venerdì 26 aprile 2019

Si cercano nuove voci “Sotto la torre”


Il coro “Sotto la torre” è un ensemble di voci maschili piuttosto noto a Manerbio. È solito allietare diverse occasioni pubbliche; il suo stesso nome allude alla Torre Civica, quel campanile che (come in ogni piccolo centro) è un simbolo dell’esistenza di una comunità. Il coro fa spesso rivivere canti popolari della Prima Guerra Mondiale o brani natalizi. 
sotto la torre manerbio coro maschile

Il suo primo nucleo nacque nel 1961, quando un gruppo di giovani si aggregò intorno a don Graziano Montani, curato dell’oratorio manerbiese. Il canto corale era una delle attività proposte a fini di socializzazione; ovviamente, all’epoca, il repertorio e le finalità avevano un carattere marcatamente devozionale.
A distanza di trent’anni, i coristi di allora ricostruirono l’ensemble, avvalendosi dell’aiuto di Luigi Damiani. Fu proprio quest’ultimo a suggerire di rafforzare l’organico e di darsi un direttore stabile. Perciò, dal 2003, il maestro del coro divenne Claudio Bertolini e fu adottato il nome attuale, “Sotto la torre”. Nonostante il carattere spiccatamente manerbiese, della formazione fanno parte anche abitanti dei paesi vicini. La sua attività rientra nell’ambito della Civica Associazione Musicale S. Cecilia.
Come ogni progetto, per proseguire abbisogna di nuove forze. Ecco, dunque, che il coro “Sotto la torre” cerca nuove voci. Desidera che esse siano belle, ma non solo: far parte di un’associazione significa (anche e soprattutto) educare se stessi insieme agli altri. Bisogna far sì che la nostra voce non prevalga su quelle altrui, né si nasconda: gli sforzi di ciascuno debbono amalgamarsi e andare nella stessa direzione. Occorre lo sforzo mentale di comprendere il testo, per poterlo interpretare. Serve l’umiltà di ascoltare il maestro e contribuire al risultato comune. Un contesto del genere mostra poi come il miglioramento delle proprie prestazioni non vada necessariamente inteso in senso agonistico: gli “altri” non sono rivali, ma collaboratori indispensabili al raggiungimento dell’obiettivo artistico.
Se tutto questo sembra una richiesta eccessiva, vale la pena pensare alla soddisfazione di far parte dei momenti chiave della vita cittadina e venire apprezzati pubblicamente. Il coro “Sotto la torre”, fra l’altro, vuol presentarsi come un ambiente familiare, dov’è facile fare amicizia. Perché, oltre a quanto abbiamo elencato, non bisogna dimenticare che il canto corale è anche gioia di stare insieme e amore per la musica.
La proposta, per le nuove voci che volessero farsi avanti, è di cominciare frequentando la sede dell’associazione e sperimentando la propria vocalità. Gli interessati possono rivolgersi a:

   Coro “Sotto la Torre”
   Civica Associazione Musicale S. Cecilia
   via Palestro 57  Manerbio        
   tel. 030 9382819 – 327 0777717     

 Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 143 (aprile 2019), p. 11.

giovedì 25 aprile 2019

A porte aperte: l’Open Day dell’associazione Chorouk



chorouk musulmani manerbio open day
L’associazione Chorouk, che raduna i musulmani di Manerbio, ha organizzato un Open Day (31 marzo 2019). Per tutto il pomeriggio di quella domenica, i soci hanno offerto assaggi dei loro mondi culturali. Sotto una sola denominazione religiosa, la Chorouk raduna infatti quindici nazionalità: i suoi membri vengono dall’Egitto, dalla Tunisia, dall’Algeria, dal Marocco, dalla Libia, dal Senegal, dal Pakistan, dal Burkina Faso, dalla Somalia, dal Ghana, dalla Siria, dalla Bosnia Erzegovina, dall’Albania, dalla Turchia. E dall’Italia, ovviamente: non è raro che i più giovani siano nati qui. L’hanno dimostrato anche i rappresentanti dei Giovani Musulmani d’Italia, arrivati da Brescia per tenere alcuni stand: Younes El Sharkawy (di famiglia egiziana), Batul Alsabagh (siriana d’origine) e Izham Zulqarnan (dal Pakistan). Come ha spiegato Younes, la denominazione della loro associazione sottolinea la volontà di far convivere la propria italianità con la propria religione, contribuendo al benessere del Paese e facendo della propria “diversità” culturale una forma di ricchezza. Cosa intendesse Younes con tutto ciò era spiegato dallo stand che gestiva: un esempio di calligrafie arabe di diverse regioni. Lo sviluppo di quest’arte in ambito islamico si spiega con la sacralità della parola coranica, nonché col divieto di rappresentazioni iconiche del divino. Niente “santini”, dunque, ma quadretti con versetti dalle grafie elaborate.

manufatti africa maghreb burkina faso chorouk manerbioUn altro banco proponeva i tatuaggi all’henné sulle mani: un’attività in rosa, si può dire, perché questo tipo di decorazione è pensata per le ragazze. In particolare, in Marocco, la sera prima delle nozze è la “notte dell’henné”, in cui le mani della sposa vengono adeguatamente abbellite. Il tatuaggio permanente non è consentito ai musulmani devoti, perché considerato un’alterazione del corpo quale voluto da Dio. I disegni all’henné sono temporanei e assolutamente non tossici, perciò risolvono il problema. Per quanto riguarda il velo, altro attributo femminile in questo contesto, esso è un obbligo codificato nella sura coranica di An-Nûr (v. 31), insieme alla raccomandazione della castità e alla proibizione degli atteggiamenti seduttivi in pubblico. I tentativi di alcune voci femministe musulmane di confutare l’obbligo del velo sono perlopiù caduti nel vuoto. 
Un altro banco mostrava i trofei vinti dalla Chorouk nei tornei di calcio fra associazioni bresciane.
Il sunnominato Izham presentava le iniziative di solidarietà: raccolte di offerte in denaro, cibo e vestiti per i bisognosi (in particolare, quelli residenti in aree di guerra); un progetto di giornata di donazione del sangue, che dovrebbe prender piede in collaborazione con l’AVIS.
mortaio per cereali africa burkina fasoUn banco esponeva manufatti caratteristici del Maghreb e del Burkina Faso. Dal Marocco, provenivano diverse paia di scarpe, un mantice riccamente decorato e una tajine, la classica pentola conica in terracotta. Un modellino riproduceva un minareto monumentale. Dal Burkina Faso, giungeva una borsetta femminile chiusa da cordoncini e con specchietti rotondi sui lati (per rapidi “controlli di bellezza”). Ancor più caratteristico era un mortaio per cereali. La “calebasse” è una sorta di gigantesca noce, il cui guscio può divenire recipiente o strumento a percussione. Le “calebasse”, la borsetta e un cappello troncoconico erano decorati da pendenti ricavati da conchigliette assai ricercate, un tempo usate come moneta. Da sorte di zucchine erano stati tratti cucchiai e strumenti musicali. 
Il banco più frequentato (c’è bisogno di dirlo?) era però quello del buffet: pasticcini fatti a mano, raffinati negli aromi e nella decorazione; olive piccanti; tè dolce. E non mancava certo la generosità.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 143 (aprile 2019), p. 10.

