest'amore di polvere
che inalo fino a stordirmi
e che trattengo
sino a quando non espiro la visione
della tua reale essenza”.
 
Una deliziosa massa di parole mai confermate Mohorovich afferma d’aver riportato su carta straccia, come se fosse stressante dipendere dall’istinto, pur propensi a teorizzare sulla lotta contro i propri demoni, giacché la linea che separa l’aldiquà dall’aldilà egli la osserva fino a esaurirsi l’anima.
La poetica in esclusiva avanza sciolta su pagine improvvisate e arroganti, tra le ore notturne che assillano allo scoccare non dando modo di dormire a dei sentimenti costretti dunque a raggelarsi, dovendo così pregare che un satellite si accenda tutt’a un tratto, per sortire l’impressione di stare ad amare la vita, invece d’interpretare desolatamente dei risentimenti; con l’atmosfera a pretendere il risveglio dell’umanità che a sua volta s’imbarazza per le illusioni manifestate in uno e più respiri, questi ultimi soffocati dagli eventi. 
È nel rasserenamento di una sua volontà, frastornata dapprima da un energico mutismo, che Bruno si libera delle angosce; pur con la presunzione a intendere spiccatamente, che gli permette di accettare certe richieste, specie lungo vie oscurissime ma necessarie per riaprire alla grande la mente alle emozioni.
Si contano sulle dita le persone care, perciò il poeta preferisce stare solo a lavorare il suo respiro, per lasciarsi poi rapire dall’incanto che un’ambientazione può generare; in egual misura agli occhi tipici del bimbo che si macchia piacevolmente coi colori, senza accorgersi di stare a creare il tutto per entrarci dentro da grande, quando si gioca semmai a dubitare in modo celestiale su ciò che si è come sui luoghi che mutano a forza di vivere. 
 
“Aspetto che il tempo
mi scavi l'anima
srotolando gli aspri trascorsi
e apra un varco
nella profondità e nel respiro”.
 
tempo al tempo bruno mohorovichTecnicamente, un pensiero dominante affascina per l’estremo, lo straziante e il passionale, tra versi talvolta dolenti, con l’atmosfera che si respira come un’ossessione da ricomporre, e l’umore velato.
Lirismo nostalgico, di compatta unicità, mette da parte storie per un destino che chiede d’essere ascoltato affinché non interferisca, col significato della parola che si mantiene per un esercizio igienico, di resettamento mentale.
L’insistenza della tematica volge all’appropriazione di un valore profondo, cosicché anche la fragilità e l’inconsistenza sortiscono dell’appartenenza per il lettore, a un’opera sincera.
Le monotonie rimandano a dei confini da esplorare col ron ron esistenziale, ambendo alla buona volontà, familiare o imprendibile a seconda di un confronto intellettuale come pure estraniante, dettabile dall’amarezza intimistica che si pone in equilibrio delicato, scandito… argomentata con un movimento lento e avvolgente.

martedì 23 ottobre 2018

Filippo Panzera: l’ottimo buongiorno di un artista

filippo panzera autoritratto manerbio
Filippo Panzera, Autoritratto (2018)

