martedì 14 giugno 2016

Vincenzo Calò intervista Federico Li Calzi

Federico Li Calzi… 


Federico Li Calzi (Agrigento, 28 Agosto 1981) è uno scrittore e poeta italiano.

Vive a Canicattì; si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica nazionale con Poetica Coazione, pubblicata nel 2009 su proposta e iniziativa dell’Associazione Scrittori e Artisti Agrigentini, vendendo più di diecimila copie; l’opera viene recensita positivamente su riviste specializzate di poesia, quali il Convivio di Catania e La Mosca di Milano.

Nelle sue opere affronta la nostalgia, il ricordo, il rimpianto, l’amore.

Nel 2012 viene pubblicata la seconda raccolta poetica, Dittologie Congelate (edita da Edizioni Cerrito), con una postfazione di Enrico Testa, docente di Storia della Lingua Italiana dell’università di Genova, e un saggio critico di Nuccio Mula.

Il libro esplora i tragitti del mondo interiore dell’autore, sempre con l’alternarsi di versi enigmatici e classici; lo stile è ai limiti di una tecnica consumata.

La nuova pubblicazione ormai trova aperte le porte della poesia contemporanea, e già alla fine del 2013 replica il numero di vendite della precedente raccolta; il libro viene recensito da diverse riviste di taglio nazionale, critici e giornalisti, e l’autore viene invitato a presentarlo in tutto il territorio nazionale.

Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo con Edizioni Cerrito, dal titolo Nove Periodico che suscita fin ben presto curiosità e interesse, non soltanto tra i suoi abituali estimatori ma anche in una nuova fascia di lettori, avendo, ancora prima dell’uscita del libro, già più di duemila copie prenotate presso l’editore.

Il nuovo libro si rivela fin dall’inizio un successo maggiore rispetto alle precedenti pubblicazioni; la narrazione affronta, la vicenda dell’Io e i mutamenti sociali nella Canicattì degli anni ottanta, con la predominazione del tema del ritorno alle radici, in un tono nostalgico e tramite un linguaggio lirico.

Ma tratta anche il tema dell’infanzia, della giustizia, della malavita [che si conclude con un avvincente enigma poliziesco, in cui l’autore “con una messinscena sottile ed implacabile, punisce i responsabili” (Enrico Testa)].

Nel settembre del 2014 è stato ammesso all’Accademia Internazionale degli Empedoclei di Agrigento.

Ciao Vincenzo, volevo ringraziarti per l’attenzione che mi hai riservato. Prima di rispondere, voglio fare una precisazione: questa intervista ha suscitato il mio interesse, proprio, per il tipo di domande insolite, che, nella loro diversità, riescono a dare spazio di esprimersi all’artista, senza sentirsi costretto in un preciso schema. Voglio chiarire, quindi, che risponderò, visto proprio la natura enigmatica delle domande, secondo l’interpretazione che io ho dato a ognuna di esse, o meglio secondo ciò che la domanda ha suscitato in me.

Grazie infinite, Federico. E allora… cominciamo! Quale appellativo useresti per ricordarti di quanto vali?

Ritengo d’essere, in genere, una persona semplice e schiva, per questo motivo non amo gli appellativi, o pensare quanto io possa valere, nel senso positivo o negativo del termine, senza falsa modestia. Ciò che per me conta è il modo d’essere, assoluto e immutabile dell’Io, cioè se in fondo una persona fa del bene all’umanità o meno. Con l’esperienza ho raggiunto alcune certezze, negli ambiti che m’interessavano e che volevo approfondire, che fanno parte oggi del mio bagaglio socio/culturale e sulla base di queste continuo, senza fretta, con passione e umiltà, a costruire il mio futuro con buona dose di fiducia nell’Arte.

E’ vero che un’immagine o un suono riesce a tradire fino a rimpicciolirci?

La mia formazione è principalmente poetica e il poeta vive d’immagini e di suoni, perché egli incarna l’immagine in un ritmo e in un suono che vengono poi scanditi dai versi. Un’immagine che rispetta soggetti e accostamenti cromatici, che richiamano l’attenzione dell’artista, lo portano a sognare, a immaginare d’allargare la sua fantasia; e quell’immagine contestualizzata in un determinato momento, nell’animo dell’autore, riesce a elevare il suo spirito, a sensibilizzare la sua visione del mondo, ad aprire viaggi sconfinati, verso nuove idee, nuove mete (ricordiamoci “L’infinito”di Leopardi, dove, addirittura, tutto è lasciato alla potenza dell’immaginazione), riflessioni, paure, rumori, silenzi, cortine di colori, emozioni, voglia di vivere, rabbia. Riescono, l’immagine e il suono, allora, come hai detto tu, a far sentire piccolo l’uomo al cospetto del ciclo immutabile della natura, della vita e dell’universo.

Mettere l’Anima è sempre più come fare una denuncia di smarrimento?