martedì 23 aprile 2019

Marina: una famiglia fra due mondi



Si dice spesso che “l’amore abbatte ogni barriera”, senza pensar più di tanto a ciò che si dice. A volte, questa frase fatta si trasforma però in una grande verità. 
marina chernobyl pietta manerbio
Marina tredicenne a Manerbio.
Nell’estate del 1994, i signori Pietta di Manerbio (sì, i genitori dello web dj Stefano Pietta) furono contattati da un’associazione di Brescia: occorrevano famiglie italiane che ospitassero per un mese ragazzini intossicati dalla nube di Chernobyl. Lo scopo dell’iniziativa era far cambiare letteralmente aria ai giovanissimi, per evitare che l’intossicazione peggiorasse. L’associazione, fra l’altro, richiedeva una risposta in tempi brevi. Giuseppe e i familiari non esitarono - così come i loro vicini di casa, che presero con loro due ragazzi. I Pietta accolsero Marina, proveniente da Gomel, in Bielorussia: tredicenne, parlava solo russo. Il famoso disastro nucleare le aveva causato problemi agli occhi e alla tiroide.
Per aiutarsi nella comprensione, i suoi ospiti ricevettero un prontuario di vocaboli. Le comprarono anche scarpe e vestiti, di cui era assai malamente fornita (il signor Giuseppe Pietta ricorda che i piedi le fuoriuscivano dalle calzature). Marina era alquanto timorosa e spaesata, nell’inserirsi in quello che (per lei) era un altro mondo. Non aveva mai neppure visto supermercati, prima d’allora. Era però molto intelligente (nei ricordi della sua “seconda famiglia”). La ragazza e i Pietta si separarono fra le lacrime, alla fine del periodo di ospitalità. A Manerbio, giunsero poi molte lettere di Marina, gentilmente tradotte da un concittadino che sapeva il russo.
I Pietta la invitarono una seconda volta, nel 1995. Stavolta, si preoccuparono di offrirle una visita oculistica e nuovi occhiali. Anche il secondo commiato fu sofferto.
Nel 1996, Marina riabbracciò i suoi ospiti per la terza volta - dopodiché, la richiesta dei Pietta di averla con loro non sarebbe più stata accolta. L’ultima lettera della ragazza giunse a Manerbio nel 1997. Dopodiché, i suoi ospiti non seppero più nulla di lei, fino al 2004.

Nel 2000, Marina si era trasferita a Chicago. Si era laureata e aveva trovato marito. Di tutto questo informò la sua seconda famiglia tramite e-mail, dal 2004 al 2007. Seguì un nuovo silenzio, dovuto a un attacco informatico che aveva cancellato nella sua posta elettronica l’indirizzo dei Pietta e l’aveva obbligata a cambiare il proprio. 
stefano pietta dj manerbio marina
Stefano Pietta e Marina.
Nel 2016, lei chiese l’amicizia su Facebook a Stefano. All’inizio, però, lui non la riconobbe: aveva cambiato cognome dopo il matrimonio e - ovviamente - anche l’aspetto non era più quello di un tempo. Solo nel 2017, il dj manerbiese capì che si trattava della “loro” Marina. Da allora, di tutta la famiglia, fu lui il più “connesso” con la ragazza, grazie alle e-mail e a Whatsapp.
Nel marzo 2019, lei è tornata in carne ed ossa, a visitare il suo nido manerbiese. L’incontro è stato (naturalmente) contrassegnato da grande commozione: soprattutto perché Marina ricordava dettagli che persino i suoi amorevoli ospiti avevano dimenticato. Stefano, in particolare, è stato grato di quell’arrivo emozionante, che gli ha permesso anche di rispolverare l’inglese. Marina stata accompagnata a visitare Brescia, Cremona, Verona, il lago di Garda… Ha ritrovato le persone che l’avevano conosciuta. Ora, è mamma di due bambini e le piacerebbe tornare in Italia a Natale, con loro e il marito. Come di tutte le belle vicende, piacerebbe poter dire: la storia continua.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 143 (aprile 2019), p. 7.

venerdì 19 aprile 2019

Fiammetta Rossi - La strana bottega del signor Balaji (Leucotea Edizioni)


Riceviamo e pubblichiamo (a cura di Vincenzo Calò):
“La strana bottega del signor Balaji” è un delicato romanzo di formazione, garbato come pochi racconti possono essere. 
fiammetta rossi la strana bottega del signor balaji romanzo
L'autrice ci trasporta in un mondo in bilico tra il cinismo e la consapevolezza delle nostre debolezze, prendendo per mano la mente del lettore e trasportandolo in un concerto di speranze, desideri e sogni; e, se I sogni son desiderie se esiste una Bottega che ci aiuta a realizzarli non possiamo che abbandonare le nostre paure e volare insieme alle nostre emozioni.
La storia è ambientata a Vigevano vicino le sponde del fiume Ticino; un luogo che prende forma e sostanza grazie all’apertura di un bizzarro negozio, “la Bottega dei Desideri” del signor Balaji.
Qui vivono Giulia e Carolina: adolescenti protagoniste-antagoniste; una vita tanto dura quella di Giulia quanto spensierata e allegra (ma solo all'apparenza) quella di Carolina, che le amiche borghesi di sua madre vogliono come modello perfetto.
A destabilizzare lo status quo arrivano loro: i Balaji, con la loro bottega dei desideri, pronti a sconquassare un mondo che si è adagiato su se stesso e a pestare i piedi a chi, questo mondo, non lo vuole cambiare.
Giulia, suo malgrado, dovrà aprirsi al prossimo e lo farà grazie a Maya Balaji, la sua nuova compagna di banco dai misteriosi occhi ambrati, pronta a parlare di spiriti, di leggende, di venti che cambiano e che trasportano i pensieri più tristi, tra un dolce indiano e un sorriso disarmante.


