domenica 17 novembre 2019

Leggendo “Il desiderio di Emma”, di A.S.Twinblack



Emma materialmente non era sopra le righe, eppure intorno aveva lo sfarzo, appurandolo momentaneamente, un po’ come in quel film, La grande bellezza  sul punto di mettere in pratica una perdizione, a dir poco improponibile nella vita reale, impensabile dai più.
In Lei (purtroppo?) continuava a scalpitare il cuore di una ragazzina abile ad ammiccare, a recitare una parte, sapendo improvvisamente di attrarre con stile, col tratto estetico ad accentuarle l’autostima in vista di ciò che voleva fare. 
il desiderio di emma a.s. twinblack

La sicurezza consiste al massimo nell’attimo da cogliere, nel muoversi, per una donna stimolata da un linguaggio volgare ma deciso, così da fremere dimenticando, ingorda, la sua immagine sdoganata con ancestrale pudore, con quell’ipocrisia di fondo  che demonizza capricci e avventure.
David provando a far rientrare il momento nell’ordinarietà delle cose la irretiva un bel po', ma proprio percependo il benché minimo disagio nella donna ricostituiva una dolce premura che lei non poteva non cogliere al volo, così da rasserenarsi.
La tensione mista all’esaltazione degli amorosi sensi le comportavano pulsazioni d’infinito, intorno a Emma c’era un tris d’assi al maschile fatti pervenire da dio Denaro indubbiamente, nonostante di solito socializzasse con individui non accecati dal bene materiale.
Meritavano allora d’essere scrutati questi bellimbusti, per assorbirne i dettagli e farli scendere dal piedistallo, attimo dopo attimo, dimodoché si potesse godere di quanto auspicavano da lei, e possederli in fondo, in un determinato contesto.
David piuttosto la eccitava per quanto fosse selvaggio, il cuore le bruciava per la perversione principalmente da lui calibrata, nient’altro che a pelle, non potendo fare altro che immaginare quello che sarebbe successo a breve, elevato all’eros.
Il dubbio in essere semmai consisteva nel fatto di potersi ubriacare per dimenticare d’istinto ciò che necessitava di affrontare, nella fragilità ch’è tipica quando ci troviamo a un passo dalla libertà emotiva, quando ci sentiamo incontenibili.
David la guardava meravigliato, come se sconvolto, segno che la passione stava trionfando in Emma, circolante nelle vene, col nervosismo conseguente invece ogni volta a una mascolinità scontata, autorevole, troppo facile da attribuire.
Agli occhi di Emma appaiono uomini da spalmare sulla pelle, un orgoglio totale, che l’autrice di questo romanzo erotico descrive cominciando da un incontro casuale, tra la protagonista e un’amica di scuola, trascorso tanto tempo da quando presero la maturità, sedute l’una accanto all’altra.
L’universo virtuale è in grado d’offrire opportunità di rilancio per la sfera sessuale, e Alice lo ammetteva in tutta confidenza, penetrando la mente dell’interlocutore alquanto ingenuo, per accattivarlo.
I presupposti per decretarsi un’amante seriale non mancavano, Emma in realtà finiva a raccogliere i cocci di un’attrazione che non volgeva mai alla reciprocità d’animo, e per giunta di nascosto, con l’indipendenza a regredire in solitudine… e per giunta propriamente!
Senza contare il distaccante istinto materno, rassicurante il cuore di una figlia come Emma finché la suddetta non si sentiva alle strette con tutte le cure del caso non potendo così crescere mai per se stessa, e in primis a livello sentimentale, quasi paradossalmente a scanso delle accortezze affini.
Emma Tarantino stimolava la perversione nella mente del suo superiore, il giudice Cosentino, che di certo si divertiva a schiacciare la dignità del singolo individuo, divenendo ancor più diabolico in presenza di una signora, anche solo apostrofandola come “signorina”.
Intanto, su Facebook, “Il Principe del Piacere” la impressionava ambiguamente chattandoci, avendo un obiettivo chiaro: farle riscoprire erotiche appartenenze in definitiva, col vedo/non vedo della parola rifocillante i sensi.
A forza di richiedere passivamente il rispetto e un sentimento al contempo, col cuore strizzato dalla disperazione, l’umano intelletto scemava, ma ora lo stordimento si rifaceva a dei termini indimenticabili, come a credere di ricevere affetto con adulazione, aldilà di ogni sputtanamento.
A fronte dunque di una splendida donna che la dava eccome, che si lasciava sbattere, penetrare in assoluto, all’origine delle voglie che la infiammavano come la prima volta, completandola alla minima impressione.
Il Principe del Piacere procedeva a sedurla in maniera del tutto comunicativa, senza accorgersi forse che Emma aveva già preso il volo in sé stessa, con una logica incendiaria e una fisicità complice al momento d’avventurarsi, orgasmico.
Umidificando il più volgare dei segni di ribellione si rassegnava a godere, a spaziare nell’irreale, a costo che si esaurisse la sua forza di volontà, avida e cioè certa d’aver raggiunto uno scopo personalmente, d’essersi sacrificata per questo motivo.
I facili costumi riguardano colei che si attiva facendo sesso, ovvero pretendendo il massimo in siffatto contesto da un solo partner fidato, nonostante certe consapevolezze che insorgono sconquassando l’emotività.
La realtà dipende da un bagaglio di conoscenze sigillato aldilà dell’amore che una coppia di esseri umani manifesta privatamente, la coscienza dunque soppesa spasmodici cortocircuiti tra sessi opposti che si rinsaldano provocando orgasmi non per se stessi.
La nudità dei corpi conclude l’animo umano, con la donna a bramare l’uomo, in una battaglia d’uguaglianza, con l’esatto opposto che potrebbe accadere se non fosse per le rivendicazioni al femminile, cosicché ci si consuma famelicamente, reciprocamente.
I due eccedevano virtualmente, h24, comunicando ormai con un fare sbrigativo ma intensificante, sapendo essere di poche parole e senza aver bisogno di stare in simultanea, vista la possibilità di replicare come a dare tutto di sé liberamente e profumare quindi delle accelerazioni nel rapporto.
E comunque il sesso non coinvolge gli uomini al cospetto di una vagina elevata all’orgoglio, si rinvigorirebbero inutili polemiche dalla parte delle donne, alle quali basterebbe grondare di piacere per non pensarci più!
Il patema carnale debella e permette al contempo di sconfinare, di uscire fuori dall’inflessibile perbenismo che ammassa e rigetta le anime nell’ipocrisia, per spaziare piuttosto in tutto ciò che siamo, prima individualmente e poi, giocoforza, insieme!

