domenica 9 dicembre 2018

Quanta storia (e storie) in quei giocattoli…


giocattoli antichi giampaolo tomasini geppetto manerbioLa Mostra del Giocattolo Antico, organizzata nell’ex-bocciodromo di Manerbio dal 29 settembre al 14 ottobre 2018, è stata apprezzata da singoli e da scolaresche. L’iniziativa era firmata dal Comune, dalla Biblioteca Civica e dalla Fondazione Casa di Riposo Manerbio Onlus. Ma è stata possibile solo grazie alla famiglia di Giampaolo Tomasini, ribattezzato “Geppetto” dopo essere stato fotografato con alcuni Pinocchi e altri giocattoli lignei. Di professione rigattiere, amava raccogliere i balocchi rimasti su fienili e solai, a Manerbio e nei dintorni. Ne risultò una collezione che copriva l’arco temporale 1840-1970 e che è stata ulteriormente ampliata durante la mostra, grazie a nuove donazioni. 
            Non mancavano le bambole: dalle piccole bellezze in porcellana alle più povere, in foglie di granoturco. A loro, era dedicata (su un cartellone) la poesia La pöa di Angelo Canossi: una versione dialettale della “morale del giocattolo” di baudelairiana memoria. Il fascino del balocco, che ce lo fa quasi sembrare una persona da amare, è tutto nella sua magica integrità. Non appena smontato, ci appare come una banalità ripugnante. Ma, allora, cosa amiamo, quando amiamo? Dov’è l’ “anima”?
            Sia come sia, i pezzi esposti sembravano cercarne una negli occhi dei visitatori. Oltre alle bambole, i servizietti da tè, i mobiletti in miniatura (resti del lavoro dei falegnami, che progettavano su misura), i giochi da tavolo, i puzzle e i burattini. Anche gli strumenti musicali (perlopiù a fiato, come pifferi, ocarine e fisarmoniche) erano esposti. Poi, armi finte come gli “schioppi” di legno, barchette, biglie colorate o trasparenti, altalene, animaletti, scherzi di Carnevale (soprattutto specchietti per sbirciare sotto le gonne)… Il tutto circondato da cartelloni che riportavano filastrocche dialettali o varianti nel nome di un gioco: l’altaléna era anche la baltéga… e mille altre cose. Così come le cìche o cicòcc, o il gioco della palla…
Una foto ricordava il girotondo, un tempo apprezzato anche dagli adolescenti. Non propriamente giocattoli, ma sempre legati all’infanzia, erano il banco di scuola, la lavagnetta e la pietra di gesso recuperata dal fiume (i pennini costavano…). Così pure i cesti in cui le contadine sistemavano i lattanti sui rami degli alberi, durante il lavoro; o le “culle da stalla”, per tenere i piccoli in un ambiente caldo. Fabbricati in casa erano anche i vari sostegni in cui permettere agli infanti di stare in piedi (il pelòt o stentaröl) o di correre su e giù senza cadere (la curidùra).
I pezzi più rari, nella collezione dei Tomasini, sono però i giocattoli in legno e i più poveri. Erano esposti i caalì dè melgàss: gambi di granoturco usati come cavalcature. Poi: le funi per il tiro alla fune, noccioli di pesca impiegati in giochetti d’abilità, cerchi di ruote da bicicletta, frutta e pupazzetti portati “da Santa Lucia”… Erano presenti catene per paioli, fatte lustrare ai bambini il Venerdì Santo: i piccoli si divertivano a trascinarle sul selciato e ricevevano in premio uova o altro cibo. Anche il grì o raganèla, la tàcla e la pentàcola servivano ai piccoli per fare baccano in occasione della morte del Signore. 
giocattoli poveri giampaolo tomasini manerbio
Giocattoli poveri.
In alto: i caalì dè melgàss.
Il “gioco della paura” era un vaso in cui era stata ritagliata una faccia ghignante, illuminata dall’interno con una candela. Era pensato per il mese del rosario: le cappelle circondate da alberi, nelle sere buie, erano luoghi ideali in cui spaventare gli amichetti con quella sorpresa. Di gusto un tantino sadico era anche la “corsa del gatto” o del “cane”: le zampe della bestiola venivano infilate in gusci di noce e il divertimento veniva dalle acrobazie con cui cercava di muoversi. Un modo per scaricare le tensioni di un’esistenza trascorsa a stretto contatto con gli altri bambini e con gli animali. Una vita insieme, nel bene e nel male.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p. 18.