Maya con pazienza riuscirà a rompere tutti gli schemi e i preconcetti dietro cui la compagna s'era trincerata per non affrontare il mondo che le aveva portato via il padre e soprattutto la sua voglia di emergere.
Anche Carolina è affascinata da Maya e dal suo comportamento così bizzarro e anticonformista, a tal punto da avvicinarsi a Giulia e creare un primo fragile legame che porterà le ragazzine a un riscatto interiore e a tirare fuori le proprie doti.
E poi c'è un magico pozzo pronto a esaudire i desideri più profondi e veri di coloro che hanno il coraggio di entrare nella bottega, ma attenzione: affinché il desiderio si avveri, occorre lasciare qualcosa in pegno.
E dunque ecco la domanda centrale: a cosa sei disposto a rinunciare per realizzare il tuo sogno più grande?
Ma non tutti sono disposti ad accettare gli strani cambiamenti che avvengono in città e che sovvertono l'ordine… qualcuno manovra all'ombra, affinché la bottega chiuda.
L’atmosfera che si respira è piena di colori e i dialoghi divertenti e ricchi di ironia.
La lettura ci offre un crescendo di emozioni che hanno il culmine con una indagine a seguito di uno scandalo che scuote le coscienze imponendo una riflessione sulla vanità delle nostre certezze quasi sempre noiose e banali.
Si volta pagina con curiosità crescente e si viene trasportati d'incanto nella magica bottega del signor Balaji senza che il lettore se ne renda conto.
Giulia fa venire il sorriso ai lettori quando invoca l'aiuto divino e anche le battute di spirito di Marco (suo eterno amico) danno un tono brioso alla storia, e poi c'è il bel Giovanni apparentemente legato a Carolina (oppure no?)!
Si ride, si scherza ma soprattutto si sogna con questo romanzo adatto ai ragazzi e, perché no, anche agli adulti.

giovedì 18 aprile 2019

Vincenzo Calò intervista Lucrezia Maggi


Generalmente, quando ti trovi a comporre,  come ti vedi all’inizio, nel mentre e alla fine? Un testo è giusto correggerlo in buona sostanza s’è poetico? 

lucrezia maggi indelebile poesie

La gioia e la bellezza di scrivere sono enormi, ma nel mentre, quando mi trovo a comporre versi o storie, può capitare che ci possano essere grandi momenti di scoramento, giornate in cui non mi esce niente o in cui quello che scrivo mi pare brutto. Quando mi sento così, mi alzo e faccio altro. Torno al lavoro o, se sono in casa, indosso il grembiule e armeggio ai fornelli, oppure, il più delle volte, mi fiondo tra le pagine di un libro. Non insisto a scrivere cose che non sento, cose che non mi emozionano. La pagina deve chiamarmi. Oggi il mondo viaggia a una velocità diversa dal passato e le stesse parole ora viaggiano veloci come frecce, non sono più gocce che cadono lentamente nell’anima. Maneggiarle con cura, questo si deve. Senza fretta, con rispetto e dedizione. Alla poesia è concessa una sorta di licenza poetica, in questo ambito l’intervento di correzione dovrebbe essere dunque più delicato, quasi timoroso, svolto sotto la precisa e inalienabile indicazione dello stesso poeta, proprio per non snaturare o intaccare il valore di stile dei componimenti.
La poesia può lasciare il segno più per la forma che per i contenuti ?
La poesia è l'arte di rappresentare ed esprimere fatti e sentimenti e più specificamente con parole esposte secondo un ritmo determinato attraverso le quali il poeta piega la lingua alle sue particolari esigenze, violando i consueti codici comunicativi. Con la sua poesia, il poeta può voler trasmettere la sua personale visione del mondo e della vita, le sue emozioni, le sue esperienze, da cui il lettore può trarre, a sua volta, suggerimenti, insegnamenti, emozioni. La poesia non si legge solo con gli occhi. Si sente, dentro. O, più semplicemente, si ascolta.