Si suol dire che “il buongiorno si vede dal mattino”. Impiegando la consueta metafora di infanzia e preadolescenza come  “mattino della vita”, ci permettiamo di prevedere che la carriera artistica di Filippo Panzera sarà una “giornata luminosa”. A dodici anni, ha già visto una mostra personale che porta il suo nome, allestita nella Biblioteca Civica di Manerbio dal 22 settembre al 20 ottobre 2018. L’inizio dell’esposizione è così coinciso con la Notte delle Fiabe, dedicata in particolare a Cappuccetto Rosso. Di fiabesco hanno molto anche stile e soggetti del giovanissimo pittore. Prevalgono gli animali, sia reali che ritoccati dall’immaginazione, insieme a due personaggi di fantasia: “Iron Man” (colori ad olio su legno, 2015) e il  Darth Vader di “Guerre Stellari” (“Seguimi nel lato oscuro”, carboncino su legno, 2016).
            Per restare in tema con Cappuccetto Rosso, uno degli animali ritratti era proprio “Il lupo delle fiabe” (acquerello su cartoncino, 2017), seguito da un tenero e apparentemente timoroso cerbiatto (“Nel bosco”, acquerello su cartoncino, 2017). Nettamente più esotico era “Il re della foresta”, primissimo piano d’un leone (acquerello su cartoncino, 2017). Nel cuore di Filippo, però, ci sono soprattutto i delfini, ritratti in coppia ne “Il mio animale preferito” (pastello acquerellabile, 2018). “La colomba” (olio su legno, 2017) è assai meno naturalistico degli altri: una rappresentazione simbolica a colori caldi, imparentata con un’altra colomba: quella che spiega le ali ne “La resurrezione” (gessetti su cartoncino, 2016). 
filippo panzera il re della foresta manerbio
Filippo Panzera, Il re della foresta (2017)
“Il leopardo” (carboncino su carta, 2015) è rappresentato con uno sguardo tenero e abbacchiato che lo fa parer, piuttosto, un buon gattone… Così come nei ritratti del lupo e del leone, nelle opere di Panzera la fantasia e il vagheggiamento sembrano cancellare la ferocia. Ciò che interessa all’artista è la bellezza dell’animale, al di là della sua pericolosità. Per questo, un leopardo può essere tranquillamente accostato a due dolci cagnolini: “Il cucciolo” (grafite su cartoncino, 2014), e “Odie” (gessetti e acrilico su legno, 2016), il compagno d’avventure del gattone Garfield.
            L’opera che ha dato un volto anche alla mostra è però l’ “Autoritratto” (olio su legno, 2018): una rappresentazione “simbolista” a colori vivaci, in cui l’immagine dell’artista è decentrata rispetto al paesaggio onirico che costituisce lo sfondo. È quasi un riassunto della musa di Panzera: la realtà guardata con occhio affettuoso e sognante. L’esposizione dimostra che la spensieratezza e la fantasia possono convivere con un talento e un’abilità tecnica precoci. Difficile fare previsioni sugli esiti di una vita all’inizio. Ma, se questo è il principio, Filippo Panzera potrebbe sorprenderci.

venerdì 19 ottobre 2018

“Capuche”: una vita adolescente su un filo


Le fiabe tradizionali sono coinvolgenti e significative di per sé, senza bisogno di “adattamenti”. Ma ciò non significa che non possano essere raccontate in modi e contesti sempre diversi: anzi, in questo consiste la loro vitalità. Ecco che la celeberrima Cappuccetto Rosso è diventata Capuche: un breve spettacolo di e con Gioia Zanaboni. La sua particolarità più evidente sono gli inserti di funambolismo su corda molle. A Manerbio, è stato messo in scena il 21 settembre 2018, alla vigilia della Notte delle Fiabe dedicata interamente a quel personaggio. L’iniziativa è stata sostenuta dall’associazione “Donne Oltre”, nonché dal Comune e dalla Biblioteca Civica. Il “teatro” era l’Area feste di via Duca d’Aosta. 
capuche gioia zanaboni manerbio

Il titolo francese è un omaggio a Marsiglia, la città dove risiede Gioia Zanaboni. Ma i personaggi erano italiani: la mamma, Capuche e la nonna napoletane, il lupo romano e il cacciatore toscano. Per presentare i cinque personaggi che avrebbe interpretato da sola, Gioia ha appeso alla fune e a un attaccapanni i loro vestiti e li ha “animati” come burattini, interpretandone i muti discorsi per il pubblico. Un modo per mostrare la “magia” del teatro, che rende le ombre vive e presenti. Non è stato facile indossare i vivaci panni della mamma: una casalinga bruna, piacente e tutta pepe. Il suo cruccio? Ovviamente, la figlia adolescente: Capuche. Allo studio preferisce la chitarra; non risponde mai quando viene chiamata; ripudia gli abiti “femminili” per un’amatissima felpa rossa con cappuccio. Chiusa nei panni di “maschiaccio”, la ragazzina rimugina il rancore verso la madre senza mai sputarlo veramente. Quando le viene imposto di recarsi dalla nonna facendo un lungo giro in autobus, lei ha il primo vero scatto di ribellione: prende la scorciatoia del bosco. Qui, ovviamente, la attende il lupo: un malvivente rozzo, ma capace di lusingarla con complimenti alla sua bellezza e mostrandosi solidale coi suoi problemi. Capuche cammina letteralmente sulle nuvole, ammaliata dal bel tenebroso (e, un po’, anche dallo spinello gigantesco che lui le ha offerto). Il suo smarrimento dà il tempo al delinquente di raggiungere la casa della simpaticissima nonna e di accoltellare la vecchietta alle spalle. Perché lo fa? «I lupi si comportano così: vogliono sapere quali siano le persone più importanti della tua vita, per creare il vuoto intorno a te… Così, quando non avrai più nessuno, vedrai il lupo come il tuo unico salvatore» ha spiegato Gioia.
            Capuche, come previsto, arriva alla casa della nonna. Si rende conto che c’è qualcosa di strano: tutto quel silenzio non è da lei… Ma, ovviamente, si lascia ingannare dal lupo travestito. Il quale non ha fatto i conti con Gino, il cacciatore toscano: panciuto, un po’ burbero, ma di buon cuore. Conosce bene quel genere di belva e non si fa ingannare: corre subito a salvare la “bimba”. Lo spettacolo finisce con Capuche scarmigliata, silenziosa, ormai priva della sua felpa rossa. In silenzio, raccoglie la fisarmonica dell’amata nonna e comincia a suonarla, al posto della chitarra. L’esperienza traumatica l’ha cambiata: era una ragazzina, ora è donna. Crescere può essere doloroso oppure no, ha detto Gioia. Ma, anche quando fa soffrire, «la storia non sempre finisce col dolore».




