lunedì 8 gennaio 2018

Polli d'allevamento

Vivono stipati in alloggi ristretti. Il loro cibo è artificioso e insano. Sono imbottiti di medicinali, per compensare le condizioni di vita non salutari. Mai aria limpida, mai contatto con la terra. La loro luce viene da lampade, non dagli astri. Conducono un’esistenza anaffettiva; si riproducono con ritmi innaturali che, spesso, necessitano di ricorso a biotecnologie. 
Polli d'allevamento
Il ritmo della loro giornata è così frenetico che non hanno nemmeno tempo di farsi domande. Non di rado, sono tanto anestetizzati da qualunque stimolo creativo, intellettivo o sentimentale da non provare nemmeno interesse per le questioni esistenziali. Qualora se ne ponessero, probabilmente, si troverebbero a guardare nella voragine dell’assurdo.
L’unico fine delle loro vite è quello di essere comprati e venduti. Ma non lo sanno. A quasi ogni parte del loro corpo, a ogni loro funzione fisiologica può essere assegnato un prezzo di mercato, volendo.
Bellezza, sentimento, desiderio… Sprechi. Anzi: non sanno nemmeno cosa siano. La vita è una successione di nascere-mangiare-defecare-produrre-morire, in un quadro il più possibile essenziale e asettico. Nessuno si sogna di sprecare soldi per loro. Ci sarebbe pure il rischio che si mettessero in testa idee strane, che cominciassero a pensare a qualcosa di diverso… che l’esistenza potrebbe essere fuori da un capannone, fuori da quei micro-alloggi affollati. Potrebbero guardare in alto, scoprire che vivere è respirare a pieni polmoni, avere dentro di sé la forza di cinque elementi. E, magari, si incavolerebbero di brutto per le condizioni a cui sono stati ridotti.
Ci sono pure quei rompiscatole che scrivono, manifestano e alzano la voce continuamente, per rivendicare i presunti diritti di queste bestie… Ma cosa vogliono? Fanatici, gente con la testa tra le nuvole, sconsiderati che ci porteranno alla rovina. In fondo, non sono migliori degli altri. Non campano forse anche loro del sistema economico che ha bisogno dello sfruttamento di questi docili animali?
Ma no… dopotutto, non c’è rischio che questi disgraziati si sveglino. Il loro cervello è proverbialmente piccolo. È già un miracolo se riescono a guardare oltre l’orlo del cubicolo. Pensare costa fatica. Soffrire gli spasimi della crescita esistenziale costa fatica. Certamente, costa di più che procedere d’inerzia, verso un destino già fissato non si sa bene da chi. Sprecare la propria esistenza non è un tormento. Se anche sapessero che alcuni loro simili vivono o hanno vissuto al calore del sole, col profumo della terra, innamorandosi, godendo e vedendo crescere i propri piccoli… sarebbero inorriditi dal sapere che non hanno/avevano alloggi riscaldati come i loro e giornate minuziosamente programmate. Li chiamerebbero barbari e sarebbero anche fieri di non somigliare a loro. Il punto è che hanno proprio disimparato quella sana "barbarie" che è il destreggiarsi nella vita.

E non è detto che stia parlando dei polli.


domenica 31 dicembre 2017

Perché non cito Gramsci a Capodanno

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.” (Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.)

