sabato 22 luglio 2017

L'amante del mago - Il booktrailer

Cari lettori,
ho il piacere di presentarvi il booktrailer del romanzo rosa fantasy L'amante del mago. Nella speranza di una futura buona lettura, vi auguro buona visione.







martedì 18 luglio 2017

WWKIP: un filo lungo come il mondo

wwkip manerbio 2017
WWKIP Manerbio 2017
Un filo di lana, di cotone, di acrilico… l’importante è che sia lungo come il mondo. Questa è l’idea alla base del WWKIP: World Wide Knit In Public Day, la Giornata Mondiale del Lavoro a Maglia in Pubblico. Nacque nel 2005, da un’idea di Danielle Landes. Viene organizzato annualmente, ogni secondo sabato di giugno, da gruppi di volontari. L’idea di base è riunire gli amanti di uncinetti, telai e ferri da calza, per farli uscire dalla consueta solitudine domestica di questo hobby. A Manerbio, se ne occupa Gloria “La Cius” Colucci, giovane proprietaria di una merceria (anzi, “bottega creativa”). L’appuntamento è stato fissato per il 10 giugno 2017, presso la caffetteria “Lady” del Piazzolo. Ai convenuti, era stato richiesto di iscriversi per tempo. Erano stati programmati tre gruppi: lavoro a maglia autonomo; principianti; workshop per bambini. Quest’ultimo è stato annullato, visto che l’estate richiamava i piccoli in piscina. 
           
wwkip manerbio 2017 ai tavoli del lady
WWKIP Manerbio 2017: ai tavoli del Lady...
Il 2017 è un anno da ricordare, per Gloria: finalmente, la sua bottega creativa avrà anche le ruote. Verso ottobre, infatti, dovrebbe arrivare la roulotte acquistata coi proventi di un crowdfunding: nei giorni festivi, i fili e i colori della Cius potranno andare in trasferta.
            Nonostante il caldo, l’impegno è stato lieto. Hanno certamente contribuito un buon cocktail analcolico e le torte artigianali. È sempre un piacere vedere le  variazioni di sesso ed età che si manifestano al WWKIP. Certo, le classiche nonne e le tipiche massaie rappresentano ancora la maggioranza. Ma ciò non impaurisce i giovanotti, le trentenni eccentriche, le ragazze con tatuaggi e dreadlocks. La creatività è un buon collante sociale. Ed è riuscita anche a strappare un sospiro ad alta voce: «Perché non lo facciamo più spesso?» Anche se il “caffè creativo” con la “Cius” è già un’abitudine manerbiese, nei mesi invernali.


Paese Mio Manerbio,  N. 122 (luglio 2017), p. 14.

lunedì 17 luglio 2017

Indovina chi viene a cena

tavolata multietnica
Tavolata multietnica.
Osservare come mangia una comunità significa conoscere molto di essa. Forse, anche a questo ha pensato l’associazione islamica manerbiese “Chorouk”, quando ha diffuso  questo invito: partecipare a una delle cene del Ramadan, in cui viene rotto il digiuno giornaliero. Il pasto del 18 giugno 2017 è stato aperto anche ai manerbiesi non musulmani. Questa cena è detta “iftar”
            I commensali hanno atteso il tramonto, com’è prescritto. I discorsi di benvenuto sono stati pronunciati da Allal Martaj, presidente di “Chorouk”, e da Issa Nabil, l’imam locale. Essi concordavano sulla necessità di “abbattere i muri” ed essere “come una sola famiglia”. Ciò ricorda una nozione comune all’Antico Testamento (Gn 11, 1) e al Corano (II, 213): quella di un’umanità originariamente unita in una sola comunità. 
datteri biscotti miele e sesamo uova sode
Datteri, uova sode, dolci
con sesamo e miele.
 Un canto di preghiera ha segnalato l’inizio della cena. Il digiuno è stato rotto con acqua e datteri, ovvero con elementi primari dell’alimentazione: l’acqua per ovvi motivi, i datteri perché zuccherini e ricchi di energie subito consumabili. Le credenze islamiche vogliono che lo stesso Profeta avesse fatto così. I datteri serviti a Manerbio erano ripieni di frutta secca. Ben decorate erano le porcellane da tavola. Sia uomini che donne indossavano lunghe vesti, per l’occasione rituale.
            Il tipico menu di un iftar conta molte variabili regionali. I membri di “Chorouk” hanno cercato di “riassumerle”. C’erano “piramidi” con datteri, biscotti al sesamo e al miele, uova sode. È stata servita una zuppa di ceci e verdure, nota come “harira”: tipica della cucina berbera. Essa è un piatto unico, pensato per recuperare le energie dopo un digiuno; con questa funzione, compare anche nelle tradizioni ebraiche. Erano poi presenti diverse “tajine”, recipienti in terracotta di forma conica, impiegati nella cucina nordafricana. Una conteneva carne in umido con prugne, uova e mandorle. In un’altra, l’umido era accompagnato da carciofi, piselli e olive. Un’altra ancora presentava riso con uova e ogni sorta di verdure. Piccoli panini rotondi erano imbottiti con carne di manzo speziata e peperoni. Fra i tipi di pane, c’era quello detto (appunto) “pane arabo” e uno simile alle crêpes (morbido, piatto, con olio e burro). Immancabile il cous cous (con carne, zucca, ceci). Oltre all’acqua, si potevano bere tè alla menta e succhi di frutta. 
tavola imbandita iftar
Tavola imbandita per l'iftar.
            La preparazione della cena era stata compito delle massaie. Essa, come ogni iftar, era pensata come momento di condivisione e carità. Era infatti abbinata a una “spesa della solidarietà”, raccolta di generi di prima necessità per i bisognosi. «Il cibo è di Dio» ha spiegato uno dei commensali: una proprietà di tutti, dunque.
            Il Ramadan (ha spiegato Martaj) serve come purificazione dalle negatività abituali, legate al prevalere dell’impulso su spirito e ragione. Una giovane signora tunisina ha raccontato che, laddove le tradizioni islamiche sono molto radicate, il mese sacro registra davvero un cambio delle abitudini. Persino chi non è molto osservante porta velo e abiti rituali per pregare; e, in quel periodo, la delinquenza si ferma.
            Il momento più atteso del Ramadan è la “Notte del Destino”: quella in cui si ricorda il dono del Corano al Profeta. Essa è destinata a una veglia di preghiera. Con la preghiera, si è concluso anche l’iftar del 18 giugno, per i musulmani. Gli altri si sono accontentati (e non è poco!) di gustare un momento quasi magico, che pareva voler lottare contro le nubi della cronaca nera.


