mercoledì 21 dicembre 2016

Un luogo dove ritrovarsi

“Ricordo una volta in cui andai in biblioteca a ritirare i gialli per mia madre. Tra i libri che aveva prenotato, ce n’era uno che s’intitolava Assassinio nella cattedrale, di un certo T.S. Eliot. Pensava che si trattasse di una storia macabra i cui protagonisti erano monaci malvagi, e a lei piaceva tutto quello che poteva dare fastidio al papa. 

            Il libro mi sembrava un po’ troppo breve - di solito i gialli sono abbastanza corposi - così lo sfogliai e vidi che era scritto in versi. Qualcosa non quadrava, in effetti. Non avevo mai sentito parlare di T.S. Eliot. Credevo che fosse parente di George Eliot. La bibliotecaria mi spiegò che l’autore era un poeta americano, vissuto in Inghilterra per gran parte della sua vita. Era morto nel 1964, e aveva vinto il premio Nobel.
            Io non leggevo poesia, perché il mio obiettivo era leggere tutta la Narrativa inglese A - Z.
Ma questo libro era diverso…
Lessi: Non è che un breve momento / Ma sappiate che un altro si prepara, sarete / Trafitte all’improvviso da una gioia dolorosa.
            Scoppiai a piangere.
I lettori alzarono gli occhi con aria di biasimo e la bibliotecaria mi redarguì, perché a quei tempi non era nemmeno permesso starnutire in una biblioteca, figuriamoci piangere. Così uscii portando con me il libro e lo lessi da cima a fondo, seduta sui gradini, nel vento che soffiava da nord.
            Quel dramma inconsueto e di grande bellezza rese sopportabili le cose che erano accadute quel giorno, e quel che rese sopportabile era un’altra famiglia sbagliata; del primo errore non ero responsabile, ma tutti i figli adottivi tendono a incolparsi. Il secondo fallimento, invece, era tutto da imputare a me.
            Avevo le idee confuse sul sesso e sulla sessualità, e mi preoccupavo di problemi concreti del tipo Dove vivere? Cosa mangiare? Come prendere un diploma?
            Non c’era nessuno che potesse aiutarmi, ma i versi di T.S. Eliot mi furono d’aiuto.
Così, quando sento dire che la poesia è un lusso, o un’opzione, un prodotto riservato alla classe media colta, che non dovrebbe essere letta a scuola perché non è essenziale, tutte le cose stupide e bizzarre che si dicono sulla poesia e sul posto che occupa nelle nostre vite, mi viene il sospetto che la gente che parla così abbia avuto la vita facile. Una vita dura ha bisogno di una lingua dura perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno.
            Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi.”

JEANETTE WINTERSON


Da: Perché essere felice quando puoi essere normale?, Milano 2014, Oscar Mondadori, pp. 43-44 [Why Be Happy When You Could Be Normal?, 2011, traduzione di Chiara Spallino Rocca].

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