giovedì 30 giugno 2016

Vincenzo Calò intervista Piero Didio

Piero Didio… 


Piero Didio è nato a Montescaglioso, in provincia di Matera, nel 1958.

Laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Bari, sposato con tre figli, vive e lavora nella sua città natale dove svolge la professione di consulente aziendale e tributario.

Ha pubblicato: “I tuoni di Monte Cupo” con la casa editrice Albatros di Roma nel 2010, opera poi riproposta grazie alla Youcanprint di Tricase (Lecce) tre anni dopo; e, sempre con la Youcanprint, “Magnificat” , “L’ultimo priore” nel 2014.

Lo scorso mese di Aprile ha pubblicato, sempre con Youcanprint, il suo ultimo libro “Pensieri e… Parole”, una raccolta di racconti, inoltre ha in serbo una commedia, “Paradise Rock”, e un saggio di storia economica, “Le banche popolari e l’economia del Materano nel XIX secolo”.

Per maggiori informazioni, e contatti, chiamate o mandate un sms al 338 4097761, oppure scrivetegli a pierod.58@gmail.com . Sito web www.pierodidio.it

Benvenuto Piero. Quali sono la migliore e la peggiore mania di protagonismo che non devono mancare nei tuoi elaborati?
I personaggi dei miei romanzi non hanno manie di protagonismo, anzi, la loro caratteristica principale è la riservatezza e, nel caso del romanzo “L’ultimo Priore”, addirittura la segretezza. Io descrivo personaggi del popolo, schivi ma non privi di una dignità che ne fa comunque degli eroi del quotidiano.

Precisando i ruoli dei personaggi può succedere che venga meno l’interesse su una storia?
Credo proprio di no. I personaggi di un romanzo sono parte integrante della storia e la loro descrizione deve essere funzionale alla storia stessa. Ma il rischio esiste, può succedere se ci si dilunga troppo su aspetti poco importanti dei vari personaggi. Infatti io non descrivo quasi mai fisicamente i personaggi più importanti dei miei romanzi, se questo, appunto, non è funzionale alla storia.

Si può lasciare il lettore senza un perché? La letteratura s’ingigantisce affrontando dei drammi del tutto personali? Ma uno scrittore di cos’è responsabile oggigiorno?
Io sono convinto che si possa lasciare al lettore una “lettura” del tutto personale di una storia, rendendolo quasi partecipe della stesura del romanzo stesso. Certo, a determinate condizioni e per aspetti non essenziali della narrazione. Io ho spesso utilizzato questa tecnica: lasciare alcune situazione alla personale interpretazione del lettore. Ognuno ha visto nella vicenda quello che secondo sé poteva essere il naturale epilogo, una specie di sliding door. Ripeto, a patto che non si tratti di vicende essenziali al racconto. Per quanto riguarda i drammi personali dei personaggi letterari credo che la narrativa mondiale ne sia piena. Il lettore vede in quei drammi delle situazioni spesso personali, o comunque possibili e reali. Da Anna Karenina al principe Myskin (L’idiota), da Vitangelo Moscarda (Uno, nessuno e centomila) a Josef K. (Il processo – Kafka) sono innumerevoli i personaggi che hanno condotto il lettore attraverso i propri travagli, anche se non si sono conclusi necessariamente con la morte del personaggio. Credo che uno scrittore oggi debba essere responsabile unicamente della creazione di una buona letteratura, non credo sia il caso di addossargli delle responsabilità che non gli competono.

Mai stato sereno e deciso nell’ammissione di una qualsiasi colpa? Ciò ha a che vedere col prestarsi al massacro derivabile dal rifacimento di una stesura? L’ultima volta che ti è capitato?
Non mi è mai capitato perché ho sempre pubblicato in proprio. D’altronde non si è comunque mai reso necessario, perché nelle mie riletture del manoscritto sono eccessivamente critico, tagliando molto già di mio.

Un talento si può adottare?
Non credo… si può affinare, ma non adottare.

Come si rende piacevole l’aspetto promozionale, scioccando?
Se per “piacevole” si vuol intendere “efficace”, allora credo che questo sia uno dei metodi promozionali più diffusi, anche se non lo condivido.

Quale critica ti rinunci di ascoltare?
Quella di chi non ha letto i miei libri.

In conclusione, chi può testimoniare sulle tue fatiche, editore a parte?
Sicuramente i miei lettori, essendo agevolato inoltre da qualche recensione sui giornali.

