martedì 28 giugno 2016

Vincenzo Calò intervista Barbarah Guglielmana

Barbarah Guglielmana… 


Nata negli anni ‘70 in Valchiavenna; medico; impegnata nel tema della violenza di genere; “Davanti alla tenda” (ed. LietoColle) è la sua ultima raccolta di poesie.

Altre opere edite similari se inteso il genere letterario: “Rondini come formiche” (ed. O.M.P.); “Appena alzata mi sono messa a tagliare le stelle come voi tutte” (plaquette in proprio, dedicata all’associazione “Donne contro la Violenza” di Pavia, fino a oggi distribuita in quasi 9mila copie!); “Senza forme” (ed. Gattili); “Scende il buio” e “Frammenti” (le ultime due pubblicate con la Pulcino Elefante).

Oltre alle collaborazioni, nelle seguenti antologie poetiche: “Tredici cadenze” (ed. Puntoacapo);
Homo Heligens” (ed. deComporre); “La giusta collera”, “Cronache da Rapa Nui” e “Keffiyeh: intelligenze per la Pace” per mezzo delle ed. C.F.R. ; e “Amore per l’Arte” (ed. iArt).

Benvenuta Barbarah…! Ma, secondo te, sono più complicati i silenzi o i rumori?
Oggi mi sono diventati più complicati i rumori; mi stancano e occupano l’ascolto del mio rumore interno, che forse è diventato muto, a furia di urlare…!

Rendiamo le cose difficili per avere il tempo di capire, chi o che cosa?
Complichiamo sempre tutto per capire, alla fine di percorsi che sfiniscono, che tutto è più semplice. Un soggetto e un verbo, e la strada è lì davanti!

Di un minore è ancora possibile scoprire un’idea?
I bambini sono una fonte inesauribile perché cercano un ordine al nostro mondo; e stranamente siamo noi che stiamo giocando con la vita.

Pensi che raccogliere impressioni varie sulla crisi economica sia un modo di poetare?
Ho collaborato con Gianmario Lucini (edizioni CFR) a tre sue antologie, sui temi della guerra, dell’ecologia e della collera, perché credo che il tema sociale non sia un companatico ma proprio il pane della vita del pensiero dell’uomo, su cui poi aggiungere altri gusti...! La crisi economica dovrebbe insegnarci nuovamente quello che veramente conta.

L’unione fa la forza?
Certo, l’unione sviluppa le forze per fronteggiare le debolezze unite.

Una formazione culturale esclude l’altra?
Una formazione culturale può irrigidire l’inclinazione dello sguardo, ma l’ascolto altrui dovrebbe aprire alla conoscenza un ventaglio di possibilità e interpretazioni sul mondo. Poi nello scambio la propria lente potrebbe ingrandirsi, indebolirsi, rinforzarsi.

Nell’ambito letterario è normale vedersi di cattivo occhio? Se sì perché?
Ci si potrebbe vedere di cattivo occhio perché si critica per differenza o per gelosia anche l’altro, ma queste componenti umane sono di ogni ambito, proprio perché delle persone.

“Un numero limitato di copie” suona male?
Non è detto, il poco ha un valore di preziosità. Basti pensare ai gioielli che crea la PulcinoElefante: anche fosse solo uno, questi ha un valore inestimabile in ogni senso.

Capita di scrivere fino a rimanere vuoti, come dei paesi tutti da scoprire?
La domanda comporta un’affermazione e il suo contrario, così come il parto della scrittura. Scrivere non svuota, da un senso al flusso, dimostra il marasma interno portandolo alla luce. Ogni volta che si crea un qualcosa è come aver raccolto una primizia da un cesto, il cui nuovo assaporamento alla luce del sole inebria tutto l’essere! Per esempio, il mio progetto futuro è entrare come attrice in un film francese, dove si focalizza una vita diversa: la mia! A parte i sogni, vorrei aggiungere che ho appena partecipato con una poesia al catalogo della mostra dedicata a Mauro Benatti, “Materia celeste”, ora alla Biennale di Venezia. Inoltre, in autunno è stato stampato il catalogo degli “Ometti Oliviani”, ossia disegni raccolti dalle pareti e dalle sedie di casa mia, stilizzati in pose che parlano della psiche umana. Ho partecipato anche all’evento di Paratissima 2014, vincendo il premio MoleCola. In cantiere c’è il progetto di un “libro in movimento” con la fotografa (suo è lo scatto che rappresenta l’autrice) Anna Venturini, cioè un connubio tra l’immagine e la parola, sviluppato sul tema del viaggio, reale e immaginario.

Concludimi quest’affermazione e motivamela: Hai piacere di NON poter più…?
… rifare l’esame di fisiologia! Avevo scritto una poesia in più di dieci pagine, intitolata “Il Blocco” perché… non passava mai!