Sbaglio o molti si sentono talmente forti nello scrivere da diventare fragili alla lettura come all’ascolto degli altri?
Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più, pochi tendono l'orecchio all'ascolto dell'altro. Personalmente, credo di essere più lettrice che autrice, per quantità di pagine lette rispetto a quelle finora scritte. Leggo tantissimo, sin da quando ho imparato a farlo. Amo sia la poesia che la prosa, acquisto tantissimi libri e li leggo tutti. Le pagine che leggo mi sorprendono, mi arricchiscono, mi sono indispensabili. Quelle che scrivo mi sono necessarie, ne ho bisogno ma… non mi riesce semplice esprimermi al riguardo. Possono essere buone oppure no. Sono una lettrice esigente, con la mia scrittura lo sono di più. L'altro, non mi è indifferente… la mia sensibilità non me lo permetterebbe. L'ego ipertrofico degli scrittori non mi appartiene.
Gli editori stanno a…? Non credi che per guadagnare uno scrittore debba fare spettacolo, possedendo ulteriori doti?
Gli editori, che non hanno per missione il bene dell’umanità e della letteratura ma quella, legittima, di fare comunque commercio, ragionano così: la poesia non vende, la poesia muore sugli scaffali delle librerie, non rende, “Ti pubblico ma poi il problema è tuo, arrangiati”. Come dare loro torto? Certo, al giorno d'oggi, uno scrittore, un poeta poliedrico e versatile, che possiede ulteriori doti artistiche, potrebbe essere di grandissima utilità “alla causa”. Dare spettacolo di sé durante le presentazioni di un libro, muoversi con disinvoltura su un palcoscenico, promuovere ad hoc la propria immagine, per esempio, credo siano cosa buona e giusta per molti. Io non la ritengo cosa indispensabile, personalmente non mi troverei a mio agio in queste vesti. Per indole preferisco le quinte alle luci della ribalta. Fosse per me, non li presenterei nemmeno in pubblico i miei libri. Lo faccio perché devo ma non mi entusiasma. Dopo la pubblicazione di un libro, il mio desiderio sarebbe quello di scomparire dietro le mie parole, lasciare che il  loro destino si compia indipendentemente da me… ma che fai, una creatura tua l'abbandoni così? No, te ne prendi cura, comunque.
Teoria e pratica nel tuo caso agiscono in contemporanea? La precarietà ti dona ? Per contemplare un posto nel mondo è indispensabile radicarcisi?
Ciò in cui crediamo, ciò che tratteniamo e a cui ci aggrappiamo, ciò che presumiamo di essere, non è ciò che veramente siamo… è una situazione, una condizione momentanea, qualcosa che cambia a seconda del tempo e dello spazio in cui ci muoviamo. Siamo tutti precari, di passaggio. Per contemplare un posto nel mondo non è affatto indispensabile radicarcisi.
Ma sei certa che sia possibile ancora innamorarsi di un uomo?
Si dice che l'innamoramento sia un sogno quando lo si vive, una magica sinfonia che fa palpitare il cuore, fa sentire un’attrazione fortissima che dà crampi allo stomaco e scombussola il nostro consueto modo di pensare e di agire. L’amore non era - e non è tuttora - esprimibile attraverso ragionamenti, ritengo che amare sia la fiamma e l’impeto della virtù umana. In una società in cui la tecnologia avanza velocemente, in cui la ragione è dominatrice dell’uomo, non amare è comunque pura follia. Sono in tanti a pensare che l’amore sia solo piacere fisico, effimero per la sua durata ma è bene ricordare che trattasi di un sentimento naturale, come un’erba che nasce spontanea, cresce e s'insinua indipendentemente. Inutile sottrarsi.
La tua solitudine è paragonabile a…? L’epoca moderna ci sta annientando, e magari perché non c’ispira granché? E se non è così allora cosa ci resterà della suddetta?
Io credo che la solitudine sia principalmente uno stato dell’animo, può essere la nostra più grande nemica o la nostra più grande amica. Quando non la riconosciamo come strumento prezioso per connetterci a un livello superiore, la solitudine può diventare non salutare, farci del male. Personalmente, alla luce della consapevolezza e dell’esperienza, io non mi sento mai sola, né cerco la solitudine a tutti i costi. La maggior parte delle volte  mi sento semplicemente libera, mentre cammino e mi muovo da sola, quando leggo, quando scrivo, quando medito. Semplicemente, il mio pensiero non è focalizzato su cosa possono pensare gli altri di me, di loro e del mondo. Sono aperta alla relazione con l'altro ma senza concentrarmi unicamente su di essa. Ascolto i messaggi della natura, guardo i colori di un tramonto, mi prendo cura dei miei pensieri positivi e cerco di tenere a bada quelli negativi che si insediano nella mia mente in modo inconsapevole, portandomi, talvolta, a vivere una realtà virtuale che mi distoglie dal momento presente. Preferisco vivere con lentezza ogni singolo giorno, l'epoca che viviamo viaggia a un ritmo troppo veloce, spesso ci perdiamo il gusto delle piccole cose. M'ispira la bellezza e, fortunatamente, lo stesso caos delle anime e tutta la vita che mi gira intorno.
… “Indelebile - Cose di noi e sanguinamenti sparsi” (Controluna Edizioni di Poesia)
La Maggi percepisce poeticamente qualcosa che si muove aldilà dell’aspetto materiale, di consistente, che sfugge dalla evidente carnalità per caratterizzare un flusso passionale nelle vene.
Ecco allora che la curiosità lega parole non solo da leggere, catturati da un’impressione dannatamente amorosa, in preda a un tormento che arreca dell’inadeguatezza a fior di pelle ma senza annullare la cortesia insita a gesti prossimi a un ritrovarsi.
“A te che sai
a te che più tra tutti mi sei simile”.
Alla lettura di queste poesie viene bandita la passività, i componimenti si rinfrescano in ragione di un contributo istantaneo, del tutto amichevole.
Capita molte volte che la vita si manifesti di colpo, e nel caso di Lucrezia avviene dovendo soddisfare la voglia di poetare ogni cosa che le stia a cuore.
Del resto serve pazientare per approdare dappertutto, e rasserenarsi in definitiva, cioè sapendo sognare per far sì che si appurino delle riconoscenze spontanee.
Il rumore insito allo Spirito fa venire delle buone idee, e trame di nuove storie si sviluppano, come dei baci lesti a convincere soggetti da vivere lungi dalla crudeltà, avendo modo di bonificare i paesaggi del cuore.
Lucrezia è abile a constatare delicatamente qualcosa che non va nelle persone a lei care, difficile da inquadrare se non si coglie dell’amorevole reciprocità da un dissolvimento decelerato, da una dimensione che si ripercuote umanamente nel profondo.
“Frantumarsi emotivo di animi
contro muri di gomma sofisticata”.
Spente le luci, soltanto una coppia di vite può narrare di un amore da rendere prima o poi incondizionato.
Per la lettura di questi versi ci si fa tesoro di una condizione angosciosa.
“...Perché quando scansiamo
il destino
abbiamo nostalgia di destino?”.
Rimane unicamente il fatto d’assaporare per intero un istante, visto che non ci sono persone che c’intendano a meraviglia, pervase da intrighi inutili, completamente invalidanti.
È come se fossimo condannati all’ingenuità, indotti di conseguenza a comprendere quello che serbiamo, e magari in un gioco di sguardi che allenti i nervi della poetessa.
La passione riempie un ideale d’uguaglianza, coperto da debolezze da esprimere senza far rumore, schiarendo piuttosto l’intento di sapere qualcosa per oltrepassare limiti sfiancanti, seppur sia molto probabile che le diversità verranno sempre fagocitate per della pura curiosità.
La vita compie dei giri folli ma si fa notare, tanto vale convincere chiunque ci capiti a tiro impugnandola senza addolorare, specie in riguardo a delle forme d’amore sconvolgenti, e cioè illuminanti nonostante la verità non si lasci determinare.
“… la ragione vacilla
in buco nero …”.
Urge della continuità, a costo di toglierci ogni cosa di dosso, alla ricerca dell’ispirazione… come degli esseri viventi al microscopio, che, indifferenti al carico di nutrimento che trasportano, puntano indefessi a uno scopo!
Negli abissi del sempre sprofonda un’illusione composta da astri e sogni; prossimi alla notte il tacere diventa languido catturando l’umanità costretta così a riscontrare la propria passività.
Il senso della vista che andrebbe svuotato sembra invece accogliere la decadenza di una riflessione ritoccabile circa esperienze che si rivelano negative, dati dei sentimenti non più infrangibili.
“… fuori dal cerchio delle cose,
sottraendosi all’obbligo
dei teoremi
e
delle forme armoniose
imposte”.
In un riflesso di luce assolutamente relativo si manifestano rette vie, esistenze ch’è impossibile incrociare, e prevale una memoria impossibile da ripulire, a scandire l’immensità di qualsiasi debole inganno.
Il cuore è delicato, occorre averne cura per tornare a divertirci in una maniera sopraffina, senza rinunciare mai all’ascolto dei suoi battiti, per rinnovare il buonsenso indispensabile se si vuol essere felici e ritrovare la memoria stavolta complice, per effetto della luce del Sole.
Secondo la Maggi con la forza di volontà nessuno può soffrire un destino segnato, chiunque è in grado di elaborare una novità per gli altri, e facendosi sentire.
Ora come ora lei deve abilitarsi definitivamente sistemando dei pensieri dentro di sé, dopo che per tanto tempo è stata dietro a termini e figure non ottenendo risultati, ma come se si trattasse di una vocazione quella di cogliere un senso di vuoto, fissarlo e restarne attratta per paradosso.
BIOGRAFIA AUTRICE
Lucrezia Maggi, poetessa e narratrice tarantina, dal 2007 ad oggi, ha al suo attivo numerose pubblicazioni, di poesia e di narrativa. Suoi versi sono presenti in numerose antologie e riviste letterarie italiane.
È presidente e fondatrice dell’Associazione Culturale “Le Muse Project”, ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto”, giunto ad oggi alla tredicesima edizione.
Tra le numerose attestazioni letterarie ricevute, nel 2011, le viene conferito, per la Sezione Cultura, il Premio “Donna Dei Due Mari 2011”, riconoscimento alle “eccellenze territoriali”, con le seguenti motivazioni: “Per l’attività di effettiva promozione culturale e di riscoperta generazionale resa a favore della nobile e distinta Arte della Poesia”.
Il 2013 è l’anno che vedrà accadere gli eventi narrati nel pamphlet “Prima che il tempo ne cancelli le orme”, che l’autrice scrive a seguito della morte di sua madre per malasanità. “Come affrontare quanto accaduto, come dare giustizia alla nostra storia e fare in modo che non capiti ad altri?” queste le domande che si è subito posta Lucrezia, nel corso e in conseguenza al drammatico sviluppo degli eventi. Chiedere un risarcimento? Sporgere denuncia? Il dubbio - o già un’amara certezza - era quello di rimanere inascoltati e ignorati, fino al punto in cui sarebbe stato troppo tardi per agire. 
Il modo migliore era metterci la propria voce e il proprio volto, portando di persona la storia all’attenzione di altre città e di altre persone e personalità. Lucrezia darà così il via ad un tour di divulgazione, in cui il libro, edito a novembre del 2013, sarà portato in numerose città italiane quali Taranto e la sua provincia, Bari, Avellino, Napoli, Salerno, Catania, Roma, Milano.
Numerosi gli incontri realizzati con il prezioso supporto di relatori del calibro degli scrittori Andrea G. Pinketts e Cosimo Argentina, del dott. Santino Mirabella, magistrato catanese, di Alessandro Salvatore, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, del giornalista campano Alfonso Bottone, direttore organizzativo della Fiera del Libro in Mediterraneo che, hanno portato la vicenda dinanzi all’attenzione di un pubblico crescente e sempre più partecipe in quei coinvolgenti momenti di dibattito e dialogo che sono stati, ogni volta, le presentazioni di questo pamphlet.
Nell'aprile del 2015 l’autrice pubblica, per la casa editrice Opposto Edizioni, realtà editoriale indipendente capitolina, "Come solo le parole", una raffinata raccolta di 17 racconti brevi.
Nel dicembre 2016, la seconda edizione di “Prima che il tempo ne cancelli le orme” e il monologo teatrale ad esso ispirato interpretato dall’attore Sergio Mari con le musiche originali del musicista/compositore Filippo D’Eliso.
A gennaio del 2018 l’autrice torna in libreria con la silloge “Indelebile-cose di noi e sanguinamenti sparsi” edito da Controluna/Il Seme Bianco. “Come nel ventre di una madre”, il titolo del suo ultimo romanzo.

