martedì 5 gennaio 2016

La vergine di ferro - III, 6

Parte III: Il filo di Arianna



6.

Amedeo tentò di non pensare al numero di ore che dovevano essere trascorse. “Cerchiamo di non fare sciocchezze” si disse. “In fondo, non mi è andata troppo male, finora”.
            In effetti, eccezion fatta per quella corda che gli aveva segato i polsi in automobile, non aveva subito significativi maltrattamenti. Era stato bendato e condotto, dopo molti giri, su per una scala e attraverso diverse stanze. Infine, quando gli era stata restituita la luce, si era ritrovato un una polverosa biblioteca dai mobili scuri, col pavimento coperto da una moquette e un busto in gesso raffigurante una neoclassica Minerva. 

            Lì era rimasto per quelli che dovevano essere stati giorni. I servizi igienici annessi alla biblioteca toglievano necessità reali di condurlo fuori. Con lui, perennemente, rimaneva quel ragazzo biondiccio che l’aveva fissato minacciosamente in Borgo Ticino, al momento del suo sequestro. Gli si era presentato come “Raniero”. Amedeo non aveva visto altri. Anche se era certo di trovarsi in un luogo sotto il controllo del dottor Michele Ario, che l’aveva fatto salire sulla propria auto senza tanti complimenti. Conosceva bene il proprio rapitore. Il che avrebbe potuto essere una grande consolazione o un’enorme preoccupazione.
            Ario era stato capace di tramare la sepoltura – forse, la sepoltura in vita – della sua unica nipote. Ora, aveva recluso lui, perché aveva capito che l’aveva aiutata a fuggire dalla camera mortuaria del Policlinico. E si ritrovava in attesa di conseguenze imprevedibili. Decisamente, la consolazione non trovava troppo spazio, in tutto quello.
            Nilde non aveva ancora voluto svelargli i motivi dell’orribile punizione a cui era andata incontro. Forse, lui non avrebbe mai avuto modo di conoscerli. Si sedette su un sedile di velluto e si prese la testa fra le mani.
            Raniero prese un bicchierino di plastica e vi vuotò un po’ d’acqua da una brocca. «Bevi un goccio» disse al prigioniero.

[Continua]


Pubblicato su Uqbar Love, N. 165 (31 dicembre 2015), p. 40.

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