… L’ultimo priore

Occorre precisare che Piero Didio narrando non vuol rilasciare sentenze epocali, bensì ci tiene semplicemente a far riflettere il lettore sulle leggende che da sempre rifioriscono selvaggiamente rievocando l’ambigua immagine di un pontefice d’altri tempi (si spera ancora), quale fu Bonifacio VIII, illustrate con le affermazioni di un religioso improvvisato, ma che si rivelò tanto onesto quanto straordinario.

Nel 1294 il decadimento morale lo si suggellò con un fare demoniaco trascorso quasi un semestre, che percosse paurosamente i sentimenti stanchi che provò Celestino, l’allora pontefice, al quale gli subentrò un soggetto da ritenere ignobile come minimo, proveniente da Anagni.

L’illusione incanta nell’attimo esatto che la si brama, merito dell’autore del romanzo che descrive con meticolosità i protagonisti, di primo e secondo piano, e i fatti che caratterizzarono quell’epoca, pessima come poche altre per la religione cristiana.

Il successore di Celestino non si accontentò delle dimissioni di quest’ultimo, tanto d’averlo ucciso dopo una detenzione pretesa dentro le mura di uno svettante dominio, in quel di Fumone; per evitare che il porporato dei Colonna e chi per loro riuscissero a persuadere il disgraziato anacoreta circa l’intento di contrastare il nuovo papa indossando le stesse vesti.

La congregazione maggiormente in voga a quei tempi si mobilitava con un’autorevolezza occulta che susciterebbe fascino ancora oggi, così preminente che qualsiasi cristiano aspirò a esserne incluso.

Il priore unicamente sapeva tenere in raccolta i confratelli individuandoli all’istante, dapprima selezionati in cuor suo, con dei soprannomi che ridestavano l’importanza dei vizi capitali; per non tralasciare mai e poi mai la reliquia che consisteva in un chiodo tra quelli che oltrepassarono le carni di Gesù per crocifiggerlo, intriso del sacrificio corporale.

I transalpini diretti da re Filippo IV ebbero il sommo ardire di prestarne cura; eppure ce lo possiamo ricordare traendo dell’indifferenza nei riguardi del priore della Confraternita del Sacro Chiodo, che s’impegnò a celarsi perfettamente, favorito da un nullaosta autentico e aspettando per una vita nuove disposizioni dall’alto, a fronte del tesoro in dote ancor più inimmaginabile.

Dio d’altronde lo si dovrebbe riverire invocandolo mestamente, coinvolti dal battito cardiaco dell’essere umano invece che dall’ordinario linguaggio, a costo di risultare come degli alieni, degni di qualsivoglia leggenda a perenne rischio d’abuso.

In questo romanzo l’autore fa notare come nel concreto la visibilità dell’uomo è frutto di relazioni riservatissime, ma dall’affetto inequivocabile, dando l’idea di una tragedia umana incombente appena si esce fuori; per implicare una mentalità di pubblica amministrazione, e probabilmente lungi da ciò che Gesù aveva espresso, non con fare autorevole, bensì come semplice fornitore di buonsenso, invitandoci semmai a stare insieme, per caratterizzare nuovamente un’immagine sacra.

Al sotterfugio si vuol rinunciare in ogni reggia, specie se papale, ma tale peccato sembra proprio inarrestabile, e travolge il priore che si circonda di tante tentazioni quando ha da camminare per le strade di Roma; una città che si concede minacciosa a lui che si sorprende prossimo allo smarrimento più struggente dacché deteriorante per l’anima già impedita, a uso dimostrativo.

Fu così che della passione carnale pervase l’uomo con splendido inganno, rigettandolo in uno stato d’inconsapevolezza da dimenticarsi letteralmente i princìpi che lo reggevano in precedenza, per tornare in purgatorio poi, a riaprire gli occhi; alle prese comunque di un innamoramento sul nascere da parte di una donna nei suoi riguardi, che non ci pensò due volte, chissà se bene, di scacciare dichiarandole d’istinto il falso spudoratamente, assumendosi il ruolo, comune, di commerciante in trasferta a Roma.

Il priore evinse che nell’esistenza prettamente maschile si va incontro alla pazzia che sconquassa la mente, e avendolo appurato direttamente si mise di lì in avanti davvero a non biasimare più tutti quelli che peccano.

