mercoledì 30 marzo 2016

Vincenzo Calò parla di Roberta Calce

Roberta Calce – Sottosopra (La Caravella Editrice)

Ecco una poetessa solidale, che riesce a spuntare a sorpresa per rigenerare dei sentimenti, conoscendo i propri limiti per riderci sopra, a tal punto da poter considerarla inimitabile, vera. 


A fronte delle condanne che il genere umano sollecita da sé, dovendo piuttosto stare a stretto contatto per vivere amorevolmente.

Il desiderio di ridare il giusto significato a tutto ciò che si vede, assistendo da perfetti innocenti, daccapo, al film della propria esistenza, batte dentro Roberta Calce; una donna che ha la fortuna, subito l’inganno morale, di ricevere del sano conforto, svincolandosi dalle riflessioni quotidiane che di contro scaturiscono da una sorta di autorevolezza irrispettosa, che in fondo chiunque non è in grado di determinare.

Come nella più fitta vegetazione, Roberta si muove eternamente ispirata, seguendo la retta via riconoscibile da un riferimento in carne e ossa, purché lei mantenga fede liberamente agli spazi che si crea.

Qualsiasi difficoltà va approfondita per ritenersi pronti a sognare i soliti preziosi regali, quelli di una volontà da svecchiare.

Il tentativo reciproco di cogliersi rimescolando la ragione nutre la sensibilità del fanciullino che serbiamo da grandi, depura rivestimenti passionali per lo spirito ammutolitosi in modo caotico, a causa di uno e più conflitti evitabilissimi, abbandonabili nei vuoti d’ambizione oramai sanciti.

La Calce attorciglierà il segreto della poesia per l’immacolata ricchezza che la persona a lei cara fatica a contenere, scansando, quando si sta insieme, la rigidità e il fascino che, privi dell’erotica forma, si spendono per un elemento indissolubile ma reso futile; conquistabile in un atto spontaneo, crudele, che si cerca infine di stemperare delicatamente.

La poetessa si raffigura evitando d’intralciare il sereno che volge di solito, come a toccare corde emozionali, evidenziabili se i bersagli comuni la smettono di confonderci le idee; con una vista così possente d’animare il prossimo, ma riconoscendo di dover compensare al massimo una confidenza inascoltata.

Colpevole d’aver dato il cuore, Roberta si sente dentro l’intento, dell’amato, di costituire tramite ambigue banalità un dolore lacrimoso ma decisivo per il destino di una coppia; mentre la pelle sembra confessare rischiose attrazioni, ancor prima di donarsi fatalmente al moto degli eventi ch’è così furtivo, seccante addirittura la mente.

Sotto il maltempo che s’intensifica coinvolgendo il rimpianto che gli occhi non trattengono, non ha senso separarsi nel profondo; alla poetessa non le resta che attendere il sussulto del sentimento dall’altra parte, come a sovrastare per giunta l’inabilità dell’oggi, fatta di appelli amari e privi d’entusiasmo, che coincidono più che bene.

La Calce ammette comunque che, grazie alla sua metà, non verrà mai meno, invitando ad assaporare il buono che pulsa in lei, anche se tuona la difficoltà di concepire il bene immateriale, come se immerso e dimenticato nella predominanza dell’apparire.

Tornare in auge concependo parole soavi che resistano alle tendenze moderne, beh, non ha a che fare con un insulto, e d’altronde si prova davvero piacere nell’intimo, argomentandolo sotto trasparenti imposizioni… invece il sesso desta tormento, e non resta che divertirsi alla faccia di coloro che deridono il di-verso.

Indumenti consumati svaniscono nelle nudità dovute, quando d’altro canto una sconfitta per l’uomo consiste nell’accettare delle debolezze di principio, magari dopo aver fatto credere chissà cosa, con una leggerezza tale da non intenderla al restringimento della coscienza.

Se poi l’altrove si manifesta allora non puoi che ricavare energia positiva; nonostante il tempo che passa dando adito a una furberia per cui serve ricordarsi in extremis delle responsabilità prese per garantirle, con della persuasione che lasci il segno nella memoria, al momento di godere come degli eremiti.

Ogni cosa si conclude sussurrando della complicità, purché si abbia la forza di rivedere e lucidare atteggiamenti di facciata, con la paura di perdere chi si ha affianco.

Ci pungiamo d’incanto per della concretezza da saldare, con della foga tracotante mista all’incertezza che rincresce, avendo di che pregare per della luce che si sprigioni, senza vergogna alcuna.

La sconcezza sta nell’essere passivi al genio incamerato, infatti ne va compresa la presenza pazientemente, in mezzo a delle fatalità che son scadute non avendo risolto la sincerità per ogni evenienza.

Pertanto il malessere sortisce piacere; seppur riproponga inoltre immagini di piccole creature scalze che proseguono, senza importarsene dell’impossibilità sin da subito di mordere, avanti con l’età immeritatamente, piene di sé per avere in pugno meno di un euro, di una desolazione a dir poco esauriente.

La poetessa sostanzialmente riesce a descrivere tratti fisici, devastazioni sancite proprio dalla massa, come a scandire l’urgenza di pensare che si è strumenti in esclusiva, offuscata dalla vita da fermare per impreziosire, a costo d’intuire nulla da ingrandire di per sé; volendo agire d’istinto, serenamente; avventurarsi con la navigazione delle paure, divorata già dall’umano rapporto.