venerdì 7 dicembre 2018

Il ruolo delle donne nella Prima Guerra Mondiale

donne prima guerra mondiale
Donne che portano i pantaloni:
pronte a salire al Passo del Diavolo (Adamello),
per commemorare un amico.
(1922)

Il 4 ottobre 2018, al Teatro Civico “M. Bortolozzi” di Manerbio, ha avuto luogo uno degli incontri firmati dal Comune, dal Gruppo Alpini e dal Club Alpino Italiano e intitolati: “La Grande Guerra: cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale”. Il programma degli eventi cominciava dal 12 settembre e terminava l’11 novembre 2018. 
            La serata del 4 ottobre era dedicata a: “Il ruolo delle donne nella Prima Guerra Mondialeed era tenuto dal dott. Fabrizio Bonera. Il relatore ha trattato del lato privato e affettivo dell’argomento: quello documentato da lettere e diari. Particolarmente interessante era però una fotografia del 1922: un gruppo di ragazze pronte a salire al Passo del Diavolo (Adamello), per commemorare un amico morto nel conflitto. Ciò che colpisce è il fatto che portino i pantaloni: cosa nient’affatto comune, all’epoca. Lo stesso fatto di camminare a lungo fuori di casa poteva essere un atto “rivoluzionario”, per una donna. Ciò non suona strano, se si pensa alle tre “K” di un detto tedesco sul ruolo femminile: Küche (= cucina), Kinder (= bambini), Kirche (= chiesa). Niente che comprenda la guerra o l’alpinismo, insomma.
            Il primo conflitto mondiale fu però un evento di tale portata da scardinare anche i ruoli di genere - non solo per le aristocratiche e le alte borghesi istruite e politicizzate. La durata della guerra e l’impiego degli uomini al fronte fece sì che scarseggiasse manodopera maschile per gli apparati dello Stato e per le altre professioni. Le donne dovettero cavarsela da sole, facendo anche “lavori da uomini”, come fabbricare artiglieria pesante. La necessità di andare in fabbrica e il salario (sia pur modesto) che percepivano le rese più libere di spostarsi e fare acquisti.
            Le donne erano anche infermiere: sia borghesi che popolane, anche se le prime si occupavano degli ufficiali, le seconde della truppa. Il loro ruolo era sostenuto dalla propaganda statale sull’ “onore della patria”. Nelle lettere delle infermiere, spicca il senso di partecipazione a un’opera più grande della propria singola persona, nel nome del dovere comune. All’opera di alfabetizzazione parteciparono invece le maestre.
           
dott. Fabrizio Bonera Manerbio
Dott. Fabrizio Bonera
Preziosa fu l’opera delle popolane, poi, nella costruzione di mulattiere e baracche pensili: erano infatti portatrici di pietre e assi. Questo lavoro, indispensabile e pesantissimo, è ricordato solo da due monumenti: un’edicola nella Val di Borzago e una caserma, la “Maria Plozner Mentil” (demolita nel 2016), a Paluzza (UD). Dell’opera delle portatrici si avvalse, in particolare, l’Austria.
            Che trasportassero pane, munizioni o materiale edilizio, le portatrici si servivano della gerla (una cesta da portare sulla schiena) o la bastina: sorta di cappuccio imbottito di paglia. Il carico pesava dai 30 ai 50 kg e veniva sorretto per un cammino di almeno cinque ore. La paga era misera; dovendosi poi esporre allo scoperto, le portatrici correvano gli stessi rischi dei soldati. Nonostante questo, molte di loro si arruolarono volontariamente, anche mentendo sull’età, pur di farsi accettare.
Non mancò sdegno moralista, soprattutto da parte di membri del clero, per questa “promiscuità dei sessi”. Ma i parroci che predicavano contro una manodopera tanto utile venivano processati nei tribunali militari.
            Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, le donne dovettero tornare a riprendere il ruolo domestico. Ma la consapevolezza di poter fare ogni cosa “come gli uomini” rimase…

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 138 (novembre 2018), p. 16.

