mercoledì 9 maggio 2018

Esce il booktrailer di "Anime sparse"

Come sempre, la pubblicazione più recente è accompagnata da un breve video con funzione di booktrailer. In pochissimo tempo, vengono riassunte e presentare le tematiche della raccolta di racconti Anime sparse (Amazon, 2018): le storie di "vampiri e dintorni", molte delle quali sono gothic a sfondo pavese; l'eros e gli intrecci tra diversi affetti; i cambi di prospettiva in stile René Magritte, con tanto di sorpresa finale. 
La raccolta è ampia; benché divisa in tre sezioni, la si può percorrere nel senso preferito, saltando da un titolo all'altro, come la fantasia suggerisce. Un solo piccolo avvertimento: lasciate l'ultimo brano come dulcis in fundo... Non rovinatevi il sapore.
Dopodiché: buona visione e, se vorrete, buona lettura!

Anime sparse è disponibile come Kindle e paperback.



mercoledì 2 maggio 2018

Cosa vuol dire quando dico “Ti amo”


Ti amo.

Non vuol dire che mi aspetto da te una casa, bambini e un gatto. Tutte cose rispettabilissime e (per certi versi) utili, ma che non cerco per forza da un partner. I soldi? Ho sempre pensato che me li sarei dovuti guadagnare - e che, al limite, l’aiuto debba giungere da chi ci ha dato l’incomodo di venire al mondo. 
ti amo amore e psiche canova

            Non vuol dire che ti irretirò in un mare di sensi di colpa, falsi doveri e meccanismi di do ut des. Ci pensa già buona parte della società.
Non starò a calcolare pidocchiosamente i biglietti dei treni, gli scontrini dei bar, le ore passate ad ascoltarti - per poi sbatterteli in faccia, come clamorose opere meritorie. Tutto questo è naturale, in una relazione, e si paga da se stesso. Anche perché è contraccambiato sul momento.
            Non ti farò regali sospetti e non ti presserò con le mie “competenze” e il mio “aiuto” per farti sentire che sono importante e che non puoi cavartela senza di me.
Non vuol dire che sei lo specchio del mio ego, che mi compiacerò di quanto sei infatuato/a, che mi sentirò accresciuta nella stima mia e altrui dal poterti esibire come un attestato di laurea nella Vita. Non ho mai capito i discorsi sulla “fierezza” applicati all’Amore. Esso ha radici nei lati meno competitivi di noi, in quelli che non troverebbero mercato su alcuna piazza o alcuna medaglia di riconoscimento. E che, per questo, sono i più veri.
            Non vuol dire che diventerò isterica a ogni tuo silenzio sul cellulare, immaginando che tu sia con chissà chi a fare chissà cosa. Anzi: chissenefrega. Un’altra persona non ti renderebbe né più, né meno mio/a. Perché lo sei stato/a sempre e mai.
            Non lo dico per autorizzarti a fare di me un oggetto, a trattarmi come una delle tante conquiste a cui ricorrere nel momento del piacere, per poi pretendere che se ne stiano “fuori dalle scatole” quando hai “altro da fare”. O che rimangano sempre a tua disposizione, senza che tu ti assuma alcun impegno con loro.
Ma questo non significa che tu non abbia anche un perfetto senso degli spazi da rispettare. So che non mi telefonerai alle tre di notte pretendendo di trovarmi disponibile, né che mi consumerai il credito del telefono e le ore di studio o lavoro. E che non ti inalbererai perché non ti ho raccontato anche il colore delle mutande che indossavo la sera di Capodanno, o perché non conosci il nome di ogni singola persona cui rivolgo la parola - insomma, che non ti sentirai tradito/a per il solo fatto di non avere il controllo della mia esistenza. Neppure io mi sognerò mai di fare cose simili con te, del resto. Non arriverò a farti scenate, a presentarti conti di denaro o d’altro: né ora, né tantomeno dopo che le nostre strade si saranno divise da anni. Coloro che possono annoverare le proprie ricchezze non sono altro che mendicanti, diceva la Giulietta di Shakespeare. E si riferiva ai mendicanti d’amore.
Senza di te, non mi sentirò “incompleta” o “buona a nulla”. Senza di te, non morirei. Anche se - come scrive Laura Mancinelli - vivrei di meno.
“Ti amo” vuol dire questo: sono felice di questa mutua felicità, di poterla alimentare come un fuoco. Questa felicità così fragile, ma così potente, che colora i giorni, intesse poesie, ispira la creatività, sveglia forze psicologiche che non si sapeva di avere. Non sarà essa a durare per sempre, bensì ciò che saprà lasciarci. A entrambi.




