mercoledì 29 giugno 2016

Vincenzo Calò intervista Daniele Berto

Daniele Berto… 


Daniele Berto (nato il 28 febbraio 1983) scrive versi da quando è adolescente, periodo nel quale è nato l’amore per la poesia e la letteratura.

È preparatore atletico e fisioterapista, ma ha lavorato per anni come magazziniere e barista.

Nel 2014 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Schegge; queste poesie sono scritte da un minatore che viaggia dentro alla propria anima.

Da due anni, ha intrapreso lo studio delle Lettere Moderne.

Allora Daniele, quale annuncio ti aspetti a breve per puro (o impuro?) senso d’unione?

Mi aspetto un annuncio un po’ naif, visto che nel mio libro il protagonista è un minatore che parte per una miniera lunga e profonda: la propria anima. Ma tutti i viaggi hanno senso se poi condivisi… quindi quel minatore è pronto a condividere le sue “schegge” con altri poeti e scrittori di ogni genere e tipo.

Chi è ch’emette oggigiorno giudizi liquidatori?

I massmedia con la loro logica consumista basata sulla catalogazione di tutto quello che esiste.

Ti piace più un’accoglienza calorosa o prestigiosa?

Calorosa… ci sono parole, sguardi e ringraziamenti che valgono molto di più di un premio.

L’ultima volta che hai detto sinceramente “grazie”?

Questa mattina.

Di questo passo credi che andremo incontro verso una poesia di tipo “populista”?

Non credo. Penso che la poesia difficilmente possa arrivare a tutti quanti… viviamo in una società antipoetica, massificata, e basata solo sull’esteriorità, sull’apparenza e sulla logica del profitto in ogni ambito della vita. Sarebbe necessario, innanzitutto, che i poeti tornino ad avere un ruolo più partecipe all’interno della società stessa, per aiutare le persone ad avvicinarsi alla parte etica e spirituale che c’è in ognuno. Inoltre, serve una scuola che stimoli di più bambini e ragazzi ad amare la poesia.

La parola sta soffrendo mancanza di prospettive?

La parola deve saper rinnovarsi senza perdere le sue caratteristiche essenziali che provengono da lontano. Deve attraversare il suo tempo, ma senza farsi travolgere da quest’ultimo, né arroccarsi negli stili o nelle rigide regole passate. Prospettive ce ne sono, ma per catturarle o vederle è necessario ripartire dallo studio della letteratura: da quella classica a quella contemporanea; perché la conoscenza è il primo passo per poter ampliare la propria prospettiva.

Ti preoccupa la confusione interpretativa?

Prima di pubblicare controllo la chiarezza dell’aspetto morfo/sintattico, lessico/semantico e che il significato (o uno dei significati) che voglio trasferire possa essere compreso. Nella mia poesia spesso m’interessa far partire un concetto oppure un’idea dal testo. Bisogna essere consapevoli di che cosa si vuole parlare, in che modo, e a chi si vuole arrivare. Poi, è accettabile il fatto che, se scrivo a una persona specifica in particolare, ad altri possa non essere chiaro il testo o un suo passo o i simboli e le allegorie che utilizzo. La poesia non si può spiegare del tutto, si rischierebbe di ucciderla in questo modo. Personalmente, la poesia che preferisco è quella del non detto, che lascia una coda di pensiero che ti porta via, che ti allarga l’orizzonte… quindi a volte scrivo una cosa oppure utilizzo un’immagine per dire il suo contrario.

Mi descrivi il primo panorama al naturale che ti torna in mente?

Una spiaggia con la pineta alle sue spalle. I pini marittimi che accompagnano i miei passi verso la rena. Un pendio dolce che s’abbassa sempre più finché la spuma d’onda non mi accarezza i piedi. E lo sciabordio che mi culla l’anima mentre i murazzi brillano indorati dai raggi del sole. E il mio respiro all’unisono con le onde.

Qual è il dubbio più bello?

Che il meglio deve ancora venire… e dipende soltanto da noi.

Cosa ti resta di un viaggio solitamente?

