sabato 17 ottobre 2015

Orgoglio e pregiudizio, ovvero The Nightmare Before Christmas

Quando si parla di “pregiudizi”, si pensa al classico paesello di comari spettegolanti, incapaci di rinunciare alle idee cui sono affezionate da sempre. Ma ad abbattere quel genere di pregiudizi ci vuol poco, se si ha meno di trent’anni, si hanno interessi culturali e si vive nell’era del villaggio globale.
            Ben più difficile è liberarsi dai preconcetti elaborati durante gli studi universitari: la convinzione di essere destinati a un futuro eletto, di vedere più lontano rispetto a quei “bifolchi” che ci hanno cresciuto… di avere qualcosa da insegnare al “volgo profano”. I libri, i professori e gli amici fanno spesso di tutto per costruire intorno a questi pregiudizi una cattedrale difensiva: parole, parole e ancora parole, inanellate fra loro in modo da sembrare indistruttibili. Come testimoniano le leggende su Mago Merlino, le prigioni peggiori sono quelle d’aria. 

            Forse, la depressione post lauream e il periodo d’inoccupazione forzata sono una forma di benedizione… gli dèi provano coloro che amano. È quella la parentesi in cui si è obbligati a tagliarsi la cresta e a confrontarsi con la realtà. I “bifolchi” diventano una fonte di aiuto materiale e psicologico. Il “paesello” è il primo a offrire le opportunità di mettersi in vista e guadagnare qualche soldo, facendo ciò che si ama. E il mito della propria superiorità crolla, duramente, ma felicemente.
            Una bella lezione per chi, come me, ha vissuto l’ultimo anno di università come fosse il Nightmare Before Christmas. La trama è piuttosto nota a tutti gli amanti di Tim Burton: Jack Skellington, re di Halloween e artista carismatico, si sente stanco di se stesso e del proprio mondo. La curiosità lo porta a scoprire un universo completamente diverso: quello del Natale. Jack se ne innamora. E, pur di imitare quella novità ammaliante, distorce il Natale e se stesso, fino alla catastrofe finale.
            Nonostante ciò, quell’errore non è inutile. Si rivela un passaggio necessario per liberarsi del male di vivere. Lo shock fa morire e risorgere l’artista stanco. Torna alla vita di prima, ma non come prima. È divenuto consapevole della propria specificità, del proprio ingenium: ovvero, di ciò che è nato con lui.
            Anche alla sottoscritta, giocare il ruolo dell’intellettuale sofisticata e tutta d’un pezzo non ha fatto completamente male. Ho sperimentato fino a che punto potevo negare i miei veri sentimenti e la mia situazione sociale o familiare (un nucleo solido di piccoli commercianti ed ex-contadini, in una città di piccole dimensioni). Casomai ce ne fosse bisogno, ho capito che non potevo continuare a fuggirla per essere ammirata dai miei amici laureati. Essi vantavano l’ “indipendenza”, la scaltrezza, l’autoaffermazione, senza tener conto del fatto che dovevano ciò che avevano anche a una buona dose di fortuna, o alla condiscendenza di coloro che li amavano. Spesso, provenivano semplicemente da una famiglia allo stesso tempo più abbiente e più assente della mia. (Il colmo della comicità involontaria è stata sentirmi accusare di immobilismo da gente che non aveva avuto bisogno di spostare le natiche nemmeno per andare all’università, che aveva ogni genere di servizi sotto casa e che calcolava ogni viaggio come fosse uno tratto in metropolitana. Gente del genere prova così tanto disprezzo o paternalismo, verso chi non ha la pappa pronta come loro, da essere veramente pericolosa per chi non abbia un’autostima d’acciaio).
            Avevo trovato un mondo luccicante di libri, nuove conoscenze, piaceri, in una fase della mia vita in cui la precarietà futura mi spaventava… e mi spaventava, più di tutto, fare i conti con ciò che mi ero lasciata “indietro”. La mia dolcezza, la mia tendenza a coltivare gli affetti familiari, il mio desiderio d’imparare da chi aveva vissuto più a lungo o aveva una posizione istituzionale. L’amore per le persone semplici, che non s’imbarcavano in grandi discorsi, ma ascoltavano volentieri ciò che avevo da raccontare. La religione con cui ero entrata in crisi più per fattori esteriori che interiori, per le sollecitazioni opposte degli integralisti e degli scettici. Non volevo più essere “Erica la buona”, “Erica la brava ragazza”. Mi sentivo un mostro fuori posto nel mondo e volevo coltivare questa condizione. Anche perché ero orgogliosa della mia diversità, dell’essere arrabbiata contro tutto quello che era “piccoloborghese”. Le mie dichiarazioni di guerra mi attiravano l’ammirazione di persone sensibili, dotate, colte… superiori. A tale fase, risale l’esternazione del mio spirito dark. (Quella è rimasta, perché espressione di una sensibilità estetica autentica, manifestatasi già col primo “romanzo” scritto a 9-10 anni. Permanente è anche la mia adesione all’attivismo LGBT. Non sono d’accordo con la commercializzazione della procreazione o l’identitarismo su base sessuale – né lo sono mai stata. Trovo però che sia un notevole miglioramento, a livello sociale, vedere le persone come me sottratte alla prostituzione o alla doppia vita, per metter su casa e diventar persino buoni educatori. Se ciò richiede alcune revisioni a livello di diritto civile, ben venga. Qualche pezzo di carta è un prezzo da pochissimo, per il vantaggio che se ne trae.)
            Il fallimento dei miei “piani di fuga da me stessa” mi fece sbattere la faccia contro la realtà. Non ero cambiata. Avevo solo imparato a valorizzare alcuni lati “ignoti” di me stessa e a mettere in secondo piano gli altri. Avevo iper-nutrito quella pulsione all’autoaffermazione di cui ogni essere umano è portatore più o meno sano.
Anche se potrebbe sembrare propagandistico, è un dato di fatto che io debba l’uscita da quella trappola psichica alla meditazione zen, in buona parte. L’altra parte di merito è da ascriversi a chi mi è rimasto accanto, nonostante lo offendessi di continuo: i miei genitori in primo luogo, mai stanchi di sopportare le mie crisi depressive, le mie accuse e le mie urla; il mio confessore, disposto a trattare con me argomenti considerati “sensibili” come la mia sessualità e la mia militanza LGBT; il mio ex-fidanzato, che io strapazzai come “inadeguato”, nella fase di scioglimento del nostro legame; un altro mio caro amico, che non cessò di manifestarmi affezione, anche se lo trattavo da satanasso perché rappresentava un mondo al quale volevo contrappormi.

            Cosa sono, adesso? Non sono più un’adolescente ingenua, né un’universitaria piena di sé. Volontariamente, non mi do un nome. Ai nomi ci si affeziona sempre troppo, finché non prendono il posto di noi stessi. Mi limito a mettere nero su bianco ciò che ho vissuto, per riordinare la mia mente e offrire un eventuale spunto a chi legge. Il resto è silenzio.

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