mercoledì 15 giugno 2016

Novelli sacerdoti: il coraggio e la retorica

Vorrei spendere qualche parola sull’ordinazione di tre giovani sacerdoti manerbiesi: don Davide Podestà, don Marco Cavazzoni e don Alessandro Savio. Sono stati miei compagni d’adolescenza, all’oratorio di Manerbio. Benché il mio percorso spirituale si vada allontanando dal cattolicesimo, ho presenziato alla loro prima Messa, il 12 giugno 2016, e ho fatto loro auguri di cuore. Sono tre “vecchi amici” che hanno fatto una scelta importantissima per la propria vita e io auspico soprattutto che sia autentica, che sia per loro un modo concreto di esprimere la propria “perla interiore”. 
            Quel che mi dà da pensare sono i discorsi di chi non è particolarmente devoto, ma ha decantato “una scelta tanto coraggiosa da parte di tre giovani, in un’epoca così corrotta”.
            Per cominciare, è ora di finirla col mito dell’ “epoca di decadimento”. Il mondo non è mai stato un posto particolarmente pulito. Senza frugare in ere lontane, persone oggi ottantenni ricordano l’egoismo, la gelosia, la prepotenza e l’ingratitudine subiti in famiglia, al tempo in cui “tutti erano bravi cristiani”. Della secolarizzazione in corso, poi, profitta e gode spesso proprio chi pontifica tanto sull’ “eccessiva libertà di costumi”. Fra i critici più accesi del “nichilismo odierno”, c’è anche chi ha uno stile di vita tutto fuorché santo e cattolico - paradossalmente, assai meno di quanto lo sia il mio. Se la società italiana fosse ancora quella degli anni ’40, proprio loro sarebbero segnati a dito da ogni “persona a modo”.
            Secondo: la scelta dei miei tre compaesani li chiama sicuramente a responsabilità. Però, fino a prova contraria, queste derivano da una loro scelta libera e informata. Sono stati circondati dal sostegno (anche materiale) di una comunità; difficilmente resteranno disoccupati o dovranno domandarsi che fare della propria vita.

            Vorrei spendere qualche parola su un altro coraggio: quello di chi non ha potuto scegliere più di tanto. Il coraggio di una mia amica, che ha perso di colpo un lavoro fisso e si barcamena tra impieghi saltuari e ospitalità d’amici, pur di non tornare da una famiglia che ha tollerato e coperto gli abusi sessuali da lei subiti quando era ragazzina. Il coraggio di una mia coetanea, che lavora precariamente come donna delle pulizie per mantenere la sua bambina. Il coraggio di una ventitreenne laureata in campo umanistico, che ora lavora in un bar, visto che suo padre sperpera il denaro tra l’alcool e la sua nuova donna. Il coraggio di una disoccupata, che prende qualche soldo grazie a una bancarella di hobbistica. E, ora, smetto con la litania. Mi limito a dire ai tre novelli sacerdoti qualcosa che, finora, nessuno forse ha ancora detto loro in faccia: siete fortunati. Spero non solo che la vostra fortuna prosegua, ma anche che non vi porti a sminuire l’altrui fatica di vivere, come fanno certi ventenni arroganti che non sanno ancora quanto siano salati i pesci in faccia.

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