… Davanti alla tenda (ed. Lieto Colle)

Testimonianze a pelle, d’impulso, si raccolgono con l’espediente romantico per approfondire l’affetto più esaltante che ci possa essere.

Dell’ego armonico ci si fa carico per interpretare la propria parte alla grande e aspettare in piccolo che l’immaginario, bello ch’esteso, si liberi per verseggiare sui giorni che non tornano, appassionando.

Un concentrato di volontà viene assunto sapendo da subito, da poetessa, di maturare una condizione di donna nient’affatto riduttiva per la gioia ch’esce fuori ad appagare particolarmente.

La sensibilità in parole della Guglielmana lievemente si addossa il massimo piacere, che si prova bilanciando, calmandosi; e con essa ritroviamo della sana baldanza nel porsi dei limiti.

La poesia, lavorandola, si evolve in origine, quasi per narrare, e nuovamente spunta quella dote imprescindibile, da sfoderare per coinvolgere con intensità come a prestare le dovute cure alla propria anima.

Sul finire della silloge, l’accento si disincentiva, e si schiarisce una fidata tristezza di base; ne consegue la soavità di una decadenza di pensiero, da trasmettere per sempre, all’oggi.

Le figure umane che smuovevano Barbarah da bambina sono racconti di attimi che si gonfiano piano, meravigliosamente, col senso della privacy, tra le verifiche dell’intuizione vitale, di un tris d’assi attitudinali; per amore, spontaneità e legame di sangue.

Però è come se molta felicità si sacrificasse, e non resterebbe che spiare, nei fori di una rete di protezione a scapito di esseri pungenti, invisibili, proprio quella loro sfrontatezza che non ci appartiene.

Per non cadere in depressione occorre avanzare, dimenticare, alla portata di tutti, l’essenza di un’immagine; a costo di nutrirsi per convenienza, purché si rimetta per reagire e sentire così di stare a respirare.

In assenza di qualsiasi impedimento, i consigli su come traspirare trasparenze deliziano, come la solennità di un rito che caratterizza l’umiltà di univoca specie, a procedere china, con la mente incapace di alleggerirsi.

Le preoccupazioni sembrano esigere carezze, mentre “lei” ingurgita materiale preziosissimo; e il più forte sentimento il suo ricamo, spostandosi per preparare cose prelibate e rifiutarle tardivamente… per lasciare il segno e ricominciare daccapo a sistemare l’ordinario.

Vedersi nudi era un modo per divertirsi e crescere?

No, s’è trattato di un errore di valutazione in prospettiva, imperdonabile!

Sprovvisti dell’aspetto fisico, tendenziale, v’è una fonte d’energia primaria che ricaviamo di getto, inasprita, tanto da renderci ugualmente aridi dentro; e, dovendo resistere alla superficie pervasa dalle piogge, nei gesti che ti aspetti ma che si tengono in serbo, facciamo razzia del creato che si avvicina spiritualmente, privato del tempo per consolidare.

Gli astri si calano, s’imputridiscono col freddo di una coppia di amanti la cui complicità si spegne in aria; e Barbarah è convinta che tutti se la prenderanno con lei, come se fosse stata l’autrice ad aver diretto un mistero come pochi, con un dato compagno succube, e non viceversa.

La Guglielmana amabilmente si scorda di vivere, essendo fedele al suo arbitrio, e della vastità che la circonda rilascia una carenza semioscura, alla probabilità di rialzare la testa e stimarsi, come la luce al naturale che trastulla le primizie non suscitanti più la benché minima atmosfera, distrutte dalla progressione dell’Essere.

Trattasi di una donna che ha desiderato e ricevuto il bene di una e più poesie, dando in cambio un sentimento tutto da provare; magari per l’uomo che se si ammutolirà infinitamente allora verrà considerato?

E dunque di una melodia che strugge per com’è perfetta, con le componenti gettate nell’aria quando essa ti aggredisce all’attesa di un mezzo di trasporto, a rinfrescare la decenza sessuale, necessaria per ricondursi alle lotte per la dignità di genere, con abiti nuovi, ma pur sempre in segreto, come nell’inconsapevolezza accresciuta dalla fertilità sommessa ma straripante.

“Mi cambio e mi nascondo”.

La poetessa appare nel pianto da gustare, da strappare dagli occhi; essendo anche solita a esibirsi con sterili motivetti, in balia di un’eccessiva temperatura corporea o di soluzioni alcoliche per debellare il cattivo umore… come se non si fosse accorta di non aver ancora intenerito le sue emozioni, una volta distaccatasi da sé per forza di cose, al margine di una città sollevato da anime che scrivono per letture da concretizzare.

