mercoledì 28 febbraio 2018

Il maiale: dall’iconografia dei santi al design industriale

Del maiale non si butta via nulla. Anche a livello estetico. La devozione popolare lo vuole persino nell’alto dei cieli, al fianco di S. Antonio abate. Esso ricorda il grasso suino col quale si fabbricavano i medicamenti contro l’ergotismo e l’Herpes zoster: il “fuoco di Sant’Antonio”, appunto. Nel IX sec., le reliquie di S. Antonio furono traslate da Costantinopoli alla Motte-Saint-Didier, in Francia. Qui, dove già c’era un monastero benedettino, venne istituita una comunità laica che curasse i malati nel modo suddetto. Quella prima comunità laica si trasformò gradualmente nell'Ordine Ospedaliero dei canonici regolari di sant'Agostino di sant'Antonio Abate, o degli “Antoniani”, approvato nel 1095 da papa Urbano II e confermato nel 1218 da una bolla di Onorio III. Un privilegio accordato agli Antoniani fu quello di poter allevare maiali per uso proprio.
           
mario cantaboni eliopig
Uno dei maiali dipinti da Mario Cantaboni
per ELIOPIG.
Nell’era della produzione in serie, il porcello è diventato anche un nume tutelare del design industriale. Perciò, il Comune di Manerbio, in collaborazione con il Comitato S. Antonio, ha festeggiato il 17 gennaio 2018 inaugurando “Pigs in Exibition. Mostra dedicata al maiale”. Essa era ospitata dal salone di rappresentanza del municipio ed è rimasta aperta fino al 24 gennaio. La maggior parte dei pezzi esposti provenivano da una collezione privata. Tre dipinti realizzati da Mario Cantaboni su modelli di maiale in vetroresina erano presenti per concessione della ditta ELIOPIG. Una di esse mostrava una cerniera che si apriva sulla schiena dell’animale, per mostrare i vari prodotti del banco salumeria. Un’altra trasformava l’organismo suino in un ingranaggio industriale. La terza era coperta da decorazioni a fantasia.
            Le rosee rotondità hanno ispirato molti giocattoli: peluche, pupazzetti in plastica, figurine… Alcuni rappresentavano Pimpi, amico di Winnie the Pooh. Altri maialini erano vestiti da cuochi: dopotutto, si sa che s’intendono di pranzi abbondanti… In forma di porcellini, erano modellate anche presine e calamite da frigorifero. Alcune riportavano motti autoironici: “Non sono grasso, sono solo meno alto”. Poi, piatti dipinti, tazze, saliere, zuccheriere, portauova, adesivi, tovagliette, pacchetti di fazzoletti di carta… Persino bicchieri graduati, che indicavano le dosi di alcolici indicate per le “Ladies”, i “Gentlemen” e… i maiali.
Tra i soprammobili, si facevano notare innumerevoli miniature, un porcellino in vimini e quelli in vetro soffiato (persino di Murano). Naturalmente, non mancavano i celebri salvadanai. Di bidimensionale, c’erano una locandina della “Sagra del Maiale” e un disegno dedicato. Alcune miniature rappresentavano scrofe con la cucciolata, o una famiglia suina in un verde recinto. Le coppie di porcellini in motocicletta erano invece accompagnate… a messaggi d’amore.
            Proprio d’amore ha parlato il bibliotecario Giambattista Marchioni, leggendo una fiaba ai bambini in visita. Il maiale, infatti, era presente anche come eroe letterario: dai classici “Tre porcellini” ai libri cartonati per i più piccoli. Attorno alla biblioteca suina, erano presenti portapenne e segnalibri.
            Una delle storie era “Leo e Albertina”. Il maialino Leo è perdutamente innamorato della gallinella Albertina: ma come farsi notare da lei? Il gallo suggerisce di cantare, il coniglio di danzare, il toro di dar prova di forza… Tutto invano. Finché Leo non scopre ciò che c’è in lui di davvero speciale: la giocondità e la capacità di accettarsi con ironia.
            Ecco, forse, il motivo per cui il maiale piace tanto - non solo a tavola.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 129 (febbraio 2018), p. 17.

martedì 27 febbraio 2018

Il Giorno del Ricordo: immagini dagli abissi

foibe cesare mor stabilini
Da: "Le foibe: immagini di un dramma"
di Cesare Mor Stabilini
(Manerbio, BS)
Il Giorno del Ricordo ricorre il 10 febbraio, data in cui (nel 1947) i trattati di Parigi assegnarono alla Jugoslavia l’Istria e la maggior parte della Venezia Giulia. Lo scopo, appunto, è ricordare quanto avvenne nel secondo dopoguerra in Istria, in Dalmazia e a Fiume: aree contese tra Italia e Jugoslavia e teatri di quella pulizia etnica associata alle foibe. Queste sono profonde cavità naturali tipiche dell’Istria. Esse furono impiegate per far scomparire i cadaveri dei caduti negli scontri fra nazifascisti e partigiani; ma anche per precipitarvi le vittime delle violenze scatenate fra 8 settembre 1943 e primavera del 1945, a opera del movimento di liberazione sloveno e croato e del nuovo Stato iugoslavo creato da Tito (Kumrovec, 1892 - Lubiana, 1980). Gli “infoibati” erano oppositori politici, ma anche e soprattutto italiani residenti in loco. L’obiettivo fascista di estendere l’influenza italiana nei Balcani aveva infatti portato, prima della Seconda Guerra Mondiale, a un’italianizzazione forzata e a persecuzioni antislave nella Venezia Giulia. Le violenze degli anni ’40 furono dunque, in parte, reazioni a quanto avvenuto in precedenza. Ma furono dettate anche da antagonismo di classe e nazionalismo. Durante il secondo conflitto mondiale, la Divisione Garibaldi e la Divisione Italia, formazioni partigiane costituite da ex-militari italiani, avevano combattuto a fianco dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia contro i nazifascisti. Le contese territoriali e le tensioni etniche del dopoguerra fecero però entrare in crisi questa collaborazione.
Le foibe non furono l’unica e principale destinazione dei cosiddetti “nemici del popolo”. Hanno però assunto un significato simbolico per la particolare crudezza di questa modalità di esecuzione: gettare nelle fosse vittime ancora vive. Il numero esatto degli infoibati è incerto; tra 4000 e 5000 è la stima più attendibile. 
            A Manerbio, dopo la mostra fotografica dedicata alla Giornata della Memoria, l’I.I.S. “B. Pascal” ne ha organizzata una per il Giorno del Ricordo (5-9 febbraio 2018). S’intitolava: “Tra passato e presente - Le foibe: immagini di un dramma”. L’interpretazione fotografica era a cura di Cesare Mor Stabilini, come era stato per la precedente mostra. Le immagini presenti erano infatti il frutto di un suo lavoro sul campo e della collaborazione con l’Archivio Musei Provinciali di Gorizia. I testi che le accompagnavano erano opera di Alessandra Martina e Giuseppe Barbieri.
            Le foto rappresentavano le manifestazioni per l’ammissione di Gorizia all’Italia (1946), i partigiani del IX Corpus (unità del suddetto Esercito Popolare) diretti a Gorizia nel 1945, i manifestanti che festeggiano questi ultimi, il ritorno delle truppe italiane a Gorizia nel 1947, carte geografiche, scavi nelle foibe e i resti rinvenuti in esse. Oltre a ciò, c’erano foto di lastre funerarie, di manifesti di denuncia ed esequie di Carabinieri nel cimitero di Mossa (GO). Non poteva mancare Norma Cossetto (1920-1943), la studentessa istriana ricordata come simbolo delle violenze superflue e indiscriminate che si svilupparono all’epoca.
Date le cospicue differenze in termini di cause e di numeri, l’Olocausto e le foibe non possono essere accostati con leggerezza. Hanno però punti in comune. Uno è il carattere massiccio delle persecuzioni, che finirono per prescindere dalla responsabilità personale o politica delle vittime. L’altro è il negazionismo che le accompagnò. Accostare la Giornata della Memoria al Giorno del Ricordo significa dunque rifiutare il giustificazionismo della violenza politica ed etnica.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 129 (febbraio 2018), p. 14.