L’arte esige l’anima dell’artista. Ma in letteratura questa diventa una cosa pericolosa perché in mani inesperte si rischia di cadere nella banalità/ingenuità, nel sentito e nello scontato. L’esempio deve essere sempre quello della Divina Commedia di Dante, in cui tutto è lasciato passare solo se risponde a dei presupposti stabiliti dall’artista. Cioè non bisogna scrivere solo per sfogare una propria piena, ma di questa piena bisogna fare meditazione e pretesto di costruzione mentale, anteriore all’opera. Non bisogna confondere l’anima con l’entusiasmo del sentimento, l’anima deve essere la tramatura dell’opera, gli orditi che percorrono il libro da cima a fondo. In definitiva, ritengo che l’anima sia uno degli elementi costitutivi della letteratura, altrimenti l’opera diventa un semplice trattato; storico, politico o sociale che sia. Ma, come dicevo sopra, questa deve essere usata sì con libero arbitrio, ma anche dosata con sapienza, senza mai eccedere.

Ti è mai capitato d’avere a che fare con l’Impossibile in veste incantevole?

L’Impossibile in veste incantevole”, lo vedo come tutto ciò che tenta l’uomo nella vita e a volte lo fa peccare. Ma voglio focalizzare l’attenzione sul compito dell’artista e del valore che egli deve dare alla sua opera. Un autore nella sua piena libertà è tentato/provocato a eccedere in qualsiasi direzione, proprio perché l’arte, in linea generale, non pone nessun vincolo. Tranne quelli che lo stesso autore deve imporsi, e da questi ne deriva l’equilibrio, il brio, la bellezza, lo stile che egli riesce a dare al proprio libro. Ecco allora la differenza tra le opere ragionate, misurate, calibrate e le opere d’impulso che determinano squilibri e sfasature sul piano tecnico, stilistico.

Le cose s’incasinano per essere sicuri di…?

Come sosteneva Leopardi nella poesia “La quiete dopo la tempesta”, anche in arte vale la stessa regola. Dopo la tempesta viene la quiete, bisogna prima confondere, mescolare lo stile precedente con il nuovo; la conoscenza, ossia aggiungere legna al fuoco, smarrirsi per potersi ritrovare, confondersi per poi fare chiarezza e non perdere mai la voglia di sapere. Ciò significa, anche, riuscire a nutrire lo spirito sempre di nuovi elementi culturali e continuare a crescere nel tempo. Come sosteneva Oscar Wilde nel suo grande capolavoro, Il ritratto di Dorian Gray, “il vero peccato della vita è fermarsi di crescere” e come sosteneva Pavese, “un artista che non distrugge costantemente il proprio stile è solo un poveretto”. Bisogna, inoltre, sempre stupirsi, perché lo stupore è il motore dell’arte; ma stupirsi sempre di cose nuove.

E’ più bello aspettare il bene o il male di vivere?

Diceva Pavese: “Inizio a fare poesia quando la partita è persa”. Difficilmente, per me, la poesia nasce da uno stato emotivo di felicità, perché questa non porta nessun travaglio interiore, mentre le delusioni, gli errori, i pentimenti sì. Quindi in linea generale, per la vita, sostengo che è sempre meglio aspettare il bene piuttosto che il male; ma mentre il primo, almeno, per ciò che riguarda il mio punto di vista, non è proficuo a livello artistico, il secondo porta una ventata di nuovi sentimenti o di sentimenti vissuti in forma diversa.

Come si diventa stupidi secondo te?

Questa è proprio una bella domanda. Nel mondo d’oggi, dove tutto è regolato dall’arida legge del dare & avere, dalla bilancia della pecunia e da quel dio quattrino che inquina il modo e i sentimenti, si diventa stupidi quando qualcuno riesce ad abbindolare l’altro, in campo economico; l’opinione pubblica, la massa, in questo caso, definisce chi ha compiuto questa azione, sveglio e capace. L’intellettuale, per ciò che ancora può valere nel mondo d’oggi, considera questa azione una stupida malvagità, che alla fine si rivolge contro chi l’ha prodotta. Colui che possiede risorse intellettuali e culturali, che crede in se stesso, che è certo delle proprie capacità, non si immergerà mai nelle acque torbide del Male, non sognerà mai di compiere un torto a un suo simile, proprio perché l’uomo d’ingegno agisce per il bene dell’umanità, come le grandi scoperte che hanno portato a un miglioramento delle condizioni di vita generale. In campo artistico si diventa stupidi quando ci si fossilizza solo su uno stile, e, come dicevo sopra, non si è in grado di progredire.

La parola deve fornire per forza una spiegazione o un esercizio di stile?

Per come intendo io l’arte, la parola è un esercizio di stile, che nella sua veste/forma deve fornire una spiegazione netta e chiara. La comunicazione non sempre passa per vie dirette. Diceva Pirandello: “E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose così come sono dentro di me; mentre chi le ascolta inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”.

Dalla comunicazione si può levare la confidenza?

Tutto il mondo e tutto il sapere passa attraverso la comunicazione. E ce n’è un tipo che deve dare familiarità, cioè far sentire l’autore vicino al lettore, ed è la letteratura della poesia o del romanzo, e tipi di comunicazione che, proprio per elemento costitutivo del tema trattato, devono negarne l’esistenza. In questo secondo caso accade spesso però che testi scolastici o universitari siano affidati a gente esperta di quella materia/disciplina, ma che non s’intende assolutamente di comunicazione, e quindi si produce un testo sì colto, ma con una comunicazione distorta.

… Nove Periodico (Edizioni Cerrito)

Riprendere un legame coi tempi andati è come affidarsi nuovamente a certi intenti, stando a ciò ch’è rimasto di una rude collettività in decadimento, assorbito dalle facciate degli edifici, dagli oggetti.