Paese Mio Manerbio, N. 137 (ottobre 2018), p. 18.

lunedì 15 ottobre 2018

La verità scomoda e vitale delle fiabe

“Sono storie, sono favole…” Quante volte l’abbiamo sentito dire, per denotare l’inconsistenza, l’infantilismo e la falsità di un discorso? Ebbene, le fiabe non sono né “storie”, né “favole”. Se n’è occupato Silvano Petrosino, docente di Teorie della Comunicazione e Antropologia religiosa e media all’Università Cattolica di Milano. Fra le sue opere, si conta: Le fiabe non raccontano favole. Credere nell’esperienza (Genova 2017, il melangolo). I contenuti del saggio sono stati esposti al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, il 20 settembre 2018: uno dei ricchi antipasti alla Notte delle Fiabe. Le parole del professore sono state accompagnate da intermezzi, eseguiti al pianoforte da Iacopo Petrosino. La serata era stata organizzata dall’associazione “Famiglie nella Scuola”, col patrocinio del Comune e l’appoggio della Biblioteca Civica. 
gustave doré cappuccetto rosso a letto con il lupo
Gustave Doré: Cappuccetto Rosso a letto con il lupo
            Le fiabe sono tradizioni antiche, miranti a trasmettere l’esperienza umana: non la vita, fatta di eventi successivi, ma il timore, la brama, la speranza, la maturazione, la fede… La loro funzione è parlare alle pulsioni più profonde: per farlo, debbono rifiutarsi di mentire sulle paure e i desideri dell’essere umano.
Uno dei più grandi temi toccati dalle fiabe è la “doppia nascita”: si viene al mondo senza volerlo, ma solo le scelte personali possono farci sviluppare appieno ciò che siamo. Ciò è stato mostrato tramite l’analisi di Cappuccetto Rosso, il personaggio a cui la Stagione e la Notte delle Fiabe 2018 sono state dedicate. Le più note versioni scritte del racconto sono quelle di Charles Perrault (1697) e dei fratelli Grimm (1857). Nella fiaba, compaiono tre fasi della vita: l’infanzia (Cappuccetto Rosso), la maturità (la mamma) e la vecchiaia (la nonna). La protagonista si avventura nel mondo esterno al nido: ergo, sta crescendo. Ne è la riprova la sua celebre cappa rossa: colore della passione, del sangue e del mestruo. Nel paniere, porta cibo: qualcosa di materiale di cui godere coi sensi... Il consiglio materno è sempre quello: «Non lasciare mai il sentiero!» Ma, sul sentiero, c’è il lupo, il seduttore (quante ragazzine provano attrazione per il tipo pericoloso e tenebroso?). “Seduttore”, per Petrosino, è colui che promette godimento, ma non sa “fecondare”, ossia lasciare un beneficio duraturo. Il lupo propone a Cappuccetto di uscire dal famoso sentiero per raccogliere fiori, cosa che le dà piacere: talmente tanto piacere che la bambina insegna al predatore come rintracciarla. Ottenuto lo scopo, il lupo seduttore si dedica alla nonna. Petrosino la descrive come un fallimento umano: invecchiata senza crescere, al punto da farsi ancora ingannare. Quando Cappuccetto entra in casa, si accorge della stranezza: quell’amorevole nonnina rivela dettagli minacciosi. È nei “margini”, nei comportamenti non ufficiali, che si rivela la vera personalità di qualcuno. L’aspetto più pericoloso della nonna-lupo è la bocca: serve per divorare (con le parole) chi sta intorno a noi. La proposta della belva non lascia dubbi sul significato della fiaba: «Vieni a letto con me!» La versione di Perrault si ferma alla tragedia, dando una visione pessimistica e distruttiva del maschile. Quella dei fratelli Grimm introduce la redenzione: il cacciatore. Il lupo non viene realmente ucciso: la sua pancia aperta viene riempita di sassi e il predatore così imbottito è gettato in un lago, un “sacco amniotico” da cui risorge per rimettere alla prova Cappuccetto. Ma, stavolta, sia lei che la nonna sanno riconoscere il male. Il quale non è mai definitivamente eliminato, ma certamente può essere tenuto lontano dalla propria vita.