lunedì 26 febbraio 2018

27 gennaio: la Memoria in mostra

biblioteca manerbio giornata della memoria
Una pagina da "Lager", inserto di "Triangolo Rosso"
(mensile dell'ANED), 1985.
Presso la Biblioteca Civica, dal 27 gennaio al 27 febbraio 2018, è stata installata una mostra dedicata alla Giornata della Memoria. Uno dei pannelli ricordava l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali (1938-2018). Una scatola in legno, aperta, riportava invece il logo dell’A.N.P.I. Manerbio - Sezione “Giuseppe Bassani”. All’interno del coperchio, era riportata un’espressione di Liliana Segre (Milano, 1930), testimone dell’Olocausto e senatrice a vita dal 19 gennaio 2018: quella che definisce i giovani “candele della memoria”. Il contenuto della scatola erano (appunto) lumini colorati, a cui erano legate note biografiche o citazioni documentarie su cartoncino.    
La parte più consistente della mostra era costituita da ingrandimenti delle pagine di “Lager”: supplemento a un numero di “Triangolo Rosso”, mensile dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati politici nei campi di sterminio nazisti). Il titolo della testata allude, appunto, al triangolo rosso con sigla relativa alla nazionalità, che contrassegnava i prigionieri politici.
L’inserto ripercorreva le tappe della storia dei lager. Il 1935 vide il riarmo della Germania e le leggi razziali di Norimberga. Gli ebrei furono pubblicamente indicati come nemici e l’antisemitismo fu insegnato persino nelle scuole, come mostravano le lavagne fotografate. Nel 1936, l’esercito tedesco entrò in Renania, violandone lo status smilitarizzato stabilito dal Trattato di Versailles e dal Patto di Locarno. Nello stesso anno, terminò la guerra fascista contro l’Etiopia e fu proclamato l’Impero italiano. A Sachsenhausen, campo principale di Berlino, i sorveglianti detti “Kapos” (scelti fra “delinquenti comuni” e “asociali”) infierivano sugli altri prigionieri, per “meritarsi” privilegi: così affermava il pannello dedicato al 1936. Un altro citava i concetti di “spazio vitale” e “soluzione finale”. Il primo è la traduzione di “Lebensraum”: termine passato dalla fito-zoogeografia alla geopolitica, per giustificare l’espansione della Germania verso est e le aspirazioni territoriali italiane. La “soluzione finale” si riferiva alla sistematica deportazione (poi sistematico sterminio) dei cittadini ebrei.
Le fotografie riportavano i suicidi degli internati contro i reticolati percorsi dall’alta tensione, un disegno infantile che riproduceva impiccagioni di prigionieri e un’orchestrina che accompagnava un condannato a morte. Altre ritraevano i deportati che scendevano dai convogli e una famiglia divisa dalla selezione: quella che decideva chi inviare ai “Kommandos” (unità di lavoro forzato) e chi alle camere a gas. Questi ultimi, perlopiù, erano anziani, donne e bambini.
stendardi della memoria luciano baiguera
Uno degli "Stendardi della Memoria"
di Luciano Baiguera
(Manerbio, BS)
Il pannello dedicato al 1944-45 insisteva sul terribile inverno: fame ed epidemie mietevano vittime nei lager; le SS infierivano sui prigionieri, per figurare come “combattenti di prima linea” ed evitare così il fronte. La popolazione tedesca subiva i bombardamenti a tappeto, mentre anche anziani e ragazzi erano inviati a combattere. Tutto questo per arrivare al fatidico 27 gennaio 1945: giorno in cui l’Armata Rossa giunse ad Auschwitz.
            Nel cortile della biblioteca, era esposto anche uno degli “Stendardi della Memoria” realizzati da Luciano Baiguera. Gli altri si trovavano sulla facciata del palazzo comunale, presso il Politeama e nella stazione. Essi riportavano i distintivi che distinguevano le categorie di internati: ebrei (stella a sei punte o triangolo giallo), prigionieri politici (vedasi sopra), zingari (triangolo marrone), “asociali” (triangolo nero), testimoni di Geova (triangolo viola), omosessuali maschi (triangolo rosa; le donne lesbiche erano invece classificate fra gli “asociali”), apolidi (triangolo blu), delinquenti comuni (triangolo verde). Cerchi concentrici contrassegnavano invece coloro che erano considerati “pericolosi” (erano bersagli per le SS, insomma).