L’intero appeal moderno, di un continuo ingegno da promuovere per una specie di univoco senso di trasporto, devasta determinati luoghi e modi di fare.

Prima non si riusciva a capire come maturare, denotando solo successivamente una condizione umana, qual è il soccombere al ritmo vitale, all’erroneità di scelte da praticare sentendo il distinguo tra i ticchettii dell’orologio che danno conto a nessuno, nutrendo delle scadenze per sancire l’addio a una mescolanza di sentimenti con l’uso delle persone care, osservando per forza il venir meno di profili comunissimi, per poi riprovare un domani a ricostituire le origini, un paesaggio che ti si ripercuote interiormente senza dare l’idea di badare alle sue anime.

E’ capitato eccome che da piccoli si pensi di coinvolgere malignamente, per divertimento, un individuo, e, compiuta l’azione, suscitare irresponsabilità percependo d’aver perso.

Ma l’entusiasmo è così grande che intensifica sconvolgendo il carattere pregiudiziale, a investire un paese curioso e intrigante; senza immaginarne, trasferendosi altrove, il cambiamento.

In passato, c’è stata l’occasione di apprendere perfettamente le possibilità per emergere, dando retta a delle leggi che sembravano imprescindibili, con nozioni stampate per dovere di conoscenza, mentre oggi citi in giudizio (più o meno) politici quasi incapaci d’intendere e di volere, che non rassicurano su alcun tipo di riferimento pubblico e quindi morale, trascinati da un sistema partitico inespugnabile, che scansa le minoranze, per godere di soli privilegi.

Abbandonando una località strettamente sicula, si credeva di essere pronti per sacrificarsi e ritenersi liberi, indipendentemente da ogni sorta d’aiuto vicino e lontano, ma il panorama che ne scaturisce t’inculca il fallimento della coscienza popolare, la necessità di riscoprire gli strumenti di un ingranaggio naturale che hai bloccato all’improvviso, riguardante una ricchezza terrena come poche, che sbalordisce per quanto risulta indolente.

Librarsi nell’aria è indispensabile, alla luce del Sole che affievolirà; quando essa si surriscalda, tempra per svincolarsi dalle minacce di morte.

Come una fiaba che riconduce all’eterno, d’ascoltare assolutamente, dovendo in primis cogliere il contenuto dell’essere umano che ti occupa la visuale, per conquistare un desiderio.

Ntonio, l’immenso amico del protagonista di questo romanzo, invece si sostiene seppur amareggiato e pressato da cosa gli gira intorno; dice, o forse diceva, la sua generando il Caso; da sempre imponente, poiché dotato di una personalità carica di certezze curabili per definire la propria sincerità, alternata a una fragilità d’animo nel perseguire qualsiasi emozione, ben custodita.

Intanto, localizzando una bottega di paese, ci si avvelena malinconicamente, con la memoria che rilancia meraviglie intoccabili, in sospeso; che ti spinge ad ammettere che si nasce per possedere delle debolezze, tipo sradicarsi una volta per tutte; smarrito in una zona isolata dalla realtà, ovvero nella tua terra pervasa dall’estraneo di turno, e segnato mica tanto dalle tappe di un percorso individuale, essendo inimmaginabili per chi ti guarda senza che gli confermi mai l’approccio avvenuto, giustificandosi semmai grazie alla motivazione dettata da una professione che deve qualificare e basta.

Nessun obiettivo è gratuito per Mauro, quindi viene facile rischiare la reputazione a mo’ di atto supremo, tra le relazioni sociali ponderabili con la testardaggine di esseri che cullano giganteschi difetti.

Ntonio inoltre si dimostra insensibile sul punto di poter impressionare con gesti fraterni, seccando ulteriormente il ricordo del papà e della mamma di Mauro, nemmeno salutati in procinto di salire in cielo… Mauro che non riusciva a capacitarsi per il destino di suo figlio, ucciso come se nulla fosse, invisibile per conto di una città come lo è Roma, del resto.

Eppure il pensiero d’aver contribuito a dare alla vita un essere indifeso acquieta un individuo conficcatosi nel tempo andato che sembra venga proiettato in silenzio sui muri, che si ferma a una registrazione polverosa, per poi riprendersi da uno stato di pigrizia stancante.

In tutta sincerità, la riscoperta di Ntonio serve a tracciare la via di mezzo tra ciò ch’è stato e ciò che si diventerà, e non si esclude il definitivo ritorno, scrutando la cessazione del respiro in un preciso istante, per un principio ineludibile, che allontani dalla malasorte per paradosso.

L’invito ad avere fede si conclude parlando piano, per conforto, ascoltando un messaggero di Dio che rievoca segreti animati e custoditi in eterno, prima di provare a fissare negli occhi l’indifferenza, prima che si specchi nell’autonomia del destino dell’umanità.

Ntonio però deteneva sul serio della buona e sana superbia, mentre si doveva soccombere, come se in castigo, alle direttive sanitarie, o nutrire incanto, e sapienza con un linguaggio espanso, per un negoziante che bestemmiava vivacemente nell’intento di riuscire a cogliere la bellezza di un prodotto da distribuire.