Nel romanzo si tenta di scrutare degli avvenimenti storici in base a come vengono narrati al protagonista; coi significati che, riemersi, si congiungono per un obiettivo preciso e inalterabile, da mirare però pazientemente, senza affermarlo arrecando scompiglio, pubblicamente, avendo da risolvere una tensione talmente forte che permane oltre il fatto compiuto.

Dei diavoli in sostanza cominciarono a radere al suolo il paese d’origine del priore, sbaragliando i confini ancora prima d’entrarci; e si riusciva a comprendere il patimento solo se ci si caricava di buonafede, in balia dell’espressione d’odio che sembrava oramai animare il mondo, incentivata da un pontefice deciso a bramare l’al dir poco prezioso chiodo senza preoccuparsi di arrecare dolore per centrare il proprio obiettivo, facendo perno sul mistero circa la sua prominente figura per assicurarsi una posizione comune e realizzare serenamente, apertamente, quello che desiderava in privato, ossia di ritenersi immortale.

Approfittando quindi del popolo che doveva impegnarsi a sopravvivere quotidianamente, non avendo il tempo d’informarsi sugli avvenimenti di contro, elaborati dall’alto.

Il priore dovette muoversi per risolvere problemi addirittura più grandi di lui, e magari senza una valida ragione per andare sul concreto lungi dalla follia; cercando d’assegnare compiti più che gravosi a degli adeguati combattenti, disposti a morire per venire pagati, e col rischio che il buonsenso andasse a farsi benedire, accettando di passare dalla parte del nemico sul punto di sconfiggerlo, rimanendo pur sempre dei subordinati insignificanti per chiunque, pubblicamente.

Il gruppo che teneva a cura la sacra reliquia, dove risiedeva risultava degno di stima per tutti, nemmeno dai maggiori delinquenti veniva infastidito, nonostante la sensazione che qualcosa sarebbe andato storto per sempre in un determinato momento.

Eppure non v’era bisogno d’uccidere il priore avendo ingabbiato per sempre Celestino V; rassegnatosi quest’ultimo a concepire nient’altro che il proprio stato d’angoscia, senza stimolare in colui che gli subentrò in malo modo la paura di venire indicato come l’artefice dell’inaudito decadimento di un blocco autorevole costituito apposta con furbizia per tutelare l’immagine sua e di chi era sangue del suo sangue.

Tant’è che capita aprirsi privi di remore per riscoprirsi timorosi di ciò che per natura si cela.

Non a caso Jacopone da Todi fu il primo individuo non confratello, e né capo della Chiesa perlopiù, meritevole di contemplare il chiodo, essendo trasparente come nessuno nell’agire per il bene del Prossimo; ammettendo l’impressione d’aver peccato anche solo a forza di esprimere un’opinione partoribile dalla propria ragione illuminante come poche, per ringraziare Dio fervidamente e vivere di onestà così appieno da disturbare i malpensanti dediti a corrompere.

Ma il periodo d’attraversare era nero e qualsiasi sostegno, anche se di facciata, serviva come il pane, per allontanare il demone che gioca da sempre a contorcere i fili già provati delle sue marionette.

Il priore si metteva comodo semmai quando, conscio di un ruolo strettamente tenuto in serbo, c’erano da studiare i gesti dell’uomo in attesa di risposte come del nullaosta a una guerra tra religioni raccomandabile per giunta dall’alto; ma cogliendo il refrigerio tipico di quando si dimora nella casa del Signore, e cioè all’interno di una seria riflessione, spostandosi avanti e indietro, immaginando di spremere questioni perennemente in sospeso, personali, per tornare alla luce nuovamente.

Intanto nelle campagne circostanti il paese del priore veniva bruciata la rigogliosità di frutti e ortaggi per far quasi morire di fame i cittadini che aspettando il loro destino si ammalavano ancor più, come se costretti a rivangare benignamente nient’altro che il passato dandola vinta al pauroso esercito papale che giostrava la situazione a piacimento ancor prima d’invaderli; con l’intento di preservare solo i nobili e i piccoli ma in fondo grandi rappresentanti di una religiosità disfattasi, per essere certi di sottomettere poi chiunque, al minimo compromesso per sopravvivere, e con lo sbrigativo se non proprio finto cenno di commiserazione verso la maestosa immagine di Gesù all’apice della pena, ben visibile in chiesa.

Al priore serviva reagire calcolando con parsimonia i passi da compiere, dimostrando in cuor suo di sorprendere i confratelli con una serenità inusitata, essendo in balia di fatti incomprensibili.

