domenica 26 novembre 2017

Dioniso

Sara si fissava nel ritaglio dello specchio; le sue ciocche d’inchiostro serpeggiavano lungo le spalle seminude, lungo il disegno delicato delle scapole.
            Dal letto, Mirko la occhieggiava con studiata distrazione. Nel corridoio del collegio, gli altri allievi del “Cairoli” vociavano e rimandavano tonfi da una parete all’altra, in quella che doveva essere un’improvvisata partita di calcio con una palla di cartacce.
            «Domani, non verrò a trovarti» annunciò Sara, passando il pettine di Mirko là dove, poco prima, si erano immerse le dita di lui. «Non so tu, ma io avrò bisogno di riposare, la notte prima della recita». 
baccanti euripide
Baccanti. Fonte: igiornielenotti.it
«Non c’è problema» mormorò lui, in un soffio tenero e rauco.
Finalmente, anche Mirko aveva trovato posto nelle iniziative teatrali della professoressa Fusini. Negli anni precedenti, lei aveva coinvolto diversi studenti dell’università di Pavia in pièces di Oscar Wilde o di William Shakespeare, inscenate con efficace semplicità nell’Aula Magna del Collegio Ghislieri. Fra queste rappresentazioni, era compresa una Salomé, intrepretata da Sara, che a Mirko aveva fatto rasentare il deliquio.
            «Devo ricordare a Laura di portare i serpenti di gomma» mormorò la ragazza quasi fra sé, riabbottonandosi la camicetta. L’altro represse un moto di fastidio. Cercò di concentrarsi sulle finissime dita di lei, che sistemavano il colletto attorno alle vene cerulee della gola.
            Quell’anno, la Fusini aveva consultato i colleghi classicisti e aveva proposto le Baccanti di Euripide, in una recente traduzione di Vincenzo Di Benedetto. I serpenti di gomma avrebbero adornato il capo delle coreute e del loro dio Dioniso –alias Sara.
            Laura. Il “principe Amleto” dal caschetto biondo e dagli occhi pieni di azzurro distacco. L’indolente confusionaria che, di botto, sapeva partire con lo zaino in spalla, per andare a perdere il cellulare sui Carpazi.
Certo, Laura sapeva recitare. Mirko lo ammetteva senza sforzo. Ma proprio questo suo rivaleggiare con Sara in profondità interpretativa, l’intreccio flessuoso delle due anime nel lago dell’arte gli dava ombra. Gli sembrava di doversi fermare sull’orlo di quel lago, irretito come Sigfrido davanti al Cigno Bianco e al Cigno Nero.
Due sere dopo, lui, Mirko, sarebbe stato Penteo, re di Tebe. E Laura sua madre, Agave. Si chiese se “Tombola”, suo compagno di collegio, stesse ripassando il monologo del Secondo Messaggero –quello con cui avrebbe annunciato la morte di lui, Penteo.
            Sara aveva già raccolto la propria borsa e gli sorrideva, con un lume d’ammaliante congedo nei loti degli occhi.
«Ti accompagno!» si offrì lui, come sempre. Il collegio femminile “S. Caterina da Siena” si trovava proprio dietro il “Cairoli”. Mentre Sara si appoggiava mollemente al suo braccio, Mirko pensò a Laura, al fatto che lei dormisse sotto lo stesso tetto della sua ragazza. Uno sbuffo impercettibile scacciò quell’ombra.

  *   *   *

I sedili dell’Aula Magna, a giudicare dal brusio, andavano già riempiendosi. Agli occhi dei presenti, si offriva un soppalco, sul quale una sagoma bianca chiusa da tende grevi voleva significare il palazzo di Penteo. Ai piedi di esso, tronchi di colonne ioniche in polistirolo giacevano, ammantati di edera. Fra di essi, un monticello di pietre reggeva un cratere in terracotta –segnacolo della tomba di Semele, madre di Dioniso.
      Dietro la scena, Mirko attendeva, già bardato con la spada e un’armatura in finto cuoio che sembrava esternare le fibre muscolari.
Sara indossava le vesti vaporose di Dioniso, sormontate da una falsa pelle di leopardo. I suoi capelli corvini fluivano liberi come Mirko li aveva visti nella propria stanza; su di essi, una corona di edera e serpi di gomma, che circondavano anche il collo.
Sara stava aiutando Laura a rassettarsi il costume di Agave, ricco di pieghe e lembi. Le sue dita percorrevano quei panni come trame di una mappa a lei familiare. Laura la lasciava fare, con un velo sornione sugli occhi. Mirko strappò il proprio sguardo dalla coppia. Un rossore rabbioso gli punse le guance.
      Il buio calò nella sala. Un “occhio di bue” si fece strada sul soppalco. La voce di Sara risuonò squillante nel prologo:

…quante donne c’erano a Tebe, tutte le ho fatte impazzire e le ho fatte uscire dalle case, e ora insieme con le figlie di Cadmo, senza distinzione, siedono sotto i verdi abeti su rocce che non hanno tetto. È necessario che questa città impari, anche se non lo vuole, che le manca ancora di essere iniziata ai miei riti…

Un suono cadenzato di cembali e verghe misurò l’ingresso del coro di baccanti, che si seminarono fra i tronchi di colonne, attorno alla tomba. Mirko deglutì, nell’ombra della scena, mentre le ragazze scandivano i versi all’unisono –un’abilità che era costata i momenti più esasperanti delle prove. Anche perché le baccanti dovevano recitare danzando. Sara sarebbe stata bravissima, pensò Mirko –lei che era stata Salomé.
      Un rumore di passi sul soppalco segnalò l’ingresso in scena dell’indovino Tiresia e di Cadmo, padre di Semele e Agave. Anche loro erano stati agghindati come le coreute, con tirsi, ghirlande di foglie e finte pelli di cerbiatto. Sotto quei paramenti, recitavano Francesco, il compagno di bevute di Laura, e Cesare, che di lei era stato compagno di liceo e aveva ereditato da quei tempi –non si sapeva bene – l’amicizia o il disprezzo della ragazza.
I due levarono alti schiamazzi, festeggiando il loro ringiovanimento a opera di Dioniso. Mirko inspirò a fondo. Presto, lui avrebbe dovuto fare irruzione e castigare la loro euforia.

Che combinazione. Mi trovavo fuori di questa terra, quando ho sentito le brutte novità che succedono qui a Tebe…

Francesco e Cesare, nei loro addobbi femminei, fissavano Mirko come se realmente fosse il giovane re di quella folla muta, pronto a rovesciare la scena e a far cessare la trasgressione rituale del teatro. Il ragazzo squadrò con disprezzo le baccanti, disseminate nell’edera, sotto il palazzo:

Ho sentito anche che i boccali, colmi, stanno ritti, in mezzo ai loro tiasi, e quelle intanto si appartano in luoghi solitari……la loro motivazione è che sono menadi officianti, solo che anziché a Bacco la precedenza la danno ad Afrodite…

Mirko lasciò la scena con un gesto di magnifico sdegno, dopo aver gettato a terra i tirsi e le corone vegetali strappati ai due. Nelle orecchie, gli risuonava ancora il discorso di Tiresia:
                                                              
…questo dio, il dio nuovo che tu deridi, io non sono in grado di dire tutta la sua grandezza, e l’impatto che avrà…

Uscì nuovamente dalla reggia quando si furono spente le sillabe del coro, scorrenti su un tappeto di flauti:

…potessi io giungere a Cipro, 
l’isola di Afrodite… 
…lì portami tu, o Bromio, Bromio, 
tu dio che guidi il corteo dell’euoè; 
lì sono le Chariti, lì il Desiderio, 
lì hanno accesso le baccanti 
per celebrare il rito.

Con le morbide braccia strette dai servi, gli occhi neri ombreggiati dalle lunghe ciglia, gli fu condotta Sara. Nella posa fiera che il ruolo gli imponeva, Mirko fissò la prigioniera. Ombreggiature fumose e affusolate davano un risalto ipnotico al suo sguardo; il trucco disegnava anche, sulle sue guance, due pomelle color del mosto.

Liberate le mani di costui. È in trappola: sarà veloce, ma non così tanto da sfuggirmi.

Con passo sicuro, Mirko avanzò verso Sara e le fece alzare il mento. La costrinse a guardarlo negli occhi:

Eppure, per l’aspetto esteriore, o straniero, non sei privo di una tua piacevolezza formale, per chi voglia usare criteri femminili…

Un bagliore guizzò nelle pupille di Sara. Mirko fissò i petali serrati della sua bocca:

…I tuoi riccioli sono ben lunghi, e non perché tu pratichi la lotta libera; arrivano fin sopra la guancia, sono roridi di desiderio; e se la tua pelle è lucida, c’è un fine ben preciso: non ti esponi ai dardi del sole, ti ripari sotto l’ombra, e con la tua bellezza cerchi di far tua Afrodite…

Il fiato del giovane sembrò sospendersi. Sara colse il suo esitare e gli rimandò un sorriso di sfida:

Sai tu –forse ne hai sentito parlare – del fiorito Tmolo?