Paese Mio Manerbio, N. 137 (ottobre 2018), p. 18.

sabato 13 ottobre 2018

Le dipendenze patologiche: un problema di tutti

padre danilo salezze servitore insegnante cat
Padre Danilo Salezze

"Dipendenza patologica”: un problema di pochi, da isolare e “aggiustare”? Questo quadro è semplicistico. L’ha mostrato l’incontro con padre Danilo Salezze. Quest’ultimo è il responsabile della Comunità San Francesco di Monselice (Padova), nonché servitore insegnante dei C.A.T. (Club Alcolisti in Trattamento). Un’A.C.A.T. (Associazione dei suddetti Club) è presente anche a Manerbio. I C.A.T. si ispirano al metodo Hudolin, così denominato dallo psichiatra Vladimir Hudolin (Ogulin, Croazia, 1922-1996). Il suo metodo ricerca le radici della dipendenza nello stile di vita, negli schemi culturali e nei disagi sociali o esistenziali che l’hanno causata. Ecco dunque che, nei C.A.T., si radunano non pochi alcolisti, ma anche le loro famiglie, globalmente impegnate nel mutare stile di vita. Padre Salezze ha ricordato altresì che la dipendenza non è da intendersi solo come alcolismo, ma anche come ludopatia, tabagismo, tossicodipendenza e tutte le altre varianti. Tale è stato l’argomento della serata: Stili di vita sani per una spiritualità veramente umana. Essa si è tenuta al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, il 18 settembre 2018. È stata organizzata dall’A.C.A.T. locale, insieme all’Ordine Francescano Secolare, alle ACLI, a Gocce di Solidarietà, a Game Over e alla Caritas Parrocchiale, col patrocinio del Comune di Manerbio. Durante l’incontro, Padre Salezze ha definito la spiritualità come il bisogno di entrare in dialogo globalmente con la realtà. Essa è quindi capacità di creare la cultura e i legami che rendono possibile l’esistenza di comunità. Anche le dipendenze nascono in seno a una rete di rapporti (con persone e cose): è su quelli che bisogna intervenire, passando dall’astinenza forzata a una matura e consapevole sobrietà. Le famiglie che si radunano nei C.A.T. desiderano passare da uno stato di “incantamento” a uno di “competenza”, capacità di scegliere e regolare i propri consumi in modo consapevole. Non è solo un fatto di legalità delle sostanze. Padre Salezze ha sottolineato l’alta mortalità per fumo (di sigaretta), nonché la diffusione dell’obesità causata dall’eccesso di zucchero, sale e farina. A rendere velenoso o letale qualcosa di assolutamente “normale” è l’incapacità di modificarne o metterne in discussione l’uso. Centrale è dunque la suddetta “spiritualità”, ovvero l’abilità di gestire fattori “immateriali”: l’autocontrollo, l’indipendenza psicologica, la competenza. Per chi segue il metodo Hudolin, è evidente quanto sia importante non nascondere i problemi. Non serve a niente illudersi che la disabilità, l’anzianità, la fragilità non esistano. Padre Salezze ha citato anche fattori apparentemente irrilevanti, come la cultura della festa: perché, per stare allegri, deve per forza essere presente l’alcol? A questo punto, è stata necessaria anche una discussione sull’episodio evangelico delle nozze di Cana, in cui la gioia sembra essere dipendente dal vino. Padre Salezze ha ricondotto ciò alla rarità e alla preziosità dei momenti di festa, in una comunità che non annegava certo nell’abbondanza; ma ha ricordato che il centro dell’episodio è Cristo come portatore di gioia e senso della vita,  non il vino in sé (che era semplice acqua trasmutata). Perché questo era il punto del discorso: le dipendenze patologiche non sono “malattie” (intese come danni fisiologici o batteriologici), ma vuoti di senso esistenziale. Ci si attacca alla bottiglia, alla sigaretta o a quant’altro per sostituire qualcosa di meno raggiungibile. Perlopiù, il “qualcosa” è un rapporto d’amore con l’esistente. Qualcosa che può venir meno a chiunque.