a.s. twinblack
A.S. Twinblack
Emma rischiava di lasciarsi col suo amante dovendo cominciare a richiedere per sé con autorevolezza maggiori premure, maggiori vedute, imponendo la realtà dei sentimenti, il mantenimento di certe, inguaribili promesse.
Tecnicamente, va ribadito che la scrittrice sa dove colpire per far scattare le emozioni, avendo occhio per l’immagine senza che diventi stucchevole, in un racconto che scuote le coscienze, coraggioso, fisico, di forte impatto. 

Ciò ch’è stato scritto è lo specchio di ciò che si fa per gli amanti dei deliri… particolare il piacere affabulatorio, che si registra in una specie di gara di gigionismo tra i personaggi.

Il lessico è arrembante, il linguaggio è adatto alla storia, di una trama magari pretenziosa.

La progressione del racconto è di una fluidità dovuta dal pensiero dominante, nel finale, tracciati i profili, l’autrice sembra effettuare virate rapide con dialoghi incalzanti, come a distinguere lo scrivere dallo spiegare.

Figure e atmosfere di attendibilità perfino sociologica assumono difatti un’intensità visionaria e realista.

L’amarezza intimistica è di un fascino estremo, straziante, passionale, volto a riorganizzare il filo testuale.

Tra fantasia e cialtroneria, purché fuori da ogni ipocrisia e conformismo, il lettore si cala negli abissi mentali di una presenza umana che si libera dall’emblematico coacervo di rifiuti.

I tempi di scrittura inferociscono, l’opera mostra tutta la sua sincerità nel segno della leggerezza, con la fascinazione per un genere, per delle spontanee considerazioni dalle parole forti.

L’autrice stimola quel piacere della lettura da agevolare e arricchire, nel fluire di ciò che accade.

Leggo, ed è come inseguire una verità, un’illuminazione più forte di ogni altra, incalzante, con la cognizione che si acquisisce fulminea, coi flash d’ispirazione rilevabili da occasioni da far scattare durante il racconto.

Quando la tensione cresce minimamente, ecco che si mescolano scenari, accordi, ritratti e colpi di scena spietatamente.

Le monotonie spuntano al volgere dell’estraniazione o dell’interferenza, ma le parole sono in circostanze tali voraci, denotata l’esigenza di cose stabili, forti, come solo le emozioni lo possono essere.

Sì, è merito dei personaggi se vengono fuori momenti godibili, con un crescendo lento, nervoso e oscillante che fa entrare chi legge nel vivo della trama, della malata fascinazione al pericolo estremo di un avvicinamento.

La storia incide, coinvolge grazie ai toni, cattura subito senza notazioni moralistiche, con un’energia ritmica votata all’eccesso senza scrupoli.

Narcisistica l’esibizione su certezze e scelte, dal tono trionfalistico, roba che invece seguendo i sommessi moti dell’anima, e cioè tra disillusioni, cadute, speranze e ammiccamenti, il tono si rende intimo, brevemente malinconico, dolente, ma anche fiero e incazzato.

Le domande da fare si possono cercare dentro le risposte, l’attraversamento esistenziale lo si ricava sulla sponda di un fiume che non nasconde la verità di una donna come Emma.

La sua ossessione, cruda e sconvolgente ma vivibile e colorata grazie a certi spunti di nonchalance, tra fantasia e realtà diventa lineare, asciutta e rigorosa.

Tra le pagine s’inspira un genere letterario oramai esplicitato, ossia quello erotico: il mood di un’esperienza radicale, che mette da parte ulteriori storie, tra il dorato e il passionale, come se alla ricerca di una lezione da dare alla gente con incipit non per forza articolati, capaci di fare colpo, e improvvisi squarci di surreale leggerezza.