Un cenno di follia insuperabile da ingerire, e si torna puliti, per non dire sotto colate di cemento, distanti dalla fitta vegetazione che le allegre accelerazioni della Fantasia riproduce; con la malinconia che perdura ma che non stanca se ti attivi per riconoscerti, in possesso di un’ambizione almeno, in assoluto.

Senza badare a quel che si sprigiona pigramente, per disperdersi nell’intento di cogliere la bella stagione e fare disordine tra le novità… in un luogo massimale; nella morsa, oramai allentata, dell’esistenza terrena.

Sono molti gli acumi destinati quasi a macchiarsi, di dura, femminea, fermezza, che gli uomini non devono manomettere oltremodo illudendo; l’autrice sembra addirittura implorare a codesti l’incutersi della reale bellezza planetaria, l’avidità nell’assaporare la bontà centellinabile quando il cuore batte forte, sistemando un’immagine da schiarire, tra le riflessioni occupanti l’altrove che si mostra immenso alzando lo sguardo urbanamente preteso.

Il rischio di soffocare sobbarcandosi della nullità stando a quanto emesso, alla reintroduzione mai complementare degli amorosi sensi, si frammenta constatando quel vento scaturito dagli spostamenti del partner, a spegnere la passione appiccata per polverizzarsi piacevolmente.

E rientrano le esitazioni finemente proporzionali alle meditazioni, per miracoli da seguire continuamente, tumultuosamente; tipo la felicità per una relazione autenticata, che sgorga dagli occhi e travolge le nudità.

Si è in cammino, “facendo il verso” al poeta monumentale, come un minuscolo essere vivente abilissimo a conservare ciò che ha da consumare, addolorato da un vortice regressivo che pulsa in grembo, la messa in panico che aggrazia invitando a respirare saggiamente, a osservare il tizio che, per evitare il maltempo, se lo prende invece in pieno, mentre una musicante, leggiadra, si eleva fino alla cognizione atmosferica perfetta, procacciando le menti di profondi scopritori di sé; fino alla motivazione imprescindibile se si dà adito al corso del tempo, per cui è necessaria della solitudine serafica alla “lei” radicata, convinta che i rapporti carnali non si rimediano ogni volta fugacemente e in maniera esemplare, alla strenua del distensivo pudore.

Dovendo ragionare talvolta in controtendenza, e ritrarre qualcosa di logico sul telo dell’aldilà, in possesso di quella libertà per infondere aforismi dedicabili a una carenza di propositivo impatto.

Rimangono dunque fogli per trattare crolli di psiche, voli nell’aria avversa per principio, alla boccata d’ossigeno che incorpora chi si distacca dalla propria posa, chi si riordina per effetto della coscienza, nell’interpretazione della concretezza appesa al muro della memoria, magari dai propri nonni.

Barbarah infatti assorbe, dal trafiggente buonsenso dei suoi cari, degl’intenti indefinibili per natura, mentre spiega come poter ascoltare il mutismo degli anni trapassati, al richiamo della quotidianità (quando non appesantiva come oggi), che incuriosisce solo quand’è possibile accarezzare le diversità di carattere, di espressione, di armonia, per stabilire il vissuto; con la commozione che abbaglia, a causa di volontà più che tangibili, tipo quella di lasciar sbocciare fiori che profumino di morte, scalfendo l’olfatto intrattenibile per esperienze significative, da custodire.

Dei volatili fatti d’infamia e di lode, intanto sembrano capaci di lasciare in sospeso la poetessa, di renderla raggiungibile, lungo una via da illuminare attraversandola, anche scrivendo pensieri su pensieri come a piovere nuovamente; e perché no sfidando l’entusiasmo per sostare nella casa di Dio e scioglierne i particolari in compagnia di persone che ti aprono il cuore, desiderando oltremodo di tornare indietro per godere di un’innocente passività?

Cambierei ogni preghiera disperata di me adulta
  con quelle preghierine di allora…”.

La nostalgia rimanda alla cura spasmodica, che si reputa solo dopo elettrizzante, dei sogni di una fanciulla che dovevano assolutamente uscire fuori.

Al buongusto da considerare istintivamente, senza badare alle conseguenze, per far sì che l’autunno risulti per sempre incantevole, quanto il nervo scoperto che non va masticato a dismisura, d’accusare al proliferare di una valenza impossibile da complessare e per giunta col cattivo appetito, accelerante gli eventi con in mezzo quella maledetta sensibilità da sviluppare.

Per fare pulizia sulla morale che non ci potrà mai appartenere, pur costretti a tatuarcela per l’ossessivo ricordo di un tesoro da smitizzare per il bene di una creatività impellente, per la minuziosa unicità d’abbinare al presente.

                                                                                                                  Vincenzo Calò


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