La miseria è dovuta dall’intelletto non messo in pratica sconfinando, secondo Ntonio, gagliardo e irraggiungibile nel confidare questa massima fin da piccolo, quando per entusiasmare non si poteva fare a meno degl’innocenti, di cucciolate consce dei sacrifici da compiere, con l’abilità per ripararsi e riflettere sulle fragilità che riserviamo ai nostri cari, sperando di non farli preoccupare a tal punto da non prefigurarne più la scorza emotiva, in un luogo ch’è anche tutto tuo; d’arieggiare, ingigantire, innalzare!

L’appartenenza, di forte tratto distintivo, va premuta nuovamente, anche per richiedere a un legale qualunque, che bada all’ultimo momento alla documentazione che blocca la successione degli eventi, la realizzazione di un proprio bisogno.

Il suo bla-bla-bla non travolge la vista di Mauro attratta da delimitazioni e sporgenze strutturali, facendo razzia di particolari senza tempo, col desiderio, forse invalidante ma di certo spontaneo, di riavvolgere il nastro, come di superare pesanti, innocui mezzi di trasporto in movimento, che rendono assordanti e più fitte le tenebre, l’idea di non sbiadire, d’incoraggiare, con una forza d’animo nient’altro che volontaria.

Adesso è il periodo dell’adolescenza a fulminare, l’indimenticata sperimentazione che brilla solo artisticamente, a costo di distruggerti intorno, in un errore da fare o per un capriccio al naturale, ma volgendo alla comunicabilità col sorriso, senza dover deprimere, mai ignari di dover crescere, di un innamoramento ostacolato da progetti al femminile e, peggio ancora, all’antica, irriguardosi; di un chiaro e fresco pudore di gioventù in procinto di precipitare nella consapevolezza di assumersi un rigor di logica bestiale, che Mauro ha trascurato pur tormentandosi su esso, tra il trattenerlo e lo strattonarlo col pensiero da far notare, a una povertà prima sintomatica e dopo fisionomica, da cui scaturiscono forme di pessimismo, ricomponibili con premura e onestà, seppur lungi dall’interpretazione, che reprimono in automatico; come se fosse già un’impresa resistere alle proprie conquiste.

Infatti, l’euro e l’offensiva elaborata dal terrorismo islamico, apparentemente, c’hanno portato all’assopimento morale, e quindi alla liberazione della pretesa tanto provinciale quanto materiale, alla formazione provocata dalla disinformazione s’una specie di variabile impazzita che slega le spese per il lavoro dalle compravendite più o meno oggettive, rinvigorendo la dipendenza dall’offerta originata oramai per sempre altrove, che ci ribassa.

Per badare a quel che ti circonda, occorre rinfrescare, cambiare in fondo, tra l’ispirazione e la cifra stilistica, ammonendo il differenziale per farsi davvero un esame di coscienza, per sentirsi grandi e non in mezzo ai complessi d’inferiorità; avendo dubbi sulla luce appena volgi lo sguardo al cielo, essendo capace d’essere all’altezza delle indagini di mercato, alquanto variabili, ma con ottimismo; con l’univoca dote di percepire il disagio interiore, e andare così incontro all’ingenuità che spicca al femminile, senza smettere d’ascoltare persone come Ntonio, appassionate delle cose predisposte all’Io narrante, ben focalizzate, ma senza arrendersi, fregandosene di uscirne sconfitti, purché si ricominci, testardi perché responsabili, a costo della monotonia.

Una condizione sorprendentemente attuale scalfisce quello stare liberamente sopra le righe, a cavallo dei concepimenti epocali, per decorare in leggerezza atmosferica, tramutando benemeriti, antipatici inetti, che ricostituiscono della malafede per spadroneggiare, in uomini puri e garbati.

Non si riesce a descrivere la metodica per sprigionare sensibilità, essendo più o meno celabile, affinché non si precipiti senza remore, nel pensiero d’essere stati bene insieme, alla faccia di un astio che fermenta proprio in colui di cui non ti preoccupi.

Allontanandosi da un dato posto, diventa incomprensibile il malessere sociale; il capogiro dipende dal vedo/non vedo dei ricorsi storici, terreni, incentivato dalla tristezza di Ntonio, della sua argomentazione alquanto vaga, dovendo piuttosto concretizzare, individuare gli ostacoli, sforzarsi di ciò per un talento di pronta diffusione.

Eppure, a Canicattì & dintorni, è come se madre Natura ti cullasse quando dormi e sogni, per impigrire e renderti inutile, perfettamente; forse a causa delle invasioni letteralmente straniere che hanno plasmato la Sicilia nel corso dei tempi, un anonimato civile pieno di pezzi di ego che non si possono riunire in virtù di una compatta carta dei diritti e dei doveri, resi delitti e pene dall’aggiunta di notifiche per il bene del domani, ma inopportune se influenzate da procedimenti sempre in sospeso!

Hanno praticamente nulla da spartire un sudista e un nordista, visto l’impegno nel contrapporsi maleducatamente, e di questo Ntonio n’è consapevole.

I cittadini soffrono una rappresentanza lungi dalla meritocrazia per la maggior parte dei casi, la società non può che attenersi alla decrepitazione impressa nella faccia da mettere, senza tradire l’ambito promozionale, strategico.

