lunedì 11 giugno 2018

La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica


Ciò che amo, nella critica letteraria di Mario Praz (Roma, 1896 – 1982), è il fatto che sia coinvolgente come un romanzo. Quando si focalizza su letteratura gotica, Romanticismo e Decadentismo, poi, m’invita a nozze. 
Gustave Moreau, Salomé che porta la testa
di San Giovanni Battista su un
piatto
(1876)
            Mi riferisco a La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (prima edizione Sansoni 1930; quinta edizione BUR Saggi aprile 2015). Una rispettabile orgia.
            Entra subito in argomento con la “bellezza medusea”: quella che Shelley trovava nella Medusa esposta nel Corridoio del Cinquecento degli Uffizi e attribuita prima a Leonardo da Vinci, poi a un anonimo fiammingo. ‘Tis the tempestuous loveliness of terror, che anche il Faust goethiano gustava nella Notte di Valpurga, contemplando il fantasma della decapitata Gretchen. Un animo propriamente romantico non concepisce bellezza e piacere, se non legati alla sofferenza, alla melancolia, finanche al macabro. Romantico è l’estremo d’ogni sensazione e gli estremi coincidono.
            Dalla creatura infera degli antichi al demonio cristiano: ecco le “metamorfosi di Satana”, che Praz ripercorre da Tasso e Marino fino all’epoca che gli interessa. Da mostro grottesco ad angelo caduto con gli occhi pieni di tristezza: è il Satana di Milton, pieno d’innegabile fascino. Ad esso, secondo Praz, s’ispira il tipo del “bandito generoso”, nei romanzi di fine Settecento. È il caso del Karl Moor schilleriano, protagonista del dramma I masnadieri (1781): un animo altero e nobile, il cui crimine è il rifiuto di umiliarsi. Seguono i malvagi di Ann Radcliffe, signora del romanzo nero inglese. Il suo Schedoni, l’Italiano (ovvero Il confessionale dei penitenti neri,1797) è un monaco: un tipo di “cattivo” particolarmente caro agli anglicani dell’epoca, che vedevano nella cattolica Italia la sentina di tutti i mali. Non è improbabile, come rileva Praz, che la sua figura sia ispirata all’Ambrosio di Matthew Gregory Lewis, autore del delirante Il monaco (1795). Anzi: Lewis stesso affermò d’aver ricevuto lo spunto per un romanzo gotico proprio leggendo I misteri di Udolfo della Radcliffe. Un circolo vizioso, o virtuoso, se volete.
Le metamorfosi di Satana ripercorse dall’autore culminano nell’eroe byronico, grande nelle tenebrose passioni e nel fascino fatale che sa ispirare. Il suo amore distrugge - e questo porta alla prossima tappa, “All’insegna del Divin Marchese”. Si, è lui: De Sade. Alla sua celebre filosofia del godimento tratto dalla sofferenza altrui e dalla sopraffazione si ispirò una sfilza di romanzi d’appendice con giovinette perseguitate da tiranni sanguinari. Famosa è la Clarissa (1748) di Samuel Richardson:

“È stato notato a più riprese come l’unzione pietistica dei romanzi del Richardson riesca a coprire solo in apparenza il fondo sensuale e torbido.” (M. Praz, La carne…, 2015, BUR, p. 87).

Né lui, né De Sade, né gli altri che svilupparono simili trame diedero mai segno di sentirsi in colpa. È la Natura, bellezza: potrebbe essere il loro motto. Se il piacere, in ogni sua forma, viene da un potere più grande di quello dell’uomo, perché ribellarsi a esso? Non ne verrebbero che disgrazie, come dimostrano le sventure della “virtù” incarnate da Clarissa, dalla sadiana Justine e dalle loro emule. Il sadismo, così com’è rilevato da Praz negli autori settecenteschi, è una sorta di vendetta degli istinti naturali repressi. Ma ben più in là andranno gli animi ottocenteschi, già imbevuti di scene strazianti e raccapriccianti fini a se stesse:

“… la teoria romantica affermando che il miglior mezzo per esprimere le passioni fosse di cominciarle a sentire, invece di tradurre nell’arte i dati spontanei della vita si cercò di esperimentare nella vita i suggerimenti mostruosi della fantasia nutrita d’orrori libreschi. Si ebbero così le passioni alla Byron, i suicidi alla Chatterton, e così via.” (Op. cit., p. 116)

