mercoledì 9 marzo 2016

Lo specchio inverso

Misteri, tesori dei Templari, addirittura tracce per ritrovare il Graal: tutto questo è stato attribuito a quel fazzoletto di terra vicino ai Pirenei francesi che è Rennes-le-Château. Lasceremo perdere, in questa sede, le “certezze” di Dan Brown e Margaret Starbird, per concentrarci sulle ricerche in loco di Giorgio Baietti. Come mostra lo scrittore nel romanzo Buio come il vetro (Bologna 2015, Minerva Edizioni), il mistero di Rennes-le-Château ha propaggini in Italia. Lo prova l’ormai introvabile saggio dello stesso autore: Lo specchio inverso. Da Rennes-le-Château all’Italia (Torino 2007, Edizioni L’Età dell’Acquario). 

            Il paesello è famoso per via di Bérenger Saunière, che ne fu parroco dal 1885 al 1917, anno della sua morte. Al proprio arrivo, il sacerdote trovò la chiesa di Santa Maddalena in pessimo stato. Nel 1886, cominciò la ristrutturazione. Dal 1891, l’arciprete si dilettò anche di riempire l’edificio d’iscrizioni, fra cui la famosissima TERRIBILIS EST LOCUS ISTE (= “Questo luogo è terribile”, Gn 28, 17). A sottolineare il concetto, oltre la soglia, si trova la statua del demone Asmodeo. È una figura tratta dal biblico Libro di Tobia, dove il protagonista, accompagnato dall’arcangelo Raffaele, deve compiere un viaggio con finalità salvifiche. Asmodeo è il principale nemico da sconfiggere. Così scrive Baietti: “Il nome deriva dall’iranico Aeshma deva che significa demonio dell’ira ed è sinonimo della malvagia potenza diabolica. […] nella chiesa di Rennes non vi sono catene a tenerlo imprigionato, e il demone è libero di lasciarci alcune indicazioni. La sua mano sinistra è aperta sul ginocchio destro, forse per sottolineare l’unione cinque-ginocchio, che in francese, cinq-genou, si pronuncia quasi come saint Genou, monaco francese del III secolo che è ricordato sul calendario alla fatidica data del 17 gennaio. […] la statua presenta altre particolarità, come il seno che non è al posto dove generalmente si dovrebbe trovare […] la mano sinistra che è chiusa, come se dovesse stringere un bastone invisibile oppure indicare un cerchio […]  è seduto ma gli manca la sedia su cui appoggiarsi. […] la sedia mancante, o meglio la poltrona, è una roccia denominata, appunto, Poltrona del diavolo […] A pochi metri sgorga una polla d’acqua che è denominata «Sorgente del cerchio» e, sempre nell’arco di una distanza minima, troviamo un «Sein du diable» e la «Pierre du pain», roccia su cui è impressa un’impronta di cinque dita che la tradizione locale ha battezzato «Mano del diavolo». Quello che, però, colpiva maggiormente di questa statua inquietante erano gli occhi: blu, intensi, bellissimi e strabici.” (pp. 114-115). Nel 1996, una mano ignota ha staccato di netto la testa e il braccio destro di Asmodeo. La modalità dell’azione esclude il casuale vandalismo.
A un destino simile andò incontro il Cristo che sorgeva su un declivio nel villaggio di Antugnac, parrocchia che Saunière resse ad interim per un anno. Quella statua funzionava come testimone solare; la sigla geometrica rappresentata sulla sua mano destra era presente anche a Blanchefort, sulla “Poltrona del diavolo” sopra Rennes-les-Bains e sul Monte Bugarach, ove lo sguardo del Cristo si rivolgeva.
            Durante la ristrutturazione della chiesa, Saunière scoprì infine una lastra, detta “Dalle des chevaliers”, che chiudeva l’ingresso alla cripta dei signori di Rennes-le-Château. Dietro di essa, furono rinvenuti un’anfora e alcuni oggetti luccicanti, che il parroco non lasciò vedere ai muratori. Questa scena ricorda quello che era avvenuto nel 1826: nel villaggio di Rivels, due operai avevano ritrovato casualmente un’anfora simile ripiena di pezzi d’oro. Fatto sta che, da allora, Saunière divenne famoso per la prodigalità. In particolare, edificò Villa Betania, sede di feste con ospiti illustri, e una torre neogotica detta Torre Magdala. La prima fu palesemente modellata sulla casa dove Estelle Faguette, a Pellevoisin, ricevette quindici apparizioni mariane nel l876. Ma Saunière, nel 1891, rese omaggio anche a quelle più celebri di Lourdes: fece costruire un calvario per la preghiera. Durante l’inaugurazione del medesimo, fu posta una statua della Madonna su un pilastro visigoto che sorreggeva il vecchio altare della chiesa. Detto pilastro era stato capovolto per volontà del parroco e coperto di scritte. E il rovesciamento (lo “specchio inverso”) è la cifra dei simboli, in questa terra. 
Nicolas Poussin, "I pastori d'Arcadia", 1639.
            Altre stranezze dell’arciprete erano le incessanti ricerche nel cimitero, insieme alla fida perpetua Marie Dénarnaud. A Rennes-le-Château, si ricevono più informazioni dai morti che dai vivi - dice Baietti. Almeno, laddove le tracce non sono state asportate, come nel caso di Asmodeo. In particolare, è interessante la lapide sulla tomba della marchesa Marie de Negri d’Hautpoul de Blanchefort (deceduta il 17 gennaio 1781). Essa riporta, fra altre, l’iscrizione Et in Arcadia ego: la stessa che ha reso famoso il dipinto I pastori d’Arcadia di Nicolas Poussin (1594-1665). Una composizione che si presta bene a essere rovesciata specularmente, cosa che fece Bernard Picat in un’incisione, alla fine del XVII sec.: “forse perché è attraverso uno specchio che si vede la migliore prospettiva” (p. 57). Nella prima versione (fine anni ’20 del ‘600), una pastorella mostra la coscia destra, come l’insolito San Rocco nella chiesa di Rennes-le-Château. Alfeo, il signore delle acque, volge le spalle allo spettatore. “Alcuni critici hanno visto in questo particolare un chiaro messaggio esoterico […] tenendo presente l’importanza che assume in questo contesto l’acqua che scorre sottoterra, quale simbolo inequivocabile di una conoscenza perduta e che riaffiora solo per «dissetare» gli iniziati” (p. 57). Dietro la “D” dell’iscrizione tombale, s’intravede una croce. Nella seconda versione del 1639, scompaiono sia la pastorella che Alfeo. Rimane il motto latino, ma l’attenzione si sposta dalla “D” alla “R”, indicata dal dito di un pastore. “A livello cabalistico, la D è legata alla delta greca e alla dalet ebraica; quest’ultima era strettamente connessa al pianeta Giove e al numero 4” (p. 58). La citazione di Paola Santucci presente nelle pagine di Baietti identifica Giove con l’aria, con lo spiritus mundi che dà vita all’universo. La “R”, invece, simboleggerebbe Saturno e la testa dell’uomo, forse “il «caput mortuum» o l’intrigante «testa barbuta» venerata dai Templari?” (p. 59). L’autore cita uno studio di Franco Baldini che vede in questa lettera un richiamo fonico all’aria, nonché una retrodatazione delle tradizioni spirituali arcadiche: l’arrivo del culto di Iside anche laggiù. Sulla tomba della marchesa suddetta, le terminazioni delle parole latine ripetono due volte “IS-IS”, infatti. “In quel punto [= di fronte alla Torre Magdala] era stata trovata una statuetta di Iside e sulla collina di fronte […] era venuto alla luce un manufatto analogo, ma con le fattezze di Osiride” (p. 147). Quanto alla “testa dell’uomo”, Baietti menziona - qualche pagina prima - il “Cap de l’homme”, la roccia in cui il parroco di Rennes-les-Bains (non lontano dall’altro Rennes) rinvenne una testa in pietra. Sulla sua nuca, era inciso il quadrato palindromico del Sator. La seconda versione de I pastori d’Arcadia, per di più, mostra un paesaggio assai simile a quello di Rennes-le-Château. 
           