Già, un surrealismo di vita vissuta assume parole lapidarie, e perciò efficaci, dirette.

Chiudo il libro, e vale la pena interrogarmi su quello che ci diciamo quotidianamente, appropriarmi del valore delle parole a ogni botta e risposta, rivelarmi prima o poi per sentimenti profondi date delle ragioni inconfessabili.

Autopubblicazione; Anno di pubblicazione: 2016; Pagg. 253; Prezzo di copertina: 10,40euro / Prezzo Kindle: 3,99euro.

·         A.S. Twinblack è lo pseudonimo dietro il quale si cela una donna e una psicoterapeuta da sempre appassionata della lettura; dai testi di psicologia ai saggi, dai gialli ai thriller, dalle biografie alla narrativa generale.
Nel 2015 ha iniziato a cimentarsi nella scrittura di romanzi erotici, un genere che ha sempre amato e letto fin da giovanissima.
Dice di sé: “A.S. Twinblack è il lato ombra della mia anima da cui affiorano fantasie e immagini di passione e desiderio che amo tradurre in parole. Mi auguro che possiate provare nel leggerle lo stesso piacere che ho io nello scriverle”.
Opere pubblicate: IL FUOCO DENTRO, romanzo erotico (settembre 2015); LA MASCHERA vol. I. IL LATO OSCURO DI CLARA (marzo 2016); IL DESIDERIO DI EMMA (agosto 2016); LA MASCHERA vol. II. SOLO MIA (dicembre 2016); MY BULL BOY (febbraio 2017); GIOCO CARNALE ( giugno 2017); UN CUORE NUOVO (settembre 2017); BLIND, un racconto noir contenuto nella raccolta DUE  OMBRE D’ANIMO E PIACERE della collana “Il principe e la cacciatrice” (dicembre 2017); VOLEVO ESSERE MISTER GREY, un romanzo eroticomico scritto a quattro mani con Barbara Anderson (febbraio 2018); APATIA MORTALE, un racconto horror inserito nella raccolta FENOMENI – IL LAMENTO DELLE TENEBRE (2018).
Il 30 settembre 2019 pubblica col suo vero nome, Antonella Scarfagna, l’ultimo romanzo, LA NOTTE DELLO SCORPIONE, un thriller/horror.
Questo voglio dai miei romanzi: che vi emozionino e mi facciano emozionare”.


sabato 16 novembre 2019

Vincenzo Calò intervista il cantautore Max Arduini




Max Arduini è ravennate di nascita con una lunga gavetta nell'underground romagnolo a cui si ispirano i suoi testi di cronaca e gli argomenti di interesse sociale.
 Il suo stile viene avvicinato da alcuni critici a quello dello chansonnièr e Il suo sound è in grado di cingere vari generi, dal blues al rock sino al folk, unendo la tradizione cantautorale italiana da originale songwriter. 
max arduini cantautore

Ha partecipato più volte a “Demo, l'Acchiappatalenti” classificandosi 2º nell'edizione 2010/2011 con il brano ... Che proprio in Via D'Amelio dopo essersi esibito dal vivo negli studi di Saxa Rubra (Rai).
Nel Marzo 2011 è tra gli artisti selezionati al Buskers Antimafia Festival nella Giornata Nazionale Della Musica Contro La Mafia indetta dall'associazione Libera di Don Ciotti con un brano dedicato a Paolo Borsellino e alla sua scorta.
Colleziona negli anni una notevole attività concertistica che lo vede il 2 dicembre 2011 ad aprire il concerto di Gianmaria Testa al Naima Club di Forlì.
Dopo aver partecipato a vari concorsi nel 2012 si classifica secondo a “Folkest” nella selezione territoriale Italia Centro Meridionale facendosi notare nella programmazione estiva con un concerto tenutosi a Goricizza di Codroipo in provincia di Udine.
Nel 2012 è Premio Meeting Delle Etichette Indipendenti vincendo con il brano La settima casa il concorso regionale “La musica libera, Libera la musica”, promosso dall'Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna e realizzato in collaborazione con Porretta Soul Festival, la Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli e il festival La Musica Nelle Aie.
È stato trasmesso da diverse radio nazionali, quali Radio Rai, Isoradio, Radio 3i, Radio San Marino, Radio Koper Capodistria…!
Max Arduini è stato distribuito da Egea Distribution, già produttore di nomi quali Peppe Servillo, Gianmaria Testa, Fabrizio Bosso, Roy Paci e tanti altri.
Il 20 febbraio 2014 si esibisce all'Edicola Fiore di Fiorello proponendo il brano La rivalona.
Nel giugno 2014 è stato pubblicato il quinto album in studio, Patchwork Playing, registrato a Roma in collaborazione con The BandHits, il gruppo che accompagna Max Arduini in concerto.
La buona riuscita del brano Api sul tema dell'estinzione convince il giornalista Renato Marengo a recensirlo su Classic Rock nel dicembre 2014.
Il 25 aprile 2015 Max Arduini si è esibito con il suo nuovo spettacolo Con Passo a Compasso al Teatro Titano di San Marino per raccogliere fondi destinati alla distrofia muscolare su iniziativa della Commissione Authority per le Pari Opportunità e la Segreteria alla Cultura della Repubblica di San Marino, in collaborazione con San Marino RTV media partner della giornata dedicata alla disabilità e intitolata “Insieme si può fare”.
Il 21 giugno 2015 partecipa a Demo d'Autore di Michael Pergolani, evento tenutosi al parco de L’Ex Manicomio Santa Maria della Pietà, nella prima edizione di “Musica è salute”, manifestazione itinerante, organizzata da ASL Roma E con il patrocinio dell'Assessorato Cultura e Turismo di Roma Capitale per valorizzare il Parco di Santa Maria della Pietà come luogo della salute e del benessere.
Il 30 luglio 2015 si esibisce a San Marino con il suo spettacolo intitolato Son proprio mille i motivi che ricordan Garibaldi nell'ambito della manifestazione dedicata alle 12 ore di Garibaldi a San Marino, "In fuga da Roma, salvo a San Marino" organizzata dalla Segreteria di Stato, dal Ministero della Cultura della Repubblica di San Marino e dal Comune di Ravenna.
il 14 febbraio 2016 in un'intervista a San Marino RTV  annuncia la pubblicazione dell’album dal titolo 1/2 Vivo 1/2 Postumo.
L'album verrà pubblicato ufficialmente il 9 giugno del 2017 con la supervisione di Renato Marengo e la produzione di Claudio Poggi, storico produttore dell'album Terra mia di Pino Daniele, su etichetta ClapoMusic e distribuzione Edel.
Il 13 giugno 2019 annuncia tramite il suo ufficio stampa l'imminente pubblicazione del nuovo album di inediti, decimo album in carriera, intitolato La scienza di stare in fila.

