martedì 28 novembre 2017

"Il sole d'agosto sopra la Rambla", di Damiano Dario Ghiglino

TITOLO: Il sole d’agosto sopra la Rambla 
Damiano Dario Ghiglino Il sole d'agosto sopra la Rambla romanzo gay
Damiano Dario Ghiglino,
Il sole d'agosto sopra la Rambla



GENERE: Lgbt, drammatico


PAGINE: 127

TRAMA Sono i “giovani tramonti”, fragili e tenaci, ragazzi gay dai cuori spezzati impressi indelebilmente sullo sfondo di una Barcellona sotterranea. Ognuno alla ricerca di qualcosa e in fuga da qualcosa, ognuno con le proprie paure e i propri segreti. Tra prostituzione e dipendenze, locali malfamati e preti pedofili, nostalgie e desideri brucianti, passioni e tenerezze passeggere, in attesa di quell’evento imprevedibile che cambierà per sempre le loro esistenze, cercheranno di fermare il tempo per vivere unicamente il presente ed attendere l’amore in quella dimensione, così sfuggente ed ambigua, dell’istante stesso. Eppure quando un sentimento forte e sconosciuto si farà strada nei cuori dei diciottenni David e Borja, i più giovani del gruppo, la diffidenza e lo stupore lasceranno progressivamente spazio ad una coscienza sempre più profonda e ostinata. Romantico e spietato al tempo stesso, questo romanzo rappresenta il ritratto psicologico di una generazione smarrita alla quale il futuro si presenta come imperscrutabile.

lunedì 27 novembre 2017

Un film leggero con una morale pesante

«Non è arrivato il film che avevo prenotato… Allora, guardiamoci questo». Così, sul piattino del lettore DVD, è arrivato Animali fantastici e dove trovarli (2016; regia di David Yates). Degno complemento di quella serata per sole ragazze, fra divano e biscotti casalinghi. Da adolescente, fui una fan devotissima di Harry Potter. Mi sbellicai dalle risate (e da una struggente nostalgia di un mondo impossibile), leggendo l’antenato cartaceo del film suddetto: un testo scolastico di Hogwarts con gli scarabocchi attribuiti a Harry, Ron e Hermione. 
eddie redmayne dan fogler
Newt Scamander (Eddie Redmayne) istruisce il babbano Jacob
Kowalski (Dan Fogler). Fonte: comingsoon.it
            Attualmente, però, le mie esigenze sono più sostanziose. Non solo amo fantasy più monumentali (J.R.R. Tolkien vi dice qualcosa?), ma preferisco coltivare la saggistica. E, in particolare, approfondire l’alchimia, la stregoneria e la magia rituale storicamente praticate. Morale della favola (letteralmente!): non ho avuto la smania di seguire le novità targate J.K Rowling, nemmeno il film suddetto. Esso, però, non mi ha deluso  - forse, anche perché è stato sceneggiato dall’autentica mamma della saga.
            Animali fantastici e dove trovarli, tutto sommato, è un fantasy leggero, pensato per un ampio pubblico che desidera meramente ridere, piangere e immedesimarsi. È il messaggio di fondo a essere pesante. Come la valigia di Newt Scamander. Un involucro in pelle, apparentemente fragile e limitato, ma sconfinato all’interno. Come l’essere umano. E “mago” è chi sa esplorare questa valigia semovente senza perdervisi. Mentre “Babbano” è sinonimo di “inconsapevole”, di “dormiente” nel conformismo e negli schemi mentali ricevuti. Inconsapevole del mondo che guizza dentro di lui.
            La firma di J.K. Rowling è visibile in un tema di fondo: l’intolleranza, nelle sue varie forme. C’è quella dei Babbani (appunto), che è la paura nei confronti di chi sfugge alle maglie della pretesa “normalità”. Un’intolleranza davvero curiosa, eretta contro chi sa realizzare le proprie visioni più profonde… ma non ha paura di bestialità come il fanatismo e l’ottusità. C’è poi l’intolleranza dei maghi, rappresentata da Grindelwald: quella di chi è stanco di vivere nascosto e braccato e vorrebbe annegare tutto questo in un massacro liberatore. Ci spiace dirlo, ma questo tipo di fanatismo è assai più comprensibile dell’altro.
            Di quell’altro, rappresentato dai Secondi Salemiani. “Secondi”, perché i processi alle streghe made in Salem sono avvenuti realmente, prima dell’epoca in cui il film è ambientato. Per la serie: la realtà è più pazzoide della fantasia. Ossessione per la Verità (con la “V” maiuscola e l’accento sulla “à”); convinzione di rappresentare il Bene Assoluto e di avere, pertanto, la licenza di ricorrere a qualunque mezzo, violenze incluse… Ogni riferimento alla realtà è puramente casuale, nevvero? Compresa l’attitudine di questi lugubri bigotti a raccogliere gli orfanelli, sfamarli e riempirli di paure assurde col pretesto di consolarli. «È un marchio delle streghe?» domanda, terrorizzato, un ragazzino, mostrando una macchia sulla cute. «No, no…» risponde maternamente una Seconda Salemiana. Omettendo di precisare che, se lei stessa non avesse contribuito a imbottirgli la testa di fole, il piccolo non avrebbe avuto bisogno di essere rassicurato. Nelle case dei cacciatori di streghe, l’odio precocemente inculcato trasuda ovunque, finanche nelle tiritere infantili. I bambini sono propagandisti gratuiti e incondizionati: bisogna coltivarli con cura. E sono preziosi i derelitti, perché (nelle loro condizioni) non possono permettersi di accendere il senso critico. Possono solo ringraziare le mani che danno loro il pane - e ricompensarle con l’unica cosa che posseggono, l’obbedienza.
           
