giovedì 18 maggio 2017

Manerbio nel tempo, tra pittura e poesia

Il 17 aprile 2017, Manerbio ha festeggiato Pasquetta con la riproposizione di una mostra del 1985: quella degli scorci ad acquerello di Adolfo Penocchio (Ghedi, 1933 - Brescia, 2004). Il titolo era, appunto, “Manerbio nel tempo”. 
 L’esposizione è stata collocata nella Sala Mostre del palazzo comunale ed è durata fino al 23 aprile, in contemporanea con i “7 Giorni di Poesia”: una settimana in cui la Biblioteca Civica ha esposto testi poetici per la città e li ha distribuiti gratuitamente su biglietti. Il giorno dell’inaugurazione, si è tenuta anche la “biciclettata poetica anni ‘30”: gli iscritti hanno percorso Manerbio su due ruote, fermandosi a tappe per ascoltare testi in versi. Obbligatorio il cappello di paglia. Per restare in tema, il portico del municipio ospitava un’esposizione di biciclette d’epoca. I “ciclisti d’un tempo” hanno poi trascorso il pomeriggio al Parco Mella, per un picnic e un concerto del cantautore Massimo Dellanilla. Per il 23, era in programma (nel giardino della biblioteca civica) una mostra mercato di libri e fiori, in modo da festeggiare San Giorgio alla maniera catalana: regalare rose alle donne e libri agli uomini. Oltre a questo, erano previsti anche laboratori di composizione floreale per bambini e adulti, animazione, merenda e un finale a base di poesia in musica.
Per tornare al 17 aprile: nella Sala Mostre, i convenuti sono stati accolti dalla moglie, dalle figlie e dal genero di Adolfo Penocchio, insieme all’assessore Fabrizio Bosio, al bibliotecario Giambattista Marchioni (già in versione “anni ‘30” per la successiva biciclettata) e all’archivista parrocchiale Alberto Agosti. La mostra, infatti, era stata pensata come occasione per la cittadinanza di godere di dipinti conservati negli uffici comunali, nonché di consultare testi storiografici custoditi in parrocchia e in biblioteca. 
Negli acquerelli paesaggistici di Adolfo Penocchio, rivivevano scorci manerbiesi del trentennio scorso: “Manerbio visto dalla tangenziale”; “Manerbio paesaggio campestre”; “Strada di campagna”; “Dopo il temporale alla Remondina”; “Il Castelletto”; “Autunno a Villa Rosa”; “La Remondina e la sua chiesa”; “L’abbeveratoio”; “Portale alla Remondina”; “Chiesa del Gesù - particolare”; “Ingresso di Palazzo Ghirardi”; “Villa Cesura”; “Meriggio al Centro storico”; “S. Faustino”; “S. Rocco”; “Scià-ólt - via XX Settembre”; “Le vecchie mura”; “Palazzo Ghirardi e la piazza”; “Palazzo Luzzago - Sede Municipale”; “Cancello di via Diaz”. Per quanto l’impostazione fosse “amarcord”, l’emozione principale era forse riconoscere il presente in quel passato, vedere il quotidiano trasformato in arte. L’uso dell’acquerello e l’amore per i paesaggi “en plein air” avrebbe potuto ricordare l’Impressionismo, se non fosse stato per la precisione del disegno. La moglie e le figlie ricordano appunto Penocchio come un raffinato e meticoloso disegnatore. Artista eclettico, realizzò anche sanguigne, nudi, disegni lenticolari su laminato plastico, ritratti (di ecclesiastici, parlamentari, nobili), reinterpretazioni di altri artisti. Sue opere si trovano in gallerie e collezioni italiane ed estere (Germania, Svizzera, Francia, Venezuela, USA, Inghilterra, Cina). Da segnalare è “La scena divina” di fine anni ’90: 150 fogli ad acquerello che illustrano la Divina Commedia. Ebbe un periodo metafisico, con dipinti ispirati all’opera di Giorgio De Chirico (pavimenti a scacchi, cieli infuocati, alberi ramificati senza foglie, sperimentazioni prospettiche). A volte, dipingeva strappi sulla tela, per alludere a una realtà “altra” che si apriva. Affrescò chiese in area bresciana. Confrontando il teatro geograficamente ristretto della sua vita con la vastità della sua ispirazione, si può dire che nessun mondo è troppo piccolo, per un animo immenso.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 6.