Setacciando la Terra, scopri paesi che si espongono nonostante ci sia poco da vedere, perciò unicamente coloro che sono siciliani si possono reputare panoramici, anche a riprova dell’ambiguità espressiva di Ntonio che comunque vuol venire a capo della fama di Mauro, che musica senza dare mai nell’occhio, in silenzio, né ribadendo vanteria come un antipatico sciupafemmine proteso al materialismo più trascinante e sfuggente, con coperture di stima elevabile al superfluo.

Ntonio si chiede se l’amico in carriera abbia addirittura fallito, posando in modo narcisistico, esattamente come da giovane, avendone ben donde, tirandosi a lucido, nient’affatto scavato dagli anni che passano, ma sensibile alla figura materna, svuotata di una desolazione che comunque rimbalza s’un intelletto fortificato dall’anima che sommerge sentimenti sbattuti.

Per l’effetto sonoro si deve dare conto dell’ossigeno che incorpori, abbandonato per un’estate che non dà scampo, delimitata dalla depressione appurata e sconsacrata, dalle allusioni di vecchie glorie a un’energia del tutto sprigionata ma che lede alla pelle, che alla lunga non rinfranca, sprofondando in aperta campagna, nel refrigerio conquistato da stupide, tenere bestie, quando è sconsigliato uscire fuori e l’acqua va bevuta per risalire alla terra.

Si dorme, con la testa piena di una corrente che rinvigorisce elementi che si protendono verso il fertile, con una spinta olfattiva, ch’evidenzia tracce di un dolore coltivabile, crudelmente, per ricredere nelle raccomandazioni sull’ordine da fare tra gli strumenti, per sconfiggere i piccoli ladri.

Il papà di Ntonio ti osserva come un bambino, con una memoria da reinventare, l’inesistenza ingiusta, d’attendere quasi, che non ammette repliche, all’arrivo del tempo andato, chiuso negli affetti da celebrare, mai fuori dal comune, distanti dalle responsabilità che oramai sono state impugnate.

Scorgi riserve per un bestiame, al calar del sole, di un ingrediente essenziale per un dolce che sa di amaro, per masticare pace senza sentirsi liberi, come quando le ore piccole si consumavano per allargare il campo di vedute, di melodie sempre più rumorose, fastidiose, ballabili rasentando il proibito.

Eppure Luisa ci teneva a Mauro, troppo; delicata e dedita all’ascolto, con un’audacia prossima a reprimersi, di una sensualità sospesa nella ricomposizione degli eventi che accadranno, con la carnalità che andava pregustata, che invitava a peccare altrove, per emozioni incalcolabili, che non galleggiano nell’anima di una ragazza desiderata.

Ntonio intanto accompagna Mauro, continua a indietreggiare con lui, in cerca di quanto donato.

A differenza delle altre, lei, non varcando la propria ingenuità si entusiasmava, era bellissima per questo motivo; e Mauro si danna per come quest’amore era tanto impedito quanto custodito nel sospiro da emettere insieme, in un incrocio di sguardi letale.

Si prendevano, in vista di un distacco comprensibile solo dal precursore che fa a pugni con forme attuali, disarmoniche.

Dal dire al fare, per lui il passo è breve, le pagine di un diario si sporcano dunque di pensieri.

Allucinante come costino care le aspirazioni di un’esistenza intimata, aldilà dell’artista che si è, che raziocina il domani sprovvisto incredibilmente di sagacia, legato a una negazione di ficcante agglomerato urbano, irrealizzata.

Il richiamo meridionale è qualificante dacché passionale, la sensazione di essere finiti dentro il Sole che offende ulteriormente il terreno agricolo si era raffreddata, auspicando di emigrare, con la pressione atmosferica magicamente attutitasi, e allora in pace con se stessi.

Ntonio in cuor suo aveva smesso d’idealizzare nella cornice di un’umanità sputata, e ne scaturì l’avanzamento della disistima del suo volere, come se dubbioso circa la capacità di Mauro, di un suo simile in buona sostanza, di sfondare… senz’alcun aiuto, con la concretezza che mette però a repentaglio lo spirito.

Crescendo vieni a conoscenza di lotte confusionarie per avere la meglio sulla vita, s’una condizione meteorologica che si stempera straordinariamente, volgendo lo sguardo all’universo, laddove il caldo, la sicilianità, forse, non è consueta...!

La vista di Ntonio si mostra forte tra le oscurità, col mutismo che si scioglie parlando lucidamente, in un affetto vecchissimo, una gabbia per chi scappa, fatta di ricami, con strumenti arrugginiti e a scatto, e il piacere d’infuriarsi come il tempo, contrastando la violenza che riemerge per il rimpianto a prova di cittadinanza passiva.

Ntonio somiglia proprio a un albero secolare, mentre Mauro fa razzia olfattiva di luoghi di pazienza, forte di quella saggezza nelle affermazioni che lasciano di sasso, ogni tanto, tipiche di chi la terra non la calpesta solamente per impossessarsi bonariamente della logica comune.

La misericordia concatena i battiti del cuore di un animale che non sa come riprendere il proprio destino, che non si riconosce più, per selvaggi, infiniti spazi richiudibili.