Paese Mio Manerbio,  N. 122 (luglio 2017), p. 11.

domenica 16 luglio 2017

Antichi sapori

asàrotos oikos
"Asàrotos oikos", II sec.
Slow Food Bassa Bresciana e il Museo Civico di Manerbio si sono incontrati in un ciclo di tre conferenze con degustazioni, dedicate agli “Antichi sapori”: a volte esistenti tuttora, a volte andati perduti, per la riduzione della biodiversità. Il 4 maggio 2017, è stata la volta di “Magna Roma. Storia e tradizioni alimentari dell’antica Roma”. La dott.ssa Elena Baiguera, conservatrice del Museo Civico manerbiese, ha citato Marco Gavio Apicio (I sec. a.C. - I sec. d.C). A lui è attribuito il De re coquinaria, un ricettario in X libri.
A Pompei, la lava ha sigillato datteri, noci, farro e il cosiddetto panis quadratus, ovvero tagliato in quattro spicchi. Tra le fonti iconografiche, esistono mosaici recanti il tema dell’ asàrotos òikos (in greco: “pavimento non spazzato”). I resti di cibo qui documentati sono soprattutto di pesce. Esisteva lo street food: quello delle cauponae e dei thermopolii, antenati dei bar. Molto diffusa era la puls, una pappetta di cereali. I condimenti erano olio e garum: una salsa a base di pesce fermentato.
antichi sapori slow food
Elena Baiguera fra i relatori
di "Magna Roma".
            Ai Longobardi era dedicato l’incontro del 18 maggio: “Romani, barbari e cristiani: un nuovo modello alimentare. L’Alto Medioevo”. La dott.ssa Elena Baiguera ha illustrato la situazione: il decadimento delle strutture politiche determinò il declino dell’agricoltura. L’alimentazione longobarda era perciò carnea - anche per via delle loro origini di nomadi, poco avvezzi alla coltivazione. È rimasta una lettera di Antimo (VI sec.): De observatione ciborum, raccomandazioni alimentari al re Teodorico. Dell’agricoltura, parlano i “polittici”: testi d’informazione sul territorio, in funzione del loro governo. È famoso il “Polittico di S. Giulia” (dall’omonimo monastero bresciano).
            La caccia era amata dagli aristocratici anche come addestramento alla guerra. L’allevamento era praticato nella curtis: proprietà nobiliare antenata della cascina. Nacquero i ciccioli e i salumi, fra cui il “buristo”: salsiccia contenente una parte di sangue. Non andò perso, però, l’amore romano per l’agrodolce e per il pesce. Ricercata era la lampreda, stufata in sangue e vino. Per quanto riguarda la cucina povera, ogni capanna aveva un orto. I monaci consumavano pane bianco e birra, dolcificata col miele. Erano apprezzate castagne e mandorle: da cui, l’usanza dei confetti nuziali e l’invenzione della colomba. Cominciò a comparire la forchetta
forchetta in banchetto longobardo
Miniatura longobarda in cui 
compare la forchetta.
            Il ciclo si è concluso l’8 giugno: “Cuochi e gourmet alla corte dei principi. L’alimentazione nel Rinascimento”, con la dott.ssa Denise Faciocchi. Fra ‘300 e ‘500, si professionalizzò la figura del cuoco, necessario alle corti. Si diffusero trattati gastronomici e ricettari. Furono inventati fornello e lavabo. La cucina povera è documentata soprattutto per via iconografica. Appannaggio della massaia, si componeva d’acqua, cereali e legumi.
            Veri e propri rituali erano invece i banchetti di corte. Si componevano di diversi “servizi”: primo, secondo e così via. S’impiegavano coltello e forchetta. Le suppellettili erano pregiate e comprendevano sculture di zucchero. Alla fine, erano serviti dolci e ipocrasso: vino dolcificato e speziato.
Era assai presente la carne ovina (“scarto” della produzione tessile). Gli uccelli erano serviti ripieni e rivestiti delle proprie penne. Nacquero panforte e panpepato. Si affermarono cannella, chiodi di garofano, zafferano e zucchero. Novità (non sempre benviste) furono caffè, tè e cioccolato. La scoperta dell’America portò in Europa mais, patate e tacchini. Si diffuse l’uso delle paste ripiene (tortellini e ravioli).
banchetto di corte rinascimentale
Banchetto in una 
corte rinascimentale.

            Le degustazioni, naturalmente, erano a tema: zuppa di farro, pane di segale e idromele per l’età romana; salumi, pane di monococco e birra al miele per quella longobarda; per la terza serata, casoncelli e biscotti detti “bozzolati delle monache”, annaffiati dal Marzemino, tratto da un vitigno autoctono italiano comparso proprio nel XV sec.

Paese Mio Manerbio,  N. 122 (luglio 2017), p. 6.