martedì 14 agosto 2018

Pausa zen - Ci risentiremo il 21 agosto!

Salve a tutti! Da giovedì 16 a lunedì 20 agosto, rimarrò isolata da uomini e dei, per partecipare a un ritiro zen sospirato da tutto l'anno. Dunque, non potrò né pubblicare commenti, né rispondere sui social. Vi chiedo la bontà di farmi tanti auguri per il viaggio, che comprende un tratto sulla famigerata linea ferroviaria Brescia-Cremona (Ulisse, allacciami le scarpe!). Scherzi a parte, vi saluto di cuore. Mille gassho!

lunedì 13 agosto 2018

Quella Mummia che si agita dentro

Qualcuno, forse, ricorda ancora le mirabolanti e amarissime risate che mi sono fatta alle spalle del film La Mummia (1999). 
Boris Karloff in The Mummy (1932)
Fonte: talkfilmsociety.com
Tutt’altre reazioni mi ha ispirato l’omonima pellicola del 1932 con Boris Karloff, prodotta sempre dalla Universal e diretta da Karl Freund. Dimenticate quel tamarro improponibile che era Imhotep nel remake degli anni ’90 e trasformatelo in un magnetico gentiluomo egiziano. Cancellate quell’oca giuliva di Evelyn e immaginate una squisita bellezza vintage, dagli occhi grandi in un viso cereo: Helen, nonché reincarnazione della sacerdotessa Ankh-es-en-amon. E pensate al trucco di Jack Pierce, creatore di quei mostri della Universal divenuti archetipi dell’immaginario horror. L’aspetto di Imhotep/mummia, divenuto poi Ardath Bey, vale da solo (a mio parere) tutti gli esagerati effetti visivi del remake. Ammetto, poi, di avere un debole per la fotografia in bianco e nero, coi suoi giochi di ombreggiature che esaltano i volumi e la drammaticità. I primi fotogrammi, dopo la comparsa del titolo, non sono immagini, ma scritte: antiche parole con cui Iside avrebbe resuscitato Osiride, alias la proclamazione della morte come porta della vita. La storia d’amore fra le due grandi divinità ricalca infatti i cicli della vegetazione. È anche una storia tragica, in cui Iside riporta in vita l’amato barbaramente assassinato… ma può riabbracciarlo solo per poco.
            La vicenda comincia con una spedizione archeologica in Egitto, organizzata dal British Museum. Al contrario di quanto avviene nella versione anni ’90, l’ambiente accademico è dipinto in modo da suggerire affidabilità e professionalità. L’archeologo, Joseph Whemple (Arthur Byron), è un integerrimo uomo di scienza, dipinto in modo forse idealistico, ma a livelli accettabili. È accompagnato dal dott. Müller (Edward Van Sloan), un’autorità nel campo dell’occultismo. I due, insomma, rappresentano prospettive diverse sull’antico Egitto: l’interesse storico-archeologico e quello verso la sua religiosità, la sua magia e le celebri maledizioni delle sue tombe. Il sodalizio è completato dall’assistente di Whemple (Bramwell Fletcher): il pirla della situazione. Ma è l’unico ed ha l’indispensabile funzione di “detonatore della trama”: è lui a leggere imprudentemente il papiro con l’incantesimo sveglia-mummia. Dopodiché, pagando lo scotto della propria scarsa professionalità, scomparirà debitamente.
            Non scomparirà però Imhotep (Boris Karloff), se non temporaneamente. Il suo dramma è stato già parzialmente raccontato dai toni asciutti dell’analisi condotta sul suo corpo: viscere non rimosse e segni di resistenza al bendaggio. Sepolto vivo, insomma. Per di più, i segni che avrebbero dovuto proteggere la sua anima sono stati cancellati. Che avrà mai fatto, per meritare una condanna tanto atroce quanto eterna? Quel pirla dell’assistente, credendo di scherzare, trova la motivazione esatta: una donna, sacerdotessa di Iside e figlia di un faraone.
            Il quadro del dramma va dettagliandosi a poco a poco, grazie a una sapiente suspense. Prima, compare il misterioso Ardath Bey, che dà al nipote di Whemple (David Manners) le indicazioni per rinvenire la tomba della principessa Ankh-es-en-Amon. Peccato che (ovviamente!) ci sia un secondo fine… La mummia rediviva, che era un tempo sacerdote, vuol ritentare ciò che non riuscì millenni prima: la resurrezione della sua amata, grazie al famoso papiro. Quell’atto d’amore disperato gli era costato un sacrilegio (di una formula tanto sacra non ci si poteva certo impadronire a man salva) e l’orrenda punizione conseguente. Le cose vengono peggiorate dal fatto che l’anima di Ankh-es-en-amon non abita più nel corpo di un tempo, ma in quello di una ragazza vivissima: Helen, appunto. La nipote e paziente del dott. Müller. Paziente per cosa? La sofferenza della giovane viene eloquentemente mostrata dal primo atto che compie nel film: contempla malinconicamente le piramidi all’orizzonte, il “vero Egitto” così diverso dall’ “orribile Cairo moderno”. Dietro di lei, scorre la vita, nella forma di una festa. Da questa vita è attratta. Ma quella malinconia che si porta dentro rischia di crescere come un tumore… Rischia di esasperare quella doppia identità che porta con sé fin dalla nascita: il suo essere inglese come il padre ed egiziana come la madre. Gli incanti di Imhotep risvegliano in lei un’altra “mummia”: la personalità della sacerdotessa egizia, che vive dentro Helen e la trascina a vivere in un perduto passato. Un malessere che, forse, alcune persone riconosceranno come proprio - quelle che hanno sperimentato complessi d’inadeguatezza ed escapismi in altre epoche. Ben lungi dall’essere un ingenuo fantasticare, ciò può portare all’alienazione e a un incancellabile senso di soffocamento. 
Helen, alias Ankh-es-en amon
(Zita Johann)
Fonte: http://egypto-maniac.blogspot.com
A Helen si pone, dunque, una scelta drastica: lasciar vincere Ankh-es-en-Amon e divenire un cadavere vivente come Imhotep; oppure, aggrapparsi al prepotente senso d’essere viva, così ben personificato (nel film) dal simulacro di Iside - la dea madre, guaritrice e protettrice. In ogni caso, nessun aiuto potrà venirle dall’esterno. L’amore tossico dell’antico sacerdote la isola da tutti coloro che le vogliono davvero bene, giungendo a farle credere che sono loro i suoi carcerieri. Helen dovrà salvarsi da sola. O, meglio, grazie a una forza che si trova dentro di lei, come la personalità della principessa morta. Guardare dentro di sé non serve solo a resuscitare fantasmi. È anche un passo necessario per una dolorosa, ma salutifera consapevolezza.