Dipende da dove vado e se ci vado solo o in compagnia. L’ultimo, fatto da solo, a Rocca Imperiale, mi ha lasciato sguardi d’ammicco, sorrisi, il ricordo delle zagare e degli agrumeti, le pale dei fichi d’India. Ma soprattutto questo viaggio è successo per caso, e grazie a una poesia. Grazie a dei versi ho scoperto delle meraviglie che neanche pensavo esistessero. La magia.

… Schegge (Aletti Editore)

Una raccolta di versi, composti in un decennio (tra il 2004 e l’anno scorso), addirittura a tratti velata di attualissima canzonatura, dagli evidenti cambi di schema rinfrancanti in genere lo scriteriato piacere di leggersi dall’esterno; ignaro della provenienza di termini da percepire, senza coglierli per forza, credendo di rimettere in ballo l’affermazione non appariscente di un giovane che si deve rendere responsabile, avventurandosi nel cammino per divenire grande.

Il poeta si appoggia a un interrogativo in attesa che qualcuno lo sblocchi, chiede in che situazione e in quale momento spunta un malessere, la motivazione del piattume esistenziale.

D’altronde i tesori si lavorano soffrendo, ricavandone solitudine con indumenti impossibili poi da smacchiare.

La dote per deliziare lo splendore di uno spirito distinto e consacrato è miserevole, specie nei riguardi di una partner che comunque l’approva in tono confidenziale prima di allontanarsi piano per spegnere nuovamente il sole.

Il quantitativo di trucco per convincersi della propria eternità sconcerta, piuttosto è importante esclusivamente meritarsi un patrimonio, infischiandosene con leggiadria dello scetticismo a tal punto da ridicolizzare l’antipatia espressa dall’individuo che oltraggia una certa presa di posizione.

Daniele indossa una varietà di effetti, non intendendo stabilizzarsi e far venire meno nient’altro che il Sentimento, con la demoralizzazione dovuta dal cieco di turno, per una ragazza preda dell’opportunismo globale, che si avventa con passione sull’amoroso senso da divorare.

“… l’attesa mi spetta.”.

La poesia vivacizza la carta, ma stando a una coppia di richieste che probabilmente si soddisfano contando su giuramenti ordinari, sulla vita da concedere di volta in volta, nella fredda stagione che volge all’anomalia di tanto in tanto.

Daniele Berto si fa carico di delusioni da lucidare con l’utopia di chi non smette d’essere ottimista, pur appartenendo a un disgraziato insieme di strumenti che inavvertitamente viene travolto dal terrore moderno.

Si ha a che fare quindi con le tracce che lascia una forma d’essere solitaria che spazia nonostante l’urbano dissapore, a secco di visioni; così da scorgere l’indifferenza che ci percuote e far insorgere il nostro significato prima o poi, manco fosse innaturale centrare l’umana ragione, tra i diavoli della relatività che serbiamo, e con l’incertezza a seguito di ciò che inconsciamente offriamo.

L’aridità immensa di un’ambizione esagerata si accentua girando a vuoto in cerca di una soluzione liquida, la più semplice ed essenziale, fino a complicare ulteriormente il pensiero di pronto incanto, scaturito dall’analisi di testi irreali e dalle sequenze di un cinema che non viene prodotto, frutto dell’onestà intellettuale che si genera appieno… e magari casualmente!

V’è l’anziano che procede intanto senza avere più fretta, dando l’idea di una corrente che non elettrizza oramai alcun percorso, seppur si fiondi nel profondo, lasciandosi catturare dall’età, diversa e impetuosa, del soggetto che può rianimarsi però grazie proprio a chi è avanti con l’età; come se messi sottosequestro sempre da una condizione dettata dall’alto.

Bolidi da corsa gareggiano ogni giorno, debellando il desiderio d’immaginare cosa prova un meraviglioso volatile in azione, di destare presenza davvero al culmine di un contatto fatale; costretti ad accontentarci di ciò che abbiamo a disposizione, a dipendere da un’agiatezza rimarcabile, che non ci riguarda, sprecando respiri per il bene che ci dobbiamo volere, a svanire nell’interesse smarrito dal sognatore privato del suo approdo.

