mercoledì 24 giugno 2015

Viva la democrazia

«Dunque…» si schiarì la voce Tizio, sorseggiando un imprecisato liquore rossastro «quello che volevo dirti è che chi ha compreso come funzioni la democrazia non ha più bisogno di invocare dittature».
            «Ecco» intercalò Caio. «È proprio su questo punto che avrei bisogno di chiarimenti».
Tizio posò il bicchierino sul tavolo del salotto e raddrizzò un poco la postura sulla poltrona.
«Sai bene che la democrazia si basa, essenzialmente, su quel principio: la maggioranza vince. Ora, se io solo mi affacciassi a quel balcone…» e indicò la porta-finestra che dava sul giardino «e proclamassi che alcuni sono più uguali degli altri, escludendo questi altri da qualche diritto civile o politico, sarei linciato come dittatore. Ma nessuno avrà da ridire, se sarà il popolo sovrano a farlo. Anzi, chiunque protestasse sarebbe accusato di voler esser un lobbista indottrinatore e le masse insorgerebbero per difendersi dall’imposizione di un’ideologia».
Caio si accigliò: «I cittadini d’oggigiorno sono sentimentali e di pelle delicata. Possibile che non vedano in tutto questo una crudeltà
A Tizio sfuggì un sorriso: «Glielo impedirà quella stessa animalità che li rende – come tu dici – sentimentali. Saranno convinti di difendersi contro élite invisibili e potentissime, intenzionate a distruggere tutto ciò che loro amano. A quel punto, si identificheranno con le pecore che non vogliono essere sbranate dai lupi. Le pecore spaventate… sono bestie inarrestabili. È la forza della piazza, simbolo – come si suol ritenere – della democrazia. Grandi adunate di piazza… sono sicuro che ti ricorderà qualcosa».
            Caio fece il primo cenno d’intesa. Ma gli rimaneva un interrogativo: «Però… come realizzare questo capolavoro d’inversione di ruoli fra pecore e lupi?»
«Basterebbe aver l’appoggio di un’istituzione abbastanza vecchia da sembrare ovvia come il Colosseo» riprese Tizio «e, come esso, a tutti visibile e quasi simbolo di eternità. Il pregio di questa istituzione, di questo fossile vivente, sarebbe quello di saper parlare alle emozioni prima ancora che al pensiero – cosa che, ahimè, le ideologie propriamente dette non sempre sanno fare. Dovrebbe anche avere il fascino di una bellezza maestosa, ma minacciata e da preservare a tutti i costi per il proprio valore intrinseco».
«Ottimo!» approvò Caio. «Avrei già in mente un candidato “Colosseo”».
L’altro si rilassò nuovamente, soddisfatto, e riprese in mano il bicchierino: «Vedrai… con questa scusa del popolo sovrano e della bellezza minacciata, potremo presto anche dimenticarci quella gigantesca sciocchezza romantica dei diritti umani».
            «In effetti» gli fece eco Caio «la democrazia è un’invenzione ateniese. E gli antichi ateniesi erano quello che noi, oggi, diremmo schiavisti, imperialisti, maschilisti, razzisti e quant’altro. Il popolino li studia nelle scuole pubbliche e li osanna come fari di civiltà».

            «Appunto» concluse Tizio, centellinando le ultime gocce sanguigne. «Cercare la dittatura perfetta è come cercare un bue mentre lo si sta cavalcando».

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