Animali fantastici e dove trovarli: i protagonisti
arrestati dal MACUSA. Fonte: blog.screenweek.it
E i maghi? A New York, l’ordine magico è sorvegliato da una sorta di “ministero della sicurezza”, il MACUSA. Unica preoccupazione: insabbiare ogni prova dell’esistenza dei maghi. Con tipacci come i Salemiani in giro, non è un’idea malvagia. Peccato che, in nome di essa, il MACUSA non esiti a commettere torti verso coloro che dovrebbe proteggere e a perpetrare mortali sciocchezze. La sua disinvoltura nel somministrare la morte è ai limiti dell’autolesionismo. L’unico modo in cui sa affrontare i problemi è la coercizione - violenza controllata, ma sempre violenza. Non c’è da stupirsi che Grindelwald (MOMENTO SPOILER) si mimetizzi così facilmente fra loro.
            Proprio la violenza della repressione di sé trasforma in mostruoso pericolo ciò che sarebbe, altrimenti, una semplice peculiarità. Se si bolla qualcuno come “contro natura”, si otterrà infallibilmente un essere contro natura: perché vivrà contro la propria.
            Gli eroi positivi, come sempre nelle opere della Rowling, sono coloro che sanno sposare l’amore con l’intelligenza. Coloro che sanno parlare con l’alterità, perché la vedono per ciò che essa è. Senza il sonno della ragione, non nascono mostri.

domenica 26 novembre 2017

Dioniso

Sara si fissava nel ritaglio dello specchio; le sue ciocche d’inchiostro serpeggiavano lungo le spalle seminude, lungo il disegno delicato delle scapole.
            Dal letto, Mirko la occhieggiava con studiata distrazione. Nel corridoio del collegio, gli altri allievi del “Cairoli” vociavano e rimandavano tonfi da una parete all’altra, in quella che doveva essere un’improvvisata partita di calcio con una palla di cartacce.
            «Domani, non verrò a trovarti» annunciò Sara, passando il pettine di Mirko là dove, poco prima, si erano immerse le dita di lui. «Non so tu, ma io avrò bisogno di riposare, la notte prima della recita». 
baccanti euripide
Baccanti. Fonte: igiornielenotti.it
«Non c’è problema» mormorò lui, in un soffio tenero e rauco.
Finalmente, anche Mirko aveva trovato posto nelle iniziative teatrali della professoressa Fusini. Negli anni precedenti, lei aveva coinvolto diversi studenti dell’università di Pavia in pièces di Oscar Wilde o di William Shakespeare, inscenate con efficace semplicità nell’Aula Magna del Collegio Ghislieri. Fra queste rappresentazioni, era compresa una Salomé, intrepretata da Sara, che a Mirko aveva fatto rasentare il deliquio.
            «Devo ricordare a Laura di portare i serpenti di gomma» mormorò la ragazza quasi fra sé, riabbottonandosi la camicetta. L’altro represse un moto di fastidio. Cercò di concentrarsi sulle finissime dita di lei, che sistemavano il colletto attorno alle vene cerulee della gola.
            Quell’anno, la Fusini aveva consultato i colleghi classicisti e aveva proposto le Baccanti di Euripide, in una recente traduzione di Vincenzo Di Benedetto. I serpenti di gomma avrebbero adornato il capo delle coreute e del loro dio Dioniso –alias Sara.
            Laura. Il “principe Amleto” dal caschetto biondo e dagli occhi pieni di azzurro distacco. L’indolente confusionaria che, di botto, sapeva partire con lo zaino in spalla, per andare a perdere il cellulare sui Carpazi.
Certo, Laura sapeva recitare. Mirko lo ammetteva senza sforzo. Ma proprio questo suo rivaleggiare con Sara in profondità interpretativa, l’intreccio flessuoso delle due anime nel lago dell’arte gli dava ombra. Gli sembrava di doversi fermare sull’orlo di quel lago, irretito come Sigfrido davanti al Cigno Bianco e al Cigno Nero.
Due sere dopo, lui, Mirko, sarebbe stato Penteo, re di Tebe. E Laura sua madre, Agave. Si chiese se “Tombola”, suo compagno di collegio, stesse ripassando il monologo del Secondo Messaggero –quello con cui avrebbe annunciato la morte di lui, Penteo.
            Sara aveva già raccolto la propria borsa e gli sorrideva, con un lume d’ammaliante congedo nei loti degli occhi.
«Ti accompagno!» si offrì lui, come sempre. Il collegio femminile “S. Caterina da Siena” si trovava proprio dietro il “Cairoli”. Mentre Sara si appoggiava mollemente al suo braccio, Mirko pensò a Laura, al fatto che lei dormisse sotto lo stesso tetto della sua ragazza. Uno sbuffo impercettibile scacciò quell’ombra.

