venerdì 13 novembre 2015

La pieve in mostra

La pieve “S. Lorenzo Martire” di Manerbio è una di quelle bellezze che sembrano avvantaggiarsi dell’età. Perciò, nel trecentesimo anno dalla posa della prima pietra (1715), i gioielli dell’anziana signora sono stati offerti alla vista del pubblico. 

            Il Museo Civico ha ospitato una mostra, con materiali tratti dall’archivio e possibilità di visita guidata al sabato mattina, in ottobre. Si sono così rivelati un antifonario cinquecentesco, calici, ostensori; l’immagine di una “Pietà” offerta, un tempo, al “bacio della pace”; il diario del curato Nicola Cè (1739-1780). Altri fogli a righe riportavano un frammento del decreto della visita pastorale di S. Carlo Borromeo (1580). Due stendardi ricordavano le compagnie che sostituirono (all’inizio dell’ ‘800) le confraternite, associazioni di laici dediti alle pratiche devozionali e alla beneficenza. Non poteva mancare un Messale tridentino. Un documento della Municipalità di Manerbio (1803) ricorda la singolare storia di fra G. Regosa, parroco riconosciuto dai fedeli ma non dal vescovo. Del 1770 è il bando dell’asta alla quale la Repubblica di Venezia vendette il locale monastero dei Cappuccini.
            Le fotografie in bianco e nero ci riportano nella prima metà del Novecento, con un solenne Congresso Eucaristico (1926), l’arrivo delle attuali campane (1947) e un Congresso Mariano (1949). Si termina con un altro Congresso Eucaristico, quello del 2013.
            Il 18 e il 25 ottobre 2015, invece, l’arch. Michelangelo Tiefenthaler ha fatto da guida a coloro che volessero conoscere meglio la storia dell’edificio sacro. L’attuale pieve andò a sostituire quella precedente, lunga la metà e con l’abside orientato in direzione opposta. La nuova chiesa doveva essere più adatta al culto secondo le disposizioni derivate dal Concilio di Trento; non era neppure più necessario inserirla nelle fortificazioni che avevano aiutato Manerbio a resistere alle precedenti guerre.
            La storia dell’attuale pieve è, prima di tutto, quella di un cantiere pluridecennale (1715-1780), durante il quale mutarono architetti e gusti: da quello barocco a quello neoclassico. L’ordine architettonico è un misto di ionico e corinzio, per privilegiare le forme slanciate. Le chiese del XVIII secolo, per l’appunto, erano dette “chiese dello Spirito”, per questo tendere verso l’alto. Particolarmente curata è l’acustica, per facilitare la predicazione e creare un’ideale ascesa delle preghiere al cielo. 

            È stata minuziosa la visita agli altari laterali, lascito della cappellanie in cui erano celebrate le Messe richieste per testamento e campionario di colorati marmi locali. In primo luogo, il trio altar maggiore – altare del Ss. Sacramento – altare della Madonna del Rosario ribadisce i punti dottrinali rafforzati dalla Controriforma: la centralità dell’Eucarestia e l’importanza del culto dei santi, specialmente della Vergine. Tiefenthaler ha ricordato le disposizioni di S. Carlo Borromeo: costruire nuove chiese riconsacrando ciò che le precedenti avevano di più venerato. Per l’appunto, un altare è dedicato all’amatissima Madonna della Neve, affresco quattrocentesco con fama di miracolosità; attorno alla Vergine del Rosario, sono disposte telette preesistenti raffiguranti i Misteri; il fonte battesimale, pure, proviene dalla vecchia pieve.
            Tiefenthaler ha concluso sottolineando il fatto che la bellezza dell’edificio e degli arredi sia dovuta allo sforzo collettivo dei fedeli che, nei secoli, hanno percepito la chiesa parrocchiale come un bene comune, un “biglietto da visita” e un segno d’identità.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 9.

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