A fornire una versione femminile dell’eroe byronico, arriverà il tipo de “La Belle Dame Sans Merci”. Il titolo è quello d’una poesia di John Keats, datata al 1819: una ballata medievaleggiante a tema fantastico. Un cavaliere, stregato da una bellissima dama di probabile stirpe elfica, ne diviene per sempre prigioniero, come molti altri. Insomma: lei è il prototipo della donna fatale. Ne era già stata un esempio la Matilda del Monaco di Lewis: seduttrice e praticante di magia nera. Caratteri esotici sono assunti dalla femme fatale in Théophile Gautier: si pensi alla sua Una notte di Cleopatra (1838). Nella novella, la celebre regina concede una notte di follie a un giovane cacciatore innamorato di lei. Ma quel piacere non potrà che terminare con la morte: la conoscenza di quel corpo inattingibile è un fine ultimo. Una volta raggiunto quello, l’esistenza non ha altri obiettivi. Sarebbe difficile trovare una spiegazione migliore del fascino della belle dame sans merci.
            In tutto questo, c’entra anche il celebre sorriso della Gioconda: espressione d’impenetrabilità, di fascino sinistro, di riassunto d’ogni esperienza del mondo. Una donna fatale senza saperlo.
            Parlando di esotismo, eccessi, eclettismo “decadenza”, non si può che approdare a “Bisanzio”: titolo simbolico del capitolo che di tutto questo tratta. Compare qui Gustave Moreau (Parigi, 1826 –1898), autore di ritratti di Salomé (la figlia di Erodiade che, col fascino della sua danza, ottenne la decapitazione del Battista) e dell’Elena omerica. Entrambe statuarie, gelide e sfolgoranti di gemme. Entrambe che assistono al sacrificio umano tributato alla loro bellezza. Il fatto che Salomé sia un personaggio biblico è poi indicativo di un clima che si respira anche nella letteratura coeva.

“Huysmans, Verlaine, Barrès, Léon Bloy, e più recentemente Henry de Montherlant sono altri ben noti esempi di torbido cristianesimo. Un caso analogo offre Dostoevskij. Data la base estremamente compromessa su cui s’imposta la religione di simili scrittori, è legittimo il sospetto che, presso di loro, anche nelle manifestazioni in apparenza più innocenti quella religione non sia che una larvata forma di soddisfazione morbosa: la contrizione può esser soltanto una maschera dell’algolagnia.” (Op. cit., pp. 266-267)

L’ora è tarda e i miei occhi si riempiono di sabbia. Debbo chiudere su questi magnifici mostri, dei quali non riesco a scrivere senza un’elettrica agitazione. Nemmeno se sono filtrati da tutta l’erudizione di Praz.

domenica 10 giugno 2018

Ma quanto è bello l'amore romantico...


Ma quant’è bello l’amore romantico, in cui “io sono tua, tu sei mio” (c’è pure una carta del notaio che lo dice) e - se guarderai altri un po’ troppo a lungo - ti leverò la pelle a schiaffi. 
amore romantico per sempre lucchetto

            Che bello essere una diade - anzi, una monade - assoluta, rinforzata con ogni chiavistello possibile contro il mondo esterno. In cui dovremo restare rinserrati ogni giorno della vita, anche quando non avrà più senso. Anche quando saremo cresciuti come persone, i motivi che ci avevano unito non esisteranno più - e guardarsi negli occhi avrà un solo significato: “Ti ammazzo!”
            Non vedo l’ora di non poter più respirare senza metterne al corrente la Dolce Metà - perché “io e te siamo una cosa sola e, se osi fare una mossa in autonomia, mi ferisci… perché metti in discussione tutto quello con cui cerco di riempire le mie fragilità!” Ignorando il fatto che le fragilità si possono rinsaldare solo lavorando su se stessi, o in nessun altro modo.
            Che bello dover essere, tutto in una volta, perfetti amanti, amici, intellettuali, protettori, coccolini, amministratori domestici… un mucchio di cose di cui sarebbe già tanta grazia perfezionarne una. Dato che l’amore romantico non ammette intrusioni di terzi, la stessa persona deve eccellere invece in tutte queste specialità. Ec-cel-le-re, sottolineo. Perché l’amore romantico deve essere un Empireo di soddisfazione e felicità intatta. Al proprio interno, s’intende. All’esterno, bisogna andarsi a cercare tutti i grovigli possibili, sfasciare famiglia, lavoro, amicizie, salute, cervello stesso. Perché non è vero amore, se non è tormentato e assoluto.
            Che bello sentirsi morire e accarezzare il suicidio, quando la storia finisce. Perché è naturale che finisca: i rapporti sono organismi viventi e mutevoli come le persone; possono trovare un nuovo equilibrio o morire. In ogni caso, non sono sfere eterne e cristalline. Ma l’amore romantico è un Dio geloso come quello biblico: non ammette l’ “infedeltà”, figuriamoci la fine. Gli hai dato tutto; a te non è rimasto alcunché.
            Meglio ancora dover fingere di aver subito una gran perdita, quando invece non t’importa più una pagliuzza del tuo ex-grande-amore-della-vita. Che diamine! Almeno una lacrima, per mostrar contrizione verso il Supremo Dio dell’Amore! La “serietà” nei sentimenti non ammette buonsenso. Ma la vostra coppia era una scatola vuota da tempo - lo sapevi, lo sapevate. E, no, non è vero che, se nessuno dei due soffre, vuol dire che la storia non è mai iniziata. Può voler dire anche che siete cambiati insieme e che siete pronti per congedarvi serenamente. Può voler dire che, dopo una lunga e tranquilla crociera, avete voglia di corseggiare, girare isole tropicali dove troverete tesori nascosti da rimettere subito in gioco, su navi veloci adatte all’arrembaggio. Che avete voglia di conoscere la vita così com’è. Varia, meravigliosamente imperfetta - e assai poco romantica.