  *   *   *

I sedili dell’Aula Magna, a giudicare dal brusio, andavano già riempiendosi. Agli occhi dei presenti, si offriva un soppalco, sul quale una sagoma bianca chiusa da tende grevi voleva significare il palazzo di Penteo. Ai piedi di esso, tronchi di colonne ioniche in polistirolo giacevano, ammantati di edera. Fra di essi, un monticello di pietre reggeva un cratere in terracotta –segnacolo della tomba di Semele, madre di Dioniso.
      Dietro la scena, Mirko attendeva, già bardato con la spada e un’armatura in finto cuoio che sembrava esternare le fibre muscolari.
Sara indossava le vesti vaporose di Dioniso, sormontate da una falsa pelle di leopardo. I suoi capelli corvini fluivano liberi come Mirko li aveva visti nella propria stanza; su di essi, una corona di edera e serpi di gomma, che circondavano anche il collo.
Sara stava aiutando Laura a rassettarsi il costume di Agave, ricco di pieghe e lembi. Le sue dita percorrevano quei panni come trame di una mappa a lei familiare. Laura la lasciava fare, con un velo sornione sugli occhi. Mirko strappò il proprio sguardo dalla coppia. Un rossore rabbioso gli punse le guance.
      Il buio calò nella sala. Un “occhio di bue” si fece strada sul soppalco. La voce di Sara risuonò squillante nel prologo:

…quante donne c’erano a Tebe, tutte le ho fatte impazzire e le ho fatte uscire dalle case, e ora insieme con le figlie di Cadmo, senza distinzione, siedono sotto i verdi abeti su rocce che non hanno tetto. È necessario che questa città impari, anche se non lo vuole, che le manca ancora di essere iniziata ai miei riti…

Un suono cadenzato di cembali e verghe misurò l’ingresso del coro di baccanti, che si seminarono fra i tronchi di colonne, attorno alla tomba. Mirko deglutì, nell’ombra della scena, mentre le ragazze scandivano i versi all’unisono –un’abilità che era costata i momenti più esasperanti delle prove. Anche perché le baccanti dovevano recitare danzando. Sara sarebbe stata bravissima, pensò Mirko –lei che era stata Salomé.
      Un rumore di passi sul soppalco segnalò l’ingresso in scena dell’indovino Tiresia e di Cadmo, padre di Semele e Agave. Anche loro erano stati agghindati come le coreute, con tirsi, ghirlande di foglie e finte pelli di cerbiatto. Sotto quei paramenti, recitavano Francesco, il compagno di bevute di Laura, e Cesare, che di lei era stato compagno di liceo e aveva ereditato da quei tempi –non si sapeva bene – l’amicizia o il disprezzo della ragazza.
I due levarono alti schiamazzi, festeggiando il loro ringiovanimento a opera di Dioniso. Mirko inspirò a fondo. Presto, lui avrebbe dovuto fare irruzione e castigare la loro euforia.