domenica 7 aprile 2019

Una primavera di musica da sogno… Anzi, da film



La Civica Associazione Musicale “S. Cecilia” di Manerbio si sta preparando al consueto Concerto di Primavera. Esso si terrà il 4 maggio 2019, al Politeama. Per venire incontro ai gusti del pubblico affezionato, non è stato scelto un programma di brani complessi. Il tema della serata sarà invece un genere di musica largamente fruibile, che entra facilmente nei gusti e nei sogni: le colonne sonore dei film. Da quando il cinema non è più muto, buona parte del successo di una pellicola è dovuta ad esse. Sono per la settima arte ciò che il respiro è per il corpo. 
civico corpo bandistico s. cecilia manerbio

Ennio Morricone sarà quindi un compositore immancabile. Quanto ai successi cinematografici che verranno ricordati, ci sarà Mary Poppins (1964; regia di Robert Stevenson), che è appunto un musical. Per restare in tema “figure magiche”, sarà citato Il mago di Oz (1939; regia di Victor Fleming, George Cukor, Mervyn LeRoy, Norman Taurog, King Vidor): storia di quattro surreali personaggi spaesati in un mondo più surreale di loro… 
Un po’ più recente sarà Il Codice Da Vinci (2006; regia di Ron Howard), per immettere un po’ di sano thriller nel programma. Grande classico dell’avventura è invece L’ultimo dei Mohicani (1992; regia di Michael Mann): un modo romantico e tormentato di raccontare i rapporti fra nativi americani e militari inglesi nel Nuovo Mondo settecentesco.
Vero e proprio mito moderno è anche Harry Potter, che non è una singola pellicola, ma una saga. In questo caso, potremmo citare Albus Silente, preside di Hogwarts, la scuola per maghi ove le vicende sono ambientate: la musica è una magia che supera tutte quelle fatte lassù…
E.T. (1982; regia di Steven Spielberg) sposterà il focus dal fantasy alla fantascienza. Il film è famoso per aver immesso in questo genere una nota di tenerezza e intimismo.
Si tornerà alla realtà con Il postino (1994; regia di Massimo Troisi e Michael Radford). Non si rinuncerà però alla poesia, che è la vera protagonista di questo film. L’incontro col poeta Pablo Neruda, infatti, indurrà un umile postino a scoprire il lato incantevole della realtà che lo circonda…
Il buono, il brutto e il cattivo (1966; regia di Sergio Leone) porterà il debito tocco di western. I suoni del Far West cinematografico, infatti, non sono solo quelli di pistole e fucili. Per entrare con la mente e il cuore in un mondo di soldati, banditi e cacciatori di taglie, non può mancare l’aiuto della musica: indispensabile per cogliere il lato romanzesco di un’ambientazione così rude. Interessante notare come quasi tutti i film citati siano tratti da opere letterarie. Compito della colonna sonora è dunque, in questo caso, contribuire al rispetto o all’interpretazione dello spirito autoriale.
Mentre i manerbiesi si preparano a gustare il concerto, possono apprezzare anche una buona notizia: la nostra banda è stata contattata dal sovrintendente del Teatro Grande di Brescia, Umberto Angelini. Nelle sue mani, ci sono anche il libro che racconta la storia della “S. Cecilia” e un CD con la registrazione di un concerto. Ulteriori buone novelle ci attendono… Ma, per conoscerle (potremmo dire) dovremo attendere il sequel.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 142 (marzo 2019), p. 16.