giovedì 19 aprile 2018

S. Faustino in Breda e la sua storia


Dei santi Faustino e Giovita si sa davvero poco – quasi neppure se siano storicamente esistiti. La loro leggenda vuole che fossero bresciani d’alti natali e che si dedicassero all’evangelizzazione tra I e II secolo. Sarebbero stati martirizzati sulla via tra Brescia e Cremona intorno al 122 d.C., sotto l’imperatore Adriano. Sono patroni di Brescia e venerati dalla tradizione religiosa nei territori limitrofi. Non stupisce, pertanto, trovare a Manerbio una diaconia e una chiesa intitolate alla loro memoria. L’epoca di costruzione della chiesa di S. Faustino in Breda è incerta. Secondo l’opuscolo approntato dall’Assessorato alla Cultura nel 1985, viene suggerita una datazione fra X e XI secolo. L’intitolazione fa infatti pensare a un collegamento con il monastero benedettino di S. Faustino Maggiore a Brescia, fondato nell’841 dal vescovo Ramperto. Non risulterebbero però documenti dell’esistenza di proprietà fondiarie dei benedettini di S. Faustino a Manerbio. Probabilmente, la chiesa manerbiese sorse accanto a un ospizio e a una fattoria che offrivano un tetto ai coloni vescovili e ai viandanti che transitavano lungo la via Porzano-Manerbio. A causa dell’incuria e del cattivo uso del denaro destinato alla manutenzione, la struttura di S. Faustino in Breda soffrì d’un pesante decadimento. S. Carlo Borromeo, quando la visitò nel 1580, ritrovò l’edificio scoperto e squallido. Ad avere a cuore le sorti della chiesa erano, invece, gli abitanti del quartiere Breda. 
san faustino in breda manerbio
La facciata di San Faustino in Breda,
a Manerbio.
            Nei primi anni del ‘600, nacque intorno a S. Faustino una Disciplina: 13-18 uomini della Breda, vestiti di sacco e tenuti a recitare ogni domenica l’ufficio della Vergine. Questo sodalizio si contrapponeva (con un campanilismo che oggi può far sorridere) a quelli di altre chiese manerbiesi: S. Rocco, la Disciplina, il SS. Nome di Gesù.
            Una ristrutturazione in grande stile toccò a S. Faustino quando fu ricostruita la chiesa parrocchiale. I lavori si svolsero fra il 1715 e il 1720 e furono diretti probabilmente da Giovan Antonio Biasio, il primo architetto della pieve manerbiese. Il coro fu arretrato, per rispondere alle esigenze dei Disciplini, che abbisognavano d’un luogo di riunione separato dalla navata. A Biasio è attribuito anche il disegno della facciata, nonché il paliotto dell’altar maggiore. La pala del presbiterio è una Madonna col Bambino e i SS. Faustino e Giovita, di Giuseppe Tortelli (Chiari 1662 – Brescia post 1738). In sacrestia, si conserva un Crocifisso ligneo della prima metà del ‘500.
            Un periodo di abbandono si riebbe nel 1943, quando fu asportata la campana, in occasione della guerra. Nel 1960, crollò il tetto della chiesa. Nel 1962, iniziarono i restauri voluti dal parroco mons. Casnici e da don Reali. Nel 1984, fu ricostruito il tetto.
            Attualmente, S. Faustino in Breda è il cuore di una nota fiera manerbiese (15 febbraio), in cui rivive il divertimento contadino dell’albero della cuccagna.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 131 (aprile 2018), p. 16.