L’INTERVISTA

Caro Max, la passione per un luogo d’origine può venire interpretata senza tralasciare alcun genere musicale?

I luoghi d'origine sono il nostro DNA che non possiamo trascurare o ignorare. Facciamo parte di quei luoghi e, come tanti prima, cadiamo nel raccontarli attraverso la nostra dottrina. Sono certo anche di non poter trascurare il fatto di non essere solo un luogo d'origine ma di poter attingere verso altre direzioni. Il genere musicale è solo la facciata di chi cerca la propria identità; ma credo si possano esplorare altri luoghi, facendo così in modo di avere sempre il mondo a portata di spartito. Nelle mie canzoni c'è tanta Romagna ma anche molta Italia.

Le collaborazioni influenzano il cantautorato fino a rovinarlo?

Quando parliamo di collaborazioni, le stesse debbono essere condivise senza alcuna replica. Nascono per una qualche ragione magica e quindi non dovrebbero recare danno. Nel mio caso, sono sempre io a cercare la collaborazione che più si addice anche al mio mondo artistico. Le collaborazioni sbagliate, però, possono rovinare l'ispirazione; la band sbagliata può inconsapevolmente rovinare l'armonia dell'autore. Bisogna fare attenzione a chi incontriamo, spesso si traveste, si mimetizza. Trovare chi davvero vuole sostenere il nostro talento non è semplice; sono solo le collaborazioni virtuose con professionisti virtuosi a non danneggiarci. Fate attenzione ai dilettanti che si credono professionisti, sono molto bravi a raccontarcela ma poi il tempo galantuomo li scopre. Attenzione a chi incontrate sulla via, facendo bene ammenda su una cosa importante; siate sempre voi a decidere il destino della vostra musica, come io per la mia. Purtroppo mi è capitato di incontrare presuntuosi che, invece di mettersi a disposizione del progetto, hanno anteposto il loro ego, giudicando il mio operato e quel progetto che avrebbero dovuto invece sostenere. In questo caso le collaborazioni sbagliate danneggiano parecchio e ci fanno perdere tempo. La parte positiva è quella di accorgersene in tempo, rimandandoli da dove sono venuti; perché, se noi ripartiamo sempre, loro saranno ancora e sempre alla ricerca di qualcun altro da rovinare. La differenza la fa sempre il movente di una collaborazione, se d'interesse economico o di stima profonda in quello che facciamo.

Ah, a proposito, non c’è soggetto che possa svolgere meravigliosamente dell’attività giornalistica come un cantautore, o sbaglio?

Non so se un cantautore può svolgere l'attività giornalistica ma quelli come me, abituati a usare il vocabolario, possono utilizzare una parte di quella professione, dovendo dimostrare niente a nessuno. Non mi permetterei mai di competere con chi fa a tempo pieno il mestiere di giornalista ma diciamo che un cantautore che sa coniugare un buon italiano e possiede un discreto lessico, abbinato alla creatività, può anche provare a essere il critico o il promoter di se stesso. Io lavoro con Alfaprom e Lorenza Somogyi Bianchi che mi cura le comunicazioni stampa, ma per il resto cerco di elaborare le mie scritture anche sotto forma di taglio giornalistico o, quanto meno, ci provo.

Riesci a ragionare in preda ai sentimenti, e quindi parole e melodia vanno a braccetto d’istinto?