Che combinazione. Mi trovavo fuori di questa terra, quando ho sentito le brutte novità che succedono qui a Tebe…

Francesco e Cesare, nei loro addobbi femminei, fissavano Mirko come se realmente fosse il giovane re di quella folla muta, pronto a rovesciare la scena e a far cessare la trasgressione rituale del teatro. Il ragazzo squadrò con disprezzo le baccanti, disseminate nell’edera, sotto il palazzo:

Ho sentito anche che i boccali, colmi, stanno ritti, in mezzo ai loro tiasi, e quelle intanto si appartano in luoghi solitari……la loro motivazione è che sono menadi officianti, solo che anziché a Bacco la precedenza la danno ad Afrodite…

Mirko lasciò la scena con un gesto di magnifico sdegno, dopo aver gettato a terra i tirsi e le corone vegetali strappati ai due. Nelle orecchie, gli risuonava ancora il discorso di Tiresia:
                                                              
…questo dio, il dio nuovo che tu deridi, io non sono in grado di dire tutta la sua grandezza, e l’impatto che avrà…

Uscì nuovamente dalla reggia quando si furono spente le sillabe del coro, scorrenti su un tappeto di flauti:

…potessi io giungere a Cipro, 
l’isola di Afrodite… 
…lì portami tu, o Bromio, Bromio, 
tu dio che guidi il corteo dell’euoè; 
lì sono le Chariti, lì il Desiderio, 
lì hanno accesso le baccanti 
per celebrare il rito.

Con le morbide braccia strette dai servi, gli occhi neri ombreggiati dalle lunghe ciglia, gli fu condotta Sara. Nella posa fiera che il ruolo gli imponeva, Mirko fissò la prigioniera. Ombreggiature fumose e affusolate davano un risalto ipnotico al suo sguardo; il trucco disegnava anche, sulle sue guance, due pomelle color del mosto.

Liberate le mani di costui. È in trappola: sarà veloce, ma non così tanto da sfuggirmi.

Con passo sicuro, Mirko avanzò verso Sara e le fece alzare il mento. La costrinse a guardarlo negli occhi:

Eppure, per l’aspetto esteriore, o straniero, non sei privo di una tua piacevolezza formale, per chi voglia usare criteri femminili…

Un bagliore guizzò nelle pupille di Sara. Mirko fissò i petali serrati della sua bocca:

…I tuoi riccioli sono ben lunghi, e non perché tu pratichi la lotta libera; arrivano fin sopra la guancia, sono roridi di desiderio; e se la tua pelle è lucida, c’è un fine ben preciso: non ti esponi ai dardi del sole, ti ripari sotto l’ombra, e con la tua bellezza cerchi di far tua Afrodite…

Il fiato del giovane sembrò sospendersi. Sara colse il suo esitare e gli rimandò un sorriso di sfida:

Sai tu –forse ne hai sentito parlare – del fiorito Tmolo?

A quelle parole di Dioniso, cominciò il dibattito serrato fra il dio e il re. Mirko ripercorse le battute con sicurezza, attendendo il momento convenuto.

Dimmi la pena che devo subire, la cosa terribile che mi vuoi fare.

Pronunciando questa frase, Sara piegò il capo, con una sottomissione studiata che sapeva di suadente. Mirko, con il dorso dell’indice, le percorse l’orecchio:

Prima cosa. Questo tuo ricciolo delicato, lo taglierò.

Il ricciolo è sacro, fece lei di rimando. È per il dio che lo faccio crescere.
      L’altro, imperterrito, le sottrasse anche il tirso.
Mentre i servi trascinavano Sara all’interno della scena, lei si volse verso Mirko, con sguardo esaltato:

…il contraccambio di questi oltraggi da te lo esigerà Dioniso…

Seguì la voce del coro, poi lo strepito delle baccanti. La voce argentina e morbida di Sara le galvanizzava dall’interno del palazzo. Le sue parole senza volto chiamarono fuoco sulla reggia e sulla tomba di Semele.
      Alla fine, Mirko si ritrovò di fronte al dio, libero dalle sue catene. Con un sorriso di squisito trionfo, Sara invitò al silenzio le proprie menadi e fissò il giovane, in ascolto delle prodezze sanguinarie avvenute durante i riti bacchici.
      Mirko, dunque, giunse alla risoluzione fatale: abbandonare spada e armatura, per assumer l’abito delle menadi. In piena luce, sulla scena, Sara aggiustò sul suo corpo quel nuovo rivestimento femmineo. Le sue dita si muovevano, fluide, tra pieghe e ciocche di capelli. Lei, invece, era stata arricchita di un paio di corna taurine e di un manto di nera pelliccia. Mirko ripensò a lei e Laura –ma si distolse dal ricordo.