Paese Mio Manerbio, N. 137 (ottobre 2018), p. 20.

giovedì 11 ottobre 2018

50 anni di AVIS Manerbio: una festa che fa buon sangue

50 anni AVIS intercomunale manerbio
50 anni di AVIS Intercomunale di Manerbio:
premiazione dei donatori storici

Cinquant’anni si compiono una volta sola e sono un traguardo ragguardevole per un’associazione locale. È l’età che ha raggiunto l’AVIS Intercomunale di Manerbio nel 2018. Le sue radici affondano nel 1938, quando si costituì un nucleo informale di donatori di sangue nei paesi limitrofi, a disposizione dell’ospedale locale. In questa fase, erano particolarmente importanti l’impegno personale e la stretta amicizia fra i donatori. Si pensi anche solo al fatto che pochissimi possedevano un telefono, all’epoca, e che l’incombenza di coordinare il volontariato spettava all’unico cui era toccata questa fortuna. L’associazione si costituì ufficialmente nel 1968. 
Per festeggiare degnamente il mezzo secolo di vita, l’AVIS manerbiese ha organizzato una generosa festa sociale. Erano invitati i soci, con amici e familiari, nonché avisini dei centri vicini e autorità civili. L’evento ha avuto luogo il 15 settembre 2018. Ai partecipanti è stato innanzitutto offerto un aperitivo, nella sede di via Palestro 49. Dopodiché, è cominciata l’esibizione della Bedizzole Marching Band: una fanfara con giovani sbandieratrici che ha proposto spettacoli di agilità e brani modernissimi (chi non conosce il “Gangnam Style”?) arrangiati per strumenti da banda. I suonatori, perlopiù assai giovani, hanno seguito il corteo di avisini, crocerossine, membri dell’AIDO e autorità civili (muniti di stendardi) lungo le tappe designate. Innanzitutto, è stato omaggiato il monumento ai Caduti, in piazza C. Battisti. La meta finale è stata Piazza Italia, teatro ideale per un nuovo e maggiore saggio di bravura della Marching Band. Soprattutto, però, essa è stata il luogo delle doverose cerimonie: discorsi delle autorità presenti (come il sindaco manerbiese, Samuele Alghisi) e premiazioni dei donatori storici. Ciò non è stato fatto per inflazionare l’ego di qualcuno: i soci AVIS, si sa, preferiscono restare anonimi, quando mettono a disposizione il proprio sangue. Tuttavia, il loro operato ha un rilievo non trascurabile, in relazione alla salute dei cittadini. La cerimonia plateale voleva sottolineare questo: il fatto che l’AVIS non sia un club di pochi eletti e dagli scopi autoreferenziali, ma un bene civico. Non sono mancati nemmeno momenti di commozione, soprattutto da parte di uno dei donatori più anziani. Nell’immaginario comune, la donazione di sangue non è sempre annoverata fra gli atti eroici: viene compiuta in sordina e senza rischio della propria incolumità, per via della delicatezza e delle condizioni igieniche in cui viene effettuata (ci mancherebbe altro!). Eppure, essa può far la differenza tra la vita e la morte di perfetti sconosciuti, in nome del quale si mette a disposizione il proprio tempo e si accantona anche il naturale senso di sgradevolezza per l’ago che penetra nel braccio. 
bedizzole marching band festa avis
La Bedizzole Marching Band a Manerbio
per i 50 anni dell'AVIS Intercomunale
            Per chi volesse, è seguita una Messa nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo Martire. La sera, l’anniversario è stato coronato da una sontuosa cena nella cornice del giardino di Palazzo Ghirardi: un’occasione per ammirare dall’interno una delle più belle residenze manerbiesi, tuttora di proprietà privata. I commensali sono stati intrattenuti dalla voce e dalla tastiera di Nicole Bulgarini, mentre il banchetto si avviava verso la conclusione: due torte di compleanno dedicate all’associazione. Mancava solo il motto “Cento di questi giorni”… ma era sottinteso. Si spera, anzi, che saranno di più.