Diciamo pure che i sentimenti sono sempre importanti, le canzoni nascono dietro al sentimento, anche se nel mio caso non pilotano le scelte. Non amo la scrittura di getto, non è razionale; necessita di ricerche. Tuttavia ogni composizione conserva in sé quel sentimento magico che realizza quelle immagini nelle notti di scrittura. Esercitare la professione a tempo pieno ti insegna a gestire i sentimenti anche attraverso la didattica. L'istinto è importante ed è stimolante, perché non sai mai dove ti porterà, anche se alla fine riesce ad accoppiarsi sempre con il sentimento. Ho sempre considerato la mia professione come una sorta di scrittura cinematografica e, come fanno gli attori, cerco di immedesimarmi emotivamente nella storia che vado a raccontare in musica; del resto gli attori perdono peso, plasmano il proprio corpo a seconda della parte che vanno a interpretare, perché non dovrebbe essere anche per un cantautore? Infatti, cerco di plasmare la mia interpretazione che voglio mettere in scena; possiedo un mio modesto operandi a riguardo. Un bravo scrittore riesce sempre a coniugare conoscenza e istintività, senza che le due cose vadano in contrasto. Se per scrivere dovessi affidarmi solo al sentimento non potrei vestire una canzone con le parole appropriate; l'istinto trova l'ispirazione, la conoscenza la mette in riga. Scrivere canzoni non è solo un dono che possiedi da subito, tutt'altro; è un mestiere artigianale sopraffino che non si improvvisa e necessita di profonde emozioni. Diciamo che i sentimenti non vanno a braccetto con l'istinto anche se a volte camminano fianco a fianco. Oggi il caos mediatico ha creato troppe immeritate aspettative; ricordo che ai tempi delle elementari quasi tutti, rapiti dalla poesia, scrivevano bene o male stralci di poesie ma senza pretese. Oggi trovi il chiunque di turno che crede di poter scrivere musica e testi, basandosi unicamente sulle proprie emozioni; ma le emozioni devono concentrarsi sulla costruzione dell'arte, un po’ come succede a uno sceneggiatore o a un attore… purtroppo la realtà è ben diversa: non bastano sentimenti e istinto, ci vuole conoscenza. Ecco perché dalle elementari poi non usciva mai un vero poeta… sì, oggi si credono tutti cantautori.

L’umanità necessita più di fermarsi o di muoversi?

Al momento, sono certo che necessiterebbe di un urgente stop. Mi accorgo sempre di più quanto ci siamo persi per strada e quanto ci perderemo ancora se il mondo non si accorge che la storia si è fatta, guardando sempre indietro tramite il passaggio di consegne. Francamente sono preoccupato della direzione intrapresa dal mondo e dall'avvento di internet che, a mio personale parere, dovrebbe essere preso in considerazione come un'arma e con un conseguente porto d'armi; non è possibile dare a tutti l'arma di distruzione verbale, quando non si è in grado di gestire la dialettica. Dobbiamo fermarci, ma per farlo dovremmo prima guardarci indietro. Il mondo è cambiato per certi versi in meglio. Tutto è più collegato ma è anche tutto più sfuggente e ingestibile. Persino la mia professione in questo mondo è momentaneamente segregata a mo’ di gioco di società per famiglie, tipo karaoke sclerotico. Un tempo era un dono e privilegio fare musica, oggi rischiamo di vedere palcoscenici pieni di pseudo artisti e platee vuote, perché tutti ormai fanno parte del grande disegno globale. Questa tua domanda mi porta a pensare a quanto il web e la nuova TV abbiano influenzato le nuove generazioni e quindi demotivandole a intraprendere altre professioni più sicure. La disoccupazione giovanile è salita al 27,1% e al Festival di Sanremo Giovani dicono che sono pervenute 842 richieste di partecipazione, il maggior numero dal Sud con 365 partecipanti, poi il Nord con 299 e il Centro con 167. Questo mondo non è in movimento, necessita di una revisione, non ci sono più buoni esempi e i giovani sono in balia di un sistema fittizio, privo di profonde intenzioni. Non c'è talento ma solo la speranza di sfondare e far soldi; rimettiamo le lancette indietro, rieduchiamo il mondo a fare gavetta e imparare un mestiere! La cosa preoccupante è che questa statistica è in crescita e la TV non aiuta di certo i giovani a trovare la propria collocazione. A me la teoria  «Nel futuro ognuno sarà famoso in tutto il mondo per 15 minuti» di Andy Warhol non è mai piaciuta, anche se ci aveva visto lungo. Fermate il mondo, voglio scendere!  

Preferisci rivolgerti a un collettivo o al singolo individuo?

Nella mia carriera ho avuto sempre il privilegio di scegliere; mi sono sempre costruito i dialoghi nel mio cammino. Nel 2010 incisi un album dal titolo "L'arte del chiedere e dell'ottenere", un titolo che la dice lunga. Gestire un collettivo spesso è faticoso, soprattutto quando cerchi di mettere tutti d'accordo e ti accorgi che tutti vogliono primeggiare. Il singolo individuo è più semplice da gestire ma non c’è la stessa magia del rivolgersi a un collettivo da conquistare. Quando parli a un collettivo che ti stima tutto viene più semplice ma non sempre si ha la fortuna di incontrare persone genuine. Tutto sta nel riconoscere il capitano di quel collettivo; tanto poi i nodi vengono sempre al pettine. La mia carriera è sempre cresciuta attraverso il confronto e la collaborazione del singolo.