Una corrente d’aria giunge allietando la poetessa per una favola che riprende, nonostante l’incontrollata foga sentimentalmente tralasciata, tanto da distruggerne il bisogno di floreale essenza, con sincera crudeltà.

In solitudine Roberta scruta il niente, intervallato al massimo da suoni di passiva comunicazione, per una forma di memoria rischiarante al nuovo sorgere del sole.

Lo stupore vagheggia preda del momento opportuno, l’osservazione s’immobilizza per ridestare quest’ultimo, su cui concentrarsi, anche col tagliente riferimento espresso da una madre di famiglia.

Occorre uscire fuori dai rifiuti fisiologici per ripristinare purezza rinunciando sul serio a chi si approfitta di noi, privo di quella sensibilità che serve per ricreare l’incanto di un sentimento per esteso.

Cavità minuscole, invisibili, volgono al pregio, ora che abbiamo a che fare negativamente, principalmente, con l’emarginazione, la sottomissione voluta verificando gli attributi maschili.

La sorte viene fissata dopo una bevuta rigenerante, non ci capacitiamo coscientemente, mentre il tempo scorre indifferente.

La Calce si leva dalla pelle la sabbia di un atteggiamento di facciata per provare il piacere di vivere passando sopra l’inciviltà che le ha fatto male, travolta piuttosto dall’ottimismo scorto in almeno un essere vivente, umano.

La solidarietà le ritorna prepotentemente, in una richiesta da completare nutrendo il suo isolamento con l’amore per il Prossimo, rimasto incagliato tra atti di fede non spontanei, come ad attendere all’aperto che il proprio respiro si ritempri, senza sprecarlo.

Se dotati d’indirizzi esclusivi, allora si rinasce per salvarsi dalla morte: trattasi di ambizioni indomabili per speranze caotiche, movimentate, che contengono l’infinitesima maledizione.

La poetessa invita il partner a contribuire all’imperturbabilità di un legame, con una voglia dilagante che la indurrebbe a scatenarsi in un riparo fatto su misura d’uomo, piacevole, gustando delle debolezze purché rilanciate con energica passione.

“Esplodendo nell’ombra del tuo desiderio”.

Una specie di sconforto procacciatore di rivendicazioni la tormenta; Roberta resta sorpresa e priva di forze dinanzi al gagliardo contorno che minimizza la raffigurazione della più recente distensione di una persona per lei speciale in fondo, che andrebbe premiata volendole praticamente più che bene se ciò fosse possibile.

Purtroppo niente colma la realtà, sapendo che la depressione è una brutta bestia, ma che in fondo molti soffrono maggiormente, quindi vale la pena farsi intercettare e lasciarsi benedire quotidianamente, al risveglio.

E’ duro constatare che i perdenti s’incattiviscono, eppure si deve proseguire in grande stile per non cadere nel rancore.

Desiderosa delle proprie capacità - da rivitalizzare in luoghi fidati, ossia delimitati da ferite carnali, sanate - la stanchezza dipende dall’atto d’amore, da cui però ne consegue la contemplazione della felicità, l’innalzamento di una fisicità maschile a ricoprire fedelmente quella femminile, che permette lo sbocciare di gemme primaverili, folli, con un cronometro sempre incalzante, ad annullare i contatti fatali.

E’ fantastico secondo la Calce cogliere l’uomo in balia del suo senso di trasporto, portatore d’illusioni fuori dal comune per una soddisfazione non avente eguali, per cui fremere tutti dacché mentalmente attratti, oltre che realmente posseduti; giustappunto per svettare in un battito di pensiero, come donna.

“Tu sei un uomo mentre io una sognatrice”.

Al momento che l’agonia traspare in generale, il minimo cenno d’intesa del suo uomo fa capitolare la poetessa, nella pelle viscida e rivoluzionaria di un disegno divino che le comporta lo scorrimento di distese a perdita d’occhio, dettate da una fisicità d’insieme affogata e satolla.

Inoltre, sulla gioventù andata puoi rosicare per un tale che ti ha fatto perdere stupidamente la testa, con un furore tendente all’armonico, singolare biasimo, che ti ha magari relegato a sopportare il fracasso derivabile dal mutismo emotivo.

Per credere in se stessi non bisogna eccedere, bensì affidarsi al cammino dell’età, a costo d’insaporire un tozzo di spirito col brodo che si ottiene aspettando un’illuminazione.

Candidi sono i cattivi pensieri che perciò addolorano, quando è buio ma l’altrove ti rapisce riuscendo a scovarti nel bel mezzo di un reprimibile arcano. 


La selezione dei versi in questo caso dipende da una graduatoria personale, grazie alla quale si rilevano i più interessanti secondo i lettori “storici” (tra questi, i visitatori incalliti di www.poesieincalce.com ch’è uno dei pochi se non l’unico sito letterario nel web perlustrabile dagl’ipovedenti), degni di un’anteprima (merito di Jacopo Uccelli).

Senza dimenticare le preziose collaborazioni di Federica Angelucci, che da fotografa esperta qual è ha lavorato seriamente per sviluppare prontamente il miglior scatto nel quale si possa identificare l’autrice del libro; e di Elisabetta Ligaboi, che ha ideato la copertina con sagacia creativa, in maniera informale, ritrovandosi con la Calce dopo tantissimo tempo.

Infine, ma non per ultimo ovviamente, Roberta ringrazia il grande Maurizio Mattioli che le ha scritto la prefazione, personalmente e a nome delle anime più deboli che usufruiranno del guadagno ottenuto con le vendite di quest’opera letteraria.

                                                                                                                    Vincenzo Calò





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