sabato 9 giugno 2018

Una bambina senza stella: Silvia Vegetti Finzi rincontra Manerbio


Silvia Vegetti Finzi (Brescia, 1938) è psicologa e psicoterapeuta per i problemi dell’infanzia, della famiglia e della scuola. Figlia di padre ebreo e nata nell’anno delle leggi razziali, è nota anche per la situazione di precarietà che l’antisemitismo comportò per la sua vita.
            Ciò che non tutti sanno è che frequentò le scuole elementari a Manerbio. Per questo, le è stato dedicato un incontro in cui ha anche ritrovato le sue compagne di classe. Il 5 maggio 2018, il Teatro Civico “M. Bortolozzi” ha ospitato: “Una bambina senza stella. Manerbio rincontra Silvia Vegetti Finzi”. L’evento era firmato dai loghi del Comune, dell’A.N.P.I., dell’I.S.Lo. (Istituto Studi Locali) di Manerbio, dell’I.I.S. “B. Pascal” e degli Amici della Biblioteca. Nel libro omonimo (Rizzoli, 2015), la storia di una bambina traveste i ricordi dell’autrice. È “senza stella”, perché non le fu mai cucita indosso la famosa stella giudaica. Ma anche perché nacque “senza buona stella”. Eppure, la Vegetti Finzi non racconta una storia lacrimevole. Il sottotitolo è: “Le risorse segrete per l’infanzia per superare le difficoltà della vita”. Risorse di cui ci si dimentica oggigiorno, in modelli educativi spesso eccessivamente protettivi - come ha sottolineato l’autrice a Manerbio: «Il rischio ci aiuta a conoscerci». La risorsa principale di cui parla è il gioco, la capacità di trovare in esso ciò che le circostanze ci negano. Con l’autrice, ha dialogato Francesca Nodari, presidentessa della Fondazione Filosofi lungo l’Oglio
silvia vegetti finzi una bambina senza stella manerbio
Silvia Vegetti Finzi e Francesca Nodari
            Grazie ai ricordi (d’archivio), l’autrice ha ritrovato la figura materna, con la quale ebbe un “non-rapporto”. Per i primi cinque anni di vita, non crebbe con lei, che aveva raggiunto il marito rifugiatosi in Africa. La madre fu anche la sua maestra elementare. La figlia iniziò a vederla «con gli occhi degli altri», quando l’insegnante occupò il suo posto nella scuola e attirò l’attenzione col suo aspetto di “forestiera”.
Manerbio era “divisa in due”: la modernità della città sociale Marzotto e il tempo immobile del centro storico. Nell’asilo delle suore, la piccola era una “presenza assente” - cosa che, nel generale clima di paura, la rassicurava persino. Chi non esiste non può essere colpito. Inutile nascondere le situazioni ai bambini: anche se non le capiscono, “hanno le antenne” per captarle. E non si può imporre loro un’identità fittizia, come cercò di fare la madre per salvare Silvia bambina. Per i piccoli, nome e identità coincidono. Anche l’autoidentificazione con Shirley Temple, per quanto gratificante, fu un allontanamento da sé.
Il gioco delle bambole fu un modo per realizzare quell’amore materno che non trovava altrimenti. «Il paradosso dell’amore è questo: si può dare ciò che non si ha».
E la scuola? Materiale di scarsissima qualità, classi affollatissime, orari a singhiozzo e continue assenze. Eppure, sua madre riuscì ad accompagnare tutte le allieve nel percorso formativo.
Particolarmente gradito è stato il ricordo della festa di Santa Lucia: in un’epoca in cui ci si poteva permettere poco, i semplici regali notturni della santa avevano realmente il valore antropologico d’illuminare l’inverno.
Poi, i ricordi della guerra, dall’ottica ingenua dell’infanzia (“Pippo”, quell’essere antropomorfo che era, in realtà, un aereo da bombardamento) a una visione più matura e ampia. Nel dopoguerra, esplose la sessualità: voglia di vivere dopo la continua minaccia della morte. Anche l’economia conobbe un’impennata e, con essa, alternative di vita possibili. Un sapore che era stato anticipato da quella maestra (non sua madre) che aveva valutato la bambina come “molto più intelligente” di due coetanei maschi. Per una che era vissuta sotto lo stereotipo delle “femminucce ochette”, era stata una sorta di Liberazione anticipata.