domenica 25 febbraio 2018

Giornata della memoria: fotografare la banalità del male

Per la Giornata della Memoria (27 gennaio) 2018, l’I.I.S. “B. Pascal” di Manerbio ha allestito una mostra fotografica in Aula Magna. Gli scatti sono rimasti esposti dal 22 al 27 gennaio. Erano accompagnati da una locandina che così recitava: “Reportage fotografico 1993 nei luoghi della bestialità. 1933-1945. Fotografie attuali 1987-1993 di Cesare Mor Stabilini.” I testi che accompagnavano le scene erano invece attribuiti a Giuseppe Barbieri. 
cesare mor stabilini giornata della memoria
Dal reportage fotografico di Cesare Mor Stabilini
per la Giornata della Memoria 2018
(Manerbio, BS)
            Le figure in bianco e nero rappresentavano immagini tristemente note: gli ingressi dei campi di sterminio nazisti, con cieli bianchi, alberi spogli, grandi cancelli, rotaie; forni crematori; torrette; fili spinati; i prigionieri ridotti pelle e ossa, o già cadaveri ammassati. Altrove, invece, si aprivano gli occhi di vittime vive (quelli di una ragazza aggredita, o di bambini con le mani in alto); stelle cucite sui cappotti di due ragazze; divise, svastiche, fucili puntati. I luoghi erano firmati con nomi che ricorrono ogni anno: Treblinka, Mathausen, Terezín, Auschwitz, Birkenau, Buchenwald, Dachau, Sachsenhausen, Majdanek. Altrove, comparivano tombe ed epigrafi commemorative.
            Oltre ai testi di Barbieri, fungevano da didascalia i noti versi di Primo Levi e di Bertolt Brecht. Un pannello accoglieva ritagli di giornale, tratti da “Il Piccolo”, “L’eco di Bergamo”, “Il Giornale di Gorizia”, “Bresciaoggi”, “Il Giornale di Brescia”. Essi erano dedicati a commemorazioni di quanto avvenuto nei lager. Una curiosa forma di giornalismo dedicata al passato, anziché al presente. Forse perché il grembo da cui nacque il suddetto passato “è ancor fecondo”, come recita Brecht. La voglia di “soluzioni finali” (o presunte tali) ai problemi sociali non ha perso la propria carica, nonostante la Giornata della Memoria s’ingegni, ogni anno, di sensibilizzare alle estreme conseguenze cui essa può portare.
Per l’appunto: la sensazione più sinistra che si può provare, davanti a quelle fotografie, è quella della familiarità. Un assoluto vuoto che non fa né ridere, né piangere, per le troppe volte che quelle scene si sono ripetute davanti a chi non le ha vissute. Forse, è questo lo scopo di una “soluzione finale”: annichilire il sentimento, la capacità di “patire con” un altro essere senziente.
Peraltro, quelle strutture così asetticamente efficienti rappresentate in foto sembravano fatte apposta per incarnare la proverbiale “banalità del male”. I più cupi misteri non sono stati celebrati in cripte e castelli, ma in monumenti di pragmatica modernità.

Così scriveva Oscar Wilde nel 1897, in una lettera al “Daily Chronicle” sulla vita carceraria: “La gente, oggi, non capisce cosa sia la crudeltà. La considera una sorta di terribile passione medievale e la collega a razze d’uomini come Ezzelino da Romano e altri, ai quali infliggere dolore deliberatamente dava una vera follia di piacere. Ma gli uomini dello stampo di Ezzelino sono meramente tipi abnormi di individualismo perverso. La crudeltà ordinaria è semplicemente stupidità. È la totale mancanza d’immaginazione. È il risultato, ai nostri giorni, di sistemi stereotipati, di regole ferree, e della stupidità. Ovunque ci sia centralizzazione c’è stupidità. Ciò che è disumano nella vita moderna è la burocratizzazione.” (Da: “The Case of Warder Martin: Some Cruelties of Prison Life”, in: Oscar Wilde, “De Profundis”, edited, with a prefatory dedication, by Robert Ross, Kessinger Legacy Reprints, pp. 124-125. Traduzione nostra). Scritto alla fine del XIX sec., sembra una profezia.

sabato 24 febbraio 2018

Essere o apparire? Il dilemma è ancora in scena

muse dell'onirico manerbio
Marietta (Sara Tomasoni) "accudisce" la vecchia zia (Elisabetta Provezza).
In secondo piano: Lello (Giancarlo Maggini) e Carlo Brandolini
(Ennio Donini)
La compagnia manerbiese “Le Muse dell’Onirico” non è più una sconosciuta, per i suoi compaesani. Ha animato il secondo Carnevale, sempre nei panni dei conti Luzzago. Soprattutto, il 20 gennaio 2018, ha portato al Teatro Civico “M. Bortolozzi” la commedia che sta replicando per la Bassa bresciana e cremonese: Essere o apparire, questo è il dilemma. La pièce è tratta da Fumo negli occhi di Faele e Romano (2002). Il testo presentato è frutto di un adattamento a opera della direttrice artistica, Daniela Capra, e del regista Davide Pini Carenzi, che ha curato anche la preparazione degli attori. Se Fumo negli occhi si svolgeva negli anni ’60, Essere o apparire, questo è il dilemma trasporta la vicenda ai giorni nostri. Sono state aggiunte anche parti dialettali, per rendere più realistici i litigi domestici. Luci e suoni erano a cura di Augusta Capra. 
            Teresa (Daniela Capra), moglie del bancario Carlo Brandolini (Ennio Donini), è ossessionata dal proprio ruolo di custode del “decoro familiare”. Cosa che, per lei, significa stipendiare un’astuta cameriera, Marietta (Sara Tomasoni), anziché educare i figli: la fatua Patrizia (Erica Gazzoldi) e lo svampito Lello (Giancarlo Maggini). L’ “onore della famiglia” richiede anche di spendere considerevoli cifre per acquistare status symbol ben visibili dalla finestra: il vicinato deve sapere (o, meglio, credere) che i Brandolini sono persone distinte. Soprattutto, deve convincersene la signora De Marchi (Valeria Tirelli): la moglie di un subalterno di Carlo. Affascinante e sofisticata, si permette uno stile di vita che Teresa può solo invidiare a denti stretti. Tutta la vita dei Brandolini si svolge ormai intorno a quel fatale balcone, che guarda verso la casa dei De Marchi. Gli unici a opporsi sono Carlo e la sua vecchia zia (Elisabetta Provezza). Ma non riescono a essere autorevoli: l’uomo è troppo schiavo del carattere della moglie (da un lato) e del fascino della De Marchi (dall’altro); la zietta è notoriamente alcolizzata e psichicamente instabile. Non resta dunque che sottomettersi ai diktat di Teresa: fino al punto di segregarsi in casa per un intero finesettimana, in modo che i vicini credano la famiglia lontana per un weekend esclusivo. Proprio quando lo stratagemma sembrerebbe riuscito, la verità giunge a mettere in crisi la pantomima: prima, nella persona di un soldato innamorato (o quasi); poi, in quella di un ladro gentiluomo (Franco Bressanin)… Fino alla De Marchi stessa, che svelerà l’origine della prodigiosa fortuna del marito.

