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Le rose della notte - II, 8

Le rose della notte

Parte II: Il cielo in fiamme



8.

La Kawasaki frenò davanti al cancello di una villetta, fuori dal centro. Qualche metro quadrato di verde immerso nella notte faceva da contorno a un edificio a due piani, con un portichetto. Diana scese dalla sella e aprì la serratura. Anche Margherita smontò e si tolse il casco, mentre l’altra accompagnava la moto al riparo. Poi, l’amica le fece strada sul vialetto.
            Tacquero, mentre i loro piedi masticavano lentamente la ghiaia. Dalla casa, non arrivavano luci. Davanti all’ingresso, Diana riprese il mazzo di chiavi e ne scelse un’altra. Fece scattare la serratura. Il suo tlack! risaltò grottescamente, nel silenzio.
            «Ma… i tuoi non ci sentiranno?» sussurrò Margherita, scrupolosa. «E sono d’accordo?»
Fin dall’inizio, aveva saputo benissimo che la serata non sarebbe finita col suo ritorno in collegio, come Diana aveva invece dato a intendere agli amici. Ma quell’entrare di soppiatto, come due ladre, l’aveva leggermente allarmata.
            «Mio padre non è in casa. E, comunque, in camera mia mi lascia ospitare chi voglio» rispose l’altra, con un tono di voce perfettamente normale. «Quanto a mia madre… non c’è da almeno tre anni». Le ultime parole furono partorite con finta calma. Qualcosa, nella gola della ragazza, aveva strozzato il pianto. Margherita non osò domandare altro.
            Diana entrò e accese la luce. L’altra la seguì lungo un corridoio piastrellato in rosso ruggine, tappezzato di quadri e quadretti anonimi nel loro decorativismo: paesaggi di campagna, bimbi ricoperti di trine, cigni e gattini. La figlia del padrone di casa vi si muoveva come una creatura sfrontata ed estranea. Imboccò il vano delle scale, inghiottito da un arco a tutto sesto. La luce, qui, era più fioca, data da fintissime candele elettriche sporgenti dai muri.
            In cima a quella parodia di scalinata, c’era il pianerottolo con le camere da letto. Diana aprì la porta centrale e fece un cenno all’ospite, con galanteria insolita. Margherita obbedì, con il cuore in gola.
            Nella stanza, c’erano un lettino singolo e un divanetto, con una scrivania, un armadio e mensole stracolme di libri e CD. Dalle pareti, occhieggiavano poster a sfondo nero o nebbioso, con figuri dalle lunghe barbe o ragazze bellissime dalle espressioni feroci. Qua e là, in caratteri gotici, Margherita lesse nomi come “Bathory” o “Gorgoroth”. Altri erano “Eluveitie”, “Arkona”, “In the Woods…” Non si soffermò su tutti. Colse qualche bozzetto incompleto sulla scrivania: una Lady Oscar disegnata a matita, sicuramente da Diana. Sorrise al suo talento nascosto.
            Sentì un rumore dietro di sé. Diana stava spostando il divanetto dal muro e lo stava aprendo, rivelandolo come divano-letto. «C’è anche un “cassetto” che raddoppia il letto dove dormo io, per quando serve. E materassi, e brandine» precisò. «Ma qui staremo più comode. A volte, ho ospitato anche tutta la band, sai?»
            «Davvero?» fece Margherita, sinceramente sorpresa. «E tuo padre non dice niente… quando ti porti sette maschi in camera?»
Diana scrollò le spalle, trattenendo una spavalda risata: «Stai scherzando?! Mi conosce…» E completò l’allusione con un’occhiata inequivocabile.
            Corredò il divano-letto con lenzuola, cuscini e coperte. «Prego!» invitò, con un elegante cenno della mano. La sua voce aveva una gentilezza roca – un sensuale tremore.
Lentamente, quasi incantata, Margherita lasciò il soprabito sulla sedia della scrivania. Senza attendere altro, si sfilò l’abito di cotone, le calze e le scarpe. 

            Di fronte a lei, Diana scopriva le membra sode e quasi bronzee, velate da una canottiera e dagli slip grigi. Sulla sua spalla sinistra, si disegnava un tatuaggio: una rosa di nero inchiostro.
            All’altra sfuggì un brivido, quando s’infilò fra le lenzuola. Il corpo al suo fianco emanava un calore animale e metallico. Si lasciò stringere, mentre i due ventri si toccavano. Il tocco leggero di un morsetto sul collo la fece sussultare.
            Sotto le palme delle sue mani, Diana sentiva le pulsazioni e i respiri che andavano intridendo Margherita. Il corpo di questa era un giunco bianco, piegato da un fiume invisibile. Diana affondò un bacio nei suoi capelli di ricco rame, ricercò la linea della gola. La ascoltò ansimare, quando conobbe le sue areole disegnate a pastello.
            Chiuse gli occhi; si levò e rivelò all’altra il resto del suo corpo di Venere aggressiva – l’ombelico tondo come una coppa, il grembo fermo, i seni maestosi dai capezzoli bruni. Margherita si lasciò scivolare nella follia, davanti a quell’amazzone che non aveva mai conosciuto. Diana si chinò e si riconsegnò a lei.
            È ora di arrivare al pozzo benedetto.


[Fine seconda parte]

Pubblicato sul quotidiano on line Uqbar Love (14 febbraio 2017).

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