venerdì 8 giugno 2018

Pizza, pasta e altro: la cucina italiana patrimonio dell’umanità


La Libera Università di Manerbio (LUM) ha dedicato una lezione a: “Pizza, spaghetti, pomodoro, cappuccino e tiramisù: la cucina italiana patrimonio dell’umanità”. Il 3 maggio 2018, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, ne ha parlato Gianfranco Bertoli, giornalista e buongustaio. Pur essendo diffusa a livello mondiale, la cucina italiana continua a parlare italiano. I termini citati nel titolo della conferenza sono infatti intraducibili. Bertoli ha menzionato la presenza di ristoranti italiani stellati in diversi continenti, ma soprattutto del peso economico dell’esportazione di prodotti alimentari per questo Paese. Ciò vale in buona parte per il vino. 
cucina italiana patrimonio dell'umanità

            Tra le cucine che possono dirsi patrimonio dell’umanità, Bertoli ne ha citate quattro. Quella centroamericana, ereditata dai Maya e dagli Aztechi, nacque come esperienza quasi religiosa e donò all’umanità “il cibo degli dei”: il cioccolato. Quella giapponese si basa su una ritualità millenaria: il sushi consumato in Occidente è solo un pallido riflesso di un’arte che richiede ai suoi maestri un decennio d’apprendistato. Sempre giapponese è la scoperta del quinto sapore, dopo il salato, il dolce, l’acido e l’amaro: l’ “umami” (“grasso”), quello del glutammato, riconosciuto da specifici recettori presenti nella lingua.
            La cucina francese (chi non ricorda “Il pranzo di Babette”?) è quella delle regole e della modernità codificata. Nacque dalla sapienza dei cuochi a servizio degli aristocratici, che prestarono i propri servizi ai borghesi dopo la Rivoluzione. Essa comprende anche una minuziosa preparazione della sala, nonché l’organizzazione della cucina (“chef” vuol dire “capo”). Buona parte della sua sapienza consisteva nell’abbinare ai piatti salse che ne nascondessero o migliorassero i sapori poco freschi degli ingredienti. Ma francese fu anche la “nouvelle cuisine”, nata all’inizio degli anni ‘60. La diffusione dei frigoriferi aveva reso superflui i trucchi di cui sopra. Nacque così un’arte che combinava prodotti freschi in piatti singoli (non di portata), considerandone anche la piacevolezza visiva.
            E la cucina italiana? Bertoli l’ha definita come quella del piacere: piacere di mangiare, di stare a tavola in lungo e in compagnia. È anche salubre e digeribile, varia e calibrata. Deve molto, comunque, alla capacità di assimilare altri stili alimentari: la carbonara, per esempio, sarebbe nata verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, utilizzando le uova e il bacon degli occupanti americani. Per non parlare del pomodoro, che (è risaputo) viene sempre dall’America. Paradossalmente, una cucina propriamente italiana non esiste. A essere apprezzate e famose sono diverse cucine regionali, in dialogo fra loro. La dieta mediterranea accomuna poi molti Paesi: tutti quelli bagnati dal mare eponimo. La gastronomia non si fonda sui confini politici, ma sulla natura dei territori e dei climi. 
gianfranco bertoli giornalista buongustaio cucina italiana
Gianfranco Bertoli
            La cucina detta “italiana” cominciò a diffondersi per via delle migrazioni. I suoi primi portatori non erano dunque specialisti, ma lavoratori di fatica che realizzavano ricette casalinghe per le comunità di connazionali. Tra il ’60 e il ’65, ebbe inizio il fenomeno inverso: le emigrazioni di cuochi dall’Italia. Anche i prodotti locali cominciarono a essere esportati. Come in ogni caso di grande successo, si verificano imitazioni. Si pensi al cibo “Italian sounding” (“che suona italiano”), o al Parmesan: finto parmigiano statunitense.
            Secondo Bertoli, il modo per non sottrarre quote di mercato ai prodotti italiani è puntare sulla loro qualità e sulla serietà circa l’effettiva provenienza. Per il resto, il fatto di essere digeribile e di non richiedere tecnologie complicate sono stati da lui indicati come punti di forza della nostra cucina.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 132 (maggio 2018), p. 5.