Paese Mio Manerbio, N. 137 (ottobre 2018), p. 6.

martedì 9 ottobre 2018

Un saluto su note d’organo


Settembre 2018, per Manerbio, è il mese che ha visto il commiato a don Tino Clementi, parroco locale dal 2005. Fra gli eventi pensati per salutarlo, è stato organizzato un concerto d’organo nella pieve: proprio di quell’organo restaurato su iniziativa di don Tino. Lo strumento è stato realizzato nel 1856 da Angelo Amati. La vicenda della sua rimessa in funzione è stata complessa quanto i rimaneggiamenti e gli incidenti della sua esistenza. Le operazioni di restauro hanno avuto inizio nel 2010 e sono terminate nel 2017. Se ne è occupato il maestro organaro Daniele Giani
don tino clementi manerbio
Don Tino Clementi a Manerbio
Il 6 settembre, a eseguire i brani in programma, si è presentato Alberto Dossena, che aveva supportato la ricostruzione dello strumento con la propria consulenza. Nato a Crema (CR), ha iniziato gli studi di Organo e Composizione organistica al Conservatorio “G. Nicolini” di Piacenza, proseguendo poi al “G. Verdi” di Milano. Ha partecipato ai Corsi Universitari Internazionali “Musica en Compostela” a Santiago de Compostela, dove, nel 2001, ha vinto il premio “Rosa Sabater”. Svolge attività concertistica in Italia e all’estero. Ha curato una pubblicazione sul restauro dell’organo Serassi (1768) della chiesa parrocchiale di S. Antonio Abate a Bolzone (CR) e su quello dell’organo Cavalli (1855) della chiesa parrocchiale di S. Martino in Strada (LO). Collabora col Servizio Tutela Organi del Segretariato Regionale del MiBAC della Lombardia. Dal 2006, è direttore della Polifonica “F. Cavalli” e organista titolare della Cattedrale di Crema.
Circa l’Amati di Manerbio, Dossena ha sottolineato due particolarità: la notevole estensione e la presenza del registro “Cornamusa”.
Il concerto ha avuto inizio con la “Batalla de Sexto tono” di J. Jiménez (1601-1672). Questo tipo di composizione, molto in voga nella musica organistica spagnola, deve il proprio nome al fatto di imitare onomatopeicamente i suoni di una battaglia (appunto). Sotto il profilo teologico, può alludere a una battaglia fra bene e male. Seguivano “Was Gott tut, das ist wohlgetan” di J. Pachelbel (1653-1706) e una serie di brani di J.S. Bach (1685-1750): tre preludi al Corale dalla collezione Neumeister e una “Fuga über das Magnificat pro organo pleno” (BWV 733).
La seconda parte del concerto è stata introdotta dalla “Sonata n. 102 in Re minore in modo dorico” di padre Antonio Soler (1729-1783). Dello stesso compositore era la “Sonata de Clarines n. 54 in Do mag.”: pensata per un registro tipicamente spagnolo, ha richiesto qualche piccolo accorgimento nell’esecuzione. Sono seguiti: “Elevazione” e “Suonatina per Offertorio e Postcommunio” di padre Davide da Bergamo (1791-1863); “Adagio per Voce Umana” di Vincenzo Petrali (1830-1889), laddove la “Voce Umana” è uno dei registri principali dell’organo; “Sinfonia in Do” di Ferdinando Provesi (1770-1833).
La serata del 6 settembre 2018 è stata organizzata dalla Commissione Organo insieme all’Amministrazione Comunale. Il motivo della collaborazione è stato spiegato dall’assessore Fabrizio Bosio: l’organo Amati 1856 di Manerbio fa parte del patrimonio artistico locale ed ha quindi un valore storico-culturale per tutta la comunità civica, non solo per la parrocchia. L’iniziativa del suo restauro (insieme alle altre volute da don Tino, come il riordino dell’archivio parrocchiale e il restauro delle campane) ha dunque coinvolto fortemente l’intera città. Il concerto di commiato, pertanto, è stato anche un modo di sottolineare l’idea che mons. Clementi ha sempre avuto del proprio incarico in loco: far agire la parrocchia come partner del Comune.

