giovedì 23 novembre 2017

Lo stile moresco: una storia multiculturale alla LUM

S’intitolava “Stile moresco” la conferenza che ha chiuso il mese di ottobre per la Libera Università di Manerbio (LUM). Il 26 ottobre  2017,  si è riunita per ascoltare la prof.ssa Graziella Freddi.
           
cappella palatina palermo
La Cappella Palatina a Palermo.
“Moresco” deriva da “moro”, a sua volta proveniente dal latino Maurus: “abitante della Mauritania”, intesa in senso più esteso di quello attuale. È uno stile architettonico e decorativo elaborato in seno al mondo musulmano, ma che ha ispirato anche capolavori europei.
            L’assenza d’immagini di esseri reali in luoghi pubblici, volta a scoraggiare l’idolatria, diede impulso allo sviluppo di intarsi e decorazioni non figurative di intere pareti: i famosi “arabeschi”. I motivi geometrici denotavano anche lo sviluppo della matematica e costituivano una simbologia del cosmo (4 stagioni, 12 mesi…). A questi, si aggiungano i motivi calligrafici e l’uso del colore: esplosivo, volto a esaltare la forma. In architettura, fu elaborata una grandissima varietà di archi.
            Lo stile moresco nacque intorno alla capitale dei califfi omayyadi, Damasco, integrando l’arte ellenica e bizantina. La Cupola della Roccia (Gerusalemme, 687/691) fu voluta dal califfo omayyade ʿAbd al-Malik b. Marwān. Il sito su cui sorge era considerato sacro già prima che si formassero le tre religioni monoteistiche. La Roccia sarebbe la medesima dove avvenne il mancato sacrificio del figlio di Abramo (Gn 22, 1ss.) e si compì il viaggio notturno di Maometto fino al cospetto di Dio (sura XVII). L’edificio fu realizzato da maestranze bizantine. Come le cattedrali medievali, era una rappresentazione del cosmo su base matematica.
            La Sicilia fu conquistata dagli Arabi sotto la dinastia fatimide (909 - 1171). I dominatori introdussero efficientissimi sistemi d’irrigazione, oltre a bagni pubblici e privati e a nuove coltivazioni. Nel 1072, giunsero i Normanni, che non cancellarono la presenza dei conquistatori precedenti. Uomini di cultura arabi arricchirono così le scienze e l’architettura. Nove edifici arabo-normanni sono stati inseriti dall’UNESCO nel patrimonio dell’umanità. Quasi tutti si trovano a Palermo. Fra di loro, si trovano il Palazzo Reale con la Cappella Palatina (1130-1143) e la residenza estiva detta Zisa (1165).
            Non dimentichiamo i segni della presenza araba in Spagna. A Cordova, fu costruita una moschea che fu convertita in cattedrale nel 1236, con molte difficoltà. Ciò che tutt’oggi stupisce è il ruolo della decorazione (accostamenti di pietre di diverse tonalità, archi polilobati). È divisa in 19 navate, con 856 colonne, aventi capitelli di stili diversi. 
patio dei leoni alhambra granada
Il Patio dei Leoni, nell'Alhambra di Granada.
Granada è famosa per l’Alhambra, cittadella murata e autonoma. Ovunque, vi è scritto il motto di Nazar il Rosso, che conquistò la città nel 1238 e fondò la dinastia nasride del Sultanato di Granada. Fra le meraviglie dell’Alhambra, ricordiamo il Patio dei Leoni: parte dell’abitazione privata del sultano, è dotato di accorgimenti antisismici. Il Patio sembra imitare il Tempio salomonico, nella struttura. Quando i re cattolici adottarono l’Alhambra come residenza, essa diventò rappresentativa anche per la terza religione abramitica. Ciò non impedì l’emanazione di leggi sulla “limpidezza del sangue” che causarono la cacciata di Arabi ed Ebrei dalla Spagna.
            La lezione della prof.ssa Freddi è approdata all’Impero Ottomano (1299-1922). Ricordiamo qui il sultano Solimano il Magnifico (1494-1566) e il suo architetto di corte Mimar Sinan (1489-1588). Capolavori di quest’ultimo sono la moschea di Sehzade e quella di Süleymaniye. Entrambe sono monumenti celebrativi voluti da Solimano; sono caratterizzate da ampi spazi luminosi, apparentemente senza peso. L’intuizione di Sinan fu questa: non copiare lo stile bizantino, ma reinterpretarlo in chiave ottomana.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 126 (novembre 2017), p. 15.