Pane, salame e allegria

Il bresciano “salàm”, in arabo, suonerebbe come “pace”. Questo ha sottolineato la vicesindaca di Manerbio, Nerina Carlotti, all’ottava edizione della Festa del Salame (8 aprile 2017). Un gioco di parole che, di etimologico, non ha niente, ma che è suggestivo. È infatti facile fare pace e festeggiare, davanti a qualche fetta di salame nostrano. Lo sanno bene Antonella Gennari e Giovanna Rongoni, titolari del Bar Borgomella e organizzatrici dell’evento. Come ogni anno, hanno invitato gli allevatori della zona a presentare a concorso i salami da loro confezionati. A giudicarli, è stata chiamata una giuria composta da membri dell’ONAS, l’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Salumi. A presiedere detta giuria, c’erano Michele Bertuzzi e Silene Tomasini. 
            Il rito dell’assaggio è molto accurato; passa per l’esame di tutti e cinque i sensi. Anche il modo di affettare il salame non può essere casuale (taglio a mano; assolutamente bandita l’affettatrice). Lo scopo è quello di valutare le peculiarità di ciascun prodotto. Non c’è un salame uguale a un altro; quello tipicamente bresciano è diverso (per esempio) dai salami di Milano e di Cremona. La varietà dei salumi in Italia è incalcolabile, ha sottolineato Bertuzzi. Cosa che vale per ogni prodotto regionale. Un fatto di cultura locale, ma anche di natura (qualità della vita dell’animale, caratteristiche del terreno impiegato in agricoltura…). 

            Alla gara dell’8 aprile 2017, sono stati classificati i primi dodici salumi. Sul podio ideale, sono saliti: Matteo Pennati (terzo classificato), Giambattista “Giambi” Mondolo (secondo) e Giorgio Bolentini (primo). Al vincitore assoluto, è stata assegnata una bicicletta. A tutti gli altri, è stato donato un cavatappi (per stappare il buon vino da accompagnare al salame?). La giuria, in ogni caso, si è complimentata per la qualità dei prodotti, migliorata rispetto agli scorsi anni.

            È seguita la degustazione collettiva dei salami in concorso, con tanto di pane e formaggio. Per l’occasione, si sono presentate anche due bancarelle di generi alimentari locali (latticini, salumi, casoncelli di Barbariga). Per parafrasare Nerina Carlotti: “salàm” a tutti.

Una rete d'insidie?

Cosa succede, quando la sfera della tecnologia e quella delle relazioni s’intersecano? Ne ha parlato la dott.ssa Paola Cattenati del CRIAF (Centro Riabilitazione Infanzia Adolescenza Famiglia) al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, il 6 aprile 2017. Con lei, c’era la dott.ssa Lisa Delfini. La serata era intitolata “Il cyber-bullismo e le insidie della rete”; era stata organizzata in collaborazione col Comune. 
Le testimonianze dei ragazzi (riportate dalla dott.ssa Cattenati) evidenziavano il carattere totalizzante della tecnologia nelle relazioni e anche l’assenza di riflessione, prima di condividere contenuti. In alcuni casi, le relazioni on line (e non solo per gli adolescenti…) sembrano più soddisfacenti, perché prive di quelle incombenze quotidiane (poco romantiche) che caratterizzano la vita reale. Interagire su Internet comporta anche una maggiore tendenza ad alterare la propria identità. Il forte investimento dei giovani nella vita sociale on line è contrappuntato da un diffuso senso di solitudine. L’uso compulsivo della tecnologia può diventare una forma di dipendenza e si è anche collegato a un aumento della ludopatia, per via dell’azzardo on line. I cosiddetti siti “pro-ana” e “pro-mia”, addirittura, incoraggiano (rispettivamente) anoressia e bulimia. La dott.ssa Cattenati ha accennato anche a siti dedicati ad autolesionismo e suicidio.
Per quanto riguarda la sessualità, la diffusione di Internet si accompagna al “sexting” (l’invio di proprie immagini sexy tramite computer e cellulari). Nel caso dei minori, ciò può sfociare nella pedopornografia; inoltre, il 17% di chi fa sexting (secondo la relazione della dott.ssa Cattenati) è stato vittima di “revenge porn”: la pubblicazione - per ripicca - di foto e video intimi originariamente riservati al partner.
La dimensione virtuale può poi far cadere le barriere morali in termini di violenza. Non si tratta solo del suo impiego disinvolto nei videogiochi, ma anche del suddetto cyber-bullismo, protagonista di diversi fatti di cronaca. Le caratteristiche del bullismo (sistematicità, durevolezza, squilibrio di potere) sono grandemente amplificate dal mezzo telematico. Esso elimina i limiti spazio-temporali e consente l’anonimato ai molestatori. L’assenza di contatto diretto non permette nemmeno al bullo di toccare con mano le conseguenze delle proprie azioni. I “motivi” adottati per denigrare una vittima sono solitamente piccolezze quotidiane (nudità in spogliatoio), o fragilità (balbuzie). Il cyber-bullismo è una paura molto diffusa fra i ragazzi, ha affermato la dott.ssa Cattenati, per la sua incontrollabilità. 