domenica 12 agosto 2018

Il maiale, buon spirito della Bassa Bresciana


maiale bassa brescianaDire “Bassa Bresciana” vuol dire anche “maiale”: quello che ci regala il salame festeggiato annualmente dal Bar Borgomella di Manerbio; quello da cui hanno origine lo spiedo e il “pà e salamìna” che non mancano mai alle sagre estive. Come se non bastasse, lo vediamo di continuo accanto a Sant’Antonio Abate. 
Veniva già allevato dai Celti, che si insediarono nel sito dell’attuale Manerbio a partire dal 395 a.C. (Vedi: “La Bassa e la sua memoria. Nove Comuni si raccontano”, a cura di G.M. Andrico ed E. Massetti, Roccafranca 2004, La Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, pp. 64-65). Le fattorie celtiche coltivavano cereali e allevavano maiali e pecore: così spiega l’archeologo T.G.E. Powell (“I Celti”, 1999, EST, p. 85). L’antropologo Marvin Harris così nota, in un apposito capitolo di “Buono da mangiare” (Torino 2015, Einaudi): nutrito con frumento, mais, patate, soia e qualunque vegetale a basso contenuto di cellulosa, il maiale diventa prodigiosamente florido. Ciò spiega la sua presenza costante nelle suddette pianure fluviali dei climi continentali: il suo cibo ideale è quello più adatto a crescere nell’ambiente padano.
A questo punto, non stupirà più sentire che, in diverse culture dell’attuale Europa, il maiale incarnò lo “spirito del grano”. Ne parla l’antropologo J.G. Frazer, nella sua monumentale opera “Il ramo d’oro” (tr. it. di: “The Golden Bough”, Great Britain 1890, Macmillan and Co.). In proposito, l’autore menziona la Turingia, l’Estonia, la Svezia, la Danimarca… Ma espone anche il legame del maiale con Demetra, la dea greca dei raccolti, e con sua figlia Persefone. Il maiale (secondo Frazer) era sacro a Demetra; era raffigurato al suo fianco ed era sacrificato nel suo culto. Adone (dio greco di origine semitica), compagno di Afrodite e di Persefone, fu ucciso da un cinghiale: cugino selvatico del porcello. Stessa vicenda di Attis, il giovane amante della Dea Madre frigia Cibele. Il dio-ragazzo ripercorre la vicenda del seme: si unisce con la terra, muore, rinasce. E una figura suina ha un ruolo centrale in questo. A tal punto, non ci si può stupire di ritrovare associato al maiale anche Osiride, dio egizio dei cicli della vegetazione: Frazer menziona l’animale come sacrificato annualmente al dio. 
Freyja sul dorso del cinghiale
Freyja sul dorso del cinghiale
Altri significati ancora assumono i suini, presso le popolazioni celtiche. Se ne occupa la celtologa Sabine Heinz, ne “I simboli dei Celti” (Vicenza 2000, Edizioni Il Punto d’Incontro). L’aggressività del cinghiale lo rende simbolo guerriero e regale: conferma il suo collegamento con la virilità anche la storica Elena Percivaldi (“I Celti. Un popolo e una civiltà d’Europa”, Milano 2005, Giunti, p. 50). Per tornare alla Heinz: il cinghiale rappresentava pure la fecondità delle foreste. Il maiale simboleggiava ospitalità e gozzoviglia. Garantiva una vita sana e senza preoccupazioni. La sua capacità di riprodursi in gran numero ne ha fatto, una volta di più, un segno di morte e rinascita: “Viene usato come nutrimento dei morti oppure per essere rapiti verso il mondo dell’oltretomba” (S. Heinz, op. cit., p. 64). Le sculture raffiguranti cinghiali sono legate alla fertilità e alla prosperità delle greggi (T.G.E. Powell, op. cit., pp. 145-146).
Giovanni Raza, raccogliendo storie e leggende della Valle Trompia nel suo “Madóra che póra!” (2015), ha incluso fiabe su maiali indemoniati. Ne ricollega l’origine al legame che i suini avevano con la germanica Freyja, dea della guerra, della magia e della fertilità. L’alone infausto di questi animali nelle fiabe sarebbe quindi legato, oltre che al loro ruolo di intermediari dell’Oltretomba presso i Celti, anche alla demonizzazione dei culti precristiani. A ogni modo, la presenza del maiale rimane costante e benvoluta, nella nostra pianura: segno della vitale ricchezza di acqua e cereali.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 135 (agosto 2018), p. 10.