           
muse dell'onirico manerbio
L'arrivo del ladro gentiluomo (Franco Bressanin)
A Manerbio, così come negli altri teatri, la commedia ha suscitato continue risate. Si spera, anche se non è verificabile, che abbia strappato anche qualche lacrima. Perché una ragazzina costretta a cavalcare un purosangue inesistente e un robusto giovanotto che sa maneggiare soltanto uno smartphone non sono proprio un genere di figliolanza che susciti il sorriso. E i monologhi di chiusura dei due atti, riservati a Carlo, hanno una forza vibrante che non stonerebbe in un dramma. Come suggerisce la locandina (che riecheggia quella del film Carnage), ogni personaggio della commedia ha un doppio volto - non sempre conoscibile. Cosa sogna davvero l’adolescente Patrizia? Lello sarà davvero sempre così spensierato come sembra? E Teresa? È così forte come appare, o cova anche in lei il dubbio dell’insensatezza di tutta la sua vita? A uscire vincitori dal groviglio di dilemmi sono soprattutto Carlo e la vecchia zia: i “perdenti” in apparenza, che hanno però mantenuto il senso della realtà, davanti alla seduzione delle maschere.

mercoledì 21 febbraio 2018

Il Medioevo mostruoso e fantastico di Jennifer Radulović

Il Circolo del Gotico, diretto e fondato dalla dott.ssa Jennifer Radulović, ha scelto di aprire le attività del 2018 a Brescia: la città ove i suoi eventi sono maggiormente seguiti. Il 17 febbraio 2018, dunque, il Teatro San Giovanni Evangelista ha ospitato la conferenza: “Medioevo mostruoso. Demoni, leggende e figure fantastiche nell’Età di Mezzo.” 
medioevo mostruoso circolo del gotico
"Medioevo mostruoso"
Il Circolo del Gotico di Jennifer Radulović
Brescia, 17 febbraio 2018
            Due mistificazioni accompagnano il concetto di “Medioevo”. La prima, di matrice illuminista, lo vede come un “periodo buio” di negazione della libertà individuale. La seconda, prettamente romantica, lo ricollega alla cavalleria, ai draghi, alle dame da salvare.
Per quanto riguarda l’ “oscurità” dell’Inquisizione, delle torture, della volontà di controllare capillarmente le condotte personali, la Radulović ha ricordato che si tratta di caratteristiche più proprie della prima età moderna (‘500-‘600). La visione romantica è parimenti incurante della verità storica, per eccesso di idealizzazione. Fatto sta - ha ricordato la dottoressa - che noi odierni siamo più figli del Medioevo che dell’età classica.
            La mentalità medievale era simbolica, abituata a guardare ai significati che stanno oltre la superficie. Una visione del mondo come emanazione di qualcos’altro, non conoscibile in toto, ma accennato nella realtà sensoriale. Per quanto riguarda la morale, non era così castigata come la si immagina. I testamenti dei preti (ha affermato la Radulović) menzionavano spesso la compagna e i figli. Giusto per dirne una.
            Documento del “Medioevo simbolico” sono le Etimologie o Origini di Isidoro di Siviglia (560 circa - 636): non un dizionario etimologico, come ci si potrebbe attendere, ma un’enciclopedia dei rimandi che collegano fra loro gli aspetti della realtà, a partire dai loro nomi.
            Di questo universo simbolico, fanno parte gli animali fantastici: ritenuti più o meno esistenti, ciò poco importava. A contare era il significato da essi espresso: un vizio, una virtù, un aspetto dell’universo. E dove trovarli (per citare il titolo di un celebre film)? Nei marginalia dei codici manoscritti. Le diapositive proposte dalla Radulović mostravano non solo bestie rare, ma anche comuni animali (volpi, oche…) intenti in attività umane - non senza un’evidente ironia.
Il demonio e le figure sataniche, spesso, sono raffigurati come gatti o scimmie. Le lumache non saranno state diaboliche, ma le miniature le rappresentano come pericoli combattuti con ogni arma possibile (chi vive in campagna sa che possono essere infestanti).
Più propriamente fantastica è la marticora (o manticora): un leone con volto umano. Poi, il basilisco e il grifone, resi popolari dalla saga di Harry Potter. L’unicorno è spesso rappresentato mentre viene ucciso dai cacciatori. Il celebre drago è spesso un simbolo demoniaco, ma non necessariamente. Le figure sataniche sono più spesso caratterizzate dall’irriverenza sessuale, magari con facce in luogo dei genitali. Altre volte, danzano o precipitano, nei famosi marginalia. O divorano figure umane, nei capitelli delle chiese. I diavoli rappresentati nell’atto di assalire monasteri reggono esempi di armi dell’epoca, divenendo perciò interessanti per la storia militare. Il Battistero di San Giovanni a Firenze mostra un Giudizio Universale con un Inferno spettacolare, nato dall’immaginazione di Coppo di Marcovaldo (Firenze, 1225-1276 ca.).
Questa fu anche un’età di codici non decifrati. Ce ne lasciò un esempio Hildegard von Bingen (Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen am Rhein, 1179): monaca, naturalista e mistica. Per motivi ignoti (probabilmente, per tradurre alcune sue visioni), inventò la lingua artificiale più antica che si conosca, in litterae ignotae. Sua è anche la musica inaudita: composta, ma mai eseguita.
Diverse chicche provengono dalla biblioteca di Rodolfo II d’Asburgo (Vienna1552 - Praga 1612). Gli interessi esoterici dell’imperatore fecero sì che passasse per essa il Codex Gigas: realizzato probabilmente a Podlažice, in Boemia, nel primo trentennio del XIII sec. È ricordato (impropriamente) come “Bibbia del Diavolo”: sia per la grande illustrazione del demonio in esso contenuta, sia per la leggenda per cui fosse occorso un patto col diavolo, per terminarne la trascrizione in tempo record.
Sempre della collezione di Rodolfo fece parte il Codex Voynich: risalente al XV sec. (ma la datazione è controversa) e scritto in un alfabeto mai decrittato.
La conferenza è proseguita all’insegna dell’irriverenza. Le figure sui capitelli o nei manoscritti non si facevano problemi a rappresentare maschi intenti in un’autofellatio, o funzioni fisiologiche, o umani che deponevano uova. Una miniatura rappresentava una pin-up ante litteram in camicia da notte trasparente, mentre si osservava allo specchio. Altre donne avevano corpo di lucertola, o si coprivano le pudenda con un fiore. Una domenicana raccoglieva falli da un albero. E questi erano solo esempi.
A paesi lontani come l’India, si attribuivano meraviglie, come uomini con una sola gamba dal piede gigantesco, impiegato per farsi ombra: gli sciapodi. In essi, la Radulović ha ravvisato una possibile rappresentazione di posizioni yoga. Il popolo che più stuzzicò la fantasia occidentale furono però i Mongoli: col nome di Tartari, furono rappresentati come vere e proprie creature infernali. Una paura che i Mongoli non si curarono certo di sfatare, data la sua utilità.