Il tuo modo di pensare è cambiato: bravo.

Il giovane sorrise a Sara di rimando, come gratificato dal complimento:

Eppure, sono sicuro che esse nei cespugli, come uccellini, sono impegnate in amplessi con graditissimi allacciamenti…

La ragazza saettò verso di lui un ghigno:

È per questo che ti avvii sul posto a controllare la situazione. Probabilmente le coglierai sul fatto, se tu non sarai preso prima.

Le sue corna e il suo manto parvero torreggiare su Mirko, facendo di lei una belva immane e fantastica. Sara fissò la figura agghindata del giovane, i suoi ornamenti femminili, e si distese in un’espressione di voluttuosa apoteosi:

Tu sei il solo che per questa città impegna se stesso, tu solo. E per questo ti attendono le prove che ti spettavano. Seguimi: io procederò, tua guida e tua difesa. Ma altri ti condurrà via di lì…

La voce di Mirko si levò con flautato trasporto:

A deliziosi vizi sei tu che mi costringerai…

Dioniso si volse al pubblico. Le sue parole esplosero sulla folla:

Sei tremendo, tremendo e a prove tremende ti avvii: troverai una gloria che arriva fino al cielo. Tendi le tue braccia, Agave…

Mirko riparò sotto le ombre del retroscena, delicatamente sospinto dalle dita di Sara. Avrebbe rivisto le luci della ribalta solo disteso su una barella, quella che avrebbe accolto le sue spoglie straziate dalla baccanti. Laura avrebbe trionfato, innalzando sul tirso l’effigie della sua testa.
      Si preparò disteso sul lettuccio e attese di ascoltare la descrizione della propria morte scandita da “Tombola”. China su di lui, col volto di Dioniso ancora dipinto sul proprio, Sara gli rivolgeva un’espressione serafica.
Mirko cercò di cogliere nei suoi occhi arabi l’impronta di quelli di Laura. Poi, scivolò in una sorta di sopore, in cui le dita di Sara fra i suoi capelli trascinarono il suo capo in una danza; un turbine d’ali corvine si confuse coi bagliori d’una chioma bionda e mille mani di velluto gli strapparono fitte senza nome.





Compreso in: AA.VV., Racconti bresciani. Edizione 2017, a cura di Viviana Filippini, 2017, Historica Edizioni, pp. 67-73.

sabato 25 novembre 2017

Tra il bianco e il nero

Un plin! apre
anelli
d’aria
attorno
al tuo dito.
tra il bianco
e il nero
dei tasti;
una piega bruna
nelle ciglia.
S’acquatta la tua anima
nei propri “dolci bruttissimi versi” (1)
-così li direbbe Gozzano.
Anch’essa ha lo sfarzo goffo
d’un melodramma:
grappolo di ninnoli, “palpiti” e “ardori”,
che pure strappan,
tra i sogghigni, una lacrima.
Ho numerato i tuoi eccessi
in un libretto
di rime spaiate,
abbozzato nel margine
fra il cuore e il capriccio.
Poi, li ho cullati uno per uno
e ho sorriso –sono loro a tenermi
qui, beata
nei velluti grotteschi
d’un palco che guarda
sul tuo cuore.

mani pianista


(1)    Cfr. Guido Gozzano, “L’amica di nonna Speranza”, I Colloqui (1911), v. 32.

Pubblicato su: AA.VV., Dieci anni I, a cura di I.v.a.n. Project, Villasanta (MB) 2017, Limina Mentis, p. 24

venerdì 24 novembre 2017

Esercitazioni al pianoforte

rampicante sui muri, in corridoio.
È un sentore di musica arcana,
il pregno brivido del golfo mistico
quando inizia il serpeggio degli accordi.
E infatti: cadon boccoli argentini,
la pioggia carezzevole del piano-
forte. Incontran lo specchio dei miei orecchi
e si frangono in stille, in mille lucciole.
Non so distinguere Mozart o Handel,
né padroneggio la danza sofistica
che si arzigogola su un pentagramma.
Ma quel fantasma di corde ha una voce,
anzi, più d’una. Non sarà la pioggia
nel pineto e nemmen sarai Ermione
tu che m’aspetti; ma vuole silenzio
anche questo stillar di note incerte,
vuole che io mi perda nel suo bosco
-per ritrovarti, aprendo quella porta,
seduto al consüeto pianoforte.

pianoforte amore


Pubblicata in: AA.VV., Dieci anni I, a cura di I.v.a.n. Project, Villasanta (MB) 2017, Limina Mentis, p. 23.

