venerdì 13 novembre 2015

Spiedo, cucina e... letteratura autunnale

Arriva l’autunno, coi suoi prodotti colorati sotto un cielo grigio. E la Libera Università di Manerbio (LUM) proprio a questo ha voluto dedicare l’incontro del 29 ottobre 2015, al Teatro Civico “M. Bortolozzi”: “Spiedo, cucina e… letteratura autunnale”. La relatrice era la prof.ssa Carla Boroni, autrice di volumi sulla rappresentazione letteraria del cibo. «Ho cominciato a trattare l’argomento negli anni ’90, quando non era ancora di moda…» ha ricordato. Sebbene paia antitetico, il legame fra letteratura e pietanze è senza tempo. La relatrice ha citato il frutto proibito e il piatto di lenticchie della Genesi, i frutteti e i latticini dell’Odissea; ha ricordato la sovrapposizione fra valore alimentare e valore spirituale, che avviene nell’Eucarestia e che fu tipica del Medioevo. 

            Ne “I Buddenbroock” (1901), Thomas Mann descrive un ricco pranzo autunnale a base di zuppa di erbaggi, prosciutto con salsa e legumi, “terrina russa” (sorta di mostarda). Guido Gozzano canta l’amore per “tutte le signore/che mangiano le paste nelle confetterie” (1907). Ben altra poesia è quella della cucina futurista: Filippo Tommaso Marinetti condanna la pasta come “assurda religione gastronomica italiana” (1909), accusata di causare indolenza. Non poteva mancare “Il pranzo di Babette” (1950) di Karen Blixen (da cui il film omonimo), in cui una cuoca in esilio riporta il gusto di mangiare, amare e vivere fra paesani fin troppo castigati. La “torta paradiso” diventa, invece, “La torta Purgatorio”, per Giovannino Guareschi (1954). Due cenni son spettati al commissario Montalbano di Andrea Camilleri, impegnato a fare i conti con vini forti e specialità a base di pesce.
            Il cibo è legato alla mente: è desiderio e socialità. È distintivo di una cultura. Così, la Boroni è approdata alla cucina bresciana e al suo principe, lo spiedo: legato alla fauna locale e alla pratica della caccia. Le divergenze sulla corretta preparazione si sono dimostrate degne di una disputa filosofica. Fra i tipi di carne, immancabili gli ošèi (con le caratteristiche interiora amarognole) e i mumbulì. L’elenco di finezze ha compreso il ruolo insostituibile di salvia e burro, nonché la qualità delle patate, del sale e della legna. Lo spiedo è evocato dal Carducci in “San Martino” (1883); ma la Boroni ha declamato anche versi bresciani dedicati a questa rustica squisitezza. Sono seguiti modi di dire legati alla polenta e la menzione della “Bariloca”, la gallina rigorosamente rubata e cotta in umido, con riso e funghi. Da non dimenticare i piatti ricavati dal maiale e dalla zucca. Sempre più rara è la marmellata di cachi. 

La carrellata si è conclusa con un capolavoro della letteratura bresciana, “La massera da bé” (1512) di Galeazzo degli Orzi. Protagonista: una massaia che, ovviamente, ci sa fare anche in cucina.
            Per passare dalla teoria alla pratica, la LUM ha offerto ai partecipanti caldarroste e vin brulé. Il buon autunno si vede dall’inizio.

Pubblicato su Paese Mio Manerbio, N. 102, novembre 2015, p. 15.

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