Queste e altre curiosità, con le relative spiegazioni, saranno replicate al Teatro San Giovanni Evangelista il 24 marzo 2018.




martedì 6 febbraio 2018

Un po' di musica sotto l'albero

Fra le iniziative pubbliche per il periodo natalizio 2017, Manerbio ha visto anche un “Concerto di Natale”. Esso si è tenuto il 28 dicembre 2017, nel Salone d’Onore del Municipio (anziché nella Biblioteca Civica, come originariamente previsto). Il Comune l’aveva organizzato col supporto dell’associazione “Periscope for Arts”. Al pubblico, si sono presentati musicisti in erba provenienti da Manerbio e dintorni. Un’iniziativa simile si era già tenuta sotto i portici della biblioteca, d’estate.
            Al Concerto di Natale, hanno preso parte: i violini di Sergio Appiani, Massimo Gobbi, Caterina Grandi, Enrica Monfredini, Amie Weiss, Arianna Zorza; i violoncelli di Paolo Cavagnoli, Roberto Cavagnoli, Marta Battagliola, Nina Falsetti; il contrabbasso di Nicola Barbieri; il mandolino di Mattia Brusinelli; l’oboe di Pietro Bodini; il pianoforte di Corrado Zorza. Il programma, naturalmente, si componeva di brani tipicamente natalizi. 
periscope for arts concerto di natale
Periscope for Arts e il suo concerto di Natale
            Arianna e Corrado Zorza hanno cominciato eseguendo “The First Noel” (= “Il primo Natale”), tradizionale carola inglese. “Hark, the Herald Angels Sing” (= “Ascolta, gli angeli araldi cantano”) è stato invece affidato ad Amie Weiss, Paolo e Roberto Cavagnoli, Marta Battagliola e Nicola Barbieri. Si trattava, ancora una volta, della melodia tratta da un canto britannico, ispirato a una poesia (1739) del pastore metodista Charles Wesley (1707-1788).
            I violini di Appiani e della Weiss hanno intonato “Away in a Manger” (= “Lontano in una mangiatoia”). Le prime due strofe furono pubblicate nel 1885, in una raccolta statunitense di canti luterani. La terza fu aggiunta nel 1905.
            Il “Menuetto” di Leopold Mozart (1719 – 1787), com’è facile intuire, era opera del padre del più famoso Wolfgang Amadeus. È stato eseguito dalla Monfredini e dalla Grandi. Le due violiniste si sono poi unite a Bodini, Appiani, la Weiss, C. Zorza e Barbieri per la “Pastorale dal Concerto Grosso per la notte di Natale” (pubblicato postumo nel 1714) di Arcangelo Corelli (1653 – 1713).
            Il “Concerto in Re maggiore” di Antonio Vivaldi (1678 – 1741) per mandolino ha visto l’ “entrata in scena” di Brusinelli, accompagnato da Bodini, dalla Weiss e da Barbieri. Immancabile “O Tannenbaum”, considerato l’inno all’albero di Natale ed eseguito dai violini di Appiani, della Grandi, della Monfredini e della Weiss.
            “Auld Lang Syne”, nota anche come “Il Valzer delle candele”, è un canto diffuso nei Paesi di lingua inglese e collegato alla fine dell’anno, o a congedi e addii. Al Concerto di Natale, esso è stato intonato dal mandolino di Brusinelli e dall’oboe di Bodini.
            Il “gran finale” ha riunito tutti i musicisti e ha coinvolto la voce del pubblico, per cantare un pezzo famosissimo: “Astro del ciel”. È stato così raggiunto il culmine, per quanto riguarda lo spirito della serata: la voglia di calore e compagnia, nel cuore delle feste invernali.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 128 (gennaio 2018), p. 18.

lunedì 5 febbraio 2018

Un buon Natale... Sotto la torre

coro sotto la torre manerbio
Il coro "Sotto la torre"
Anche per la Libera Università di Manerbio (LUM) è arrivato il momento di riposarsi e festeggiare il Natale. Perciò, la lezione del 21 dicembre 2017, al consueto Teatro Civico “M. Bortolozzi”, è stata sostituita da un piacevole concerto: quello del coro “Sotto la torre”. Dirigeva Claudio Bertolini. Con le sue voci maschili, come sempre, la formazione ha eseguito canti popolari, naturalmente a tema natalizio. La LUM ha ricevuto anche gli auguri dell’amministrazione comunale, per bocca dell’assessore Fabrizio Bosio e del sindaco Samuele Alghisi. Commovente è stata la lettura della lettera di saluto inviata dalla vedova di Pedro Almeida Carvalho: un dipendente comunale conosciuto e benvoluto, la cui improvvisa dipartita non è stata ancora dimenticata.
            Nel teatro, era stata allestita anche una piccola esposizione di presepi in miniatura, realizzata dagli allievi della LUM durante il corso d’arte del prof. Martino Pini.
            Il concerto è iniziato con alcuni versi di David Maria Turoldo, che dipingevano il Natale come un fatto cosmico, sperimentato nel paesello pastorale d’origine: la capacità di posare uno sguardo sacro e incantato su ogni cosa. Ciò è possibile, forse, solo quando ci si trova a contatto con le radici della vita (le greggi, la terra, la madre).
            È stato poi proposto un brano contemporaneo composto da Marco Maiero (Tricesimo, 1956), direttore del coro “Vôs de mont”: “Silenzio di neve”. Esso descrive il biancore incantato col quale, tradizionalmente, si dipinge la scena del presepe.
            L’ha seguito una lauda cinquecentesca: “Nell’apparir del sempiterno sole”, di Francisco Soto de Langa (Langa, 1534 – Roma, 1619). La lauda era un genere musical-poetico di origine medievale, che ricevette particolare impulso con S. Filippo Neri (Firenze, 1515 - Roma, 1595) e la sua Congregazione dell’Oratorio. Essa era infatti una forma popolare, pensata per chi non aveva compiuto studi musicali.
            Era immancabile “Tu scendi dalle stelle”, composta da un altro santo molto attento alla devozione non colta: Alfonso Maria de’ Liguori (Napoli, 1696 – Nocera dei Pagani, 1787).
            Un’accurata spiegazione della struttura musicale ha introdotto un altro pezzo: “Mentre il silenzio”, di Bepi De Marzi (Arzignano, 1935): solenne, adatto alla descrizione del silenzio e della tenebra in cui è disceso il Verbo divino.
            “Vamos, pastorcitos” è invece un vivace brano spagnolo, che esorta i pastori ad accorrere a Betlemme. “O Tannenbaum” (la cui melodia è databile tra XVI e XVII sec.) non è tanto un inno al Natale, quanto all’abete: in particolare, alle doti di costanza e fermezza simboleggiate dal suo essere un sempreverde.
            “Il est né, le Divin Enfant” (fine XIX sec.) riutilizza invece una composizione per corno da caccia.
A Luciano Casanova Fuga (San Pietro di Cadore, 1951) si deve “Campane di Natale”, che sembrerebbero trasferire la Natività sulle Dolomiti. Rigorosamente “made in Manerbio” era invece “Notte d’incanto”, di Luigi Damiani.
presepio in miniatura
Uno dei presepi in miniatura realizzati col prof. Martino Pini
“Cantan gli angeli del cielo” proponeva una melodia di Felix Mendelssohn (Amburgo, 1809 – Lipsia, 1847). “Jingle Bells” (1857), di natalizio, ha soltanto l’atmosfera innevata e la gioia di divertirsi con la slitta. La conclusione è spettata a quello che (forse) è il nume tutelare del coro “Sotto la torre”: il sunnominato De Marzi, compositore di “Maria lassù”.