L’uso di Internet da parte di minori - secondo la psicologa - dovrebbe diventare sempre più un’esperienza condivisa con gli adulti. La dott.ssa Cattenati ha consigliato ai genitori di limitare il tempo trascorso on line dai figli, di avvertirli dei rischi e (per il resto) rispettare il loro investimento nelle relazioni virtuali. Gli scopi sono: favorire la maturità emozionale, la capacità dei ragazzi di stare da soli e di gestire anche i momenti di silenzio o attesa, nonché insegnare a distinguere fra contatti e amici. Gli adolescenti, peraltro, si dimostrano contenti (ha affermato la relatrice), quando vengono organizzati incontri con psicologi sul tema delle insidie virtuali. L’intervento adulto, in questo caso, corregge quegli squilibri di potere che possono rendere pesante l’atmosfera in una classe.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 8.

Alla scoperta di Manerbio

Chiesa di Santo Spirito
Per il 2 aprile 2017, il Comune ha organizzato una giornata intitolata “Scopri Manerbio!”, con visite guidate alla Chiesa di Santo Spirito, a Palazzo Luzzago e alla Chiesa della Disciplina. Le guide erano i ragazzi delle scuole medie (la paritaria “Beato Giuseppe Tovini” e la statale “A. Zammarchi”), debitamente preparati dai docenti. 
            La Chiesa di Santo Spirito è affiancata all’ex-convento delle Orsoline, attualmente sede delle scuole parrocchiali (scuola primaria “S. Angela Merici” e scuola secondaria di primo grado “Beato G. Tovini”, appunto). La congregazione religiosa nacque per opera di Mostiola Travaglia (Manerbio, 1811-1867). La signora, che aveva preso in affitto l’edificio insieme a una compagna, aveva già l’abitudine di ospitarvi le ragazze del posto. Ottenne poi dal vescovo di Brescia (Mons. Verzeri) il permesso di aggregarsi alle Orsoline. Nel 1856, venne formalmente aperto il convento manerbiese e Mostiola Travaglia fu confermata superiora. La congregazione continuò a occuparsi della ricreazione e dell’istruzione di ragazze e bambine, soprattutto orfane. Della stessa epoca,  è la Chiesa di Santo Spirito. A navata unica, ospita diverse tele, fra le quali è notevole la pala d’altare: la “Pentecoste” del bergamasco Ponziano Loverini (1845-1929).
Portico di Palazzo Luzzago-Di Bagno
Palazzo Luzzago-Di Bagno era una residenza di campagna nobiliare. Il ramo manerbiese del casato si estinse quando Bianca Luzzago (n. 1790) andò in sposa al marchese Carlo Ferdinando Guidi di Bagno da Mantova (n. 1776). Nel sito dell’attuale piazza Cesare Battisti, si trovava - fino al 1782 - una caserma, fatta smantellare e trasferire da Galeazzo Luzzago, per ragioni estetiche e di comodità. Sempre nel XVIII secolo, l’architetto Gaspare Turbini fu incaricato di ristrutturare il palazzo. 
          
Un dipinto nel Salone d'Onore.
Le valve d’ostrica sopra le finestre della facciata alludono alle virtù dei Luzzago, nascoste come perle. Le sale che si affacciano sul portico presentano ancora proporzioni, coperture e decorazioni tardo-cinquecentesche. Di Turbini è lo scalone di rappresentanza. Il vano è collegato al portico attraverso un’apertura a serliana, così detta dal nome di Sebastiano Serlio, trattatista di architettura (Bologna 1475 - Fontainebleau 1554). Sulla volta dello scalone, tre Amorini reggono i simboli di quelle nascoste “virtù dei Luzzago”: bilancia (= giustizia), ulivo (= sapienza), cornucopia (= prosperità). Le decorazioni pittoriche amano l’illusionismo prospettico, ovvero l’apertura a spazi puramente immaginari. Nel Salone d’Onore, il soffitto reca un “Trionfo di Flora”, la dea della fioritura. Le porte sono  laccate “alla veneziana”. Nell’attuale saletta degli assessori, rimane una scena religiosa con angioletti. Sul corridoio successivo, si aprono ex-appartamenti privati, con decorazioni floreali e scene bucoliche. In una di queste stanze, il soffitto è rivestito di seta dipinta a tempera. 
Altare e pala d'altare della Chiesa
della Disciplina
            La Chiesa della Disciplina prende il nome da una confraternita di laici, uomini e donne, dediti al culto della Vergine, alla penitenza e alle opere di carità. La Disciplina fu fondata nel 1393, per sciogliere un voto fatto in occasione di un’epidemia influenzale. L’attuale chiesetta, invece, risale al periodo tra il XVI e il XVII sec., con facciata primonovecentesca.  La navata cinquecentesca (con volte a crociera) contrasta con le volte a botte delle cappelle laterali (secentesche). Anche i dipinti sono databili dal primo ‘500 al primo ‘900. Essendo Brescia celebre per i marmi di Rezzato, questo materiale non manca: soprattutto nell’altare, che risente sia delle istruzioni di S. Carlo Borromeo in materia d’arte sacra (1577) che del gusto barocco per la teatralità.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 120 (maggio 2017), p. 7.