giovedì 23 novembre 2017

Lo stile moresco: una storia multiculturale alla LUM

S’intitolava “Stile moresco” la conferenza che ha chiuso il mese di ottobre per la Libera Università di Manerbio (LUM). Il 26 ottobre  2017,  si è riunita per ascoltare la prof.ssa Graziella Freddi.
           
cappella palatina palermo
La Cappella Palatina a Palermo.
“Moresco” deriva da “moro”, a sua volta proveniente dal latino Maurus: “abitante della Mauritania”, intesa in senso più esteso di quello attuale. È uno stile architettonico e decorativo elaborato in seno al mondo musulmano, ma che ha ispirato anche capolavori europei.
            L’assenza d’immagini di esseri reali in luoghi pubblici, volta a scoraggiare l’idolatria, diede impulso allo sviluppo di intarsi e decorazioni non figurative di intere pareti: i famosi “arabeschi”. I motivi geometrici denotavano anche lo sviluppo della matematica e costituivano una simbologia del cosmo (4 stagioni, 12 mesi…). A questi, si aggiungano i motivi calligrafici e l’uso del colore: esplosivo, volto a esaltare la forma. In architettura, fu elaborata una grandissima varietà di archi.
            Lo stile moresco nacque intorno alla capitale dei califfi omayyadi, Damasco, integrando l’arte ellenica e bizantina. La Cupola della Roccia (Gerusalemme, 687/691) fu voluta dal califfo omayyade ʿAbd al-Malik b. Marwān. Il sito su cui sorge era considerato sacro già prima che si formassero le tre religioni monoteistiche. La Roccia sarebbe la medesima dove avvenne il mancato sacrificio del figlio di Abramo (Gn 22, 1ss.) e si compì il viaggio notturno di Maometto fino al cospetto di Dio (sura XVII). L’edificio fu realizzato da maestranze bizantine. Come le cattedrali medievali, era una rappresentazione del cosmo su base matematica.
            La Sicilia fu conquistata dagli Arabi sotto la dinastia fatimide (909 - 1171). I dominatori introdussero efficientissimi sistemi d’irrigazione, oltre a bagni pubblici e privati e a nuove coltivazioni. Nel 1072, giunsero i Normanni, che non cancellarono la presenza dei conquistatori precedenti. Uomini di cultura arabi arricchirono così le scienze e l’architettura. Nove edifici arabo-normanni sono stati inseriti dall’UNESCO nel patrimonio dell’umanità. Quasi tutti si trovano a Palermo. Fra di loro, si trovano il Palazzo Reale con la Cappella Palatina (1130-1143) e la residenza estiva detta Zisa (1165).
            Non dimentichiamo i segni della presenza araba in Spagna. A Cordova, fu costruita una moschea che fu convertita in cattedrale nel 1236, con molte difficoltà. Ciò che tutt’oggi stupisce è il ruolo della decorazione (accostamenti di pietre di diverse tonalità, archi polilobati). È divisa in 19 navate, con 856 colonne, aventi capitelli di stili diversi. 
patio dei leoni alhambra granada
Il Patio dei Leoni, nell'Alhambra di Granada.
Granada è famosa per l’Alhambra, cittadella murata e autonoma. Ovunque, vi è scritto il motto di Nazar il Rosso, che conquistò la città nel 1238 e fondò la dinastia nasride del Sultanato di Granada. Fra le meraviglie dell’Alhambra, ricordiamo il Patio dei Leoni: parte dell’abitazione privata del sultano, è dotato di accorgimenti antisismici. Il Patio sembra imitare il Tempio salomonico, nella struttura. Quando i re cattolici adottarono l’Alhambra come residenza, essa diventò rappresentativa anche per la terza religione abramitica. Ciò non impedì l’emanazione di leggi sulla “limpidezza del sangue” che causarono la cacciata di Arabi ed Ebrei dalla Spagna.
            La lezione della prof.ssa Freddi è approdata all’Impero Ottomano (1299-1922). Ricordiamo qui il sultano Solimano il Magnifico (1494-1566) e il suo architetto di corte Mimar Sinan (1489-1588). Capolavori di quest’ultimo sono la moschea di Sehzade e quella di Süleymaniye. Entrambe sono monumenti celebrativi voluti da Solimano; sono caratterizzate da ampi spazi luminosi, apparentemente senza peso. L’intuizione di Sinan fu questa: non copiare lo stile bizantino, ma reinterpretarlo in chiave ottomana.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 126 (novembre 2017), p. 15.