A quelle parole di Dioniso, cominciò il dibattito serrato fra il dio e il re. Mirko ripercorse le battute con sicurezza, attendendo il momento convenuto.

Dimmi la pena che devo subire, la cosa terribile che mi vuoi fare.

Pronunciando questa frase, Sara piegò il capo, con una sottomissione studiata che sapeva di suadente. Mirko, con il dorso dell’indice, le percorse l’orecchio:

Prima cosa. Questo tuo ricciolo delicato, lo taglierò.

Il ricciolo è sacro, fece lei di rimando. È per il dio che lo faccio crescere.
      L’altro, imperterrito, le sottrasse anche il tirso.
Mentre i servi trascinavano Sara all’interno della scena, lei si volse verso Mirko, con sguardo esaltato:

…il contraccambio di questi oltraggi da te lo esigerà Dioniso…

Seguì la voce del coro, poi lo strepito delle baccanti. La voce argentina e morbida di Sara le galvanizzava dall’interno del palazzo. Le sue parole senza volto chiamarono fuoco sulla reggia e sulla tomba di Semele.
      Alla fine, Mirko si ritrovò di fronte al dio, libero dalle sue catene. Con un sorriso di squisito trionfo, Sara invitò al silenzio le proprie menadi e fissò il giovane, in ascolto delle prodezze sanguinarie avvenute durante i riti bacchici.
      Mirko, dunque, giunse alla risoluzione fatale: abbandonare spada e armatura, per assumer l’abito delle menadi. In piena luce, sulla scena, Sara aggiustò sul suo corpo quel nuovo rivestimento femmineo. Le sue dita si muovevano, fluide, tra pieghe e ciocche di capelli. Lei, invece, era stata arricchita di un paio di corna taurine e di un manto di nera pelliccia. Mirko ripensò a lei e Laura –ma si distolse dal ricordo.

Il tuo modo di pensare è cambiato: bravo.

Il giovane sorrise a Sara di rimando, come gratificato dal complimento:

Eppure, sono sicuro che esse nei cespugli, come uccellini, sono impegnate in amplessi con graditissimi allacciamenti…

La ragazza saettò verso di lui un ghigno:

È per questo che ti avvii sul posto a controllare la situazione. Probabilmente le coglierai sul fatto, se tu non sarai preso prima.

Le sue corna e il suo manto parvero torreggiare su Mirko, facendo di lei una belva immane e fantastica. Sara fissò la figura agghindata del giovane, i suoi ornamenti femminili, e si distese in un’espressione di voluttuosa apoteosi:

Tu sei il solo che per questa città impegna se stesso, tu solo. E per questo ti attendono le prove che ti spettavano. Seguimi: io procederò, tua guida e tua difesa. Ma altri ti condurrà via di lì…

La voce di Mirko si levò con flautato trasporto:

A deliziosi vizi sei tu che mi costringerai…

Dioniso si volse al pubblico. Le sue parole esplosero sulla folla:

Sei tremendo, tremendo e a prove tremende ti avvii: troverai una gloria che arriva fino al cielo. Tendi le tue braccia, Agave…

Mirko riparò sotto le ombre del retroscena, delicatamente sospinto dalle dita di Sara. Avrebbe rivisto le luci della ribalta solo disteso su una barella, quella che avrebbe accolto le sue spoglie straziate dalla baccanti. Laura avrebbe trionfato, innalzando sul tirso l’effigie della sua testa.
      Si preparò disteso sul lettuccio e attese di ascoltare la descrizione della propria morte scandita da “Tombola”. China su di lui, col volto di Dioniso ancora dipinto sul proprio, Sara gli rivolgeva un’espressione serafica.
Mirko cercò di cogliere nei suoi occhi arabi l’impronta di quelli di Laura. Poi, scivolò in una sorta di sopore, in cui le dita di Sara fra i suoi capelli trascinarono il suo capo in una danza; un turbine d’ali corvine si confuse coi bagliori d’una chioma bionda e mille mani di velluto gli strapparono fitte senza nome.





Compreso in: AA.VV., Racconti bresciani. Edizione 2017, a cura di Viviana Filippini, 2017, Historica Edizioni, pp. 67-73.

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