Il massimo dell’impegno consisteva nell’attribuirsi una funzione politica per arrivare a una soluzione rinfrancante l’umanità riposta nel bene come nel male.

Aldilà della poca propensione ad adattarsi a ogni forma di misericordia, dal romanzo il lettore rileva dell’inespugnabile radicamento religioso che sconcerta quando si violano chiaramente delle regole ferree; e comunque in un periodo remoto, d’acquietamento di sani valori distorcibili all’apparenza, espressi in realtà sacrificandosi per gli affetti con un mestiere pari a una passione da rendere pratica.

Il priore infatti di professione metteva in ordine testamentarie laboriosità, svolgeva un lavoro tramandabile nella normalità delle cose e delle persone, soddisfacendo egregiamente i bisogni della sua compagna e dei figli naturalmente; potendo prendersi la briga di allontanarsi da loro anche senza un valido motivo.

Ma in questo libro la ragione è negativamente influenzata dalla detenzione dell’anima che, privatasi forzatamente di ogni appiglio, procede per vie lungi dall’essere rette affinché la follia non attragga del tutto… un’impresa indicibile al solo pensiero di risultare alle dipendenze di una sorta d’azzardo pressante con nozioni scellerate e inaccettabili.

Addirittura sarebbe convenuto seguire un pazzo che vagabondava per il paese ma in un mondo tutto suo, come se ignaro della tragedia popolare che si riproponeva intensamente giorno per giorno, sbeffeggiandola magari per puro divertimento, distante dall’ipocrisia che si amplificava.

Da qui l’accorgersi che c’era rimasto d’avvicinare il sovrano di Francia, seguace della causa di Pietro da Morrone (Celestino V), vittima diretta del pontefice tanto che lo avrebbe messo a dir poco in difficoltà una volta accertatosi di questo delitto… sì, ma come?

Bisognava recarsi da Filippo IV distaccandosi dall’agone cittadino controllato a vista, fervidamente, dalle truppe del pontefice; senza contare che non si diede a sapere dove riposavano le spoglie di Pietro da Morrone, per metterci mano e dimostrarne al re la dipartita, ricordando di risistemare i resti del frate al loro posto!

Un’azione foriera d’intrigo, che in una situazione problematica come tante è improponibile.

Una decisione che può concretizzarsi però quando ti ritrovi in balia della morte, ingiustamente, e le idee per preservare della dignità si spremono, crudelmente, con un’energia sentita come promossa dall’alto.

In mancanza di un granello di pazzia effettivamente la Terra risulterebbe eccessivamente insipida per soggetti pervasi dall’insensibilità, consumati dalla violenza scagliabile agli avversari, atta a ripercuotere l’umanità in generale offendendo la vista di Dio, dovendo piuttosto meditarci sopra per avvalorarla semmai; a riprova di un estremo intervento di guarigione nei riguardi dello sventurato dal destino segnato, affinché si possa essere non solo perdonati dall’alto dei cieli ma addirittura ringraziati per il bene agevolato nell’esistenza del Prossimo.

Morire per tutelare il respiro di persone fidate, è il massimo che si possa intraprendere umanamente, con la mente da rinfrescare a seguito di dettami da ridiscutere, per un piano rivoluzionario, che aspettava d’essere attuato col buon proposito, comprendendo alla fine da sé l’obiettivo da raggiungere prima o poi.

Il pontefice nefasto per la Chiesa stessa, che meritava d’essere assassinato, si fregiava inoltre di un accessorio negativo, simbolico, indossato da Tancredi di Svevia (il cui padre era Federico di Svevia), ma ottenuto a quanto pare trafugandolo di persona senza preoccuparsi delle spoglie del possessore… nulla ancora di certo per emettere una sentenza definitiva, che andava comunque alimentata secondo il priore, a costo di passare alla storia per aver indotto alla morte un paio di suoi seguaci per mezzo delle sue direttive, comunicate in modo ermetico ma influenzando ben presto le coscienze, in sostanza, meravigliando dalla parte degli onesti nonostante l’ansia avviluppata dalle riflessioni, in particolare di chi era più che degno di sapere dai minimi esponenti del cristianesimo dell’evolversi degli eventi, sbattuto invece dall’omertà imperante, specie di coloro che lavoravano la terra potendo quest’ultimi ragguagliare chiunque sulla sorte di certi monaci legati al passato.