Le nuove generazioni t’ispirano…?

Un tasto molto dolente. Le nuove generazioni non hanno colpa dell'appiattimento culturale, la colpa è degli adulti che li hanno cresciuti al grido di “Sarai il nuovo Totti o il nuovo Valentino Rossi”. Per i genitori di queste generazioni non conta cosa i figli sappiamo davvero fare, ma conta solo arrivare primi, guadagnare. Anche se molto spesso noto la mancanza di insegnamento, e il sistema e il mondo girano troppo veloci; qualcuno ha volutamente allontanato le nuove generazioni dallo studio e dalla conservazione della Cultura, salvandone una minima parte. Al momento non mi ispirano, anzi alcuni mi angosciano, sento che ci siamo persi molto lungo la strada, c'è una mancanza di passaggio del testimone. Non credo che questo tipo di artisticità costruita a tavolino avrebbe fatto presa un tempo, quando la musica veniva davvero scritta poeticamente. Comunque sono certo che come le precedenti generazioni anche queste sapranno ispirare se stesse. Ispirare un adulto non è materia di interesse, perlomeno non la mia, un tempo saremmo stati noi a ispirare loro. Se questo mondo mette i giovani davanti agli adulti, allora vuol dire che nessuno ispira più nessuno, qualcuno ha deciso di invertire il corso naturale delle cose. E comunque, citando il Rap* o il cosiddetto Trap, credo che non abbiano nulla che possa ispirarci (*un genere che ancora appartiene all'America, ad Harlem e alla cultura afroamericana che con la cultura italiana ha nulla da spartire).

Mai avuto fame di… fama?

C'è stato un tempo che anche io ho bramato la fama come tutti gli inesperti adolescenti che vedono solo un terzo del quadro che li aspetta. Se potessi parlare con il mio io adolescenziale, lo metterei in guardia. La maturazione non mi ha mai spinto ad avere fame di fama; gli obbiettivi hanno accresciuto in me il desiderio di imparare conseguendo con merito i risultati, maturando la conoscenza e le capacità. Senza gavetta la fama non ha alcun senso logico; oggi manca la gavetta e quindi rimane solo la voglia di fama, di mode che passano di trash, di gossip. La mia fame proviene sempre dal sapere; se c'è qualcosa che non conosco allora comincio lo studio per migliorarmi. L'unica fame che mi viene in mente ora è quella della mia passione per la vita; sono un uomo fortunato. Ho iniziato a sognare musica nel 1988 e oggi sono un professionista che vive di questo; quale fama potrebbe farmi stare meglio di così?

Un artista per consolidarsi deve dare tutto se stesso?

Non conosco altra via per raggiungere la stabilità. Ma, come dicevo, lo studio e la conoscenza sono alla base di una duratura carriera per quanto piccola o grande che sia. Noto troppo spesso nel Prossimo la leggerezza di un immeritato risultato o l'ammirazione di qualcosa che non si può avere senza una crescita costante, che non potrà mai consolidarsi attraverso la realizzazione del denaro. Gli unici risultati seri sono dovuti sempre dal nostro volere; anche se a volte siamo combattuti con il continuo essere ostacolati da invidia e ignoranza; l'unica maniera di consolidare la propria posizione di artista è quella di ignorare tutto il resto, credendo solo nel nostro potenziale, solo così potremo consolidare la nostra fame artistica. Una cosa che mi rattrista sempre è sentire nuove generazioni che non apprezzano la bellezza o la bravura; ma venerano la fama del successo, il denaro. Senza contenuti nessun denaro potrà consolidare il talento.

Dai live non si scappa?

L'unica strada sicura per chi fa musica è sempre il palco. Non ci sono altre cose che contano di più. A me piace moltissimo scrivere, direi che è la parte più stimolante, riguarda tutta la fase costruttiva, tra studio, partitura, ricerca, bozze e ispirazioni; ma poi deve arrivare la scena, altrimenti tutto il lavoro creato prima rimane solo un bizzarro capriccio di uno scrivano senza mestiere. Ho conosciuto tanti aspiranti cantautori che dicono di esserlo senza mai essersi esibiti veramente; io a quelle persone direi “Sei un hobbista con il vezzo dell'immaginazione!”. Sono un cantautore, anche se tale sostantivo è stato surclassato negli ultimi vent'anni… direi addirittura desueto di fronte alla miriade di giri armonici scolastici, ma per un cantautore o musicista che si rispetti il palco e le esibizioni dal vivo sono fondamentali per sperimentare quanto di già scritto in precedenza. Se chi scrive musica non si fa conquistare dal palco, allora significa che quell'elemento non è un cantautore, ma uno dei tanti che sognano di diventare astronauti.

