mercoledì 13 gennaio 2016

Sognando Kung-fu Panda

Ecco. L’ho fatto. Sono ufficialmente allieva della Lushaolong, scuola di kung-fu wushu. E, naturalmente, scordatevi Uma Thurman (anche se la mia maglietta da palestra è color “giallo Kill Bill”). La situazione è più da Kung-fu Panda. Ruolo che, peraltro, interpretai con gran sentimento, al mio primo anno di collegio. Era scritto nelle stelle.
            L’inizio è stato all’insegna dello scetticismo da parte di chi mi conosceva da una vita – e dubitava che io riuscissi a sollevar le gambe. Anche il ginocchio con un lungo curriculum nel campo delle distorsioni non aiutava. Comunque, il Fato non sopporta intralci. E, nella persona di due conoscenti, mi ha suggerito che avrei potuto assistere alle lezioni e provare, per farmi un’idea. La prima sera, ho coscienziosamente spiato dalla finestra. Rassicurata sul fatto che gli esercizi fossero cose immaginabili per gli umani, mi sono presentata all’istruttore. 
"Erica, sei sicura di quello che stai facendo?"
            Primo passo: kung-fu o tai chi? Ho sciolto il nodo di Gordio scegliendoli entrambi.
Secondo: la terminologia è in cinese («Ma è così facile da imparareeee…», secondo un mio compagno. Spiritoso!)
Terzo: anche gli allievi veterani sono più giovani di me.
Quarto: riesco a tirare calci, a saltare e a compiere torsioni senza distruggermi il famoso ginocchio. Almeno, dopo un riscaldamento di tutto rispetto.
Quinto: tenere sempre a terra i talloni, perché sono un punto molto sensibile. Ecco spiegate le leggende su Achille.
Sesto: ci sono cose che non si possono pagare. Per esempio, tornare a casa, mostrare alcuni esercizi e sentirmi dire da mia madre che “sembro proprio quelli dei film”. (Ma quanto dovevano essere brutti, ‘sti film?)
            Però, pare che il cinema commerciale non sia così irrilevante, nel far nascere l’interesse verso le arti marziali. «Grazie a Kung-fu Panda, i bambini si iscrivono in massa!» Già. Ha funzionato anche con me.
            E, ora, aspetto d’impersonare la donna delle pulizie, nel prologo della nostra commedia, verso la tarda primavera. («Ma… è una particina… così… da poco…» si preoccupava l’istruttore. Dopo essere stata “il Verme che Rode il Ricino”, nella vita del profeta Giona, dubito che qualche ruolo possa demoralizzarmi).

HAPPY ENDING



P.S. Una lunga, lunghissima pernacchia a chi mi aveva consigliato “di praticare, piuttosto, aerobica”.

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