Ecco, citato integralmente, il celebre articolo che rimbalza di bacheca in bacheca, di augurio in augurio, quando va appropinquandosi il Capodanno. E che io (fatevene una ragione) mi rifiuto di sottoscrivere facilmente.
Antonio Gramsci, Odio il capodanno
Fonte: munafo.blogautore.espresso.repubblica.it
            Non perché non intenda il senso di queste parole, anzi. Gramsci lancia una provocazione intelligente, diretta contro il modo acritico e fossilizzato d’intendere il tempo e la storia. È vero: sovente, non v’è riflessione, nello studiare la periodizzazione delle epoche e nel prepararsi alle ricorrenze. Si fa e basta. Si sostiene che, nel 1492, è finito il Medioevo ed è iniziata l’età moderna; che, nel 1815, è finita l’età moderna ed è cominciata quella contemporanea. Perché? Perché così ci è stato dettato. Sembra che, allo scadere di un anno, l’umanità debba deporre il calamo dei monaci per impugnare le armi da fuoco, o dimenticare il latino per i vari volgari: così, in un botto, come quelli che vengono sparati la notte di San Silvestro. Ciò è demente, caro Antonio: su questo, ti do ragione. Il senso comune è spesso privo di buonsenso - giusto per riecheggiare accanto a te Manzoni, e rimescolare quelle troppo rigide divisioni fra epoche. Mi permetto solo di dirti una cosa: se non ti chiamassi Antonio Gramsci, certi passi dell’articolo mi parrebbero poverissimi di sale. Mi riferisco al disprezzo per ciò che ci hanno insegnato gli antenati: coloro che hanno faticosamente guadagnato conoscenze e pratiche da trasmetterci, affinché noi (nani sulle loro spalle) potessimo risparmiarci la fatica di conquistarle di persona, e andare oltre - persino permetterci il lusso di dileggiarli. Non bisogna sputare sul calendario: sanno bene Giulio Cesare e Gregorio XIII che fatica iniqua sia metterne a punto uno, perché i membri di una popolazione cerchino di danzare al passo l’uno dell’altro, e (tutti insieme) al passo del cosmo.
            Perché, poi, dovrei essere perplessa, davanti al fenomeno delle festività? Se è vero che molti dormono nell’ignoranza del loro significato, è vero anche che questo sonno non è obbligatorio. Oltre a librerie e biblioteche, ho a disposizione la magia di Internet (va bene, non lo conosci… sei nato troppo presto…). Aggiungendo tutto questo ai miei studi universitari, ecco comparire davanti a me (strappati ai travetti artificiosi delle cronologie) i Saturnali, e i riti di Yule, e le loro vivissime ragioni. Vivissime, sì. Anche se le tecnologie odierne edulcorano le insidie delle stagioni, sotto la crosta di protezioni che ci siamo creati… siamo sempre gracili figli della terra. E questi mesi sono i più bui e i più freddi: quelli dell’influenza, della tosse, del cappotto. Basta pensare, per un attimo, a cosa sarebbe di noi senza le stregonerie che perpetuano calore e disponibilità di cibo anche in questi mesi… per ritrovare la bellezza del solstizio, con le ore di luce che tornano ad allungarsi; lo splendore dell’agrifoglio, verde e rosso in mezzo alla natura morta (oltre che febbrifugo); la potenza del fuoco che riscalda, come il sole sfuggito alla stagione delle tenebre; il sapore di un banchetto, in cui ci si godono le scorte di cibo, in barba al gelo calato sulla campagna; il riunirsi per creare una calda cerchia, o spaventarsi narrando dei morti che tornano fra noi, ora che tutto sembra morire.
            Ecco perché non odio il Capodanno e tutte le sacrosante feste che compongono il cerchio dell’anno. Perché sono momenti forti, coreografie speciali nella danza della vita. Se i miei consimili mi paiono troppo addormentati per apprezzarne il senso, li aiuto a stimolarne la reminiscenza - anziché buttar via la perla che la cecità impedisce di valutare.