sabato 6 aprile 2019

Le fiabe magiche di Ramona Parenzan a Manerbio



Proseguono le iniziative dell’associazione “Donne Oltre” a Manerbio, per partecipare a “La strada per Endor”: un anno di eventi culturali dedicati al tema della strega (“Sapiente Tutrice Ribelle Erborista Guerriera Ammaliatrice”). A questo festival hanno aderito diverse associazioni presenti nei Comuni di area bresciana. Endor è il nome della località ove il re biblico Saul (1 Sam 28, 3 ss.) si reca a cercare una negromante che evocasse per lui lo spirito del profeta Samuele - pur avendo egli stesso bandito simili pratiche. 
strega romilda ramona parenzan

            Il 14 aprile 2019, alle ore 15:30, le “Donne Oltre” ospiteranno nel Giardino del Comune la scrittrice Ramona Parenzan: nata a Bergamo nel 1973, è insegnante di italiano come lingua seconda. È autrice di libri sulla multiculturalità, nonché performer di fiabe dal vivo. Si tratta di un evento particolarmente significativo, dato che proprio lei ha involontariamente ispirato l’anno tematico. La Parenzan ha spesso tenuto laboratori scolastici finalizzati al confronto interculturale. Uno di questi, tenutosi in una scuola primaria del bresciano,  ruotava attorno a una raccolta da lei curata, Fiabe e racconti dal mondo (2015, Milena Edizioni). La focalizzazione sulla figura della strega ha però portato a un’interrogazione parlamentare, ad attacchi sui social media e ad accuse di “magia nera” da parte di radio e siti Internet (voci non maggioritarie, ma non per questo meno preoccupanti nei toni). È evidente che certe paure non sono poi così sorpassate come si crede e si richiede un’aperta riflessione culturale su quali forme assumano oggi.


            A Manerbio, la Parenzan porterà (per l’appunto) “La strega Romilda: Fiaba magica”. La protagonista ha i capelli azzurri e una fantasia straripante: due doti che la rendono perfetta per accompagnare i bambini attraverso mondi fatti di pozioni, formule, rituali e oggetti di scena. Insomma: si tratterà di una narrazione interattiva, seguita da un laboratorio con creazione di canzoncine, ritornelli e oggetti ricavati da materiale di riciclo. La finalità è promuovere l’immaginazione artistica e poetica: un “superpotere” assolutamente naturale, ma di cui troppo spesso ci scordiamo.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 142 (marzo 2019), p. 6.

mercoledì 3 aprile 2019

Vincenzo Calò intervista Susanna Valpreda


Benvenuta Susanna! Ma… il bizantinismo come si coniuga ai tempi moderni? 

susanna valpreda sicilia bizantina
Susanna Valpreda

Il passato rappresenta le fondamenta su cui è costruito il presente e da cui partiamo per edificare il futuro. La nostra cultura, la nostra lingua, il nostro pensiero sono intrisi del pensiero dei classici e dei pensatori medievali, molto di più di quanto ce ne rendiamo conto. Mentre però il pensiero classico è considerato ancora attuale, il medioevo e in particolar modo l’epoca bizantina da troppo tempo sono stati relegati nell’oblio come “secoli bui”. E’ ora che non solo gli studiosi che se ne interessano, ma anche la gente comune riscopra ciò che di positivo è stato fatto anche in quei tempi e il modo in cui ancor oggi ci influenza
Sembra che tu non possa fare a meno di saperne sempre di più… se sì, perché?
In realtà è una “malattia” cominciata di recente. Dopo la laurea e l’assunzione all’Università come bibliotecaria, avevo assolutamente accantonato i miei studi. Solo quattro anni fa l’idea di riprenderli in mano è venuta da un amico saggista che mi suggerì di rispolverare la mia tesi e farne un libro da proporre al suo editore. L’ultima cosa che immaginavo in quel momento era di essere ancora in grado di fare ricerca e di scrivere e soprattutto di essere pubblicata! Il successo inaspettato del primo libro e della pagina a esso dedicata su Facebook, nonché del gruppo che ho creato per gli amanti della civiltà bizantina, mi ha spinto a continuare le ricerche, dedicandomi anche alla Sicilia occidentale e alle sue isole e ad alcuni temi che non avevo ancora sviluppato, soprattutto economici, sociali e insediativi… spero che a breve vedrà la luce anche “Sikelia 2” (che suona tanto come un sequel cinematografico!!!).