La massa di base era cortese, però gravata psicologicamente dalla miseria, e per ritenersi confratelli bisognava nutrire l’intelletto costantemente, scalfendo la raffigurazione dell’individuo sui generis che sembrava immaturo oltre che fragile e goffo, gettabile nel più terrificante dei dimenticatoi una volta rivendicati dei diritti nell’anonimato civile; dove purtroppo si radicavano le armi da guerra, mirandole in direzione dell’aldilà.

La possibilità di dubitare del modo di fare vitalizza l’intero romanzo, come se fosse facile tralasciare il pensiero nei riguardi di una persona come di un oggetto per timore di complicarsi la vita; eppure sono stati compiuti dei danni che si è creduto di celare ammassandoci sopra un quantitativo di fango inesplicabile.

Federico, un ragazzo temerario, voleva esclusivamente provare a stimolare la risposta effettiva, senza riserve, da parte del priore, convincendolo circa il recupero dei resti di Celestino V a forza di scalare le vette della Maiella, il posto ove si rifugiò in beata solitudine il santificabile papa di un tempo; con quella spinta acconsentita dall’età, accresciuta da un innato moto d’orgoglio polverizzante ogni ostacolo sulla Terra, in mancanza del quale ci si annoia per consuetudine.

Leggendo quest’opera letteraria è intenso notare come l’essere umano generalmente ambisca a detenere cose di cui n’è carente, senza accorgersi d’avere già in pugno la soluzione per stare bene… una speranza che la Confraternita del Sacro Chiodo cullava, in balia dell’handicap che si faceva sentire, bloccata in un luogo preda delle milizie papali, senza venire considerati dalla Chiesa praticamente, che non osa abbassarsi per verificare se un umile frate stia resistendo ancora a cotanta vergogna che non lo riguarderebbe, e comprenderlo.

Senza contare che Cristo aveva invitato fervidamente a idolatrare gli avversari; perché vi sarebbe poco o nulla di divino nel seguire chi si affeziona a te, quando l’inanimato si espande in te, essendo un dovere assoluto del Signore distinguere le virtù dalle irresponsabilità, a scanso degli equivoci edulcorati con ragionamenti del tutto relativi e sterili.

Come nel caso di questa narrazione mesta, che include lo splendido esempio della malinconia di Federico; per la madre e il padre morti quand’era bambino, così cari e attraenti da riuscire a sminuire l’angoscia successiva nel figlio che ha dinanzi ora un paesaggio pienamente innevato, una novità che si ripete caricando di felicità all’eccesso i sentimenti lineari del ragazzo che si riappacifica col passato dimorandoci.

Intanto lo spazio attorno sbraita, posseduto da un’atmosfera carica di mistero, dando l’impressione di pretendere rispetto da ciascuna persona; cosicché il giovane si convinse che sarebbe stato meglio non disturbare il sonno eterno di Celestino V, e andare direttamente a conquistare la fiducia da parte del sovrano d’oltralpe ricostituendo una valida testimonianza a parole, per la salvaguardia dei principi del cattolicesimo, nonostante le complicazioni aumentassero eccome così facendo, essendo Federico un perfetto estraneo, nonché inqualificabile agli occhi del re, d’avvicinare inoltre scavalcando lo stuolo di soldati in difesa di Filippo IV!

Il pontefice in carica si fece notare per una sorta di consolidamento della propria figura, lampante poiché l’ingegnosità e la perspicacia caratterizzavano il personaggio come pochi o nessuno prima di allora; eppure altrove cominciarono a storcere il naso nei suoi confronti, constatando che il conflitto non metteva in ballo le posizioni di regni diversi l’uno dall’altro, malsì delle responsabilità dissonanti che incancrenivano un singolo influente sistema.

Con lo stesso istinto animale il primo custode del Sacro Chiodo si riappropriò di un certo ruolo; avendo appurato all’istante che solo lui era in grado di sedare il panico apertamente, assumendosi il potere di regolare l’andazzo civile allo sbando, ma ciò significava trasgredire il massimo dettame che impreziosiva da un paio di secoli la congregazione, dovendo svelarsi realmente.

L’angoscia andava perlomeno considerata in un territorio oramai oscurato dal pontefice, reso indifferente dopo avere comunque faticato a impadronirsene.

Le maschere caddero, svelando le reali sembianze dei confratelli, che non rimasero affatto sorpresi l’uno dell’altro e viceversa, forse perché esse si seppero dall’inizio di quest’avventura, e senza contare che il pettegolezzo non era all’ordine del giorno in determinati e determinanti ambienti.

