venerdì 16 ottobre 2015

Misticismo cristiano e buddhista

Daisetz Teitaro Suzuki (1870 – 1966) fu professore di filosofia buddhista all’Università Otani di Kyoto ed è ricordato come l’esponente contemporaneo più autorevole del Buddhismo Zen. I suoi libri sono praticamente una lettura obbligata per chiunque s’interessi di mistica, anche cristiana. Per l’appunto, il testo di cui tratteremo s’intitola Misticismo cristiano e buddhista (Roma 1971, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore). È la traduzione italiana, a cura di M. Leoni, di: Misticism: Christian and Buddhist (New York 1957, Harper & Brothers). 

            È la vicenda di un “incontro impossibile”, quello fra Oriente e Occidente. Al giapponese Suzuki, le forme di spiritualità cristiane sembrano ripugnanti e irrazionali, a partire dal crocifisso, così lontano dalla serenità del Buddha. «In Occidente l’io individuale asserisce con forza se stesso. In Oriente non vi è io, è inesistente, e quindi non vi è io da crocifiggere» (p. 101); «In un certo senso la mente orientale non è incline a dare corpo alle cose. L’io relativo viene pertanto tranquillamente assorbito e incorporato nell’io trascendente…» (p. 102). L’idea alla base dell’Eucarestia (“mangiare la carne e bere il sangue”) gli è disgustosa. Nemmeno digerisce volentieri la “pesantezza” dei «parafernali mitologici» (p. 13) che del Cristianesimo sarebbero caratteristici (ovvero, le narrazioni della vita di Cristo, dell’Antico Testamento e delle vite dei santi). Però, Suzuki fa anche osservazioni interessanti sull’essenzialità dell’elemento irrazionale nelle religioni: «…in ogni religione esistono elementi che possono essere definiti irrazionali, e sono generalmente connessi con l’ardente desiderio d’amore che hanno gli uomini» (p. 13). Infatti, prosegue affermando che l’esperienza dell’illuminazione comprende l’amore fra le proprie costituenti: «Vi sono in essa più lacrime di quanto noi non si immagini» (ibid.). Più avanti, Suzuki cede dichiaratamente alla suggestione poetica della trasmigrazione, il trasferimento di un’anima in un altro corpo dopo la morte del precedente (cfr. p. 99). Sicuramente, è una dottrina che esprime in pieno l’atteggiamento buddhista verso il mondo: un’empatia verso tutti gli esseri, a prescindere dalla loro specie. Nell’elemento “poetico” o “mitologico”, si svela una concreta soluzione esistenziale, che condiziona le azioni – e che, quindi, non può essere trattata con leggerezza o sufficienza.
            Comunque, il punto d’incontro fra Cristianesimo e Buddhismo che D. T. Suzuki ritrova è una altro. È la mistica del domenicano Meister Eckhart (1260 – 1328). Per il maestro zen, i suoi sermoni furono una sorpresa e potrebbero esserlo per chiunque insista a incasellare le personalità religiose nel “modernismo razionalizzato” o nel “tradizionalismo conservatore”. «Egli procede nelle proprie esperienze, emergenti da una ricca e profonda personalità religiosa, esperienze che egli tenta di conciliare con il tipo storico del cristianesimo creato dalle leggende e dalla mitologia. Egli tenta di dare ad esse un significato “esoterico” o interiore…» (p. 10). 

            L’idea basilare di Eckhart è la seguente: «L’Essere è Dio… Dio e l’essere sono la stessa cosa – o Dio è posto in essere da un altro e allora non è Dio…» (p. 11). Il carattere apparentemente contorto delle considerazioni del domenicano viene dalla difficoltà di esprimere a parole qualcosa che non ha natura verbale: ovvero, quell’ “esperienza” di cui Suzuki parlava e che doveva costituire il fattore di attrazione della personalità di Eckhart sull’incolto uditorio. Questa difficoltà di esprimersi è sperimentata dai buddhisti zen, nel momento in cui vogliono superare (o far superare) le discriminazioni operate dalla mente speculativa. Non a caso, lo Zen si distingue per la forma espressiva del “paradosso”. «…esistono due fonti di conoscenza, due specie di esperienza o due forme di verità […] e se non le riconosciamo, non potremo mai risolvere il problema della contraddizione logica che, se espressa in parole, caratterizza tutte le esperienze religiose. […] Il linguaggio si è sviluppato dapprima ad uso di un primo tipo di conoscenza che era del tutto utilitaristico […] La sua autorità è tale che noi siamo giunti ad accettare qualsiasi cosa il linguaggio ci imponga. […] il linguaggio è giunto persino a sopprimere la verità delle nuove esperienze…» (p. 44). Le due forme di verità sono: quella relativa (legata alle esigenze pratiche di tutti i giorni) e quella trascendente (la visione intuitiva e immediata della Realtà nel suo complesso). Quest’ultima, in sanscrito, è detta prajñā. Suzuki la ritrova in Eckhart, quando parla della Trinità: «…l’amore con cui Egli (Dio) ama se stesso […] ‘Dio è una fontana che zampilla in se stessa’ come dice san Dionigi» (p. 36).
            Questa esperienza del divino porta il domenicano ad affermare che «Dio ha lasciato un piccolo punto in cui l’anima ritorna su se stessa, trova se stessa e si riconosce come creatura» (p. 62). «Il “piccolo punto” lasciato da Dio corrisponde a ciò che il buddhismo Zen chiamerebbe satori. Quando penetriamo in questo punto abbiamo un satori […] ed io sono certo che Eckhart ebbe un satori» riconosce Suzuki a p. 64.
            Questo è anche il punto in cui tutte le religioni si unificano: l’abbandono finale di credenze e dottrine, per accedere alla “presenza diretta” del “divino”.

Pubblicato su Uqbar Love, N. 154 (15 ottobre 2015), p. 22-23.

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