L’incoraggiamento di una solitudine avvincente fintanto ch’è innocente, e dunque da condividere, tra gl’impegni assunti, ebbene deve rallegrare, ricadendo dinanzi a un’amarezza di alternative per l’orientamento più esplicito, da sollecitare motivando il figlio di Ntonio, di un’umanità d’azzardare, per scavare il suolo e rivedere di cos’è fatto, per farsi male stancandosi di ciò, e accorgersi di andare avanti, di saper respirare.

Bisognava appassionarsi nuovamente allo show di madre Natura, avvicinando l’opinione sulle buone maniere adottate, da ignorante, alla consapevolezza di poterla ascoltare, affinché si sappia di che vita moriamo.

Per averla vinta sprofondi nella depressione, le disposizioni materiali sono pronte ad accoglierti per badare così più a niente, sapendo d’essere in via di esaurimento spirituale.

L’errore consiste allora nel fare esperienza tutta d’un botto, con riferimenti ch’esistono senza darlo mai a vedere, che mancano.

Cosa c’è da stringere, col desiderio inimmaginabile e continuo di apparire, rievocando stavolta della sterile sagacia, la parola da mantenere, circa una retta via incondizionata?

Era solita la meticolosità di Mauro nell’esibirsi artisticamente, forse insuperabile, frutto di nozioni alla lunga indispensabili, memorizzabili.

Con la sofferenza nel credere di guardare in faccia nessuno, nel sentirsi soli, per armonizzarsi completamente, convinto che qualcuno/a ci sia sempre a seguirti, tra i complessi d’inferiorità degli altri, che aspirano al successo per tendenze commerciali, senza quell’umiltà che sviluppa buoni propositi ma anche cattive delusioni, perennemente.

Ci si perde tra i “c’era una volta”, i complimenti rimbalzano sul petto di un uomo che traspare per le loro conseguenze, per un paradosso dovuto da una coscienza illimitata, senza preoccuparsi di essere andati in panico, della spontaneità che permette di cambiare idea, di cui si fregiano le persone che hanno piacere di sognare.

L’agiatezza ti decrepita peggio della povertà, e non c’è scampo conseguendo a un’anima che si prosciuga ed evidenzia del pessimismo infinito, a cui sono soggetti appieno dei nuclei familiari peraltro; il benestare induce a dormire meravigliosamente, togliendoti responsabilità per un disordine celante difetti e qualsiasi sbaglio compiuto, con una propensione allo sputtanamento da parte del genere femminile, che galleggia nella propria leggerezza per soffocare nell’impropria agevolezza di natura prettamente economica.

Ma come si fa ad attribuire delle colpe a un disperato e per giunta non vedente, che a dispetto della sua cattiva condizione si muove, non ragionandoci su?

Mauro era cosciente affiancandosi a una donna che non rappresentava il domani, cogliendo l’attimo più bello senza freni, affascinato da una donna splendida per com’era sopraffino il suo svanire in quel di Roma, oramai saggio e marcato nei lineamenti del viso, sapendo di attrarre.

Il musicista si riservava il cambio d’aria per salvare il buonsenso, cercando di non aggraziarla più del voluto, con compostezza sospirosa, suonandole pezzi di classico repertorio, per farla andare oltre, però a tal punto da preoccuparsi delle sue di voglie, trattenute, per una sfida da vincere opportunamente, facendo a botte con una sopraspecie di autoemarginazione, a proposito di come non ci sia mai stata (…) una persona dell’altro sesso disposta davvero ad ascoltarlo, di come Mauro sia bello e dannato.

Quest’altra Lei era in grado di ricamare della sana spontaneità facendosi preda in termini sentimentali, elevandosi a una dimensione che provocasse caparbietà, contraddistinguendosi, alla fine giusto per non annoiarsi, smarrendo una stima incondizionata, appena confermato il possesso dal lato umano.

La vicendevolezza delle coccole era costellata da una dote incredibile, pervasa da pettegolezzi e partner deficitari quando dovevano dare il meglio di loro.

Il distacco lacerava i cuori smussati da un’essenza lasciata sulla pelle, prepotente.

Il pensiero di Mauro si fece rapire, per constatazioni intime da ricambiare giocoforza, scorgendo nel riposo di una dea la conquista di un corpo sublime, tornato immune d’amori precedenti; perché è importante capacitarsi, e quindi l’individuo in sostanza, magari da offrire a un collettivo commisurabile per rinvigorimento, senza badare a tutto quello che in fondo non esiste; di modo ché si possa progredire volontariamente.

Una relazione resta impressa per quant’è irreale, la si focalizza quando si è ragazzi e l’affetto viene sincerato, concluso dichiarando in un niente che si è cotti; ma, fuoriuscito l’accertamento, si dimentica poi d’essere magici, di dettagliare i sensi, e ciò che intrigava diventa terribile, le discussioni fortificate sono la riprova di una debolezza conclamata; perché si vive senza vagare nell’universo.

La seduzione oggettiva non è esauriente se fin dai primi passi non sei in grado di provare a perfezionarti per l’immaginario, complicato, scandito da un mutismo urticante, di chi t’accompagna sempre, al limite di una verità come poche.

Mauro, da perfetto ignaro, invece stava sul punto d’essere catalogato per un intrattenimento fuorviante, generico, che riguarda nemmeno i suoi simili; e pensare ch’egli si stava formando su un piano immateriale, tentato solo dall’illusione di sfondare i suoi di limiti, senza stancarsi di accarezzarli respirando.

