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300 anni di devozione

La pieve di Manerbio compie trecento anni. Nel 1715, fu posta la sua prima pietra. Per festeggiare il compleanno, sono state organizzate visite guidate al Museo Civico e alla chiesa parrocchiale, oltre a conferenze. Il 9 ottobre 2015, il Teatro Civico “M. Bortolozzi” ha ascoltato gli interventi dell’ing. Sandro Guerrini e di don Livio Rota, docente di Storia della Chiesa presso il seminario di Brescia. Le loro competenze hanno permesso di approfondire l’aspetto artistico della pieve “S. Lorenzo Martire” e le motivazioni storiche della sua estetica. Moderava Umberto Scotuzzi, alla presenza del parroco don Tino Clementi. 

            L’ing. Guerrini ha esposto una serie di problematiche ancora aperte. “S. Lorenzo” sarebbe un’intitolazione atipica per una chiesa parrocchiale, pensabile più come nome di una diaconia. Un’ipotesi è che la pieve manerbiese fosse, inizialmente, dedicata all’Assunta.
La chiesa parrocchiale manerbiese si inserisce in una serie di luoghi sacri di gusto barocco che andavano fiorendo a Brescia e dintorni nello stesso periodo. I caratteri comuni erano la pianta a croce latina, la luminosità, la presenza di cupole e cupolette. L’ing. Guerrini ha sottolineato come la facciata, pur d’impianto neoclassico, risenta del gusto veneziano nel gioco di colori e nel “ricamo” di statue che la movimenta. La pianta a croce latina potrebbe essere un omaggio alla Chiesa del Gesù a Roma, essendo i Luzzago legati ai Gesuiti. Soprattutto, sottolinea l’altar maggiore, quello del Santissimo Sacramento e quello della Madonna del Rosario: riferimenti alla pietà eucaristica, contrapposta alle dottrine dei protestanti, e alla preghiera che avrebbe garantito la vittoria di Lepanto contro gli Ottomani.  È andato perduto il cimitero che affiancava la pieve.
            Le ragioni storiche di questa apertura di cantieri nel bresciano sono state esposte da don Livio Rota. La costruzione e l’ampliamento delle chiese parrocchiali non sarebbero stati dovuti a un aumento di popolazione, ma alle conseguenze del Concilio di Trento. La Controriforma mirava a unificare il luogo di culto e la comunità parrocchiale, dando la licenza di predicare al solo arciprete. I numerosi altari laterali – che rimangono tutt’oggi nella pieve – servivano a celebrare le cosiddette “Messe legatarie”, ovvero quelle richieste per testamento. La chiesa doveva anche essere il luogo in cui si esaltava l’Eucarestia, in contrapposizione ai vari insegnamenti protestanti. Le missioni popolari dei grandi ordini religiosi avevano poi bisogno di uno spazio di culto che fosse pomposo e scenografico, per colpire la fantasia dei parrocchiani. La chiesa doveva essere un luogo “altro”, l’ingresso nella liturgia celeste, l’uscita dal quotidiano per entrare in un mondo in cui ricchi e poveri si trovavano sullo stesso piano. L’abbondante iconografia relativa ai santi, all’Eucarestia e alla Vergine ribadiva i punti dottrinali confermati dal Concilio di Trento.

Paese Mio Manerbio, N. 101, ottobre 2015, p. 7.

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