Colui che li diresse, al pensiero d’averli avuti strettamente vicini in cuor suo ne fu rallegrato, seppur insorgeva da subito il patimento per l’eventuale triste sorte di ognuno di loro.

Il mistero del Sacro Chiodo avrebbe cessato d’esistere nella pelle del suo onesto possessore, abile a intuire delle tragedie… che ci attribuiamo del resto invocando la fine dei nostri giorni per un motivo eccelso.

Difatti la storia ha avuto inizio in mancanza di avvertimenti circa degli eventi già in corso di formazione, per comportare una riflessione a proposito dell’uguaglianza tra gli esseri umani solo in assenza di vita, se tutti si è prede dell’univoca pazzia; schiarite dall’albeggiare del giorno che può decretare morti e perdite da giustificare poi fino a far scendere la lacrima a un sovrano come Filippo IV, che forse peccava d’ingenuità, al contrario del priore che voleva sopravvivere in balia di lacerazioni impensabili, martoriato da armi grosse e appuntite con cui ci si divertiva a rendere il suo corpo uno straccio, finché non avesse confessato dov’era custodita la reliquia d’amare in eterno.

La coscienza si ridusse nella certezza d’essere un detenuto qualunque, con la straordinaria dote di scrutare gli occhi della massa, andando oltre i travestimenti, sopportando delle lesioni subite oltre le aspettative, lungo un silenzio del tutto personale, divino.

Perché Dio sarebbe in grado di rianimare e rimettere in sesto l’umanità meravigliosamente, inducendo una guardia a rendersi complice aiutando il protagonista del romanzo nella letteraria tessitura dei ricordi, in cambio di una benedizione; con la promessa infine di esporre l’opera alla sete di giustizia, all’aperto, di modo ché la fede in Dio mettesse a corrente l’estraneo di turno sulla buona pace di un’esistenza trascritta, da intensificare poi divulgandola in ogni dove terreno.

La paura a livello mondiale si riferisce ai guerriglieri copiosi e assortiti negativamente ma con maestria, autorizzati diabolicamente; così da circuire l’individuo di buona volontà, favorendo il papa da combattere con questo testamento spirituale, senza abbandonarlo in mano di possessori più che illegittimi.

Le memorie del priore piuttosto vennero celate sapientemente dal carceriere, ed egli altri non era che quel ragazzo suo seguace glorificatore della Confraternita, che, denominato Federico, riuscì nell’impresa di mettere la pulce nell’orecchio al sovrano transalpino, a proposito della fine del caro Celestino V per mano del pontefice Bonifacio VIII, ma senza avere modo poi di svilupparla ulteriormente, a causa d’infiniti ostacoli che sopraggiunsero precedendo l’azione a rilento di Filippo IV, scaturiti (al momento di presentarsi alla corte del re col permesso di un suo assistente) dall’approccio coi Colonna che evasero dalla prigione di Tivoli su ordine sempre di Bonifacio VIII, e che come Federico non vedevano l’ora di raccontare il misfatto per chiedere un aiuto al regnante di Francia.

In mezzo alle truppe del papa per salvarsi Federico si proclamò reduce di guerra, privo di memoria.

In risposta gli venne ordinato di vigilare su quel poco ch’era rimasto di vita del priore da torturare e ricucire avidamente, per far sì che il capo della Chiesa sapesse del posto in cui era custodito il Sacro Chiodo; ma quest’ultimo non la ebbe vinta, e per dispetto condannò a morte laconicamente il prigioniero incarnante il tesoro in questione, tenendolo per sempre riposto in una grave, evidente lesione propria.

Federico risultò alla vista del suo abate irriconoscibile, fisicamente provato aldilà dei trasandati tratti estetici, eppure insieme contribuirono alla salvezza dell’anima continuando a credere in Dio.

A cura di Vincenzo Calò






Nessun commento:

Posta un commento

Si avvisano i gentili lettori che (come è ovvio) non verranno approvati commenti scurrili, offese dirette, incitazioni all'odio di qualunque tipo, messaggi che violino la privacy o ledano l'onore di terzi. Si prega di considerare questo blog come uno spazio di confronto, così come è stato fatto finora, e non come uno "sfogatoio". Ci scusiamo per eventuali ritardi nella pubblicazione dei commenti: cause (tecnologiche) di forza maggiore. Grazie.