Scrivi avendo chiaro quale possa essere il tuo lettore tipo? Un saggio può lasciare il segno con le sole parole?
Diciamo che anche se il libro è quasi nato per caso, avevo ben chiara durante la sua stesura la volontà di raggiungere tutti: appassionati di arte, di viaggi, curiosi, orgogliosi ricercatori delle proprie radici… ma che non avessero necessariamente una cultura umanistica. Quelli che trattano questi argomenti di nicchia sono di solito “addetti ai lavori”, archeologi, storici, numismatici che scrivono solo per studiosi e studenti, non per l’uomo della strada. Mi sono riproposta anche nel mio nuovo lavoro di fare da tramite e tradurre in un linguaggio più comprensibile notizie storiche che dovrebbero avere una risonanza più ampia di quella che hanno avuto finora.
sikelia
Necessiti di fare delle ricerche s’un determinato tema anche perché la Pubblica Istruzione non ti ha mai soddisfatto?
No, non posso dirlo, la mia laurea è frutto della Pubblica istruzione (almeno quella di 20 anni fa) e io, come dipendente universitaria, lavoro nel suo ambito. Vorrei piuttosto spronare a una maggiore attenzione alla scoperta e conservazione dell’immenso patrimonio archeologico che il nostro Paese ancora nasconde
Una biblioteca per destare curiosità costantemente come deve essere gestita?
Dev’essere sempre aggiornata con le novità editoriali del momento, ma deve anche offrire al lettore servizi ulteriori come il comfort di un luogo in cui leggere e studiare comodamente, attrezzature per la ricerca online, connessione con l’attualità o la storia a seconda dell’ambito che tratta. Per esempio la biblioteca dove lavoro essendo dedicata all’ingegneria industriale deve avere libri sempre aggiornati e attuali. Ma è anche  intestata a uno dei pionieri dell’invenzione del motore a scoppio applicato all’automobile e al motociclo, Enrico Bernardi, di cui quest’anno ricorre in centenario della morte. Promuovere la conoscenza di una figura chiave nella storia della tecnologia, organizzare eventi in collaborazione con il museo a lui intestato è un modo per tenere viva la curiosità non solo degli studenti, ma anche dei cittadini.
Il piacere di viaggiare comporta il rischio di sradicarsi definitivamente da un territorio? Sembra che tu sia talmente padovana che non vedi l’ora di andare in Sicilia…!
Non sono assolutamente padovana e le mie radici non affondano praticamente da nessuna parte. Le mie origini sono un vero “pot-pourri”, avendo un padre americano di terza generazione ma di origini franco-piemontesi e una madre veneziana di origini germanico-romagnole!!! Sono nata a Padova per un vero caso e poi mi sono sposata con un venezuelano di origini italiane… L’idea di trasferirci altrove quando non saremo più legati qui per lavoro ci accarezza da sempre. In Sicilia potrei anche andarci a vivere, non solo per il mare, la cucina, i monumenti e i reperti, ma anche (e soprattutto) per la sua gente meravigliosa!
Quando sei preda di una passione ti metti a tracciare la tua solitudine?
Non direi, se pensi che la passione più grande della mia vita è mio marito con cui condivido tutto da più di trent’anni, non mi sono mai sentita sola! Dedicarmi alla ricerca storica poi mi ha fatto sentire ancora meno sola, avvicinandomi a cosi tanti appassionati…
A proposito del tuo amore per gli animali, un qualsiasi loro verso ci seppellirà?
Assolutamente no, per me amare gli animali, cioè provare empatia per altri esseri viventi è complementare ad amare gli esseri umani. Di solito le persone "sociopatiche" cominciano col maltrattare animaletti indifesi quando sono piccoli per poi passare ad abusare di persone indifese, la storia ne è piena e i testi di criminologia pure! Insegnare a un bambino a osservare un insetto invece che a schiacciarlo, annusare un fiore  invece di strapparlo, accarezzare un cagnolino, un gattino, un criceto invece di maltrattarlo o trascurarlo, è la premessa per farne un adulto sensibile ai bisogni altrui, pietoso nei confronti della sofferenza, paziente con i più difficili e delicato con i più deboli e bisognosi.
Cosa vuol dire per te prendersi non troppo sul serio?
Autoironia e autocritica sono sinonimi di intelligenza. Significa mettersi in discussione, non essere convinti di essere già arrivati, ma sapere di aver sempre qualcosa di nuovo da imparare da chiunque. Oscar Wilde diceva “L’umanità si prende troppo sul serio. Se l’uomo delle caverne fosse stato capace di ridere, la storia sarebbe stata diversa ”.
… Sikelia / La Sicilia orientale nel periodo bizantino (Bonanno Editore)
Una delle epoche maggiormente oscurate per quanto concerne la valenza delle tradizioni sicule si riferisce all’avanzata bizantina, su cui occorrerebbe indagare come fa la Valpreda appunto per riqualificare appieno un territorio esteso in buona sostanza; che, vista la curiosa collocazione, viene considerato da chi viaggia e non solo il punto focale per l’intera area mediterranea.
Fa specie dunque denotare l’inclusione alle dinamiche bizantine, risalente tra il sesto e il nono secolo dopo Cristo, in un tempo in cui questa zona si è rinvigorita tanto da autostimarsi, con particolare riguardo al versante est, dove un sistema sociale di tutto rispetto parve evolversi con entusiasmo; seppur non dando un taglio secco col passato.
La Sikelia, secondo questo saggio, la si poteva reputare un possedimento da riconoscere non per forza pubblicamente, ma che l’imperatore dovette gestire preoccupandosi delle offensive avverse; con asperità terrene da ripianare per sviluppare una innovativa e radicale conformazione urbana, intendendo il mutamento dell’isola in un vero e proprio avamposto di guerra, lesti a combattere eventualmente per il bene dell’impero con soluzioni marittime a dir poco efficaci.
Lo stabilirsi, particolarmente nei paesi di maggiore rilevanza, di gente che parlava sia il greco che il latino fa riflettere circa una certa scioltezza di linguaggio.
E comunque senza far retrocedere in secondo piano la dignità sprigionabile da certi paesi dell’entroterra, da sempre meno promossi ma straordinariamente somiglianti ai famosi siti lucani (vedi Matera), o ai radicamenti per i quali la Turchia si apre oggi, nuovamente, ai turisti di tutto il mondo!
L’indimenticata presenza della religione va motivata esistenzialmente e senza divagare, e a dimostrarlo la Valpreda ci prova e ci riesce.
Effettivamente la chiesa rupestre di Santa Domenica, opera dei bizantini, ai festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia è stata premiata come ragione d’incanto nazionale.
Nella regione le conoscenze furono principalmente e direttamente proporzionali al richiamo religioso, però gl’ideali di libertà non vennero sottaciuti mai e poi mai dai greci soprattutto, che contribuirono al rinsaldamento delle classiche nozioni che tuttora s’impartiscono.
Tanti rappresentanti della fede cristiana nonostante fossero legati all’Oriente si affermarono come dei buoni esempi a tal punto da divenire pontefici, e addirittura tra il VII e l’ VIII secolo d.C. un quintetto di veri e propri figli della Sicilia, ossia Agatone (678-681), Leone II (682-683), Conone (686-687), Sergio (687-701) e Stefano III (768-777) salirono sul trono.