sabato 11 agosto 2018

Cacciatori di maghi e alchimisti... in biblioteca


andrea manera mago manerbioLa Stagione delle Fiabe è tornata a Manerbio, mantenendo un tocco particolare: il focus sulle paure, da affrontare e superare. Nel 2018, è stata rincarata la polemica circa le versioni disneyane: edulcorazioni puramente commerciali, del tutto incapaci di offrire un percorso di immedesimazione col protagonista e la sua maturazione. 
Il 17 luglio 2018, nel giardino della Biblioteca Civica ha avuto luogo il primo incontro: “Cacciatori di maghi e alchimisti”. Grandi e piccoli, naturalmente, sono stati accolti da un mago (Andrea Manera); in sottofondo, un lupo musicista (Fabio Berteni) suonava il pianoforte dal vivo. Il protagonista, però, era il dott. Ennio Ferraglio, direttore della Biblioteca Queriniana. A lui, il compito di illustrare chi fossero, storicamente, maghi e alchimisti. I loro cacciatori erano gli inquisitori; magia e alchimia, nei primi secoli della modernità, erano attività accusabili di eresia. Non allo stesso modo, comunque. Ferraglio ha designato come “maghi” coloro che si riteneva si rivolgessero a potenze invisibili per compiere la propria volontà e modificare il corso degli eventi. Ciò li poneva senza remissione nel mirino dell’Inquisizione. Cosa che avveniva anche con le più famose “streghe”, soprattutto nella seconda metà del Cinquecento. Se i maghi erano un’ élite di uomini colti, queste erano invece numerose donne del popolo: analfabete, ma con un’ottima conoscenza empirica della medicina erboristica. Si sa che gli uomini colti non sopportano di essere eguagliati o superati dagli “ignoranti”: men che meno dalle donne, in un contesto maschilista. Peggio ancora in una società che tendeva a vedere il demonio ovunque: una contadina illetterata che sapeva guarire le malattie senza aver studiato, “sicuramente”, ci riusciva con l’aiuto del diavolo. Ferraglio ha sottolineato come la popolazione sapesse essere ancor più draconiana dei testimoni, nel pretendere misure sanguinarie contro le presunte fattucchiere. Ha portato a esempio il caso del paese di Triora, nell’entroterra savonese, divenuto celebre per un gigantesco processo alle streghe, fra 1587 e 1589. Visto il clima, non stupisce che l’epoca vedesse copiose pubblicazioni di “manuali dell’inquisitore”. Il più famoso esempio del genere è però del 1487: il “Malleus Maleficarum”.
           
ennio ferraglio biblioteca queriniana brescia
Dott. Ennio Ferraglio
L’alchimista è, invece, colui che studia le leggi della natura. I suoi studi si applicano soprattutto alla fusione dei metalli e alla distillazione dei liquidi. La sua era una continua ricerca della “Pietra Filosofale”, o “Elisir”: la sostanza (variamente definita) contenente il segreto della trasformazione della materia. L’alchimia non interessava gli inquisitori, finché i suoi praticanti non giungevano ad affermare di poter rimuovere per sempre ogni malattia o addirittura eliminare la morte. Ciò avrebbe interferito con “l’espiazione dei peccati” e i “decreti di Dio”.
Ferraglio ha ricordato due alchimisti bresciani: Giovan Battista Nazari, che pubblicò nel 1572 un suo testo sulla trasmutazione metallica, presentandolo come un resoconto di sogni o visioni; Giovanni Bracesco (Orzinuovi, 1481? - 1555), che poté condurre esperimenti pratici in tutta tranquillità, grazie alla protezione dei conti Martinengo da Barco.
Data la complessità dell’argomento, non è stato facile mantenere l’attenzione dei bambini. Ha funzionato meglio l’anguria fresca distribuita gratuitamente. La serata è stata conclusa da una visita al Museo Civico, dove la curatrice Elena Baiguera ha mostrato ai piccoli i primi esperimenti di lavorazione del bronzo tentati dall’uomo - ben prima che l’alchimia vedesse la luce.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 135 (agosto 2018), p. 9.