In conclusione, tanto per citare Fossati, c’è sempre tempo per…?

C'è sempre tempo per continuare a scrivere; raccontando quello che altri non hanno ancora individuato. Sì, raccontare anche storie già trattate guardandole da un'altra angolazione. La mia attenzione ricade sempre sulle argomentazioni delle canzoni, la parte letteraria ma soprattutto la costruzione armonica. Ho sentito dire che le note sono quelle e che le combinazioni possibili sono finite… non è affatto vero! Le combinazioni sono state ripetute per decenni e anche ora noto che le generazioni che si avvicinano alla composizione utilizzano sempre gli stessi giri di accordi… ecco, direi che c'è sempre tempo per imparare la musica e cercare attraverso essa l'originale e meritata capacità di non diventare il clone di qualcuno o il copia/incolla di qualcun altro. C'è sempre tempo per imparare chi siamo veramente. C'è sempre tempo per capire che la musica non è necessaria se viene fatta senza capacità. C'è sempre tempo per far tornare la musica, il baluardo che ha fatto grandi gli anni '70 e, con essi, il naturale ripristino del merito assoluto. Insomma, c'è sempre tempo per credere in un cambiamento serio; in un cambiamento necessario per il ritiro di chiunque.


Vincenzo Calò

mercoledì 6 novembre 2019

Joker: la risata di molte follie



«Ho sempre creduto che la mia vita fosse una tragedia. Ora, mi accorgo che è una c***o di commedia». Già: come sa il buon Aristotele, perché vi sia tragedia occorrono pietà e terrore. E Arthur Fleck, detto Joker (Joaquin Phoenix), è privo di entrambe. 
joker film 2019
Fonte: indiewire.com
            Joker (USA, 2019; regia di Todd Phillips) è il celebre film ispirato a uno dei supercattivi di Gotham City. Una volta tanto, quel pipistrellone palestrato e viziato di Batman è fuori dai piedi. È incredibile quanto possa diventare seria una storia, quando l’eroe viene rimosso.
Tolto l’improbabile superuomo, infatti, resta l’uomo: dolore, povertà, follia, cose drammaticamente reali.
            «Sono io che sto impazzendo o stanno impazzendo tutti gli altri?» È una delle prime battute che sentiamo pronunciare al protagonista, mentre parla con una psicologa messa a disposizione da un servizio pubblico.
Il punto è che le due cose non si escludono a vicenda. Lui va impazzendo per le conseguenze di una vita d’abusi, frustrazione, solitudine. E di indifferenza sociopolitica, bisogna aggiungere: il servizio pubblico che si prende (bene o male) cura di lui chiuderà per mancanza di fondi. Intorno ad Arthur, i cittadini di Gotham City impazziscono per la spazzatura non raccolta, i ratti infestanti, gli alloggi fatiscenti. I rapporti umani sono freddi, improntati a una felicità imposta. Anche per questo, Arthur ha sviluppato un disturbo: una risata soffocante, che lo coglie alla sprovvista e senza legami col suo effettivo stato d’animo.
Il suo sogno sarebbe piuttosto quello di far ridere gli altri; ma, in mancanza di talento, deve contentarsi di fare il clown. Durante un’esibizione davanti a bambini in ospedale, gli cade di tasca una pistola prestatagli (non si sa quanto in buona fede) da un collega. Questo gli costa l’amato e necessario lavoro. Dulcis in fundo, mentre è ancora vestito da pagliaccio, viene aggredito da tre giovani ricchi e arroganti. Con la fatale pistola, li uccide - e, così, comincia a scrivere il proprio destino.
Prima, la scoperta di non provare rimorso. Poi, quella di non essere l’unico pazzo dai sogni omicidi.
La morte dei tre bulletti viziati viene pubblicamente deplorata da Thomas Wayne (Brett Cullen), un miliardario candidato sindaco… e, sì, anche padre del futuro Batman. Wayne è l’idolo di Penny (Frances Conroy): la madre di Arthur, che lavorava come domestica di casa Wayne trent’anni prima. Eppure, il “salvatore di Gotham City” non ha che parole di disprezzo per i diseredati che si aspettano tanto da lui. Questo scatena proteste feroci, che solidarizzano col pagliaccio omicida. I manifestanti indossano anche maschere da clown. Dalle manifestazioni ai fatti, il passo è breve…
            Quello che colpisce in Joker, oltre alla claustrofobica angoscia, è l’assenza del senso della verità. La storia è infatti narrata dal punto di vista del protagonista, per il quale è impossibile distinguere la realtà da fantasticherie e allucinazioni. Persino il suo passato e la sua infanzia sono frutto delle bugie materne: non c’è radice in essi, nessun appiglio solido.
            Trasformandosi in Joker, Arthur ritiene d’aver trovato la propria vera natura e d’aver fatto pace con essa. Ma quell’identità è un’altra maschera, per di più grottesca. È compulsiva come la sua risata.
Arthur s’incasella nel jolly joker, la carta del “tutto e niente”, perché quello è l’unico posto lasciatogli da una società falsa e malata come lui. O, almeno, così può sembrare.
            La sua può anche essere una libera risposta all’altrui scelta di essere crudeli e anaffettivi. Wayne non era obbligato a insultare intere masse di disperati. Il comico preferito di Arthur non era obbligato a deridere pubblicamente lo sventurato clown per le sue scarse capacità di cabarettista. Le bande di ragazzini e gli zerbinotti annoiati non erano obbligati a pestare pagliacci di passaggio per divertimento. A Gotham City, la crudeltà è endemica e gratuita, un gioco senza allegria. Joker sceglie per sé una parte in questo gioco, usando la propria arte e facendolo (stavolta) da maestro. Non è capace di far ridere. Ma, a Gotham City, nessun divertimento fa ridere. Esiste solo la risata isterica della disperazione mascherata.
            È forse questa l’unica verità espressa nel film. Per il resto, il protagonista (impelagato nella propria psiche squadernata) non può trovare se stesso. Tantomeno lo può sua madre, preda di ossessioni e deformazioni narcisistiche della realtà. Non porta verità Thomas Wayne, padreterno senza alcunché di paterno. Men che meno la portano i molteplici “pagliacci” che infuriano nelle piazze: hanno frainteso del tutto il gesto omicida di Arthur, sviati dalla strumentalizzazione politica e dai propri rancori. Una cosa sola è certa: nessuno impazzisce da solo.