La vista è occupata dalla riflessione, da un moto d’opinioni spulciate col cronometro da far scattare, per una questione di vita o di morte, arrivando a censurare l’imparzialità dentro di noi.

La predestinata fine di troppe relazioni affascina i comuni mortali, conquistabilissimi da chi non s’impegna scansando l’aspetto mediatico che non si lascia sincerare, per puntare sulle opere edite ma introvabili e non fare più paura con la verità; purché quest’ultima non la si stravolga essenzialmente così d’avere la possibilità di sensibilizzare senza risultare la solita delusione per gli “altri”.

Soprattutto l’orientamento dell’estraneo che si dispera; privato del suo punto di vista per viaggiare e amare, in una storia che non faccia rumore, che s’isoli nell’aria, per espandersi ancora invocando dolcemente l’amara metà con qualsiasi esperienza spremuta per non deludere le attese, a costo d’incentivare il proibito moralmente, suscitando una festa a sbafo di coloro che assumono una dignità alimentandosi necessariamente.

La volontà, carnale, si pone dinanzi al poeta; e in un vento caldo, romanticamente preteso, la fisicità si stempera, proporzionale alla riflessione spaziante nello sconforto.

La fantasia è infernale date delle testimonianze d’affetto che s’intrecciano a causa dell’ego perdurante, cosicché qualsiasi istante segna irrimediabilmente, stando a rimirare la femminilità composta da corpi celesti semplici e delicati, nel buio arcano di un amore autentico, che si sdoppia immensamente, con la sacralità da confermare specie in una città movimentata.

Ci si può muovere senza darlo a vedere componendo in versi, alimentati da un’armoniosità d’inconscio, aspettando di centrare il destino di colei che ami, che ha deciso, rischiando il peggio, di procedere piano; dignitosamente e dunque sapendo d’avere sbagliato talvolta, giustappunto per rialzarsi con la forza di un’illusione.

Animando, il poeta riempie di ricordi la ragione, determina le attitudini di carattere esistenziale quando tutto tace in negativo.

Andando in giro, noti come l’attimo si colga per qualsiasi intento scartando la quotidianità come il dono da riporre nel mutismo di un giovane che focalizza le proprie esperienze; uno scorcio d’infinito da riammettere essenzialmente con la libertà che serbiamo probabilmente, in virtù di quel sentimento sincero, che non si presta alla resa incondizionata; di quell’imperativo che come per magia motiva il collettivo seppur imperversino le solite debolezze, di un qualcosa di così a dir poco prezioso e casuale che non diventa mai indimenticabile.

Daniele si appassiona alle controversie, sottilizzando le interpretazioni che scaturiscono da un vocabolo, per un soggetto di amoroso senso da osservare affinché si possa rifiorire d’incanto e per sempre alla luce di un flash, di sola apparenza; per rincuorare in base alla scarsa predisposizione del buonsenso.

Il passato torna a splendere in un luogo d’incontro alla portata di tutti, sotto l’effetto di una dichiarazione d’amore resa visibile proprio a causa di quel dolce timore di non riuscire a reggerla, a stare insieme per tutto il tempo di chiedersi se abbiamo cominciato o finito un certo percorso emotivo.

Le vittorie di una vita non tornano in un ricordo, e ti sposti fatalmente, dipendendo da un invisibile sentore che semmai traccia nel cielo arcobaleni per sicuri lottatori, non vedendo l’ora di risultare sufficientemente, tra i mormorii e gli aiuti per rimediare in tempo al test scolastico sulla sobrietà materiale; in preda agli accessori che si espongono per la compravendita che ti faccia sembrare come gli altri, da immortalare per non isolarsi a fronte del tempo piccolo, eccessivamente frammentario per argomentare e riprendere a studiare al fine di comprendere oggettivamente la letteratura senza che si parli sul serio.

Ora il tempo passa velocemente, a scapito delle vie da seguire, delle prove orali da superare, circa le teorie per regolamentarsi tanto da trarne beneficio; ma il poeta identifica l’inizio di una storia d’amore nello scoramento a seguito dell’ottenimento di un pessimo giudizio globale.