Coi normanni a perseverare gli ortodossi si rinnovarono col consolidamento delle sedi monastiche, a dimostrazione della naturale manifestazione di fede in Dio che la Sicilia da sempre sprigiona complessivamente.
A Lentini e dintorni si racchiude un patrimonio religioso costituito da selvaggi insediamenti, grazie al contributo dei normanni.
Sempre secondo l’autrice, le case bizantine risultano impattare urbanamente senza dubbio, con una varietà di costruzioni, che passano dalla semplice comunanza alla singolarità geometrica e frazionata a più vani, altamente sofisticate o con interni muniti di sali e scendi e giardini tutt’intorno.
Tanta vecchia cognizione a fresco sui muri è stata tralasciata a mo’ di sfregio non dal corso dei secoli ma vergognosamente da una massa di benemeriti ignoranti riportando trascrizioni a dir poco volgari  su immagini di entità che rinvigorirono l’indole bizantina.
I bizantini dettarono una moda, oserebbe dire Susanna insuperabile per purezza, tra i siciliani durante la padronanza normanna; sviluppando una fenomenologia a dir poco evidente, legante Cefalù, Santa Maria dell’Ammiraglio e la Cappella Palatina, ossia creazioni del tutto elleniche, d’illustrissimi professionisti, assistiti a quanto pare subito dopo dagli esperti locali, alla luce della criptica miniatura sicula, tratta dalla raccolta dei testi antichi esposta a Messina.
Il rilancio di questa forma d’arte avvenne una volta che i normanni occuparono la Sicilia, senza pensarci due volte, ed è curioso notare per il lettore che in realtà i testi criptici elaborati dai religiosi ellenici, a differenza dell’opera stessa curata dai fratelli latini, non sono stati scalfiti dal corso della Storia.
Risulta impossibile allontanarsi da Siracusa stando a degli aneddoti sui bizantini che presero il potere in Sicilia esposti in questa lettura, per esempio nel XIX secolo riemerse dai bagni pubblici, e cioè dal luogo in cui venne ucciso l’imperatore Costante II, la più mastodontica riserva aurea e di denari bizantina, non avente eguali in Sikelia se non fosse che si pensò di ridurla quasi completamente in un sol blocco… ma Antonio Salinas, altro grande appassionato della questione, sembra che non demorse, a tal punto da essere riuscito a comperare una fede aurea per cederla in custodia come anche in bella vista ai visitatori del Museo di Palermo, sfoggiata molto probabilmente dal sovrano dell’impero, o perlomeno da un suo cortigiano.
Addentrandoci con la Valpreda nel bel mezzo della provincia di Siracusa, ci si trova d’incanto a Pantalica, agl’inizi del secolo scorso, per far riemergere una delle maggiori raccolte di preziosi e di denaro inghiottite dalla Sikelia, che comprende più di mille coniature in oro risalenti al VII secolo d.C. .
Per quel che concerne all’arte orafa, le elaborazioni uscivano dall’artigianato della Calabria come della Sicilia, e di sgargiante impatto erano i pendenti, di solito d’oro appunto, stando a delle fonti sicule e pugliesi… orecchini a mo’ di mezza luna, avevano decori in sporgenza e venivano traforati seguendo un sensibile procedimento filigranato e granulato; in controtendenza al richiamo d’ornamento tramite una formina a castello o triangolare, impallinata, tipico insomma della scena mediorientale, che tornò prepotentemente di moda dalla seconda parte del primo millennio d.C. presso le zone caucasiche, a dimostrazione più o meno di come la creatività bizantina in tal senso si fosse impreziosita ripartendo dalla gloriosa civiltà ellenica, coinvolgendo infine i musulmani tanto da considerarsi quest’ultimi come i degni possessori della medesima.
Il rinnovamento dentro e fuori dal complesso statale presupponeva l’attingimento da ogni riserva aurea pubblicamente appurabile; pertanto aumentarono notevolmente le tasse, specie con la Sicilia per più di una volta affine all’impero bizantino, ma che andava patrimonializzata trattando col clero, ch’era proprietario delle terre per la maggior parte.
Non fu un caso che Leone III tornò ad assumersi la gestione diretta dei beni siculi; rassicurando praticamente la sovranità bizantina su di una certa estensione, visto che, perdendo di lì a poco il presidio ravennate, l’impero dovette rimarcare con forza la posizione nel sud Italia per continuare così a porre delle condizioni per una stabilità inequivocabile nella penisola.
Pensate inoltre che i siracusani possono tuttora vantare una prestigiosa e antica dotazione cimiteriale a livello nazionale, escludendo la valenza della similitudine capitolina!
Ma destano interesse eccome anche i reperti bronzei:  su molti di questi è indicato all’apice il possessore a suo tempo… alludenti alla crocifissione di Gesù, la consuetudine li voleva dondolanti sul petto come a tutelare l’individuo che li portava, o a mo’ di portafortuna.
Insomma, cose pregne di fede si evolsero col misticismo dei bizantini abili a creare situazioni culturali reinserendo una varietà di componenti senza mai dare adito alla banalità… e raffigurazioni chiare e precisate in miniatura non potevano, anzi, non possono non destare incanto.
Anche se all’apparenza le milizie intente a difendere le zone dello Ionio potevano intimorire i musulmani, quest’ultimi riuscirono nella primavera dell’878 a impadronirsi di Siracusa radendola al suolo; alla fine di un’offensiva travolgente che durò per quasi un anno, tanto da uccidere migliaia di residenti del posto e schiavizzare i restanti che meditarono di certo la vendetta dopo, ma pazientando per troppo tempo.
Successivamente all’anno mille la regione sicula perdurò come una delle massime concentrazioni di bizantina sensibilità pur situata per natura nello scenario occidentale; con un genio creativo sfoderato inoltre per mezzo di due opere iconografiche incantevoli, che mostrano Maria madre di Gesù sovrana, ora custodite alla National Gallery di Washington, come a cercare di dimenticare la distruzione di un intero patrimonio decorativo avvenuta nel corso del secondo conflitto mondiale, dapprima riposto all’interno del Duomo di Messina.
Il saggio può tranquillamente tornare utile per certe istituzioni riqualificanti territori aventi un patrimonio storico sorprendente e inesauribile, appunto investendoci sopra ancor più saggiamente…!
L’autrice non a caso si laureò conseguendo un giudizio estremamente positivo, avendo piacere a trattare proprio il contenuto di quest’opera letteraria.
Il testo della Valpreda contiene alla fine, e non è mica ovvio oggigiorno, un elenco di curiosissimi termini appropriati, di tutti i sovrani di Bisanzio che si sono succeduti nella seconda parte del primo millennio d.C. , e persino la mappatura dei luoghi di fede e di culto per non perdersi nel bel mezzo delle terre sicule (quelli che spuntarono precedentemente alla dominazione araba).
Susanna c’ha tenuto a sottolineare le fonti per i suoi studi, innumerevoli, abile ad ereditare l’impegno di specifici dotti e liberi acculturati che hanno cominciato solo da un paio di secoli a questa parte ad approfondire il bizantinismo, per mantenerlo facendo appassionare non solo i residenti in Sikelia sulla necessità di trarre delle origini proprie; scavando nella Storia per avvicinarsi alla purezza dell’essere, a un qualcosa d’incontenibile ma che forse non siamo più capaci di far splendere.