Per quanto riguarda il già nominato 17 gennaio, è una data ricorrente, negli eventi salienti di questo misterioso paese. In particolar modo, è il giorno in cui le vetrate della sua chiesa danno vita a un gioco di luci caratteristico: la comparsa di un melo, detto “albero delle mele blu”. 
            E Baietti non si ferma a questo paesello. Ne elenca altri, tutti di quest’area detta Razès, menzionata sette volte anche da Nostradamus (1503-1566) nelle celebri Centurie astrologiche (1550-66) . Le loro chiese presentano una tendenza alle iconografie insolite, in particolare all’insegna del rovesciamento: capovolgimento dell’ “N” dell’iscrizione “INRI”, dell’ordine usuale delle Stazioni. Particolarmente interessante è Notre Dame de Marceille, per via della sua Madonna Nera miracolosa e dell’annessa sorgente d’acqua benefica. Nel 1793, questa Madonna scomparve. Fu ritrovata a casa del priore dei Penitenti blu, il cui motto era quel “Pénitence, pénitence” che Saunière farà iscrivere sul pilastro rovesciato destinato a reggere la sua Madonna. L’abbinamento Vergine Maria - acqua miracolosa non fa pensare solo a Lourdes, ma anche all’etimologia celtica di “Marceille”: to mar, “guastare, danneggiare”; to seel, “chiudere gli occhi” (cfr. p. 180). Le guarigioni di quella fonte, infatti, riguardano perlopiù malattie della vista.
            Il “ponte ideale” fra Rennes-le-Château e l’Italia è da ricercare ad Altare, in provincia di Savona. Anche qui, il protagonista fu un parroco, Giuseppe Giovanni Bertolotti (1842-1931). Anch’egli poté permettersi spese favolose, a partire dal 1875. Come nella chiesa di Rennes-le-Château, le Stazioni sono in ordine inverso ed è presente una statua di San Rocco che mostra la gamba destra. Tanto quanto Saunière, Bertolotti rifiutò d’abbandonare, per qualunque ragione, la parrocchia che pareva custodire il suo “tesoro”. I legami di Altare con la Francia sono evidenti anche grazie ai finanziamenti che giunsero al paesello dal 1898 fino alla morte dell’arciprete.
            La “specificità spirituale” del meridione francese affonda le radici nel Medioevo. L’area di Rennes-le-Château e dintorni è, infatti, quel “Pays Cathare” dove si affermò il movimento sincretistico dei Catari o Albigesi (XII-XIII sec.). La marchesa de Blanchefort, per l’appunto. discendeva dalla famiglia che aveva ereditato l’ex-castello cataro che diede il nome a Rennes-le-Château. Era imparentata anche con il ceppo di Bertrand de Blanchefort, Gran Maestro dei Cavalieri Templari.
            Questo articolo è un riassunto per nulla esauriente delle ricerche di Giorgio Baietti. È praticamente impossibile dire in poche pagine tutto quello che il Razès riporta nel proprio “cifrario”. E, sul mistero di Rennes-le-Château, possiamo dire con Baietti: “Com’è difficile trovare un modo originale per scrivere la parola fine”.

Pubblicato su Uqbar Love, N. 174 (10 marzo 2016), pp. 22-24.

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