mercoledì 22 novembre 2017

Vivaldi: dall’oblio al ritorno alla fama

Chi non ha mai sentito parlare del compositore Antonio Vivaldi (Venezia 1678- Vienna 1741)?  Così famoso oggi, morì dimenticato e in rovina. I manoscritti delle sue composizioni musicali, fra eredità, passaggi di mano, lasciti e acquisti, riemergeranno all’inizio del Novecento. L’avventurosa vicenda è stata romanzata da Federico Maria Sardelli, in: L’affare Vivaldi (Palermo 2015, Sellerio). 
trio Nobis Tansini Sesenna
Il trio Franco Nobis, Marco Tansini e Silvia Sesenna
Una serata nel salone di rappresentanza del Municipio manerbiese è stata intitolata, appunto: “Vivaldi: dall’oblio al ritorno alla fama”. Era stata organizzata dal Comune (Assessorato alla Cultura) e dall’associazione Amici della Biblioteca di Manerbio. La data era il 22 ottobre 2017.
            Erano stati invitati Franco Nobis (flauto), Marco Tansini (flauto) e Silvia Sesenna (clavicembalo). Prima di ogni pezzo musicale, veniva esposta una “puntata” dell’ “affare Vivaldi”. Dal 1741, si passò al 1922: anno in cui, a Borgo San Martino (Monferrato), morì un nobiluomo della casata genovese Durazzo. Possedeva una biblioteca molto curata, ricca di manoscritti, che volle lasciare ai Salesiani del luogo.
Nel 1926, i religiosi decisero di venderla, per raccogliere i fondi necessari a ristrutturazioni non più rimandabili. La valutazione dei manoscritti fu affidata al direttore della Biblioteca Nazionale di Torino, Luigi Torri. Questi, a propria volta, consultò il musicologo Alberto Gentili. I manoscritti si rivelarono essere una collezione sterminata di composizioni musicali. Gran parte di esse era firmata da Vivaldi. Per non disperdere la collezione, i professori decisero di farla acquisire alla Biblioteca Nazionale. L’ingente somma necessaria giunse dall’agente di cambio Roberto Foà: offrì il denaro di tasca propria, purché i manoscritti costituissero un fondo dedicato al figlio, prematuramente defunto. Nacque così la Raccolta Mauro Foà. Ben presto, fu evidente che essa comprendeva solo i volumi dispari della collezione. Grazie a Faustino Curlo, esperto di araldica, fu condotta una ricerca lungo i rami di casa Durazzo, fino a reperire l’altra metà. Ancora una volta, i fondi per acquistarla giunsero in memoria di un figlio precocemente perduto: Renzo Giordano, il cui padre era l’industriale tessile Filippo Giordano. Accanto alla prima raccolta, ne fu così costituita una seconda.
Nel 1939, a causa delle leggi razziali, Gentili dovette lasciare l’università. I materiali vivaldiani non verranno così pubblicati dal loro storico studioso. Rimane però, presso la Biblioteca Nazionale di Torino, la maggiore raccolta di manoscritti firmati Vivaldi.
Di quest’ultimo, durante la serata, non sono state eseguite le celeberrime “Stagioni”, bensì pezzi meno conosciuti al grande pubblico: Trio in re maggiore RV 84. Allegro, Andante, Allegro; Trio in sol maggiore RV 80. Allegro, Larghetto, Allegro; Concerto con due flauti traversi in do maggiore RV 533. Allegro, Adagio, Allegro.
clavicembalo silvia sesenna
Il clavicembalo di Silvia Sesenna.
La locandina comprendeva anche un pezzo di J.S. Bach, a dimostrazione di come i compositori settecenteschi impiegassero Vivaldi per apprendere lo stile italiano. Ma è stato sostituito da un altro brano.

Protagonista della serata era anche il clavicembalo: uno “strumento vivo”, come ha detto Silvia Sesenna. “Vivo”, perché il legno di cui è composto reagisce al clima; perché ha una voce “personale” e permette a ciascun suonatore di trovare il proprio tocco e stile. Ebbe il suo periodo di gloria nel ‘700, per poi essere sostituito dal più sonoro pianoforte. Dimenticato e redivivo, come Vivaldi.