La richiesta di stratagemmi ulteriori alla poesia più bella, per ritemprare lo spirito quando fa freddo e sfidare la sorte, non è esaustiva; ugualmente certi di come un sognante modo di comunicare serva più di un farmaco poderoso e a prova del successivo danno indiretto, quando si ha a che fare con quella persona che ti fissa negli occhi ben consapevole delle sue fragilità da evidenziare, e quindi con l’invito ad allargarsi e a incidere setacciando il piacere terreno, per sentire la voce di cos’abbiamo incamerato senza far rumore per non considerarci estranei e calzare l’entusiasmo avanzando a piccoli passi, fieri delle nostre radici per l’obiettivo da rinnovare con l’ingegno degl’illusionisti che si tradiscono giocoforza per un po’, concentrandosi sulla vetta da scalare in buona sostanza, senza freni.

Le paure si possono irrigidire nella neve delle affermazioni singolari, ciò lo si può intuire affrontando difficoltà varie e indiscusse per contemplare orizzonti e paesaggi sanciti da un lavoro d’immaginazione che si rivela costante quando meno lo pensi; con l’enfasi giornaliera, quella che caratterizza la solidarietà quando il tempo non influisce perché fermi a meditare sul dolore che si prova per un legame che si allenta.

Chissà se occorre vivere al massimo o accontentarsi di respirare, nella ristrettezza comunque da illuminare assolutamente col quesito che ti aspetti ardentemente, ad alzare un vento fresco nella dissoluzione di un abbraccio, in un cammino insignificante visto l’avvenire spiccante il volo.

L’inequivocabile giudizio affonda nella sovrumanità viziata e volgare, che ti priva delle emozioni sul nascere, equamente.

Il sovrano non si riconosce nella sua parola, laddove cominci alla grande un giorno nuovo, con l’intento di farsi compagnia amorevolmente ritagliando proprio quell’istante, per una spontaneità pungente come a sincerare sull’autunno insecchito sentendo la gente, la volontà di relazionarsi a lungo.

Tutt’a un tratto precipitano i pesi di un’esistenza dall’alto, d’adoperare realmente, e ammetti d’essere presente come una gemma che si apre duramente, insolita, per impegnare il tempo che avanza, trasmettendo obblighi in parallelo agli atti di fede, alla cieca; con la difficoltà ad auspicare una sorta d’onestà evolutiva in privato, con la facilità di stare in pace riattivando patemi d’animo… per il travolgimento che ti prefiggi ancora, derivando, centellinando dai sacrifici, dalle emozioni che ricostituiscono la pelle, come se si stesse per cadere per sempre al minimo spostamento.

L’inabilità sta nel limite imposto da chi ti vuole affianco, così pensato da non riuscire ad andare oltre; in una dimensione terrena da riprendere sognando con piacere, in una fuga perenne.

… come il corridore senza traguardo.”.

Nel frattempo la desolazione sembra sobbarcarsi l’aspetto lunare non pronunciato, ciò che non si riesce a ottenere dipende dalla forza dell’individuo che sta perdendo la speranza, il mordente per un trasporto senza tempo, lineare; e l’aria stempera superficialmente il desiderio di libertà all’intensificato calar del sole.

Destinazioni fantastiche danno l’idea di pazientare appieno nel cielo variabile, a un segnale di resa sociale, intimata tra gli appuntamenti da fissare, nei quali magari devi essere trafitto senza cognizione di causa, sentimentalmente; per ribadire della sensibilità forse e purtroppo insuperabile, con l’immediatezza di una pulsazione cardiaca, finita la pausa data all’anima flebile, addirittura ermeticamente, per svoltare nuovamente.

Il potere di selezionare le debolezze appartiene eccome al genere umano, a una condizione che si ricompone per spigolature d’avvertire, evitando di svanire per la convenevolezza che si esaurisce prontamente, bensì svolgendo un lavoro apparentemente inqualificabile, come quello di avventurarsi nella solitudine recuperando l’amore in disuso e fare finalmente luce; per fermare e consigliare su quel che c’è ancora da donare, di meglio.

Amare è un miracoloso gioco di squadra…”.

                                                                                                                     Vincenzo Calò








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