            Per il resto, grazie d’averci ricordato che la vita ricomincia tutti i giorni. Che ogni benedetto dì potrebbe essere il momento per iniziare da capo… che è un dono da non perdere, perché la vita è nel presente. Perder di vista questo sarebbe una dimenticanza anche più pericolosa di quella a cui ho accennato. Ti avrei augurato un buon Capodanno quotidiano, caro Antonio - se io fossi nata prima. Ora, posso solo augurarlo al mondo intero.


sabato 16 dicembre 2017

“La mia Africa”: la LUM in viaggio con Karen Blixen

la mia africa film scena
Una scena del film La mia Africa.
Alla Libera Università di Manerbio (LUM), prosegue l’ideale giro del mondo in 28 giorni. Dopo il Vicino Oriente (con i Templari) e l’Europa (col muro di Berlino), è arrivata l’Africa. E il dr. Enrico Danesi l’ha presentata servendosi del cinema. 
            Pochi sanno che, dai Paesi africani, proviene un’ottima produzione cinematografica: perlopiù, film a basso budget, pensati per la visione privata, ma con contenuti di spessore: religiosi, o legati alla diffusione dell’AIDS. Secondo uno studio dell’Istituto di Statistica dell’UNESCO (2009), nel 2006, la Nigeria è divenuta il secondo Paese al mondo per produzione di film, subito dopo l’India. Se, per quest’ultima, si parla di “Bollywood”, per la Nigeria è proverbiale “Nollywood”.
            Il 23 novembre 2017, però, al Teatro Civico “M. Bortolozzi” non è stato proiettato un film africano. La scelta è caduta su una pellicola famosa, che mostra lo sguardo di un’europea sul Continente Nero: La mia Africa (USA, 1985; regia di Sydney Pollack). Esso è tratto dal romanzo autobiografico della scrittrice danese Karen Blixen, pubblicato nel 1937.
            Nel film, la protagonista (Meryl Streep) raggiunge in Kenya il barone von Blixen (Klaus Maria Brandauer), un amico col quale ha concordato di sposarsi. Le scene scelte dal dr. Danesi riguardavano il rapporto fra Karen, l’ambiente naturale e i nativi. Lei scopre ben presto che la sua vita non sarà tanto facile. Il marito ha scelto di coltivare caffè nei loro possedimenti: pianta che non può crescere eccessivamente, in quei terreni. Sarebbe necessario irrigare; ma coloro che dovrebbero deviare il corso di un fiume sono restii a farlo: quell’acqua deve “raggiungere la propria casa”.
dottor enrico danesi
Dr. Enrico Danesi
            Né finisce qui il divario culturale fra lei e i dipendenti della fattoria. Karen ha la sicurezza della dama europea d’inizio Novecento, “portatrice di civiltà”. Sa di poter offrire medicinali efficaci, cultura letteraria, possibilità di guadagno maggiore rispetto a quelle cui i nativi Kikuyo si potrebbero sognare. Ma deve fare i conti con la loro sensibilità. Il ragazzo zoppicante di cui lei si preoccupa deve “parlare con la propria gamba”, per convincerla ad andare all’ospedale. (Il giovane finirà per farsi curare e diverrà il cuoco della baronessa). La cultura del “dominio della testa” si confronta così con quella del “dialogo con gli elementi naturali” (esteriori o parte del proprio corpo). Avviene così un ponderato “travaso” fra la signora danese e i Kikuyo: si scambiano conoscenze necessarie alle rispettive esistenze. 
            Oltre agli umani, ci sono gli animali. È una pessima idea passeggiare dimenticando il fucile sulla sella del proprio cavallo; Karen lo capisce, trovandosi faccia a faccia con una leonessa. E guai a scappare: ciò denuncerebbe alla predatrice che lei è buona da mangiare. Un atteggiamento, peraltro, che non è diversissimo da quello delle persone… Questo le viene insegnato dal nuovo amico Denys (Robert Redford). Da lui, apprende la conoscenza della natura africana. Come Denys, essa può amare ed essere amata, ma bisogna lasciare che viva la propria vita. Non è mai un possesso. E la baronessa lo scoprirà a dure spese.
            Con uno sguardo sullo sconfinato paesaggio kenyota (simile allo “sguardo di Dio” che a Karen è stato regalato da Denys), si conclude il film. Il romanzo, invece, terminava con l’allontanamento - con l’addio definitivo all’Africa.




Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 127 (dicembre 2017), p. 18.

venerdì 15 dicembre 2017

Maternità: destino scontato? Ecco cosa ne pensano le Donne Oltre

La nostra cultura è attualmente pervasa da domande sulla famiglia e sui ruoli di genere.
            L’associazione manerbiese “Donne Oltre” ha voluto prendere posizione con la rassegna cinematografica 2017: “Maternità: destino scontato dell’universo femminile?” Essa si è tenuta presso il Teatro Civico “M. Bortolozzi”. 
Hungry Hearts film scena
Una scena dal film Hungry Hearts.
            L’inizio è stato sorridente, con Juno (Canada/USA, 2007; regia di Jason Reitman), il 3 novembre. La protagonista si ritrova incinta, dopo un’esperienza sessuale col migliore amico. Pur essendo una sedicenne eccentrica e confusa su se stessa, prende in mano la situazione: decide di mettere al mondo il piccolo e di darlo in adozione a una coppia da lei scelta.
            Per il 10 novembre, la locandina prevedeva Quando la notte (Italia, 2011; regia di Cristina Comencini). Marina è in vacanza in montagna, col figlioletto di due anni. Quest’ultimo, assai vivace, la costringe a esasperanti notti insonni. Durante una di queste, il bambino rimane ferito per un imprecisato incidente. È stata proprio la madre a colpirlo?
            Il 17 novembre, è stato visionato Il papà di Giovanna (Italia, 2008; regia di Pupi Avati). Ambientato nella Bologna di fine anni ’30, racconta la storia di una diciassettenne dallo scarso equilibrio psichico e di suo padre, che dedica la propria vita a lei. Nel tentativo di renderla felice, il genitore la riempie di illusioni e, soprattutto, esclude Giovanna dal rapporto con la madre. Non si accorge, dunque, di quanto sia fondamentale questa figura, per la figlia…
            Per il 24 novembre, era in programma La nostra vita (Italia/Francia, 2010; regia di Daniele Luchetti). Claudio, operaio edile di Roma, scopre il cadavere di un collega, morto sul lavoro per carenza di sicurezza. Decide di non denunciare il fatto. Quando l’amata moglie muore per complicazioni “post partum”, cerca di risarcire i figli della perdita, ricorrendo ad attenzioni materiali. Per ottenere denaro, ricatta il datore di lavoro, facendo leva su quell’incidente insabbiato… Ma ciò risolleverà davvero i ragazzi dal lutto per la madre?
Per il 1 dicembre, la locandina proponeva Hungry Hearts (Italia, 2014; regia di Saverio Costanzo). Jude e Mina si sono conosciuti per caso e si sono innamorati. Dopo aver cercato di evitare gravidanze, la ragazza si scopre comunque incinta. Si convince che il bambino sarà speciale, come le ha predetto una chiromante. Per preservare la presunta purezza del piccolo, Mina decide di isolarlo dal mondo esterno, curandone lei stessa alimentazione e medicazioni, con metodi di dubbio beneficio. Jude si accorge che le scelte della ragazza stanno mettendo a rischio la vita del bambino. Per salvarlo, ingaggia una lotta costante contro Mina…
            Cinque storie per mostrare l’incapacità degli schemi e condizionamenti sociali di garantire la felicità, oltre che l’armonia. Esse possono essere raggiunte solo dall’ascolto dei veri bisogni, propri e altrui, per cercare di venir loro incontro. Non c’è un modo “giusto” per essere papà o mamma; ma ci sono l’intelligenza e l’empatia, per confrontarsi coi figli. Non si può addossare a qualcuno il compito di essere perennemente duro e vincente, o di essere indefinitamente disponibile ad accudire. L’uomo come “pilastro incrollabile della famiglia” non esiste; e così pure non c’è la madre perfetta, sempre savia, sorridente e amorevole. Esiste, però, l’amore. E questa è una certezza che la nostra cultura, dopotutto, non ha perso.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 127 (dicembre 2017), p. 18.