Stava venendo meno l’intento di calarsi in un pozzo oscuro per riafferrare precedenti confidenze, senza manometterle assolutamente, ma una decadenza della memoria andava impedita in un modo o nell’altro, a costo di un capriccio annientabile.

La consacrazione di un torto in prossimità dell’autostima consisteva nell’evitare l’approccio con questa donna, e per paradosso nel porre le basi per un sentimento spiazzante.

Ci sarebbe voluto perciò un richiamo di sola Estate, ch’estirpasse i tormenti di Mauro, che lo convincesse circa il fatto d’essere adulti abbastanza per convenire ai disegni del domani, di fare parte di una generazione del tutto logica in ragione dei predecessori, a fronte di un dissesto terreno d’appurare per dare spazio nient’altro che a dei successori.

Mauro aveva bisogno di una incontrastata pausa di riflessione, di guardarsi dentro sfiorando l’idea di diventare un altro, sopraffatto da un appagamento fin troppo esauriente, riuscendo semmai a constatare della tensione volta alla percezione che qualcosa di terribile sarebbe accaduta distaccandosi dagli affetti più cari, senza parsimonia alcuna; da un paese d’origine tralasciato, con tutta l’euforia di quando si era immaturi, senza doverci pensare.

Oramai egli non contava più, perché aveva deciso di uscire fuori; ma tanto valeva scuotere l’anima di una comunità timorosa e suppergiù inospitale, perché è proprio il rischio di risultare alla fine un perdente che ti avvicina al sogno del bene comune, a ridefinirsi siciliani, nuovamente sinceri, reintegrando il Pensiero in perenne fase di stallo; tra presente, passato e futuro… elementi da ricongiungere ragionando su distanze taglienti, mostruose.

Quando le tenebre calano, la mente batte forte come il cuore, la solitudine ci disorienta perché si vuol concretizzare, col carisma ancora da ricomporre, senza più girare l’ostacolo.

Il presentimento ch’era accaduto un fatto impronunciabile lo conturbava, lo riconduceva agli abissi degli occhi di Ntonio, guarda caso molto provato e irrigidito.

Le emozioni positive non rendono fragili, qui si tratta invece di raccontare in poche parole la disfatta morale, incentivata dal Mauro in fuga per realizzarsi, che ha segnato il destino della sua Luisa che invece si era innamorata di una bestia, senza badare mai a sé.

Ecco che una tragedia si rileva in un lampo di dolore, che Mauro incassa, come quando, gagliardo, ritenne che niente e nessuno lo avrebbe plasmato per motivi esterni alla sua causa, tantomeno la sua Sicilia: un’affermazione che va rinfrescata, per quell’onestà nel giudicare trafitta dagl’interessi di potenti manipolatori di norme civili e penali, che Ntonio aveva affrontato prima di arrendersi aspramente, e d’ammettere di stare ad aggravare questo male indirettamente.

Finalmente, Mauro e Ntonio riprendono a bruciare insieme ancora di passione a rigor di logica, comprovando che un sentimento non sopravvive a metà, che un motore s’inceppa per una condizione di mediocrità resa solenne, senza seguire delle proprie regole per sconfiggere un cancro sociale, che Mauro non può fare a meno di comprendere astutamente per una sorta di condanna a morte d’attribuire a chi se la merita, muovendosi piano per riemergere da quanto ascoltato a freddo, scrollandosi dai nervi di un’esistenza sempre più latente, avendo in fondo nulla più da perdere, per rivendicare solo un’attrazione fatalmente dolce, nel nome di Luisa… che non si è sviluppata perché si è umani; seppur sconsigliato da Ntonio che ha rosicato a seguito dell’apparente leggerezza dell’amico che piuttosto c’ha sempre tenuto a soppesare il cuore in serbo.

Dentro Ntonio, il bene voluto nei riguardi dell’amico stava per eclissarsi, dietro il rancore per aver concepito ancora una diversità di caratteri inespugnabile, insieme.

Aldilà dell’esplicitazione del successo in ambito professionale, Mauro cerca d’inculcargli una voglia di fare come di reagire, tale da disintegrarsi, cioè al fine di rimanere soddisfatti di sé, giacché le traversie vanno riviste senza passarci sopra come se fosse accaduto nulla.

Il carisma si accentua per dover stare in pace, e accrescere emotivamente, forte inoltre di una solitudine che rende liberi di esprimersi.

Luisa non costituiva vuoti di pensiero, proprio perché ha rimesso in ordine i turbamenti di Mauro che si concede come minimo il lusso di una parte da recitare.

Sporcandosi d’imbecillità, mista al pettegolezzo selvaggio, stringendo le mani di creature immonde, impreziosite da un perfetto intruso seppur prive di stile; un Mauro che sa farsi rispettare prontamente, nonostante una maleducazione che non si poteva disattendere, ma con la strafottenza nello svelare esistenze presto che narrate, purché sotto falso nome e con un patrimonio immorale che ringalluzzisce.

L’attesa era tutta riposta nell’angoscia di giudicare, con le asperità di cime immacolate, secche, affilate, intoccabili… esattamente le stesse caratteristiche che innalzano il sistema nervoso di un individuo che intuisce caparbiamente per trasparire come ben pochi altri, atteggiandosi come un rapace persecutore di nutrimenti disamorevoli in eccesso, un combattente dalla indole comunicativa da preservare; perché basta poco per gridare vendetta come per rimanere in eterno vittime di uno sconcerto ineluttabile, con la saggezza, nell’evitare il precostituirsi di negatività a crudo, d’accantonare.