mercoledì 18 aprile 2018

Un diario d'antiquariato: Nicola Cé e lo "Jus Sancte Catharine"


«Una delle fortune che la vita mi ha regalato risiede nel fatto d’aver respirato […] gli echi delle stimolanti conversazioni che mio padre, restauratore sopraffino, ospitava in casa sua…» racconta Gian Mario Andrico. Questa fortuna divenne anche dei manerbiesi, il giorno in cui don Gianbattista Reali aggiunse alla collezione d’antiquariato un diario in 118 fogli, steso dal curato Nicola Cé fra il 1739 e il 1780. Esso, sul proprio frontespizio, è contrassegnato come Jus Sancte Catharine Cum multis aliis Notitijs. 
nicola cé manerbio jus sancte catharine
Una pagina dal diario di Nicola Cé
            Nicola Cé (Verolavecchia, 1704 – Manerbio, 25 novembre 1789) arrivò a Manerbio nel 1735, come curato e rettore dell’altare di S. Caterina d’Alessandria. Questa cappellania (o “curazia”) era abbinata a quella di S. Vincenzo Ferrer. Per l’appunto, oggigiorno, rimane nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo l’altare dedicato a entrambi i santi. Essi compaiono ai piedi della Madonna in gloria col Bambino dipinta da Camillo Rama (1576 – 1630 circa).
            Il memoriale è stato pubblicato a cura di Gian Mario Andrico, Floriana Maffeis e Rosa Roselli, col titolo: Il Diario del Prete Nicola. 1739-1780 (2004, La Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, Roccafranca – Brescia). Detta pubblicazione rientrava nel progetto culturale “Quaderni Manerbiesi”, promosso dall’amministrazione comunale negli anni 1995-2004. L’opera è introdotta da G. M. Andrico, quale donatore del diario alla comunità manerbiese. F. Maffeis ha dotato l’edizione di una meticolosa prefazione storica. Il volume comprende la riproduzione fotografica dei fogli, affiancata dalla trascrizione a stampa curata da R. Roselli.
            Nicola Cé vergò le pagine in modo assai informale, ma in bella grafia a pennino. Il frontespizio reca macchie e operazioni matematiche scarabocchiate in colonna, come s’addice a una carta “vissuta”. I suoi appunti riguardano, perlopiù, l’amministrazione del beneficio ecclesiastico che gli era stato assegnato. Il latino si alterna disinvoltamente al volgare. Le pagine su cui F. Maffeis ferma più volentieri l’attenzione sono però quelle che registrano i dettagli vivi della vita manerbiese nel XVIII secolo. Esse riportano alla luce le Messe celebrate all’alba “per commodo della povera gente, che va alla Campagna” (foglio 57); resuscitano i fazzoletti e le candele lasciati in elemosina in occasione di battesimi o sposalizi (“…si benedice la Sposa, se è Putta, non già quando fuosse Vedova…”), foglio 64. Nicola Cé fu anche testimone di un episodio relativamente importante, per la storia manerbiese: l’inaugurazione della nuova chiesa parrocchiale nel 1741, sorta su quella precedente (foglio 86). Il foglio 91 riporta anche due episodi che la pietà popolare ascrisse come miracoli alla Madonna della Neve, immagine tuttora custodita in una delle cappelle laterali della pieve: la guarigione dell’occhio di una certa “Lucia moglie di Gioseppe Turinelli” e la sopravvivenza della Madonna dipinta a un incidente edilizio.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 131 (aprile 2018), p. 12.