giovedì 31 ottobre 2019

Max Arduini: "La scienza di stare in fila"


  Ripartire dalle retrovie, dopo trentatré anni di carriera; "rimettersi in fila", evitando facili scorciatoie carrieristiche: è qualcosa di metodico e preciso - una scienza, appunto. Questo è il senso del titolo dell'ultimo CD del cantautore Max Arduini: La scienza di stare in fila (2019, GDE Records). 
max arduini la scienza di stare in fila

Nato a Ravenna nel 1972, cominciò la carriera alla fine degli anni '80, fra Cattolica e Rimini. In Romagna, è noto per aver musicato aneddoti sulla vita del Passator Cortese, ovvero il brigante Stefano Pelloni (Boncellino di Bagnacavallo, 1824 - Russi, 1851).
Il percorso di Arduini si è svolto underground, lontano dalla grande distribuzione. La sua produzione ha abbracciato diversi generi: il rock, il folk, il blues.
Questa varietà e ricchezza si riflettono nell'ultimo CD, vera e propria "ripartenza col botto". Il filo conduttore è una vena malinconica profonda, ma mai pesante, stemperata nel melodioso o nel ballabile.
Quando si fa arte con il cuore, è impossibile scindere le tappe della produzione da quelle della vita. Arduini, per l'appunto, si è musicalmente "rimesso in gioco" dopo due lutti gravi, che l'hanno anche spinto a rivedere le proprie amicizie nel loro complesso. 
Di un lutto parla anche il primo brano compreso nel CD, Nina e Gaetà. "Gaetà" è  Gaetano "Ghetanaccio" Santangelo (Roma, 1782 - ivi, 1832), il famoso burattinaio. Il suo personaggio principale era Rugantino e a lui, nella canzone, Ghetanaccio confida il dolore per la perdita dell'amata Nina. Anche il più spregiudicato e ridanciano degli artisti ha il proprio pozzo di sensibilità e dolore. Cosicché, nei testi di Arduini, la maschera non è mai menzogna, né risata (non vi ricorda un po' il Corvo di James O' Barr tutto questo?). Lo vediamo bene nel brano di chiusura, Arlecchino noir: uno sbiadito abito rattoppato ricorda un Carnevale esistenziale ormai finito. La canzone allude al film Qualcuno volò sul nido del cuculo (USA, 1975), famosa pellicola sull'inumanità dei manicomi. 
Plano impiega invece la metafora dell'aereo militare per indicare la distruzione dall'alto di ogni meschina invidia. 
max arduini la scienza di stare in fila

Se Nina e Gaetà era un brano romanissimo, È Ravenna omaggia la città natia del cantautore e la sua lunga storia. Con Salutami Gillespie, Arduini cita invece il bebop e la sua principale figura di riferimento... ma con leggerezza (apparente?) e autoironia.
Mama Laus Deo è invece nostalgico e accorato. Non avrebbe potuto non esserlo, visto che è dedicato alla madre defunta. Il tutto, però, è accompagnato (appunto) da un'alta lode, per la grazia d'aver vissuto accanto a una persona meravigliosa. La conclusione riassume il lutto nel dolce e tremante ricordo della buonanotte materna: l'augurio è che la morte possa essere vissuta così, come un naturale ritirarsi dietro le quinte del buio.
La settima casa è uno dei rifugi e degli incontri che si possono trovare nella vita. Ed è la più bella, perché... non esiste. 
La nottata insonne è invece una delle più tipiche, feconde e incantate esperienze da artista. In qualche giorno e Défaillance riflettono malinconicamente sugli incontri che hanno segnato il cuore. 
Sciarada... Ignurent! è un monito contro chi, come nell'omonimo gioco enigmistico, si esprime in modo enigmatico, credendo che nessuno possa capire la sua reale personalità. Un bello sberleffo, da parte di chi intende l'arte come verità.