"Antonella Fimiani - Donna della parola" di Vincenzo Calò

Dedicando questo saggio al padre, la Fimiani ci fa immaginare che attende ancora dal profondo un bagliore vitale, una rassicurazione propriamente, irrinunciabile, affinché gli eventi non risultino mai e poi mai campati in aria, senza poterci in effetti rinunciare… altrimenti avremmo a che fare con del bailamme privo di autenticità, la quale va assolutamente colta, nel buio. 
antonella fimiani donna della parola etty hillesum

Il testo mantiene un aspetto biografico, fondamentale per intercettare in primis la voglia di stringere dei concetti esistenziali, e non a caso una delle figure più care alla Hillesum, Julius Spier, si attivava concentrandosi sull’attitudine manuale dell’uomo tipo, come a ridisegnarne la faccia, accedendo così a dei virtuosismi mentali per scindere il vero dal falso e stabilire il divenire stando a quello che… già siamo!
Al contatto con una figura maschile il sospetto gravava alla giovane prontamente sulla virilità, tanto da capacitarsi circa la serietà che forse disumanamente si prefiggeva snocciolando dei sentimenti; anche perché Julius preferiva non impegnare il cuore, curandole la mente, suscitandole l’idea di battagliare al minimo approccio, fuori dal comune.
Il suo psicoterapeuta ragionava contravvenendo alle tesi divampanti dell’epoca, rischiando la vita, ed Etty si accorse dell’importanza del contatto con l’altro sesso; attribuendola a una missione da compiere in cuor suo, opportunamente, cioè al fine di scacciare i demoni che la tempestavano specie nel risolvere il problema insito al fatto di essere una Donna.
Etty piuttosto, abbandonandosi per amore di un uomo avrebbe di che vivere a vuoto, ma nella morsa nazista ecco che avviene un rinomato sviluppo degli amorosi sensi; la sublimazione emotiva, globalizzante il contatto reale e sofferto tra due persone di sesso opposto, che lasciava ben pochi spiragli di luce.
Integrare la disonestà significava mischiare immagini di colpevoli e innocenti destinandosi al sospetto brillantemente col solo battito cardiaco dell’individuo che ora agiva d’istinto, oscurato dacché condannato a sognare di sopravvivere; continuando a non sbrogliare il nervosismo per sincerarsi sulla fatica di motivare un mezzo di sussistenza.
La persecuzione degli ebrei divenne più cruenta inasprendo globalmente il vivere civile, con la sottrazione di certi privilegi che si accentuò alternata alla messa in discussione repentina dei legami di famiglia; stravolgendo nel complesso una situazione del tutto personale, da inquadrare nuovamente, con una coscienza ch’era in fase di espansione.
Secondo Rachel Feldhay Brenner la coscienza nutrita inorgogliendosi da ebrei è culminata con l’enfatizzazione discriminatoria nei loro confronti, fatti avvenuti e che hanno imperato così enormemente nella testa come nel cuore dell’individuo sui generis di quel tempo, da annullarlo; per la serie “solo contro tutti”, di certo fatidica.
Trattasi di una difesa assoluta che si manifesta decidendo di non percorrere la benché minima scorciatoia per appurare del potere sensoriale; spremendo piuttosto la mente tra intuizioni da cogliere per non impazzire eccedendo con l’immaginario giusto per colmare il tempo che sembra che non passi mai.
Vedi Eichmann, sulla cui figura la necessità di riscattarsi ha prevalso sulla voglia di stabilire un verdetto, di schiarire della mediocrità orribile, sfociante nell’anonimato civile… priva di un significato esistenziale, con della pigrizia mentale arrecante disastri di solo istinto, irriconoscibili tra i lineamenti di un viso qualsiasi, del tutto superflui quando la banalità torna comoda.
Quanto auspicato in proprio o apertamente veniva presto sottaciuto con promesse deliranti, incancrenenti la comune riflessione, servite su di un vassoio ideologico volendo male, cioè l’innalzamento di confini alla perdita di riferimenti rincuoranti il tessuto civile globale; per favorire la deriva nazista e il decadere dell’umanità a ogni passo da compiere.
Leggendo questo saggio denoti come l’indole letteraria la si può presupporre senza far rumore, con una solitudine irrefrenabile, per ricondurre l’essere all’innocuità terrena di un nuovo inizio; per chiunque desideri di rinascere, di farsi avvolgere dal mistero che una civiltà è in grado eccome di rappresentare.
Il tacere equivale a un di più per vivere con piacere, d’istinto, in una sorta di confidenza divina, che ridimensiona l’individuo distogliendolo dal pericolo causato suscitando egocentrismo per far sì che si riappropri delle sue origini… ripulendo la coscienza, diverse verità che si legano interiormente accogliendo il Signore.
La Hillesum si ritrova tra le tesi di Jung per via di quella spontaneità nell’incuriosirsi del supremo, depuratoria per la vita tanto da poter fondere condizioni terrene distaccati dalle spente messinscene del perbenismo; maturando giustappunto per sensibilizzare e portarsi avanti con una consapevolezza evolutiva.
Guarda caso Etty decise, e senza pensarci due volte, anche di abortire una creatura fatta amando tale Han Wegerif; come se incapace di volerla, sempre pronta a pregare che ci si emozioni a fronte di una passione globalizzante, complicante il vivere civile nell’ordine delle cose, stimate comportandosi perché no orgogliosamente, cioè da ebrei.
L’autentica subalternità individuata tra Dio e i suoi fedeli sin troppo sparsi si scioglie proprio nel rispetto a tutto tondo dell’istinto materno, scrollante persone dapprima collocate nel grembo delle donne… di un valore che detronizza dell’autorevolezza assoluta ma logorata, all’ascolto di bambini incapaci di andare avanti, e cioè capaci di racchiuderci in delle lacrime.
La Fimiani esplorando tra le riflessioni della Hillesum scorge una luce razionalizzante, che va accesa per rinnovare processi giusti, e chiarire una complessità mentale… ovvero dell’amore aderente a un’epoca, che non va assolutamente dimenticata, dovendo percepirla nel profondo delle idee, oggigiorno, per evitare la sciocchezza che invita alle stesse, ulteriori tragedie.
L’idea di scrivere compone l’umanità al suo interno, purché l’intimo si lasci leggere, oggetto di una continuità curativa per scoprire nuovi bisogni; anche se perdura l’assenza di termini accoglienti alla protagonista del saggio, che si vede costretta a creare da sé una residenza antica, pazientando al pensiero di correre il rischio di non volersi bene.