Tanti modi per mostrare la differenza tra “punto fermo” e “punto morto”. Celebrare una ricorrenza vuol dire saperla far cantare… ogni volta sulle note del cuore.

domenica 4 febbraio 2018

La storia del Natale dalla mitologia pagana al folklore cristiano


agrifoglio natale
L'agrifoglio: cosa c'entra col Natale?
Dopo la lezione sui Templari, la dott.ssa Simona Ferrari è tornata alla Libera Università di Manerbio (LUM) per illustrare altri misteri: “La vera storia del Natale cristiano dalla mitologia pagana al folklore dell’Europa moderna”. La conferenza si è tenuta il 14 dicembre 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”.
            Alla base dell’odierno modo di festeggiare, vi sarebbero tradizioni legate al solstizio d’inverno, ai Saturnali e al “Sol Invictus” (in latino: “il Sole vittorioso”). Esse avrebbero poi ricevuto una reinterpretazione in chiave cristiana.
            Il solstizio d’inverno divide l’anno in due parti: quella in cui le giornate vanno allungandosi e quella in cui s’allungano invece le notti. Questa seconda metà era motivo di terrore per gli antichi: non avendo metodi esatti per prevedere l’andamento delle stagioni, potevano solo sperare che la luce e la primavera tornassero. Il solstizio d’inverno era il momento magico in cui si esorcizzava la paura della morte e si festeggiava la rinascita di tutta la natura. Attualmente, esso cade quattro giorni prima di Natale. Questo fu fissato al 25 dicembre nel IV sec.
            I Saturnali erano una festa dicembrina degli antichi Romani. Celebrati all’insegna del godimento sfrenato, vedevano gli schiavi sostituirsi ai padroni, farsi servire da loro e motteggiarli in assoluta impunità. La ricorrenza era dedicata a Saturno, antico dio italico delle messi e dell’ “età dell’oro”: epoca mitica di abbondanza ed eguaglianza. I Saturnali dovevano dunque riprodurre questa età dell’oro, ripetere il caos primordiale in vista di un ordine rigenerato. Erano altresì un modo per far sfogare tensioni sociali, altrimenti potenzialmente pericolose. Da questa tradizione, è derivato anche lo spirito del Carnevale.
 Le strenne prendono il nome dalle strenae, i regali tipici delle feste invernali. La dea sabina Strenia era la personificazione della salute, soprattutto quella della fertilità femminile.
            Solo durante i Saturnali era consentito il gioco d’azzardo, con valenza divinatoria. Insomma, la tombola natalizia sarebbe nata come tentativo d’indovinare la sorte. 
gioco d'azzardo antica roma
Gioco d'azzardo durante i Saturnali:
l'antenato della tombola di Natale
            Quanto al “Sol Invictus”, esso è un antichissimo dio mediorientale: rappresentato come un infante, nato nottetempo da una Vergine; lo contrassegna anche il capo raggiante. A Roma, il suo culto fu promosso dagli imperatori Eliogabalo (204-222), Aureliano (214 o 215 - 275) e Costantino (280?-337). Altra divinità solare è l’indoiranico Mitra, la cui nascita era festeggiata proprio il 25 dicembre. Era un dio maschile, garante dei patti e della lealtà, assai amato dai militari. Portava un berretto frigio: consegnato agli schiavi affrancati, era simbolo di nuova vita.
            Quanto alle decorazioni vegetali tipiche del Natale, la corona di sempreverdi allude alla ciclicità e alla continuità. L’agrifoglio è l’unica pianta a portare colore e a nutrire gli uccelli durante l’inverno; con la sua corteccia e le sue foglie, si ottiene un decotto che cura la febbre. Il vischio, che compariva improvvisamente e senza radici, era una manifestazione divina, per i Celti. Lo “Yule log”, o “ceppo di Natale”, è un tronco che deve bruciare ininterrottamente nel caminetto per la durata di 12 notti, perché propizi la luce per tutto l’anno. È una tradizione specialmente anglosassone e germanica; dal ceppo natalizio, ha preso nome un dolce.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 128 (gennaio 2018), p. 16.

sabato 3 febbraio 2018

I paesaggi disciolti di Claudio Volpi

pittore claudio volpi
Il pittore Claudio Volpi a Manerbio
Dal 16 al 23 dicembre 2017, la Sala Mostre del Palazzo Comunale di Manerbio ha ospitato “30x30”: una mostra personale del pittore Claudio Volpi. Il titolo alludeva alle dimensioni dei dipinti ospitati: tele quadrate di 30x30 cm, appunto. Mai come in questo caso bisogna riconoscere che conta l’intensità, non le dimensioni. 
            Claudio Volpi è nato a Casalromano (MN) l’8 agosto 1955. Nel 1970, ha iniziato a studiare pittura a olio, disegno e figura alla scuola “Leonardo da Vinci” di Cremona. Nel 1979, ha fatto parte del gruppo artistico mantovano “Valori plastici”, partecipando a varie mostre collettive e personali. Dopo un lungo periodo di pausa, è tornato alla pittura nel 2004, preferendo ampi paesaggi e scorci di campagna lombarda, perfezionandosi nella tecnica dell’acrilico su tela.
            Nel 2011, è stato invitato alla Collettiva d’Arte Contemporanea tenutasi al Quirinale e a quella ospitata dal Castello Reale Valentino, a Torino.
            A Manerbio, ha dispiegato gli aspetti tipici della sua musa. Innanzitutto, una tendenza alle figure non formali, non fondate su un disegno, che si snodano e distendono liberamente sulla tela. Allo stesso tempo, non si distacca del tutto dall’arte figurativa: le sue immagini rimandano sempre a qualcosa di noto, perlopiù paesaggi. Il colore non è scelto su basi realistiche, ma espressive: toni scuri affiancati a toni accesi, o al bianco. La tinta prediletta è il rosso. Volpi tiene molto alla corposità: dipinge a strati e crea effetti di “bassorilievo”, impiegando carta. In altri casi, il materiale di base è la plastica, sulla quale la vernice è incisa a graffi. Le immagini sono realizzate in colori acrilici.
            In questo modo, dai “30x30” di Volpi, sembrano emergere sottili betulle, campi di grano, laghi, distese innevate o angosciosamente rosseggianti, notti profonde, cupole di duomi.
            Il pittore ama curare la presentazione: ha “testato” diversi modi di incorniciare le opere, per osservarne la diversa resa. 
pittore claudio volpi
Due "paesaggi disciolti" di Claudio Volpi
            L’aspetto “indefinito” dei suoi paesaggi fa sì che essi si prestino a suggestioni e interpretazioni anche vaste. Per questo, alle tele in mostra, erano affiancati pensieri di un poeta, Diego Berzaghi. La parola sapiente dava alle vedute disciolte un significato ignoto allo stesso pittore. Le colline oltre un fiume divenivano un corpo di donna distesa; una campitura rossa il segno dello sbarco in Normandia. Oppure: “Celate di seta diafana, danzano le Meliadi, nel profumato sottofondo d’autunno boschivo”; “Candido velluto impreziosisce il cammino dell’inverno”.
            Quasi a completare il dialogo fra le arti, Volpi ha affermato di essere un appassionato di pianoforte. Del resto, come la sua pittura, la musica unisce la suggestiva indefinitezza all’espressività.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 128 (gennaio 2018), p. 13.