sabato 6 ottobre 2018

Musica dal vivo per ville e cascine

miichelas manerbio cascina carrera
I Michelas alla Cascina Carrera di Manerbio

Continuano gli appuntamenti dell’iniziativa “Piano in casa”, organizzata dal Comune di Manerbio, dalla Biblioteca Civica (nella persona di Giambattista Marchioni) e dal progetto “Magazzino Merci Manerbio”. Il 29 agosto 2018, l’appuntamento si è tenuto nella Cascina Carrera, in via Magenta. L’arch. Graziella Freddi ha illustrato la struttura dell’edificio, interessata dal boom economico, che portò al bisogno di spazi per le nuove macchine agricole. 
            La cascina fu registrata nel catasto napoleonico, il che significa che già esisteva agli inizi dell’Ottocento. Particolarmente interessanti sono gli accorgimenti pratici: il pavimento inclinato della stalla, per raccogliere gli escrementi animali; una botola che collegava il fienile alla suddetta stalla; un “leccasale” che arricchiva di sali minerali l’alimentazione delle mucche; la “fascia antitopo”, ovvero la parte liscia delle mura del granaio, che serviva ad arrestare l’arrampicata dei roditori. Essa veniva impiegata anche come “lavagna”, per calcolare la quantità di granaglie accumulate. 
            La cascina comprendeva una residenza padronale distinta dall’alloggio dei dipendenti, ma priva di fasti. Il portico garantiva una zona ombreggiata e fresca; un’antenata dei proprietari attuali ebbe l’idea di decorarlo con una pianta di vite americana, “tendaggio” naturale dai colori gradevoli. Naturalmente, c’era anche un orto. L’aia era destinata alla lavorazione del granoturco (per sgranarlo o farlo seccare). La presenza di un bagno distingue la cascina dalle altre dell’epoca. Oltre alla concimaia, erano presenti un pozzo e un abbeveratoio per le mucche di ritorno dalla campagna.
Parlare di case rurali significa anche parlare di tempi lenti, fede nella Provvidenza, relazioni forti, accettazione delle difficoltà. Significa parlare di fiabe, molto legate allo scenario di campagna e alle paure… ma sempre con la rassicurante presenza degli adulti.
L’intrattenimento musicale è stato curato dal trio “I Michelàs” (probabile riferimento al proverbio sul mestiere di “majà, béer e ‘ndà a spas”). Coerentemente con l’ambientazione, indossavano abiti contadini in stile “Albero degli zoccoli” e hanno suonato mandolino, fisarmonica e chitarra. Il repertorio si componeva delle musiche di Luigi Damiani e dei testi di Memo Bortolozzi.
           
casa pisano finadri manerbio ingresso
Casa Pisano Finadri
Un cambio di scena si è verificato il 5 settembre. Stavolta, i manerbiesi sono stati ospitati dal giardino di Casa Pisano Finadri, in via Diaz. Come ha illustrato l’ing. Paolo Ungaro, essa si trova nel cuore della Manerbio medievale, compreso già nella cinta muraria del X-XI sec.  A ogni modo, nel XV sec., questa dimora non c’era ancora. Sia la meridiana sul frontone, sia un acquaio in pietra presente in una stanza riportano l’anno “1536” e le iniziali “A.L.” L’acquaio è contrassegnato dallo stemma dei Luzzago. Quest’area, infatti, era di proprietà del casato; lo testimonia anche ciò che rimane della casa-torre detta “Torrazza”, nella piazzetta Boninsegna. Il catasto napoleonico, naturalmente, registra anche questa villa. L’evoluzione architettonica principale è della prima metà del ‘900. L’aggiunta di due ali diede all’ingresso l’aspetto scenografico che ha ora. I Pisano Finadri, proprietari della dimora agli inizi del XX sec., possedevano anche diverse cascine nella campagna manerbiese. Alcuni pezzi riutilizzati nell’edificio (es.: un abbeveratoio in pietra) provengono proprio da queste cascine ed hanno dunque un valore documentario. Una bella applique déco negli interni ricorda, invece, i primi del ‘900. 
emma baiguera chitarra manerbio
Emma Baiguera e la sua chitarra
            Sotto il portico della villa, il pubblico è stato intrattenuto dalla chitarra di Emma Baiguera, che ha interpretato i seguenti brani: “Fantasia VII per violino solo” di G.P. Telemann (1618-1767); “Mazurka Apasionada” di A. Barrios Mangoré (1885-1944); “Tres canciones populares mexicanas” di M.M. Ponce (1882-1948); “Ave Maria, Canto dei mietitori” e “Variazioni attraverso i secoli” di M. Castelnovo-Tedesco (1895-1968).