Lei scriveva infatti cercando una realtà celata in fatti evidenti, con una metodica passionale che inguaia il fisico come la ragione, impressionando per la sua fragilità che decantava sul serio, intrigata dall’aria che tira, che la animava fino a poter giurare sulla sua immagine… nonostante sia difficile stilizzare la scrittura, parallelamente al marasma esistenziale, fin troppo facile d’alleggerire.
Nel 1941, verso la fine di novembre la ragazza comincia ad allontanarsi da Spier, dalle sue constatazioni psicologiche, come a distinguere l’impeto letterario dal tessuto vitale, ascoltando una delle massime voci della poesia di quel tempo, Rilke; seppur la ricomposizione di un amore comporti l’essenziale appunto per programmare il lavoro di un letterato.
Pur non volendolo, la fede religiosa incide, come uno stabile in perenne fase di costruzione ma non ancora ultimato, per cui serve la sensibilità di chi crea nel tutelarlo e conservarlo; e in effetti se la poesia media per conto dell’immensità temporale, la politica spesso e volentieri separa gli animi per una questione di potere.
L’importante è finire qualcosa per sprigionare l’anima… sia capendo che generando per scrivere bisogna stare sempre in tensione, a capo chino, senza far rumore e con impegno; dimodoché si confermi una funzione terrena nel profondo dell’essere, per camminare serenamente in superficie, rispettando delle immagini animandole, senza soffrire le ritorsioni consumistiche.
Per fare un mestiere è proprio vero che nessuno nasce imparato… e v’è la dimostrazione poetica, che riporta all’inizio di un’avventura, che ogni volta si manifesta provando a stringere con tutto un immaginario gli elementi distinti dal piacere di vivere, raggiungibile di colpo, che per Etty si raccolgono solo pregando che il Signore c’illumini.
La concentrazione si ottiene pazientando tra significati da motivare, desiderando che i termini presi singolarmente componendo uno scritto abbiano a che fare con quel parto naturale che la giovane evitò carnalmente, da rendere magari ora sensato con l’ispirazione che serve in assoluto; per stabilire del buon esempio il concetto energizzante una e più verità.
Il rapporto tra due affabulazioni, la materna e la letteraria, s’intensifica per la nascita di un nuovo Io; e difatti con le parole ci si avvicina all’emozione di fare un figlio in definitiva, provando a concepire dell’angoscia purché quest’ultima sia in movimento, a seguito dell’idea riconducibile al domani di una creatura nuova se esce fuori dalla ricchezza di contenuti, ovvero interiore.
L’atto di pregare sfociava nelle sevizie; a Westerbork succedeva di tutto, nulla era impossibile, e andava descritto aiutati da un amico qual era Mechanicus per Etty, meritevole d’encomio secondo la provetta letterata, data l’attività giornalistica che egli piuttosto svolgeva soprattutto in occasioni di quel tipo, tra testimonianze da dover sfoderare, storiche.
Riportare delle impressioni private sulle pagine di un diario fu un lavoro irregolare, che non venne interrotto ma addirittura incentivato per mezzo della tutela che favorì principalmente l’amico giornalista, nonostante l’elevato rischio preso citando nomi altisonanti; oltre a mirare amorevolmente verso la Russia, a un interesse di certo accomunante.
Tra le anime disperate di quel tempo, emerse la figura di un professore ben cosciente del suo ruolo di potere a ogni nozione impartita, descritta in modo confidenziale dalla figlia… di un uomo capacissimo di mettere in riga i suoi alunni, a tal punto che non perse l’attitudine anche se sottomesso.
Mechanicus annotando ironizzava con cinismo, una caratteristica d’affrontare come nuova quando si ha di che leggere dentro Etty; ed effettivamente poi diventa complicato verificare come l’amicizia possa condizionare l’univoca scrittura, senza contare il compito di convincere tutti coloro che sono ma che forse non si sentono estranei a una vicenda storica per non dire inenarrabile.
Liberarsi per un attimo e attribuirsi una forma di scrittura era proprio impossibile, distanti quindi dall’espressione diaristica, visto che occorreva relazionarsi con l’esterno, assolutamente… eppure le missive contribuiscono a far maturare la reciprocità sentimentale e guardare oltre lo spazio di una prigione.
L’angoscia dell’uomo colta nell’arco di un semestre andava rivendicata per affrontare la futura quotidianità, eccedeva colmando vite di soggetti che si sarebbero smarriti richiedendo ben altre emozioni, e invece… conveniva comportarsi da vegetali, privarsi al più presto della memoria, senza accorgersi però di rappresentare così una nuova, grande minaccia.
L’inimmaginabile era in corso d’opera, si attualizzava spogliando la mente umana, come se in dote ci fosse solo quest’ultima, volendo delle alternative per comprendere al meglio veritiere ripercussioni, semmai fedeli al pensiero che si potesse attivare un meccanismo in corpo per… voltare pagina!
Un’idea per salvarsi darebbe adito al futuro, evitando di fare ulteriori danni con l’istinto animale, da disperati… pur sempre rapiti dall’incanto della natura, aleggiante nell’etereo, sbocciante con colori portatori di sani e sereni valori, anche per il bene di due vissuti al femminile, confabulanti stando comodi su di un rialzo.
La poetica della giovane aderisce a una computa vitale, come se lei fosse stata perennemente innamorata delle prodezze mondiali, tanto da rielaborarle e proteggerle scrivendo onestamente; mentre il linguaggio delle vittime intorno assume una sacralità dura, durissima da ribadire in generale.
L’umanità viene rilevata emozionandosi oltre il rimescolamento del trascorso inimmaginabile per mezzo di una forma di comunicazione classica ma inappropriata; dovendo motivare della sofferenza quotidiana, convertibile in un sogno continuo, ambientabile in storie scritte ma che non vengono lette, a seguito di un’opera di sterminio che semmai tralascia dei morti che camminano.
L’impegno profuso dalla Fimiani sta nell’evidenziare dei particolari pungenti per il bene del progresso civile, si sofferma su di una dote letteraria con l’analisi degli scritti più o meno pubblicati da una ragazza curiosa di tutto ciò che le scattava dentro, risiedendo (comodamente?) ad Amsterdam prima e in preda all’occupazione nazista poi.