Il criminale di un amore cullato galleggiava nell’idea di Mauro, di affossarlo, ma la convinzione del primo, di saper comandare e strumentalizzare, si dissolve in un niente, denotando come gli sviluppi di una qualsiasi vicenda possano venir dettati dagli altri.

Poiché è praticamente impossibile stracciare i cataloghi della memoria, insorgerebbe l’inesistenza, come nel caso di un soggetto che dipende esclusivamente dalla mafia locale, che se scavasse nella semplice parola fuoriuscita dalla bocca spontaneamente si troverebbe il riscatto di Mauro, senza la benché minima attenuante, e poi l’amaro del corso degli eventi, su cui si è abili a snocciolare particolari, ma così ingenui da perdersi di vista oggettivamente, per natura umana, per quel tesoro ch’è difficile custodirlo.

In conclusione, l’efficacia della narrazione di Li Calzi appartiene ad affetti che si rendono ulteriormente tradizioni necessarie, intime; da raccogliere fedelmente, per riemergere e dare nient’altro che il buon esempio, in un paese, una rimescolanza da centralizzare, di vie, attrazioni, incantesimi, tinte, aromi, gusti, apparizioni e vuoti, dopo le dovute distinzioni facenti ribollire l’anima, nella vita che si trascorre, in un’eroina avvincente, tutta da corteggiare.

Come sosteneva il compianto Giorgio Faletti, spesso è più bello disorientarsi nel divenire irreali invece che stare fermi, ad assistere, e dunque rinunciando senza farci mai caso, all’incentivazione della purezza per un senso di trasporto, che si ottiene apprendendo come star bene, per ragionare sulle esperienze fatte e con le voci che circolano; rispettando la paura di non sorreggersi fisicamente, negli occhi pur sempre spalancati.

Si romanza, per un contatto che non lesina l’orgoglio dell’uomo proteso senza maschere né deleghe verso il risultato del suo essere, che si mostra nella parola sensibile, ammettendo la completezza, per dichiararne i risvolti, di un patto d’amicizia e per tutelarsi, più incisivo di una medicina studiata per opportune dosi, con l’atmosfera che si gonfia, da misurare per l’effetto thriller, di scoperte appassionanti, che suscitano mistero per un’unica novità destabilizzante.

Dalla riproduzione della verità si traggono vortici per condizioni momentanee evidenti dacché stimolate, però senza che ritocchino la sensibilità per com’è strutturata per principio, che rimane dunque battente e motivante per la meditazione al mutare dei periodi atmosferici, sotto tormenti e solleoni, lungo passioni e notti ricostituibili.

E’ la vivacità di un talento assoluto se si manifesta opportunamente, con la contemporaneità illuminante, sistematica, a coinvolgere ulteriormente i particolari da sogno dell’autore, di un Federico Li Calzi che sembra verseggiare talvolta per riassumere, senza mai stravolgere il repertorio letterario, il racconto, per recuperarne l’intensità con attenzione, lucidità mentale e sapiente avanzamento solidale.

L’attendibilità di un destino non cade mai dal cielo, riporta generalmente alla cognizione di un Cesare Pavese che affonda nel romanzo “La luna e i falò”, per via di questo Mauro che s’è affermato da un bel po’ altrove suonando alla grande le sue melodie, per poi sentirsi in dovere di ricontare su dov’è nato, spremuto da sollecitudini e volontà come quella di autenticare la bellezza dei posti frequentati per sola inesperienza (avete mai visto “Nuovo Cinema Paradiso”?), a differenza di una città come Roma che gli aveva suggellato la fama, unicamente in veste pubblica, mentre privatamente incassava dispiaceri e fallimenti.

Oltre a riabbracciare lo storico compagno d’avventure, irrigiditosi a causa di un incanto fatto a donna, che in fondo non potrà svanire, ricercato da Mauro dopo non averlo colto al volo.

Li Calzi palesa dimensionamento nelle spiegazioni, impiegate con una cadenza che permette il ricomponimento, a mo’ di ritornello armonico, alla lettura del testo, che prorompe per mezzo di un affetto alla fine dei fatti incontrovertibile, quello che lega il protagonista a Ntonio, consentendo di guardarsi dentro per vedere come traspaiono le persone d’affrontare.

L’autore si distingue da quegli emergenti o affermati che oggigiorno si vantano d’essere tali ma senza voler prendere esempio, come se intestarditi a girare sull’orlo di un precipizio, di una colpa che non ci attribuiamo, credendo d’essere creativi quando invece s’è rimasti sconvolti dalle tendenze consumistiche, popolari, fin troppo distaccati dalle relazioni col Passato.

Nove Periodico è un libro aperto, che ti assorbe espressivamente, forte di una forma ben definita, con le passioni che si rasserenano infine, quasi a citare i capolavori di un regista che faceva girare eccome la pellicola come Kurosawa; avendoci combattuto in maniera raziocinante, affilando nel mentre le tecniche, per poi chinare il capo da vincente, perché è straordinario essere semplicemente sinceri.

                                                                                                             Vincenzo Calò








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