Paese Mio Manerbio, N. 136 (settembre  2018), p. 6.

giovedì 4 ottobre 2018

Pioggia (di musica) alla fine dell’estate


Come sempre, la Civica Associazione Musicale S. Cecilia di Manerbio ha coinvolto la cittadinanza e raccolto fondi con la sua “Festa della Musica” (dal 23 al 26 agosto 2018). All’Area feste di via Duca d’Aosta, fin dalle ore 16:00 del pomeriggio, era aperto il bar per l’aperitivo. Dalle 19:00, era possibile cenare col classico menu delle sagre locali: “pa e salamìna”, polenta con salsiccia o gorgonzola, patatine fritte, olive all’ascolana, affettati misti, casoncelli al burro fuso, tagliata di manzo, pollo amburghese con patatine, anguria, “piatto della musica” (pietanze assortite fra quelle elencate), dolci, gelati e bevande. 
festa della musica manerbio 2018

            Il “piatto forte”, ovviamente, erano però i concerti serali. Quest’anno, l’esordio è toccato a The Sunrises & Friends. I Sunrises sono una band giovanile blues, nata all’interno della banda manerbiese. La sera del 23 agosto, come annunciava la locandina, hanno invitato sul palco un folto gruppo di amici, per arricchire la propria musica. Fino a poco prima, i “friends”  erano impegnati a servire ai tavoli. Naturalmente, nel programma, non è mancato “Sunrise” di Norah Jones (2004), il brano che dà il nome alla band. Più vivace è stata “Route 66” di Nat King Cole (1946), mentre un emblema di sensualità è “Fever” di Little Willie John (1956). Un cambio di atmosfera si è verificato con “Uptown Funk” di Mark Ronson (2014). La popolarissima “Con le mani” di Zucchero (1987) è stata dedicata a Stefano Pietta, l’ideatore della web radio Ste Radio DJ, che segue le peripezie dei Sunrises.
            “Uptown Funk” è tornata la sera del 24 agosto, nel programma dei Funkapi: com’è evidente, hanno proposto un repertorio funk. Il suono del loro nome è anche vagamente bresciano (“Fam capì”). Altro riconoscibilissimo brano era “We Are Family” di Sister Sledge (1979). The Jackson 5 (sì, la famiglia di Michael Jackson) sono stati ricordati con “Blame It On the Boogie” (1978). “I’m Your Boogie Man” (1976) restituiva l’atmosfera di una discoteca anni ’70 e la voce dei KC and The Sunshine Band. Di Justin Timberlake era, invece, “Can’t Stop the Feeling” (2016).
            Il 25 agosto avrebbe dovuto vedere un omaggio a Enzo Iannacci, Fred Buscaglione e Giorgio Gaber, con La Banda dell’Ortica: un gruppo che prende il nome proprio da una canzone di Iannacci, “Faceva il palo” (1966). Il concerto si è tenuto, ma sotto il tendone dell’area feste, anziché sul palco: colpa della pioggia. Cosa che non ha scoraggiato la vivacissima band e il pubblico presente, in ogni caso.
Il clima fresco e pungente ha caratterizzato anche l’ultima puntata della Festa della Musica. Il 26 agosto, come ogni anno, essa è cominciata fin dal tardo pomeriggio, con le note dei Gringos: brani strumentali jazz, ma non frenetici - gradevole accompagnamento all’aperitivo e alla cena dei convenuti. Li hanno seguiti i Face Blues, band di rock blues. Essi hanno fatto rivivere Jimi Hendrix, con pezzi quali “Little Wing” (1967), “The Wind Cries Mary” (1967), “Hey Joe” (1966). Ma c’era posto anche per “Rock Me, Baby” di B.B. King (1964), un altro classico, o per i Blues Brothers di “Sweet Home Chicago” (1980). Quest’ultima è un rifacimento di un brano composto da Robert Johnson nel 1936.
Tra nuvole e pioggia, la Festa della Musica 2018 sembrava un saluto all’estate in declino: un’ultima sagra paesana di stagione, gustata appieno nei suoi suoni e sapori.

Paese Mio Manerbio, N. 136 (settembre 2018), p. 15.