martedì 21 febbraio 2017

Cuori in musica

L’ultima conferenza del gennaio 2017 presso la Libera Università di Manerbio è stata dedicata a un argomento di sicuro fascino. Il 26 gennaio 2017, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”, il prof. Fabio Larovere dell’associazione culturale “Cieli Vibranti” ha tenuto una lezione dal titolo “Arie… celebri”. Dal patrimonio immenso dell’opera lirica europea, il relatore ha tratto quattro esempi di arie (= brani per canto solista disteso e virtuosistico) rimaste nel cuore degli appassionati.
            Il primo esempio è stata la cabaletta “Quando rapito in estasi”, dall’Atto I, Scena II della “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti (1835; libretto di Salvadore Cammarano). Una cabaletta è un’aria breve e orecchiabile. In questa, la nobildonna scozzese Lucia di Lammermoor canta il proprio amore totalizzante per un signore rivale del fratello. Il libretto è tratto da un romanzo di Walter Scott, “La sposa di Lammermoor” (1819). Esso è una delle letture preferite di Emma, la protagonista di “Madame Bovary” di Gustave Flaubert (1856). Nel cap. XV della Parte II, la signora Bovary sta proprio assistendo a una rappresentazione della “Lucia di Lammermoor” e si identifica con la sua voglia di fuggire sulle ali dell’amore.
            La seconda eroina proposta da Larovere è la celeberrima Violetta, la “Traviata” di Giuseppe Verdi (1853; libretto di Francesco Maria Piave). Come la vicenda della nobile Lucia, essa si ispira a una persona realmente vissuta: la cortigiana Alphonsine Plessis, detta Marie Duplessis, morta giovanissima di tubercolosi. Alexandre Dumas figlio, che l’amò, traspose la loro storia nel romanzo “La signora delle camelie” (1848). “La Traviata” presenta tre ritratti diversi della stessa donna: frivola e mondana all’inizio; compagna fedele e sobria nel secondo atto; pronta al sacrificio nel terzo. Per non rovinare la reputazione della sorella di Alfredo, suo amante, ha infatti accettato di rompere la relazione e morire di tisi in solitudine. Larovere ha scelto proprio un’aria dal terzo atto, “Addio, del passato bei sogni ridenti”. Intriso di profonda malinconia, questo brano sottolinea il senso della morte come fine d’ogni cosa e l’empatia di Verdi con la vicenda descritta: anche lui conviveva, non sposato, con la cantante Giuseppina Strepponi, disprezzata dai compaesani per questo. 

            Per terzo, è giunto il ritratto del giovane Werther, personaggio goethiano (1787). Dal romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther”, è nata infatti un’opera di Jules Massenet (1892; libretto di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann). Il passo scelto da Larovere era quello in cui il protagonista dichiara il proprio amore per Ossian: figura di bardo medievale cui furono attribuiti i “Canti di Ossian” (in realtà, un falso preromantico). Essi andavano incontro al gusto corrente nella seconda metà del XVIII secolo: la riscoperta del Medioevo come epoca di fantasia e forti passioni. In particolare, il Werther di Goethe si identifica nel bardo che soffre e si duole d’essersi risvegliato alla cruda realtà. Di questo tratta l’aria “Pourquoi me réveiller”, in cui il personaggio rimprovera al vento di primavera d’averlo strappato al riposo.
            L’ultima parte della conferenza è stata dedicata alla “Cavalleria rusticana” di Pietro Mascagni (1890; libretto di Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti). Essa appartiene al clima del Verismo, che ricercava passioni e caratteri autentici non più in un’epoca passata, ma nelle culture popolari di provincia. Titolo e argomento sono quelli di una novella di Giovanni Verga (1880): in un paesino sul catanese, il giovane Turiddu torna dal servizio militare e trova la fidanzata Lola sposata con un altro. Diventatone l’amante, muore in duello col marito di lei. Per mantenere il “colore locale”, Mascagni apre l’opera con una serenata dialettale: “O Lola ch'hai di latti la cammisa”. Il contenuto dell’aria (e di tutto il melodramma) accontenta lo stereotipo del “Meridione passionale e selvaggio”. D’altronde, la verità del teatro è sempre artificio. E viceversa, magari.


Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 117 (febbraio 2017), p. 8.

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