giovedì 6 dicembre 2018

Nilde Ario, la vergine di ferro, ha una nuova veste

Ho voluto rilanciare Nilde Ario. Un gotico odierno a sfondo pavese con una nuova veste grafica. L'abito non fa il monaco; ma una buona pietanza servita in un bel piatto viene senz'altro gustata più volentieri. Se non l'avete ancora letto, o desiderate comunque averne un'altra copia, ecco qua: spero che apprezzerete. Buona lettura e un abbraccio! 

erica gazzoldi nilde ario gotico

Nilde Ario è ragazza goth. Scampata alla morte quando era già sul feretro, deve impegnarsi in una personale battaglia contro un sostituto paterno dominante: quello stesso psicologo, dottor Michele Ario, che è stato il primo a sapere della sua fuga dalla camera ardente... e che pareva saperne già troppo. C'è una storia contorta e allucinata dietro tutto questo, che si snoda fra labirinti, spade giapponesi, Tarocchi e lezioni di mnemotecnica.
 In una cornice odierna e pavese, la storia riprende atmosfere tipiche del romanzo gotico, con qualche cenno di esoterismo. Una vicenda di armi e di amori, insolita nella narrativa attuale, ma nata da un autentico bisogno d'immaginare e raccontare.

Disponibile nei formati Kindle e paperback.