domenica 15 novembre 2015

Il confine sottile

Temo che gli animali vedano nell'uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale:
vedano cioè in lui l'animale delirante, l'animale che ride, l'animale che piange, l'animale infelice.
(FRIEDRICH NIETZSCHE)



Li accompagnava una cadenza di rami crocchianti, di terra umida calcata. Licia aspirava gli ombrellini dei sambuchi, l’argento di betulla. Il suono dei loro passi pungeva le radici dei faggi.
La schiena ossuta di Cesare le apriva il sentiero. Lei guardava la sua nuca bruna, fresca d’un taglio nei capelli folti e forti.
Si fermarono davanti a cespugli in cui si aprivano le coroncine delle rose canine. Il giovane inspirò a fondo.
«Aspetta lì».
Si avvicinò, felpato, ai cespugli. Tese una mano e, come in una carezza, scostò le foglie crespe.
            Una lupa dal manto grigio-marrone levò verso di lui gli occhi affusolati. Nei bulbi chiari, le pupille risaltavano con effetto quasi ipnotico. Vicino ai suoi fianchi accoccolati, fecero capolino le teste di tre cuccioli, dalla curiosità ancora argentina. Licia sorrise, con commosso stupore.
«I tuoi… figli?»
Cesare annuì. Una patina lucida si riverberava nelle sue iridi d’ebano. Il corpo agile e magro sembrava disegnare, nella sua figura umana, quella forma di lupo che gli era ugualmente propria. Quella in cui aveva procreato.
«Lei… Non ti dirò con quale nome ci chiamiamo, nella vita del bosco. Per te, sarà Cirene».
            “Cirene”, accorgendosi della ragazza, fece per muoversi. Ma la presenza del compagno la rasserenò.
Sulle guance ispide di barba, il giovane accese un sorriso. Accarezzò le orecchie della sua lupa. Lei rispose con un suono sordo, cupo e arcanamente amoroso. I loro piccoli ripresero a poppare.

*   *   *

Affondò le dita nel terriccio, sentendone l’umore salire su per la sua nuca. Lo zainetto era abbandonato poco più in là. Il sonno andava mescolandosi alla sua febbre di solitudine. Un insetto ronzava –una zanzara? Riaprì gli occhi.
Il sole era ormai sotto la linea del tramonto. I faggi, i castagni, le betulle, le querce si fondevano con l’ombra, giocando a una fantasmagoria di rami.
Aveva sentito parlare di chi non era più tornato. Di chi aveva lasciato casa, università o lavoro per sciogliersi nel sogno del bosco. Per tornare a un ignoto che era troppo umano. L’aveva fatto Licia. La sua vecchia compagna di scuola.
Il torpore ricominciava a lusingargli le palpebre. Si lasciò galleggiare su di esso.
Tra le sue ciglia semichiuse, l’intreccio dei rami serpeggiava in forme fantastiche. Esse si allungarono in propaggini sottili, in dita, in capelli. Una figura misteriosamente femminile si protendeva verso di lui, in una posa ferina –come pronta a slanciarsi su quattro arti. Nel sogno (sogno?), da quell’ombra balenò un sorriso. Licia?
            Percepì un’altra creatura, accanto a lei. Ne sentiva i passi agili, l’ansare, il latrato. Tutt’intorno, si levò un profumo di rosa canina.

*   *   *

Così sono i figli di lupo e semilupo. Con le orecchie tese a misteriosi lamenti. Gli occhi pieni di un cuore liquido. Sulle loro quattro zampe, portano un’anima ispida e senza parole.
Quando incontrano figli d’uomo che non hanno in sé sangue di lupo, si fermano e li fissano a lungo. Chi ricambiasse il loro sguardo potrebbe avvertire un pianto inesorabile, definitivo. Il pianto di chi saluta coloro che non si sono salvati.





2° premio assoluto per la sez. D – Narrativa a tema: Uomo-Natura-Ambiente, Concorso Internazionale Artistico Letterario “AMBIART”, V edizione 2015, promosso da FareAmbiente Lombardia.

2 commenti:

  1. è uno scritto intenso che permette una fusione misterica tra il lupo e l'uomo. Permette all' uomo attraverso l'arte magica della parola di essere nuovamente selvaggio e di ritornare ad una natura sana, quella del lupo. Trasmette tutto ciò che è oltrerazionale e che ci rende comuni a tutti gli esseri ed interconnessi in un' unico ente che pulsa come il nostro cuore e quello dei lupi, che sono dei veri e propri totem dell' umanità. Chissà che in luna piena non ci sia qualcuno che ancora si trasforma nella sua forma originaria... è un silenzioso tumulto nel vento e merità più del premio che ha vinto. La citazione nietzschiana è molto azzeccata e continua sempre a scrivere con questa filosofia Erica perchè trasmetti il bello, il vero e il giusto.

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    1. Cara Eva Selene Menade, sono proprio contenta di aver provocato una reazione così positiva. :) Di produrre sempre meglio spero anch'io...
      Intanto, ti suggerisco di leggere l'ultimo di questi tre racconti: http://autori.poetipoesia.com/erica-gazzoldi/racconti/ Qui, la fusione misterica tra il lupo e l'uomo è ancora più evidente... Buona lettura e grazie! :D

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