mercoledì 22 novembre 2017

Vivaldi: dall’oblio al ritorno alla fama

Chi non ha mai sentito parlare del compositore Antonio Vivaldi (Venezia 1678- Vienna 1741)?  Così famoso oggi, morì dimenticato e in rovina. I manoscritti delle sue composizioni musicali, fra eredità, passaggi di mano, lasciti e acquisti, riemergeranno all’inizio del Novecento. L’avventurosa vicenda è stata romanzata da Federico Maria Sardelli, in: L’affare Vivaldi (Palermo 2015, Sellerio). 
trio Nobis Tansini Sesenna
Il trio Franco Nobis, Marco Tansini e Silvia Sesenna
Una serata nel salone di rappresentanza del Municipio manerbiese è stata intitolata, appunto: “Vivaldi: dall’oblio al ritorno alla fama”. Era stata organizzata dal Comune (Assessorato alla Cultura) e dall’associazione Amici della Biblioteca di Manerbio. La data era il 22 ottobre 2017.
            Erano stati invitati Franco Nobis (flauto), Marco Tansini (flauto) e Silvia Sesenna (clavicembalo). Prima di ogni pezzo musicale, veniva esposta una “puntata” dell’ “affare Vivaldi”. Dal 1741, si passò al 1922: anno in cui, a Borgo San Martino (Monferrato), morì un nobiluomo della casata genovese Durazzo. Possedeva una biblioteca molto curata, ricca di manoscritti, che volle lasciare ai Salesiani del luogo.
Nel 1926, i religiosi decisero di venderla, per raccogliere i fondi necessari a ristrutturazioni non più rimandabili. La valutazione dei manoscritti fu affidata al direttore della Biblioteca Nazionale di Torino, Luigi Torri. Questi, a propria volta, consultò il musicologo Alberto Gentili. I manoscritti si rivelarono essere una collezione sterminata di composizioni musicali. Gran parte di esse era firmata da Vivaldi. Per non disperdere la collezione, i professori decisero di farla acquisire alla Biblioteca Nazionale. L’ingente somma necessaria giunse dall’agente di cambio Roberto Foà: offrì il denaro di tasca propria, purché i manoscritti costituissero un fondo dedicato al figlio, prematuramente defunto. Nacque così la Raccolta Mauro Foà. Ben presto, fu evidente che essa comprendeva solo i volumi dispari della collezione. Grazie a Faustino Curlo, esperto di araldica, fu condotta una ricerca lungo i rami di casa Durazzo, fino a reperire l’altra metà. Ancora una volta, i fondi per acquistarla giunsero in memoria di un figlio precocemente perduto: Renzo Giordano, il cui padre era l’industriale tessile Filippo Giordano. Accanto alla prima raccolta, ne fu così costituita una seconda.
Nel 1939, a causa delle leggi razziali, Gentili dovette lasciare l’università. I materiali vivaldiani non verranno così pubblicati dal loro storico studioso. Rimane però, presso la Biblioteca Nazionale di Torino, la maggiore raccolta di manoscritti firmati Vivaldi.
Di quest’ultimo, durante la serata, non sono state eseguite le celeberrime “Stagioni”, bensì pezzi meno conosciuti al grande pubblico: Trio in re maggiore RV 84. Allegro, Andante, Allegro; Trio in sol maggiore RV 80. Allegro, Larghetto, Allegro; Concerto con due flauti traversi in do maggiore RV 533. Allegro, Adagio, Allegro.
clavicembalo silvia sesenna
Il clavicembalo di Silvia Sesenna.
La locandina comprendeva anche un pezzo di J.S. Bach, a dimostrazione di come i compositori settecenteschi impiegassero Vivaldi per apprendere lo stile italiano. Ma è stato sostituito da un altro brano.

Protagonista della serata era anche il clavicembalo: uno “strumento vivo”, come ha detto Silvia Sesenna. “Vivo”, perché il legno di cui è composto reagisce al clima; perché ha una voce “personale” e permette a ciascun suonatore di trovare il proprio tocco e stile. Ebbe il suo periodo di gloria nel ‘700, per poi essere sostituito dal più sonoro pianoforte. Dimenticato e redivivo, come Vivaldi.