venerdì 2 febbraio 2018

A scuola di magia in biblioteca

harry potter book night manerbio
Lo Smistamento nella Sala Grande di Hogwarts
(Manerbio, Palazzo Luzzago)
La “Harry Potter Book Night” è un evento che la casa editrice britannica Bloomsbury lancia ogni 1 febbraio, in onore di una sua pubblicazione famosa in tutto il mondo: la saga di Harry Potter firmata da J. K. Rowling, appunto. Il primo volume (“Harry Potter e la pietra filosofale”) uscì nel 1997 e non accenna a perder fascino. Nel 2018, il tema dell’evento è: “animali fantastici”. Probabilmente, si tratta di un omaggio al fortunato film “Animali fantastici e dove trovarli” (2016), tratto dall’omonimo “pseudobiblion” scritto dall’autrice della saga (2001). Per “pseudobiblion”, s’intende un libro immaginario, citato come vero in un’opera letteraria. “Animali fantastici e dove trovarli” è attribuito a un magizoologo altrettanto fittizio: Newt Scamander, nato nel 1897 e figlio di un’allevatrice di Ippogrifi. Un fattore di gradimento dello pseudobiblion sono gli scarabocchi di Harry Potter e dei suoi amici, che gli danno un’aria più simpatica e vissuta. L’ironia sposata col bovarismo. Ma anche con la beneficenza: i proventi delle vendite del libro sono destinati a Comic Relief, organizzazione filantropica che raccoglie fondi tramite spettacoli comici e li destina a iniziative in contrasto alla povertà. 
            Nel 2018, la “Harry Potter Book Night” è arrivata anche a Manerbio, per iniziativa della Biblioteca Civica. Il pomeriggio del 1 febbraio ha visto l’arrivo di decine di bambini mascherati in quella che, per qualche ora, si è trasformata nella Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. La Sala Mostre del municipio ha svolto le funzioni di Sala Grande, con tanto di candele fluttuanti (grazie a un filo trasparente). Al tavolo degli insegnanti, sedevano i direttori delle quattro Case di Hogwarts: Grifondoro, Tassorosso, Corvonero e Serpeverde. I bambini sono stati smistati e assegnati a ciascuna di esse. Non disponendo di magia, il Cappello Parlante che sceglieva la Casa adatta a ognuno ricorreva al doppiaggio.
harry potter pozioni
Un laboratorio di pozioni in stile "Harry Potter"
            Le varie squadre sono poi state guidate nei locali della biblioteca, adibiti a “sale comuni” e decorati coi colori delle Case. Qui, i piccoli dovevano attendere che gli insegnanti di Hogwarts (interpretati da volontari) arrivassero a proporre le prove di turno. Il direttore di Serpeverde richiedeva di trovare il modo migliore per difendersi da creature magiche pericolose. La direttrice di Corvonero invitava a distinguere e cerchiare i nomi di diversi animali fantastici all’interno di un quadrato. Con la direttrice di Grifondoro, bisognava invece riconoscere diverse razze di drago a partire dalla loro descrizione. La direttrice di Tassorosso proponeva invece d’indovinare la classificazione delle creature magiche in base alla loro pericolosità per l’uomo.

La conclusione si è tenuta nuovamente nella “Sala Grande di Hogwarts”, dov’è stata proclamata la classifica fra le Case: ultima Corvonero, seconde Grifondoro e Tassorosso pari merito, prima Serpeverde. Sono state premiate anche le due maschere più belle: un Centauro e una civetta Edvige. Il banchetto a base di pane e nutella, però, è stato uguale per tutti. Come il piacere di leggere le pagine di J.K. Rowling, dovuto a un’abile miscela di humour, caratterizzazione umana dei personaggi e capacità di esplorare le possibilità della mente.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 129 (febbraio 2018), p. 14.

Internet e Google: la storia antica di rivoluzioni contemporanee

pascalina
La pascalina
Mentre l’anno volge al termine, la Libera Università di Manerbio prosegue il proprio viaggio ideale intorno al mondo. Il 7 dicembre 2017, il dr. Andrea Soffiantini ha portato al Teatro Civico “M. Bortolozzi” una conferenza dal titolo: “L’invenzione di Google e la rivoluzione mondiale con l’avvio della rete globale”. 
            La storia è cominciata col grammatico Pāṇini (VII-III sec. a.C. circa): la sua codifica delle regole morfologiche sanscrite pose le basi degli studi che avrebbero portato all’elaborazione dei linguaggi di programmazione.
            Risale invece al 150-100 a.C. la macchina di Anticitera: un congegno in grado di realizzare calcoli meccanici (astronomici). Nel Medioevo, fu prezioso il lavoro di matematici come Al-Kwarizmi (780-850), dal cui nome è derivato “algoritmo”. Del 1642 è la “pascalina”, sorta di calcolatrice elaborata dal filosofo B. Pascal. Attorno al 1672, nacque la calcolatrice di G.W. von Leibniz, in grado di eseguire tutte e quattro le operazioni aritmetiche. J.-M. Jacquard (1752-1834) inventò una scheda perforata in grado di programmare i telai: un’antenata del software (= insieme dei dati salvati nel computer). Ada Byron-Lovelace (1815-1852), lavorando con Ch. Babbage alla sua “macchina analitica”, elaborò un algoritmo per generare i numeri di Bernoulli: una successione di numeri razionali. Detto algoritmo era pensato per essere elaborato dalla macchina: insomma, era un abbozzo di programma informatico. 
           