martedì 21 novembre 2017

Religiosità in mostra: fotografare lo spirito

La festa della Beata Vergine del Rosario (7 ottobre), notoriamente, a Manerbio è “la Seconda [Domenica] di Ottobre”. Quest’anno, la consueta mostra organizzata dal Fotoclub Manerbio ha pensato bene di scegliere un tema concordante: “Religiosità”.
L’esposizione è rimasta aperta dal 7 al 9 ottobre 2017, nella Sala Mostre del palazzo municipale. 
mostra religiosità fotoclub manerbio
Parte della mostra "Religiosità"
del Fotoclub Manerbio.
Di Domy Pizzamiglio era l’inquadratura di due piedi devotamente scalzi, al Santuario Le Fontanelle di Montichiari. In Rue Saint-Anselme (Aosta), le prime lettere di una firma della moda formavano un “Dio” imprevisto. Da Borgo San Giacomo, venivano le immagini del Tempio Sikh: un frammento d’India trapiantato nella Bassa. E sempre indiano è il Baisakhi: la festività primaverile dell’anno nuovo, nonché commemorazione della nascita del sikhismo. Una partecipante a detta ricorrenza portava un velo simile a quello che indossavano le nostre nonne e bisnonne per recarsi in chiesa. Ancor più familiari erano i madonnari fotografati a Le Grazie (MN): un dito che ritoccava il labbro di una Vergine sottolineava il contrasto fra la piccolezza della mano e la vastità dell’immagine sacra. Un’altra immensità era quella del Duomo Nuovo di Brescia, inquadrato dal Castello. Si scendeva poi nella cripta della chiesa di S. Andrea a Maderno.
Il Tempio Sikh, il Baisakhi e i madonnari tornavano nell’opera di Gianmarco Brognoli. Si aggiungevano (fra gli altri): una Madonnina di Tremosine, l’abside romanico di S. Pancrazio a Montichiari, la cripta della chiesa di S. Orso ad Aosta (dove un gioco di lumi e ombre rendeva viva un’ingenua Pietà).
Rodolfo Antonioli aveva puntato su soggetti meno appariscenti, ma non meno significativi. Una corona del rosario sopra un ceppo di legno era intitolata “Sono qui”: una presenza divina imprevista, ma costante. “Signore delle cime” era omonima di un canto popolare e si riferiva (appunto) a una croce posta in alta montagna. “Il muretto” separava l’osservatore da un’altra croce (un diaframma tra la quotidianità e la rivelazione dell’assoluto?).
Alberto Curotti aveva firmato “Juri Brutto”: una rudimentale croce di legno e filo metallico posta sulla Cima Juribrutto. Un segno religioso proprio “Brutto” in senso estetico: ma disprezzabile forse per questo?
Anche gli scatti di Giacomo Pegoiani erano generosi di croci. Uno era “Perù”: due tozzi pali incrociati e vestiti di panno, ai piedi dei quali una peruviana lavorava la lana. “Religiosità Ladina” rappresentava invece un’edicola intitolata alla Madonna, in montagna. La scritta ladina “Mare de misericordia” suonava significativa, nella sua ambiguità. A Norcia, il crollo di un edificio aveva risparmiato un’immagine sacra.
Giancarlo Pini mostrava come un verdeggiante prato montano fosse un luogo degnissimo per celebrare l’Assunta. Poi, altri madonnari e le “Sorelle” velate di un convento; i “Riflessi in Val di Funes” mostravano un campanile “catturato” da una grata, in un paesaggio.
Silvio Lamponi documentava una Via Crucis vivente. In “Preghiere”, aveva trasformato un errore (una foto sfocata di un altare mariano) in un lampo di genio: i serpentelli di luce che percorrevano la visione sembravano proprio la materializzazione di vibranti orazioni. La serie continuava con un monastero tibetano, un tempio cinese, donne asiatiche che reggevano una sorta di rosario, una prosternazione nel Sahara e alcuni sacelli a Katmandu.
Costanzo Lini aveva ritratto una “Deposizione” fra vetrate gotiche e una processione a Favignana; faceva sorridere con un “Presepe di zucche”.
Nik Putignano mostrava Piazza San Pietro in attesa del Papa e una croce nei luoghi della Grande Guerra. Manerbiesissimo era “Il silenzio delle campane”: ovvero, le nostre campane appena restaurate.
Damiano Putignano concludeva la mostra in bellezza. Le “Sepolture mussulmane” erano un paesaggio di terra rossa. “Sui muri di pietra”, comparivano le immagini devozionali di paeselli. Prevalevano, nei suoi scatti, altari cristiani, processioni, cappelle votive nella natura, paesaggi di montagna e rappresentazioni della Passione: i segni più cari a molti manerbiesi. Per quanto il bisogno umano di rapportarsi con l’universo sia il medesimo ovunque, ciascuno riconosce i simboli che lo fanno sentire “a casa”.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 126 (novembre 2017), p. 8.