martedì 21 novembre 2017

Religiosità in mostra: fotografare lo spirito

La festa della Beata Vergine del Rosario (7 ottobre), notoriamente, a Manerbio è “la Seconda [Domenica] di Ottobre”. Quest’anno, la consueta mostra organizzata dal Fotoclub Manerbio ha pensato bene di scegliere un tema concordante: “Religiosità”.
L’esposizione è rimasta aperta dal 7 al 9 ottobre 2017, nella Sala Mostre del palazzo municipale. 
mostra religiosità fotoclub manerbio
Parte della mostra "Religiosità"
del Fotoclub Manerbio.
Di Domy Pizzamiglio era l’inquadratura di due piedi devotamente scalzi, al Santuario Le Fontanelle di Montichiari. In Rue Saint-Anselme (Aosta), le prime lettere di una firma della moda formavano un “Dio” imprevisto. Da Borgo San Giacomo, venivano le immagini del Tempio Sikh: un frammento d’India trapiantato nella Bassa. E sempre indiano è il Baisakhi: la festività primaverile dell’anno nuovo, nonché commemorazione della nascita del sikhismo. Una partecipante a detta ricorrenza portava un velo simile a quello che indossavano le nostre nonne e bisnonne per recarsi in chiesa. Ancor più familiari erano i madonnari fotografati a Le Grazie (MN): un dito che ritoccava il labbro di una Vergine sottolineava il contrasto fra la piccolezza della mano e la vastità dell’immagine sacra. Un’altra immensità era quella del Duomo Nuovo di Brescia, inquadrato dal Castello. Si scendeva poi nella cripta della chiesa di S. Andrea a Maderno.
Il Tempio Sikh, il Baisakhi e i madonnari tornavano nell’opera di Gianmarco Brognoli. Si aggiungevano (fra gli altri): una Madonnina di Tremosine, l’abside romanico di S. Pancrazio a Montichiari, la cripta della chiesa di S. Orso ad Aosta (dove un gioco di lumi e ombre rendeva viva un’ingenua Pietà).
Rodolfo Antonioli aveva puntato su soggetti meno appariscenti, ma non meno significativi. Una corona del rosario sopra un ceppo di legno era intitolata “Sono qui”: una presenza divina imprevista, ma costante. “Signore delle cime” era omonima di un canto popolare e si riferiva (appunto) a una croce posta in alta montagna. “Il muretto” separava l’osservatore da un’altra croce (un diaframma tra la quotidianità e la rivelazione dell’assoluto?).
Alberto Curotti aveva firmato “Juri Brutto”: una rudimentale croce di legno e filo metallico posta sulla Cima Juribrutto. Un segno religioso proprio “Brutto” in senso estetico: ma disprezzabile forse per questo?
Anche gli scatti di Giacomo Pegoiani erano generosi di croci. Uno era “Perù”: due tozzi pali incrociati e vestiti di panno, ai piedi dei quali una peruviana lavorava la lana. “Religiosità Ladina” rappresentava invece un’edicola intitolata alla Madonna, in montagna. La scritta ladina “Mare de misericordia” suonava significativa, nella sua ambiguità. A Norcia, il crollo di un edificio aveva risparmiato un’immagine sacra.
Giancarlo Pini mostrava come un verdeggiante prato montano fosse un luogo degnissimo per celebrare l’Assunta. Poi, altri madonnari e le “Sorelle” velate di un convento; i “Riflessi in Val di Funes” mostravano un campanile “catturato” da una grata, in un paesaggio.
Silvio Lamponi documentava una Via Crucis vivente. In “Preghiere”, aveva trasformato un errore (una foto sfocata di un altare mariano) in un lampo di genio: i serpentelli di luce che percorrevano la visione sembravano proprio la materializzazione di vibranti orazioni. La serie continuava con un monastero tibetano, un tempio cinese, donne asiatiche che reggevano una sorta di rosario, una prosternazione nel Sahara e alcuni sacelli a Katmandu.
Costanzo Lini aveva ritratto una “Deposizione” fra vetrate gotiche e una processione a Favignana; faceva sorridere con un “Presepe di zucche”.
Nik Putignano mostrava Piazza San Pietro in attesa del Papa e una croce nei luoghi della Grande Guerra. Manerbiesissimo era “Il silenzio delle campane”: ovvero, le nostre campane appena restaurate.
Damiano Putignano concludeva la mostra in bellezza. Le “Sepolture mussulmane” erano un paesaggio di terra rossa. “Sui muri di pietra”, comparivano le immagini devozionali di paeselli. Prevalevano, nei suoi scatti, altari cristiani, processioni, cappelle votive nella natura, paesaggi di montagna e rappresentazioni della Passione: i segni più cari a molti manerbiesi. Per quanto il bisogno umano di rapportarsi con l’universo sia il medesimo ovunque, ciascuno riconosce i simboli che lo fanno sentire “a casa”.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 126 (novembre 2017), p. 8.