ada byron-lovelace
Ada Byron-Lovelace (1815-1852)
Da G. Boole (1815-1864) prende nome l’algebra booleana, base dei linguaggi di programmazione. Doveroso menzionare la macchina teorizzata da A. Turing (1912-1954), sempre ricordata fra gli antenati ideali del computer. Ma del 1939 è lo Z1, primo calcolatore effettivamente realizzato a impiegare l’algebra booleana. Al 1944 è datato il Colossus, pensato a fini bellici, per decifrare i messaggi tedeschi. Il SSEM (1948) fu il primo computer ad avere una programmazione salvata nella propria memoria interna. Si basava sull’architettura di Von Neumann: struttura dello hardware (= componente materiale del computer) tuttora valida.
            Nel 1969, le esigenze belliche legate alla Guerra Fredda portarono allo sviluppo di Arpanet: una rete di collegamento fra computer realizzata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Essa fu il primo nucleo di Internet, nato nel 1983. Nel 1991, l’informatico Tim Berners-Lee pubblicò il primo sito web: era nato il World Wide Web (“la Rete Mondiale”), da cui “www”. L’idea gli era venuta due anni prima, presso il CERN di Ginevra, osservando colleghi che si trasmettevano informazioni tramite la linea telefonica e le visualizzavano su schermi. Il WWW fu pensato come biblioteca universale in forma di ipertesto: un insieme di documenti (scritti, audio, video, immagine) collegati tramite rimandi detti “link”. Finché le pagine web erano poche, l’elenco dei link poteva essere stilato da un lavoro redazionale. Quando il loro numero rese ciò impossibile, nacquero i motori di ricerca (come Google): sistemi che si servono di robot per cercare le pagine online. Fu necessario adeguare il linguaggio di codifica dei documenti pubblicati: ciò generò il cosiddetto “web semantico”. “Web dinamico” è invece quello odierno, che permette all’utente non solo di reperire contenuti, ma anche di generarne. Ciò consente l’uso di social network e di servizi online (pagamenti, reperimento di orari…). 
Dr. Andrea Soffiantini
Da biblioteca, Internet è ormai divenuto piazza. Questo significa sterminate capacità di rinvenire dati e informazioni: per accrescere il proprio sapere e soddisfare esigenze, ma anche per danneggiare (cyberbullismo, spionaggio, terrorismo, diffamazione, disinformazione…). Il secolo del villaggio digitale globale richiede dunque dosi massicce di responsabilità e senso critico, per gestire l’incredibile libertà del World Wide Web.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 128 (gennaio 2018), p. 13.

giovedì 1 febbraio 2018

La questione migranti tra paure e responsabilità

Le migrazioni di massa e la loro gestione: un argomento assai concreto e quotidiano. Per questo, non sarebbe potuto passare in silenzio l’invito del Comitato Senza Confini: partecipare al dibattito “Migranti: l’invasione che non c’è”. Esso si è tenuto al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, il 5 dicembre 2017. 
migranti l'invasione che non c'è
Laura Alghisi, Claudio Taccioli, Giorgio Cremaschi
e don Fabio Corazzina al Teatro Civico "M. Bortolozzi"
di Manerbio (BS)
            Il dibattito era introdotto da Laura Alghisi, sindaca di Verolavecchia. Partecipavano: Giorgio Cremaschi, esponente della Piattaforma Sociale Eurostop; Claudio Taccioli, del Comitato Senza Confini; don Fabio Corazzina, parroco di S. Maria in Silva ed ex-Coordinatore di Pax Christi.
            Taccioli ha spiegato che il Comitato si è costituito di recente, davanti agli sfratti di inquilini rimasti disoccupati e alla condizione dei senzatetto. Quanto alla retorica dell’ “aiutiamoli a casa loro”, Taccioli ha menzionato casi d’investimenti italiani in altri continenti, finiti al centro di polemiche: la diga Gibe III nella Valle dell’Omo, in Etiopia, che metterebbe in crisi un sistema agropastorale basato sulle piene del fiume e sulla pesca; la centrale elettrica a carbone a  Pljevlja, in Montenegro, contestata come inquinanti; l’allevamento di bestiame in Patagonia, a prezzo dell’allontanamento dei locali Mapuche. Insomma: “aiuti” che sarebbero finanche controproducenti. Il Comitato da lui rappresentato si occupa sia di costruire simili atti d’accusa, sia di fermare gli sfratti in Italia.
            Cremaschi ha individuato una causa delle condizioni di sfruttamento proprio nella perdita del permesso di soggiorno, prevista qualora non si accetti un posto di lavoro. In questo senso, è vero che “gli immigrati accettano le condizioni di lavoro peggiori”, come si suol dire quando li si presenta come concorrenti degli italiani nel trovare un impiego. La diffusione di simili concetti è stata ricondotta da Cremaschi a una strategia propagandistica di “divide et impera”: nutrire il rancore tra lavoratori sfruttati, perché non possano fare fronte comune contro gli sfruttatori.
Kemi Seba, un attivista citato da Cremaschi, ha bruciato in pubblico alcuni Franchi CFA, una moneta in corso nelle ex-colonie francesi e accusata da Seba di penalizzare l’economia locale. Per questo, è stato arrestato. Il problema da lui sottolineato è un esempio di come la distruzione delle condizioni economiche parta da cause remote (valore della moneta, retaggi di colonialismo, interessi privati).
            Don Fabio, essendo un religioso, ha aggiunto osservazioni d’altro carattere: la famosa “perdita delle radici religiose”, spesso attribuita all’arrivo di immigrati islamici. Ha sottolineato come, in merito, egli trovi assai più influente la difficoltà di “santificare le feste”, quando viene richiesto di lavorare in giorni festivi; o il blocco psicologico che impedisce di pregare sui luoghi di lavoro. Alla facilità del trovare capri espiatori, o del consegnare la “risoluzione” in mano a indifferenza e metodi polizieschi, don Fabio ha contrapposto la necessità del dialogo.

            Da parte del pubblico, è emersa l’esigenza che l’accoglienza e il dialogo avvengano nel rispetto della disciplina e della comunità locale. Si è espressa anche la rabbia di una parrocchiana verso alcuni arcipreti, disposti a spendere per la bellezza della liturgia, ma non per le opere di soccorso sociale (ignorando il parere dei fedeli). Un presente ha sottolineato la situazione per cui le persone bloccate nei centri di accoglienza o in condizioni di indigenza sarebbero “costrette” a delinquere. La parola d’ordine del dibattito è stata: “rancore”. Non solo la povertà va aumentando, ma anche il desiderio di “far sparire” (fisicamente) coloro che non possono più generare profitto.