giovedì 31 marzo 2016

Il viaggio di san Brandano

Le voyage de Saint Brendan (“Il viaggio di San Brandano”) è un poemetto anglonormanno, databile all’inizio del XII secolo. È il volgarizzamento della Navigatio sancti Brendani (VIII sec. circa). Il poeta Benedeit, nel riadattare quell’opera nata in ambiente monastico, pensa al palato di una corte. Insiste sul lusso favoloso dei luoghi e sulle avventure, riducendo leggermente gli aspetti devozionali. Ma, anche in questo modo, il poemetto resta un documento del modo in cui si cristianizzò l’Irlanda.
            Il genere a cui esso si richiama, infatti, è quello degli immrama ( = navigazioni), narrazioni tipiche della letteratura celtica che ruotavano attorno a un viaggio per mare, solitamente alla ricerca dell’Altro Mondo. L’abate Brandano, per l’appunto, si dirige verso il Paradiso Terrestre. Né la sua avventura è senza rimandi storici. Una pratica tipica dei primi monaci irlandesi era l’ailithre o peregrinatio (pro Dei amore): s’imbarcavano su navi prive di remi o timone, con pochissime provviste, e si abbandonavano alla corrente come alla volontà divina. Fu così che le isolette dei mari britannici si popolarono di anacoreti. Anche la famosa Avalon non è priva di richiami all’Aldilà celtico e a questi eremi. 

            La ricca sopravvivenza della cultura precedente all’interno del cristianesimo irlandese è dovuta alla transizione pacifica dalle antiche religioni a quella “nuova”. L’evangelizzatore San Patrizio, nel V secolo, poté contare sul modo in cui il clero precristiano era organizzato: ai druidi, massime autorità sacerdotali, era sottoposto l’ordine sacerdotale dei filid. Questi trovarono la propria autonomia convertendosi e divenendo abati. Non per questo persero il patrimonio mitologico di cui erano depositari. Anzi, esso fu messo per iscritto proprio negli scriptoria monastici. La dea madre Brig divenne santa Brigida d’Irlanda e ne conservò anche i simboli: il fuoco e il cigno.
A una “cristianizzazione morbida” furono sottoposti anche i simboli religiosi. Così nacque, per esempio, la famosa croce celtica. È davvero un’ironia della sorte che, in Italia, questo segno di sincretismo e pacifica transizione culturale sia percepito come un simbolo d’intolleranza.
            Per tornare alla trama del nostro poemetto, essa può essere così riassunta. L’abate irlandese Brandano ha un forte desiderio di visitare il Paradiso Terrestre. Domanda per questo la benedizione divina; ottenutala, s’imbarca con un gruppo selezionato di monaci. All’ultimo momento, tre ferventi confratelli supplicano di essere aggiunti all’impresa. Ma ciò costerà loro un’infausta sorte.
            I monaci vanno così incontro a peripezie all’insegna del romanzesco e del provvidenziale: castelli lussuosissimi ma disabitati, isole mobili che si rivelano grandi pesci, mostri marini e di terra, porti naturali fatti apposta per la loro nave, messaggeri che risolvono ogni cosa, angeli. Non manca l’aspetto “dantesco”: la nave di san Brandano attraversa l’Inferno, coi suoi mostruosi diavoli e con gli articolati supplizi che spettano a Giuda Iscariota. Nonostante la propria profonda dannazione, questi chiede all’abate di impetrargli la tregua d’una notte e la devozione del santo gliela ottiene.
            Il Paradiso Terrestre è di una bellezza davvero terrestre, fatta di alberi e fiori, frutti e aromi, oro e pietre preziose, clima primaverile.
            Il viaggio d’andata dura sette anni; quello di ritorno, per grazia divina, solo tre mesi. Alla propria morte - afferma il poeta - Brandano “ritorna”. Non c’è così distinzione fra il Paradiso terrestre e quello celeste.
            Il poemetto è un viaggio attraverso le allegorie e i suoi pericoli sono soprattutto spirituali: nel castello ricco e disabitato, i monaci apprendono una lezione di autocontrollo e sobrietà; davanti alla paura dei mostri marini, imparano a scacciare la vigliaccheria e a non nascondere la fede. Ma è anche un anticipo dei romanzi cavallereschi, letteratura di corte piena d’avventure per amore del meraviglioso in sé. Né è una vicenda soltanto medievale. Il buon Brandano, secondo la leggenda, sarebbe nato in Irlanda alla fine del V secolo: si chiamava Mobi, soprannominato Broen Finn (Bianca Rugiada), a causa dell’aurora boreale che avrebbe accompagnato la sua nascita. Mobi, il colore bianco, un pesce insidioso e grande come una balena… Non serve molto altro per pensare a Moby Dick.


Fonte: Benedeit, Il viaggio di San Brandano, a cura di Renata Bartoli e Fabrizio Cigni, Parma 1994, Nuova Pratiche Editrice. Testo originale a fronte.

Pubblicato su Uqbar Love, N. 177 (1 aprile 2016), pp. 29-30.

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