lunedì 20 novembre 2017

La voce dell'organo

Lina Uinskyte e organo Amati Manerbio
La violinista Lina Uinskyte
e l'organo Amati di Manerbio.
Più volte, le cronache manerbiesi l’hanno annunciato: la parrocchia di San Lorenzo Martire intendeva restaurare l’organo della pieve, danneggiato da un incendio il 31 maggio 1989. L’intenzione è ormai divenuta realtà. Dall’1 al 15 ottobre 2017, hanno avuto luogo i concerti inaugurali, in cui è stato protagonista l’organo “Angelo Amati 1856”. Della vicissitudine, ha volentieri parlato Giuseppe Migliorati: organista per passione e coordinatore della commissione parrocchiale che si è occupata del restauro. Ha spiegato, innanzitutto, le differenze fra lo strumento firmato “Amati” (casa organaria pavese) e quello che fu colpito dal famoso incendio. «Tra il 1940 e il 1949, l’organo è stato riformato: nel presbiterio, sono state poste due tastiere ed è stata aggiunta la trasmissione elettrica. La parte meccanica in cantoria era stata rimossa. Il nuovo strumento si componeva così di due parti: l’organo Amati e quello aggiunto dalla casa organaria Pedrini. Sotto quest’ultimo, è avvenuto l’incendio. Per più di vent’anni, è stato abbandonato. Poi, nel 2010, si è posta la questione: ricostruire l’organo Pedrini bruciato? O l’Amati, di cui erano rimasti i materiali? Per via di insistenze istituzionali, è stata scelta la ricostruzione filologica: ovvero, riportare in vita l’organo del 1856, non quello degli anni ’40». Sempre secondo Migliorati, i fondi sono giunti sia da privati che dall’8x1000. Essi sono stati esplicitamente raccolti per il restauro e sarebbero stati versati su un conto corrente apposito. Il restauro è stato affidato a Giani Casa d’Organi. Per altri dettagli, è disponibile il sito http://organomanerbio.com/ .
            Le serate di concerti, come abbiamo accennato, sono cominciate il 1 ottobre 2017. Il maestro organaro Daniele Giani ha presentato i lavori di ricostruzione eseguiti dalla sua casa. Sono seguite la benedizione dell’organo e la lezione concerto di Alessandro Casari (N. 1969, vive a Pilzone d’Iseo). È diplomato in pianoforte, musica corale e direzione di coro, clavicembalo e canto lirico. Dal 1996 al 2003, ha diretto il Centro Musicale dell’Università Cattolica di Brescia; presso quest’ultimo, ha pubblicato “I tesori della musica sacra bresciana”. Il repertorio che ha suonato durante l’inaugurazione comprendeva in buona parte brani italiani, ma anche di Alexandre Guilmant (“Marcia nella tonalità gregoriana”, 1850), John Stanley (“Preludio”, 1770), Louis-Claude Daquin (“Noël”, 1755). La datazione dei pezzi in programma spaziava dal 1690 al 1850; non tutti erano originariamente pensati per organo.
duo Ruggeri Uinskyte
L’organista Marco Ruggeri e
la violinista Lina Uinskyte. 
            Il 6 ottobre, si è esibita invece Susanna Soffiantini (N. Manerbio, 1993). Si è diplomata presso il Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia col massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore. Ha svolto all’estero corsi di perfezionamento; ha studiato a Linz, nell’ambito del progetto Erasmus e ha ottenuto riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali. Svolge una regolare attività concertistica ed è stata lei stessa insegnante d’organo. Il suo programma ha fatto un leggero salto temporale in avanti, rispetto a quello di Casari, arrivando fino a M.E. Bossi (1861-1925) e al suo “Scherzo in sol minore”. Erano comprese composizioni di personaggi celeberrimi, come W.A. Mozart (1756-1791) e F. J. Haydn (1732-1809). 
            Dal 7 al 9 ottobre, l’organo ha animato le celebrazioni in onore della Madonna del Rosario. La sera del 15, si è esibito un duo: la violinista Lina Uinskyte e l’organista Marco Ruggeri. Il duo si è costituito nel 2012 e si è esibito in importanti rassegne italiane e straniere. Ha ottenuto riconoscimenti di critica da parte di Radio Classica e della rivista “Amadeus”. A Manerbio, hanno alternato brani sacri a quelli profani, fra cui “L’autunno”, dalle celeberrime “Stagioni” di A. Vivaldi (1678-1741). Certamente, ben più di quattro stagioni di vita si augurano alla nuova voce dell’organo Amati.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 126 (novembre 2017), p. 6.